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17 casi per il
commissario
Chiara De Salle
di Massimo Carloni
Introduzione
GIOVANNI CATALDO RACCONTA
CHIARA DE SALLE
L’ho incontrata d’inverno, su un treno che andava da Ancona a Milano, con la
pioggia che frustava i finestrini.
Ero dentro un’indagine delicata, difficile, la prima che m’era toccata appena
trasferito da Catania, e lei invece – me lo disse dopo – aveva chiuso da poco il
caso Iotti, quel libraio assassinato alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia, di
cui s’è parlato pure sui giornali. Chiara de Salle, si presentò; senza
dire commissario. Con una stretta di mano minuta e nervosa. Bella, bruna,
tra i trenta e i quaranta, occhi chiari che ridevano. E una nota divertita anche
nella voce, un accenno di goliardia. Cordiale, da subito, questo lo posso dire.
Mi ricordo come fosse ieri, e invece son già passati otto anni.
Dopo, ci siamo rivisti.
Tre volte, sì, le rammento tutte. Ma sono state di più le telefonate. Così,
senza nessun secondo fine: per affinità di mestiere, o per simpatia, al massimo.
Lei raccontava dei suoi casi – con malizioso cameratismo, alle volte – e io dei
miei, qui a Modena. O forse no, io di meno. Per via del mio carattere, non per
altro. Non che sia timido, no, o introverso. Sono solo un po’ riservato, specie
con le donne. Con certe donne. Quelle molto belle, sicure di sé; e quelle
interessanti, intelligenti, con un’ombra pensosa nello sguardo. Come lei,
appunto.
* * *
I suoi casi, dicevo. Quelli che fra poco
leggerete anche voi.
Tra accurate ipotesi e imprevisti rovesciamenti, ambigue tessiture e logici
punti di svolta. Nel mixage delle tessere indiziarie, che attribuiscono a uomini
e donne cifre di responsabilità spesso soggette – nel corso delle inchieste – a
processi di ribaltamento, di inversione conoscitiva da parte di Chiara. Che
adotta piste operative, cambia ipotesi e poi le autocensura; le contraddice,
anche. Che sta come dietro una parete da cui ascolta i suoi indiziati: che non
sono mai persone giuste al posto giusto. In ritardo, piuttosto, o in anticipo
sugli appuntamenti col delitto, con la morte. Col destino.
Prendete il caso della partita assassina, per esempio. Con la donna morta
d’infarto davanti alla TV la sera della semifinale degli europei di calcio. O il
caso della recita di fine anno, col cadavere dell’attrice avvolto e commentato
da una coralità di voci. Ma è polifonica e vitalissima anche l’umanità che
emerge da molte altre indagini, tra playboy di provincia e bancari sfigati,
diaconi modello e strozzini istruiti, agenti di viaggio e condòmini irosi.
Dentro ambienti altrettanto variegati, del resto; variegati e quotidiani (da un
esame di maturità a un ferragosto solitario, da un cinema spopolato a un
ambulatorio dell’usl). Compresi i casi più vecchi, le prime inchieste. Come il
morto ammazzato alla biblioteca comunale di Assisi, o l’uomo in agonia sul greto
di un torrente, il Tescio…
E da queste storie viene fuori sempre – come da un quadro, da uno schermo –
qualcosa di lei, del suo carattere. La personalità, le idee. Il modo di
comportarsi, di vedere le cose; di entrare nella mente, nel cