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17 casi per il
commissario
Chiara De Salle
di Massimo Carloni
dal libro
Il caso del playboy di provincia
Giugno 1991.
Il lungo nastro d’asfalto era insolitamente silenzioso. Solo qualche auto
rompeva la placida calma di quella mattina di metà giugno. Sulla destra, non
molto lontano, si indovinava il basso profilo del vasto edificio annegato nel
verde.
Arrancavo di pessimo umore sulla vecchia bici cigolante e scrostata. Era il
giorno della riunione preliminare degli esami di maturità ed io ero il membro
interno della V R, settore Turismo, IPS “Cristoforo Colombo”.
“Buongiorno... il professor Vitali, suppongo” esordì seccato il presidente della
XX commissione quando mi vide spuntare nell’aula 19.
Incredibile a dirsi, ma non mancava proprio nessuno. Neppure un certificato
medico. Un record.
Fui presentato agli altri: il professor Maurizio Bianchini, commissario di
italiano; poi, a seguire, Serena Davoli di storia dell’arte, Anita Valloni di
diritto, Ada Torini di geografia e Lisa Sermei di inglese. Più, naturalmente, il
presidente, un uomo magro, di poche e taglienti parole, con uno sguardo un po’
assente, una sigaretta dietro l’altra in bocca e le mani a giocherellare con un
accendino di plastica.
Trascorsi tutta la mattina tra le solite scartoffie, svolgendo il solito lavoro
di galoppino che il membro interno stoicamente sopporta per il bene degli
studenti. Un tacito e umiliante do ut des. Fui nominato membro interno anche dei
tredici privatisti; con le mie diciassette alunne erano trenta candidati: ce la
saremmo sbrigata in poco tempo.
* * *
Chiara, gli occhi appesantiti dalla
stanchezza e dall’afa, percepì il brusco sussulto della carrozza assieme al
prolungato stridìo dei freni. Diede un’occhiata fuori e s’accorse d’essere
arrivata.
Sul marciapiede infuocato e sporco un poliziotto l’attendeva.
“Agente Bertoni Rosario, agli ordini!” Il saluto di prammatica infastidì Chiara;
un gruppetto di sfaccendati s’era fermato sotto la pensilina e osservava
curioso.
“Venga Bertoni, sbrighiamoci ad uscire!” E attraversarono velocemente
sottopassaggio e atrio della stazione.
“Mi scusi, commissario, ma non è potuto venire l’ispettore Catellani”, Bertoni
stava intanto sistemando il bagaglio sull’Alfa di servizio, “ma sa, sono
cominciati i turni di ferie e non è stato possibile...”.
“Non si preoccupi, capisco...”.
Il malumore aumentava sotto lo sguardo insistente con cui Bertoni la stava
esaminando di sottecchi.
“Dove la debbo accompagnare?...” Si volse a guardarla sorridendo.
“Al ‘Villa delle Rose’, mi tratterrò lì finché non avrò trovato una
sistemazione...” il tono gelido di Chiara convinse Bertoni a concentrarsi sulla
guida.
Il traffico era scarso. Arrivarono in dieci minuti. Il cubo di cemento
superaccessoriato, posto lungo i viali della circonvallazione, non aveva tracce
di rose né aveva una lontana parentela con le villette primo Novecento che lo
affiancavano.
Chiara osservò il cielo color latte, rassegnata.
“Ricomincia la solita storia...” sospirò e seguì gli inservienti con le valigie.
* * *
Il peggio, ossia la correzione degli
elaborati d’italiano e d’inglese, era passato. Bianchini, un giovane alto e
prestante con la muscolatura di un body builder e il fare vagamente untuoso del
latin lover di provincia, e la Sermei, una donnina dall’aria patita ma dallo
sguardo famelico, s’erano sbrigati. Da soli. In barba alla legge che vuole la
correzione collegiale.
In assenza del presidente, a passeggio chissà dove, i commissari avevano vagato
con aria sperduta da un tavolo all’altro fingendo un problematico interesse.
Io avevo fatto la spola tra i due in preda all’angoscia: la koinè linguistica
italo-padana dei temi e l’inglese maccheronico degli altri scritti non
lasciavano prevedere nulla di buono. Il solito dramma.
Quella mattina iniziarono le prove orali integrative per i privatisti, una
kermesse con una quindicina d’insegnanti (fra noi titolari e una decina di
“stagionali”) che interrogavano in contemporanea due o tre allievi.
La Sermei, verso le dieci, si avvicinò a me, rivolgendomi per la prima volta
direttamente la parola.
“Senta Vitali”, mi mormorò all’orecchio mentre una biondina dall’aria spaurita
entrava in aula, “osservi un po’ Bianchini. Ogni volta che deve interrogare un
ragazzo è serio, scrupoloso, perfino cattivo: prima ha chiesto tutte le edizioni
dei Promessi sposi ad un disgraziato che conosceva appena il suo indirizzo di
casa. Faccia attenzione adesso”, il sussurro si fece quasi inintelligibile, “la
biondina s’è seduta, chiaramente non sa un accidente, ma ecco un argomento a
piacere... Che ne dice?”.
Scossi il capo, disgustato: da Bianchini e anche dalla Sermei. Stavamo
diventando un bel gruppo di play boy da strapazzo e di pettegole inacidite dagli
anni. Forse erano più serie la Valloni e la Torini: in un angolo, disoccupate,
leggevano tranquillamente un settimanale di moda: sopra la cattedra,
naturalmente.
* * *
Chiara appoggiò stancamente la cornetta
sulla forcella. Il questore non c’era, il vicequestore Ritaldi l’avrebbe
ricevuta solo nel pomeriggio. Sbadigliò.
S’era svegliata strana quella mattina. Il traffico sui viali le aveva reso il
sonno agitato: addio tranquillità del vecchio appartamento nella casa in pietra
rosata a due passi da San Francesco; addio bel cielo umbro, terso e azzurro
anche nelle giornate d’estate. A Reggio un sudario umido e pesante opprimeva la
città. Ma il trasferimento, dopo tutto, era stata una sua scelta: più
professionale che umana, ad esser sincera.
Si mise sotto la doccia, ma l’acqua era tiepida. Infilò una polo, un paio di
jeans scoloriti e dei vecchi mocassini; uscì e il muro di afa la respinse per un
attimo nell’atrio.
Costeggiò per un tratto i viali che erano stati ricavati, il secolo prima,
dall’abbattimento delle mura: asfalto e smog al posto di uno splendido boulevard
ottocentesco. Si spinse tra gli alberi secolari d’un parco. Panchine piene di
graffiti, pensionati col loro giornale, qualche bambino. Gli alberi erano
immobili, le larghe foglie sfibrate.
Giunse in una piazza. L’insieme era disarmonico: due teatri e una chiesa d’una
qualche nobiltà osservavano mesti un palazzo moderno con altissimi portici in
cemento armato.
Girovagò per due ore: poca gente per le strade, cinema già chiusi per ferie,
saracinesche abbassate. La città era in letargo: la vita pulsava altrove.
Tornò in albergo lentamente col cuore oppresso dall’angoscia.
* * *
Mi avvicinai a Bianchini, momentaneamente
disoccupato.
“Come vanno questi privatisti?”
“Male, il livello è scadente... se non ci fosse qualche distrazione di tanto in
tanto ci sarebbe da morire di noia”.
“Distrazione?...” feci io sorpreso. Non capivo.
“Stammi a sentire” mi fece con aria complice. “Ogni anno faccio la maturità in
sedi non troppo lontane da Mantova: posso così ottenere il rimborso dei pasti e
dell’albergo. Lo Stato durante l’anno mi tratta da pezzente, ma per questi esami
mi consente di andare in alberghi a quattro stelle: e io ne approfitto. Qualche
volta, invece, faccio la spola in auto, e mi metto d’accordo con qualche
albergatore compiacente: fatture false e rimborso a pronta cassa!”.
“Ah...”.
“Così”, Bianchini procedeva sicuro nella sua ‘lezione’, “ho sempre
l’appartamentino o i soldi per star dietro a qualche bella collega e, perché
no?, a qualche bella alunna”.
Pensai a mio padre e poi a me. Non avevamo capito niente della vita,
evidentemente.
Bianchini dovette cogliere nei miei occhi qualcosa.
“Non fare l’idealista! Il capufficio si porta a letto la segretaria, il
rappresentante fa la cresta sul conto spese: e noi dobbiamo essere sempre i più
coglioni?”.
Il professor Salemi, presidente fantasma, si materializzò sulla porta e mi fece
un cenno perentorio. Mi sottrassi con sollievo all’imbarazzante confessione.
* * *
Il pomeriggio in questura era stato
veramente duro. Si era presentata puntualissima alle quattro al portone centrale
in via Alighieri. Era un caldo infernale e aveva indossato un abito leggero un
po’ corto e due comodi sandali estivi. Niente di eccezionale, ma l’insieme era a
suo modo elegante.
Carlo Ritaldi aveva superato la quarantina, colorito acceso e modi bruschi.
“Lei è dunque il nostro nuovo commissario, de Salle!” e l’aveva squadrata con
un’espressione indefinibile. “Sappia che lei viene a sostituire un collega,
Giorgio Anselmi, di provate capacità; spero non ce lo faccia rimpiangere”.
Calma, aveva pensato Chiara, è solo l’inizio.
“La nostra è una grande famiglia”, aveva proseguito sullo stesso tono il
vicequestore, “qui regna un clima ideale e non ci piace che venga turbato. Per
nessun motivo”.
Deve aver saputo qualcosa del mio caratterino, aveva riflettuto Chiara. Si stava
innervosendo.
“Le ricordo poi che il questore e il sottoscritto tengono particolarmente ad un
abbigliamento adatto alla funzione che ricopriamo. Non c’è altro. Si presenti
domattina alle sette”.
Gli occhi di Chiara erano diventati più scuri e la voce aveva acquistato una
tonalità un po’ rauca, minacciosa. Scelse accuratamente le parole:
“Signor vicequestore, le assicuro che sono perfettamente in grado di svolgere il
mio lavoro. Basta che consulti la mia scheda personale. In quanto
all’abbigliamento, ritengo di aver passato l’età dei controlli e in ogni modo ho
abiti a sufficienza per ogni occasione. A proposito, mi pare che la sua cravatta
sia sporca: sarà meglio che la cambi al più presto. Buongiorno”.
Era uscita senza dargli la mano. Un brutto inizio. Pessimo.
* * *
“Professor Vitali, professor Vitali...”
era la voce di Paola Teneri, una delle mie migliori alunne.
“Cosa fai a scuola? Non dovresti essere a casa a studiare? Tra due giorni tocca
a te, lo sai!”.
“Senta, non so come dirglielo...” la ragazza aveva abbassato gli occhi nerissimi
ed era arrossita.
Ebbi un presentimento e le indicai l’aula vuota di calcolo: “Dimmi tutto.”
Si sedette, ma non si decideva a parlare. Le dissi dolcemente: “Non aver paura,
rimarrà tutto tra noi!”.
“Beh... una mia amica, Sara Sirenti, dà gli esami da privatista con noi... il
professor Bianchini le ha fatto strani discorsi... gli esami difficili... il
valore d’un diploma...”.
Me l’aspettavo. Ma questa volta se ne sarebbe pentito.
“Insomma, l’ha invitata a cena per domani sera...”.
“...e Sara?”.
“Ci vuol andare, dice che non c’è niente di male, in fondo il prof è un bell’uomo...
ma io ho paura per lei!”.
Nonostante il fare spavaldo e disinibito avevano ancora incredibili e teneri
pudori: era criminale farne scempio così.
La rassicurai: ci avrei pensato io. Se ne andò finalmente serena e sorridente.
Fuori dall’aula Bianchini, al braccio della Valloni, una rossa ben messa e
piacente, si dirigeva alla macchinetta del caffè sussurrando qualcosa
all’orecchio della donna.
* * *
Il telefono destò Chiara da un sonno
profondo e senza sogni. La sveglia segnava soltanto le quattro.
“Pronto...”.
“Mi scusi, sono il portiere, ma...”.
“Che c’è?” l’interruppe sgarbata.
“La questura in linea”.
Attese rassegnata.
“Commissario de Salle?” La voce dell’agente Bertoni tradiva la stanchezza. “La
informo che nel suo stesso albergo è stato trovato assassinato un certo...
Maurizio Bianchini. Sono già sul posto gli uomini della scientifica e
l’ispettore Marco Catellani”.
“E allora?” Chiara cominciava ad irritarsi.
“Ho trovato all’inizio del turno un appunto del dottor Ritaldi: diceva che in
caso di necessità dovevamo far riferimento a lei... Buona fortuna”.
S’era vendicato. Ma tutto sommato era meglio così, subito nella mischia. Si
sentì subito piena d’energia e, in un batter d’occhio, si vestì.
Arrivò alla camera 69 dopo un lunghissimo giro; era dall’altra parte
dell’albergo. La stavano aspettando.
“Commissario de Salle. Buongiorno a tutti”.
Il tono professionale e asciutto ma non spavaldo, spense sul nascere qualche
sorrisino di troppo.
“Buongiorno, sono l’ispettore Catellani. Ero con gli uomini della volante e sono
venuto. Le lascio la patata bollente” e la bocca si allargò in un sorriso
cordiale, cameratesco. Doveva avere meno di trent’anni, un fisico asciutto e una
testa piena di riccioli neri che nascondevano uno sguardo sornione.
“Non se ne vada subito, mi lasci capire un po’ la faccenda” sorrise a sua volta
Chiara alzando una mano.
Dopo la porta d’ingresso e un minuscolo corridoio entrarono in un salottino,
dove c’era la scientifica: era tutto in ordine. Nella camera da letto, ampia con
vista sui viali, ricca di specchi e con un monumentale letto a baldacchino,
c’era il cadavere.
Giaceva sul letto disfatto e il manico di un tagliacarte spuntava dall’emitorace
sinistro. Non c’era sangue: qualche goccia sul pigiama attorno alla ferita.
Nessun segno di colluttazione.
“Il magistrato?”.
“È arrivato qualche minuto prima di lei, ma si è fermato il minimo
indispensabile. Sa, domani parte per le ferie...”.
“Mi racconti allora quello che siete riusciti a scoprire”.
Chiara condusse l’ispettore, che di sottecchi l’osservava attentamente, nel
salottino e si sistemarono sulle due poltroncine di fronte ad un tavolinetto.
“Verso le quattro il portiere ha visto un movimento verso le scale; si era mezzo
addormentato nello stanzino di fronte alla TV e, aprendo gli occhi, ha visto
un’ombra che si allontanava rapidamente”.
“Uomo o donna?”.
“Non è in grado di precisare. A sentir lui, potevano anche essere due... Il
fatto è che lui sapeva dell’attività notturna del morto...”.
“Attività notturna?” interruppe Chiara un po’ sorpresa.
“Sì, il portiere sapeva che Bianchini si portava spesso in camera qualche donna,
più o meno giovane, ma mai dopo una certa ora. Un po’ insospettito, e credo
anche per svegliarsi un po’, è salito e ha trovato il cadavere”.
“Il medico?” s’informò Chiara.
“La morte risale tra le due e mezzo e le tre e mezzo”.
“E la scientifica?”.
“Impronte digitali significative nessuna, a parte quelle del morto,
naturalmente”.
“Nient’altro?”.
“Ah, già, dimenticavo: un accendino di plastica, di quelli che vendono i
marocchini, con un piccolo fiore inciso sulla superficie. È stato trovato qui,
accanto al tavolinetto”.
“Era del morto?”.
“Decisamente no. Era un igienista. Potrebbe essere caduto all’assassino durante
la fuga... o alla cameriera nel sistemare il salotto”.
“Chi era questo Bianchini?”.
“Un insegnante trentenne di Mantova che d’estate, con la scusa degli esami di
maturità, si improvvisava play boy con colleghe e anche con alunne
disponibili...”.
“Ed era rimasto al suo posto?” s’indignò Chiara.
“Che vuole, da qualche anno seguivamo le sue acrobazie sessuali”, Catellani non
seppe o non volle nascondere una vena di disprezzo, “ma non potevamo muoverci
perché lui era furbo; erano tutte maggiorenni e nessuna avrebbe mai rischiato
uno scandalo... le apparenze erano salve”.
“Insomma, una carogna” sintetizzò Chiara.
“Direi di sì... guardi qui il suo carnet per la notte!”.
Tese a Chiara un’agendina dove, con una calligrafia ordinata, Bianchini aveva
segnato i suoi appuntamenti: “S”, 22.30; “V”, 23.15; “T”, 1.30; “S”, 3.
Chiara le diede un’occhiata: la pagine precedenti erano state strappate, quelle
successive erano ancora bianche.
“Se la sente di darmi una mano per questa inchiesta? So di chiederle molto, ma
mi faciliterebbe il lavoro, visto che son nuova di qui”.
La voce di Chiara era calma, solo gli occhi un po’ stanchi e il viso tirato
tradivano la tensione.
Catellani non ci pensò due volte. Aveva saputo del match in questura: Ritaldi
meritava una lezione.
“Certamente, sarà un piacere” e sorrise.
“Allora”, fece Chiara con un cenno d’assenso pieno di gratitudine, “lei
stamattina va con due agenti a scuola e raccoglie le testimonianze dei colleghi
e delle studentesse. Io farò qualche ricerca su questi commissari e poi me ne
andrò a fare quattro chiacchiere con questo giudice prima che se ne vada...”.
Catellani si alzò, ma Chiara lo trattenne.
“Senta, Catellani, odio la burocrazia, ma ancor più odio mescolare il lavoro
alla vita privata. Quindi, la prego di non fraintendermi se le dico che avrei
piacere che i nostri rapporti fossero amichevoli, senza tanti formalismi.
D’accordo, Marco?” e gli tese la mano guardandolo negli occhi.
“D’accordo, Chiara!” la stretta fu sincera e amichevole.
* * *
Le prove integrative finivano quel giorno,
ma gli “stagionali” ancora non erano arrivati. In compenso c’era la commissione
al completo. Era destino che arrivassi sempre per ultimo.
Il professor Salemi, più rigido che mai, sembrava inamidato: rifiutò persino la
sigaretta offertagli dalla Davoli; la Valloni, cerea in viso e con le labbra
violacee, dimostrava qualche anno in più di quelli dichiarati; la Davoli posava
da diva del cinema muto, e pressappoco ne aveva l’età, abbandonata su una sedia;
la Sermei, incartapecorita, sedeva muta in un angolo; la Torini, una stangona di
uno e novanta, dall’aria vagamente equina, aveva lo sguardo fisso nel vuoto; il
più in forma ero io, che non avevo chiuso occhio tutta la notte.
“Il professor Bianchini” dichiarò severo il presidente “è stato trovato...
assassinato nella sua camera d’albergo. La polizia verrà stamattina ad
interrogarci”.
Nessuno parve particolarmente scosso. Forse lo sapevano già.
“Per oggi” concluse Salemi “gli esami vengono sospesi. Il provveditorato è già
stato informato e provvederà alla sostituzione del professor Bianchini”.
Laconico epitaffio per l’intraprendente play boy.
Iniziò il calvario. Un ispettore e due agenti chiesero diligentemente a tutti
una quantità di cose utili, meno utili, e decisamente inutili. Ce le fecero
ripetere all’infinito e poi stesero un bel verbale: una bella firma e a casa.
Erano le otto di sera. Era finita. Per il momento.
* * *
Piazza Prampolini è il cuore di Reggio
Emilia, con la sua cattedrale, i suoi due municipi (quello vecchio, trasformato
in banca e quello nuovo) e una corona di case e palazzi di una certa dignità.
Nulla di straordinario, ma almeno i turisti ti lasciano in pace.
Erano da poco trascorse le nove e il cielo non accennava a scurirsi. Chiara e
Catellani si ritrovarono lì, in un bar all’aperto, per fare il punto della
situazione.
“Dimmi cosa hai trovato” esordì Chiara sorseggiando un tè alla pesca. Catellani
aveva preferito un aperitivo.
“Le deposizioni che abbiamo raccolto hanno confermato quanto sapevamo su
Bianchini. Nulla di circostanziato però: solo voci di corridoio, pettegolezzi
vari, impressioni, intuizioni, ma nessuno ha saputo o voluto dir niente di
preciso”.
“Pensi che qualcuno sappia qualcosa e non parli?” Chiara si allungò un poco
sulla scomoda poltroncina di plastica.
“I commissari delle prove integrative – gli “stagionali” li chiamano, perché
ogni anno d’estate racimolano qualche lira in questi esami – li escluderei: non
ci sono elementi per far supporre qualche collegamento col Bianchini”.
“E gli altri... anzi, le altre?”.
“Delle commissarie a pieno titolo escluderei solo la Davoli: l’età e l’aspetto
non consentono illazioni di sorta. Diverso il caso della Sermei, della Torini e
della Valloni: giurerei che non hanno detto tutto”.
“Le alunne?”.
Una bava di vento si insinuò nella piazza a mitigare per qualche istante l’afa
opprimente.
“C’è una privatista, Sara Sirenti, che è sembrata troppo impaurita per un
semplice interrogatorio: bisognerà approfondire. Piuttosto c’è stato utile il
professor Vitali: i suoi silenzi sono stati più significativi delle sue
parole...”.
“Un complice di Bianchini?”.
“No, direi qualcosa di diverso. Ma domani ne saprò di più sul suo conto. Ho un
amico in provveditorato”.
“Lo spero”, fece Chiara alzandosi, “anch’io, per ora, brancolo nel buio...”.
Si avvicinò al banco e pagò le due consumazioni sotto lo sguardo sorpreso
dell’ispettore. Si allontanò lentamente imboccando via Farini, già fresca e
buia.
* * *
Non era una novità: ogni anno tra i
commissari ce n’erano diversi appena usciti dall’università, più impauriti degli
studenti che interrogavano. Come quella che brevemente ci presentò la
vicepreside sabato mattina.
“Questa è la dottoressa Caterina Vacondio, il nuovo commissario di italiano.
Signorina, il professor Salemi, presidente della XX Commissione e i suoi
colleghi. Buon lavoro”.
La dolce dottoressa era uno schianto: alta uno e settantacinque, bruna, occhi
dolcissimi d’un azzurro intenso, snella senza essere magra, curve insomma al
punto giusto. Le mie colleghe si presentarono, abbastanza fredde.
“Spero che mi aiuterete, è la prima volta che affronto dei ragazzi e non vorrei
combinare disastri...” la voce, un bel contralto pensai, era timida e insicura e
rivelava una certa paura. I volti contratti si distesero. Era nelle loro mani.
“Non ti preoccupare, cara”, squittì la Davoli in un soprassalto di istinto
materno, “ti aiuteremo noi, vedrai...”.
“Sicuro”, gorgheggiò la Valloni, “appoggiati a noi che abbiamo qualche anno
sulle spalle...”.
“Hai iniziato male, con un morto sulle spalle”, esordì con brutale franchezza la
Sermei, “ma ce la farai senza problemi!”.
La Torini non aprì bocca. Non fu un gran danno.
Il presidente si accese una sigaretta e si diresse silenziosamente verso il
corridoio facendoci cenno che avremmo ripreso i lavori dopo qualche minuto.
“Lo sapevi che il nostro Bianchini era un vero e proprio playboy?” La Valloni
evidentemente voleva “iniziare” la spaurita dottoressa ai misteri della nostra
commissione. Non mi sembrava un gran bella idea, ma stetti zitto.
“Ha provato anche con me, che sono sposata da vent’anni, figurati”. La voce
s’era abbassata in un sussurro. “Mercoledì ai giardini, non ci crederesti? Ci
siamo seduti su una panchina, mi si è accostato e mi ha fatto delle proposte...
indecenti, ecco”.
Cercò di arrossire, ma invano.
“Sono stata sempre fedele a mio marito, ma non mi dispiaceva tenerlo un po’
sulla corda. Così rimasi sul vago: lui ci cascò e mi fissò un appuntamento...”.
“L’hai detto alla polizia?” chiese timidamente la nuova arrivata.
“Ma per carità!” fece, materna ed esperta, la Valloni. “Era un gioco innocente,
uno scherzo. Che colpa ne ho io se quello stupido s’è fatto ammazzare da una
puttanella?”.
“Puttanella?...” bisbigliò la Vacondio sempre più a disagio.
“Cara mia,” intervenne brusca la Sermei, “quel porco cercava di adescare anche
le alunne... si vede che una non ci sarà stata...”.
“Ma alunne... colleghe... era un insegnante dopo tutto...” la Vacondio era
proprio d’altri tempi. Come me.
“Era fatto così. A me ha detto che ero frigida se non provavo nessuna attrazione
per lui...”. Gli occhi della Sermei sembravano di brace.
Ero esterrefatto. La candida Vacondio, senza volerlo, era riuscita dove la
polizia aveva fallito. Forse, pensai amaramente, provavano quasi un sottile
piacere a togliere alla giovane missionaria ogni illusione…
“A me invece aveva detto che potevamo provare qualche posizione del Kamasutra”.
La Torini!
“Gli ho detto che la ginnastica non mi è mai piaciuta...”.
“E brave signore!” esplosi. “Di fronte all’ispettore tutte caste e morigerate,
tutte marito, chiesa, scuola, casa, extracomunitari da accudire e via dicendo. E
adesso vien fuori una succursale della buoncostume...”.
Avevo passato il limite. Come l’altra volta.
“Stava ripassando la lezione ad un’alunna l’altro giorno nell’aula di calcolo,
non è vero?” insinuò soavemente la Valloni.
Arrossii violentemente. Di rabbia, non di vergogna.
Mi fece male lo sguardo sorpreso e addolorato della Vacondio.
* * *
“Marco, che c’è ancora?” farfugliò
assonnata al telefono Chiara. Erano le quattro del pomeriggio e faceva un caldo
infernale nonostante l’aria condizionata.
“Notizie importanti. Innanzi tutto gli alibi dei commissari. A sentir loro,
erano tutti addormentati come angioletti al momento dell’omicidio, ma non è
proprio così. La cameriera al piano del ‘S. Zeno’ mi ha confidato che il letto
della Valloni la mattina era intatto”.
“Interessante”. Chiara si stava liberando di quella sonnolenza che l’aveva
stordita.
“La Sermei, invece, al ‘Boiardo’, deve essere tornata molto tardi, perché la sua
vicina di camera, che soffre d’insonnia, ha sentito cadere un portacenere. Ha
guardato la sveglia ed erano circa le quattro e un quarto”.
“Sempre meglio...”.
“Ho poi qualcosa di interessante su quel Vitali. È un tipo curioso. È
marchigiano, scapolo, si è trasferito qui da pochi anni. Non ha amici, vive in
un monolocale arredato. Non gli si conoscono relazioni di un certo peso. Sembra
sia un ottimo insegnante, ma prende troppo a cuore i casi dei suoi allievi. Tre
anni fa ha rischiato grosso per aver difeso un po’ troppo focosamente
un’allieva: ha dato dell’asino al preside e della vecchia baldracca ad
un’arcigna zitella durante uno scrutinio”.
Chiara era ormai del tutto sveglia.
“Hai avuto quei rapporti che avevo chiesto?”.
“Sì, e mi paiono molto interessanti, soprattutto quelli delle intercettazioni
telefoniche e quello su quella tal persona che sai...”.
“Ho capito, non dire di più...”.
“Non è finita qui. Il portiere del tuo albergo giura di aver visto la Teneri,
una delle alunne di Vitali, entrare la sera di giovedì intorno alle dieci e
infilare l’ascensore; qualche minuto dopo è entrato pure Vitali...”.
“Ma questo portiere fa entrare e uscire tutti?”.
“Bianchini lo foraggiava lautamente per chiudere tutti e due gli occhi; aveva
persino ottenuto di prendere il calco della chiave del portone d’ingresso...
Vitali poi lo conosceva da tempo e non se n’è curato”.
“Un’ultima cosa... la perizia ufficiale...”.
“Bianchini è morto per la pugnalata infertagli col tagliacarte che ha raggiunto
il cuore. Ma è stato riscontrato un curioso ematoma alla mascella sinistra, come
se fosse stato picchiato da qualcuno. Una cosa lieve, tutto sommato”.
“Bene”. Chiara cominciava a vederci chiaro, ma solo dopo aver letto attentamente
i rapporti poteva essere sicura. “Catellani, convoca per domani tutta la
commissione, senza gli “stagionali” beninteso, la Teneri e la Sirenti per le
nove a scuola. Ci vedremo lì”. E riabbassò soddisfatta la cornetta.
* * *
La vicepreside mi aveva telefonato e
passai a prendere le ragazze: erano spaventate, cercai di rassicurarle come
potevo, ma senza grossi risultati: neanch’io ero troppo tranquillo.
C’erano tutti, assieme all’ispettore che ben conoscevo.
“Buongiorno signori. Sono l’ispettore Catellani della Questura di Reggio, mi
avete già visto nei giorni scorsi e questa”, indicò la Vacondio ed ebbi un tuffo
al cuore, “è il commissario Chiara de Salle, titolare delle indagini, che credo
già conosciate”.
Silenzio. Nessuno fiatava. Un lampo d’odio brillò per un attimo negli occhi
della Sermei.
“Mi spiace di aver inscenato questa commedia: ma era l’unico modo per saperne di
più. E, in effetti, non mi sbagliavo”. La voce non era più flebile, ma sicura,
con una punta di durezza.
Se avessero potuto, l’avrebbero fatta a pezzi.
“Dunque, ricapitoliamo un po’ la vicenda. Giovedì notte, secondo quanto sappiamo
dall’agenda del meticoloso Bianchini, erano attese ben quattro persone,
contrassegnate ciascuna da una lettera e un orario: “S” alle dieci e trenta, “V”
alle undici e un quarto, “T” alle una e trenta e “S” alle tre. Un vero e proprio
tour de force. Anche se dubito che avrebbe potuto onorare tutti gli impegni...”.
Le colleghe si guardarono frementi, impaurite.
“Le nostre indagini e le confidenze raccolte dalla ‘professoressa Vacondio’”
proseguì ironica “non lasciano molti dubbi: tre di voi sono state in quella
camera ed una di voi, ‘T’ o ‘S’, suppongo, l’ha ucciso...”.
“La Davoli” saltò su la Torini, velenosa. “Si chiama Serena. O sbaglio?”
Il commissario intervenne con un sorriso disarmante.
“Non ritengo che la professoressa Davoli fosse il genere di donna su cui il
professor Bianchini ardisse mettere gli occhi”.
Era un capolavoro di diplomazia. In cuor mio applaudii.
“Torini, Sermei, Sirenti...” ripeté lentamente Chiara.
La Sirenti scoppiò a piangere:
“Mi aveva detto che correvo il rischio di essere bocciata: se fossi stata carina
con lui... Ma quella sera, vicino all’albergo, incontrai il professor Vitali...”
si accorse con spavento di ciò che aveva detto. Tacque.
Sudai freddo. L’ispettore aggrottò le ciglia, ma la de Salle si limitò ad
annuire. Il malessere aumentò.
La Valloni s’era un po’ calmata. Pensava che il peggio fosse passato. Si
sbagliava.
“Due di voi” e la voce di Chiara si fece pericolosamente carezzevole “quella
notte sono tornate assai tardi, ma questo non ce l’hanno detto...”.
“Da tre anni ho una relazione con un collega dell’I.T.I.S.” proruppe infine la
Valloni, “vengo a Reggio appena posso. E Bianchini pensava che sarei caduta
subito fra le sue braccia perché mio marito era lontano! Ho solo preso in giro
quello stupido, non l’ho mica ucciso!”.
“Immagino che il professor Romeo Aretini non avrà nessuna difficoltà a sostenere
di essere stato con lei quella notte...”.
“No... no, pe… penso di no” balbettò la Valloni. Sapeva tutto, la baldracca
dagli occhi di ghiaccio.
“Eh, i telefoni...” sorrise Chiara. Il magistrato non aveva fatto nessuna
difficoltà: bastava che si fosse sbrigata, per carità, che doveva andarsene in
ferie.
“Gli ho dato sì, l’appuntamento”, i nervi adesso erano ceduti alla Torini, “ma
poi, all’ora stabilita gli ho telefonato per ridergli sul muso, a quel porco...
Non mi sono mai allontanata dalla camera, ve lo posso giurare!”.
“Non ne dubito, visto che era in compagnia dell’avvocato Assadi, noto civilista
della città... Ma non doveva sposarsi a settembre col suo fidanzato?”.
La Torini impallidì. Quella piccola ricattatrice della padrona s’era presa
duecentomila lire e aveva pure cantato.
A questo punto l’attenzione di tutti, che s’era fatta spasmodica, si concentrò
su quella figurina, piegata in due sulla sedia. Sentendo gli occhi di tutti
addosso non resse alla tensione ed urlò:
“Sì, ero io che avevo appuntamento alle tre. Mi aveva umiliata, mi sarei
vendicata. Abbiamo fatto all’amore. Gli ho detto poi che ero sieropositiva. È
impallidito, ha cominciato a tremare. Poi mi ha afferrato per le spalle, ho
avuto paura. Gli ho dato un pugno sulla mascella e sono fuggita... ma non l’ho
ucciso anche se avrei voluto... e sulle scale ho visto il professor Vitali che
scendeva veloce...”.
Le teste si voltarono di scatto dalla mia parte. Toccava a me. Ma non riuscivo a
parlare.
“Le verrò in aiuto” mi disse dolcemente Chiara. “Da quando sa che Bianchini
assedia le allieve lei è sempre in guardia. Sa che Paola ha l’amica abbastanza
compromessa e la tiene d’occhio. Vede Sara uscire dal ristorante con Bianchini.
Si danno appuntamento per le dieci e trenta. Lei la ferma prima che entri e la
convince a desistere...
“...e poi salgo da quel porco e gli dico il fatto mio”.
Mi sono sbloccato, non ho più paura. Accada quel che accada. Ho la coscienza a
posto.
“Lo supplico, minaccio di denunciarlo: ride e dice che non ne sarò capace, sono
un idealista con la testa sulle nuvole. Non c’è nessuna prova, nessuno vuole
scandali. Mi caccia fuori. Ha da fare. Attendo sul pianerottolo. Passano le ore,
ma non lo mollo. Arriva la Sermei, sento la lite, me ne vado quasi insieme a
lei...”.
“Caro commissario, mi pare ovvio che uno dei due menta” intervenne di nuovo la
Valloni. “O è stato Vitali o la Sermei. Non vedo vie d’uscita”.
Tirò fuori una sigaretta. Chiara estrasse un accendino di plastica verde e
gliel’accese.
“O forse è stato il professor Salemi, padre di Bianca Salemi, messa incinta tre
estati fa dal professor Bianchini e suicidatasi dopo aver abortito...”.
Il volto dell’uomo divenne di pietra, sembrava che la vita fosse uscita da quel
corpo, ma una voce rotta, franta invase lentamente la stanza silenziosa.
“Avevo deciso che l’avrebbe pagata. Sapevo quali sedi frequentava. Quest’anno è
stata la volta buona. L’ho visto ancora all’opera, era disgustoso. Me ne andavo
per non avere la tentazione di ucciderlo lì, di fronte a tutti. Ho captato
qualche voce in corridoio. Giovedì sera sono entrato in albergo, quando tutti
erano già usciti: la Sermei e Vitali avevan lasciato aperto il portone; il
portiere dormiva nel suo stanzino. Temevo che quei due m’avessero preceduto.
Sono salito e l’ho trovato semiaddormentato sul letto disfatto. Ho visto il
sangue, il tagliacarte era vicino a me: l’ho preso e ho affondato il colpo... ho
cancellato le impronte... non c’erano tracce del mio passaggio...” la voce pian
piano si spense.
“Finisci tu, per favore” fece Chiara all’ispettore con voce appena percettibile.
Poi, rivolta a me, mormorò: “È stato un bell’esame per tutti: peccato che
nessuno sia stato promosso”.
Uscì chiudendo delicatamente la porta dietro di sé.
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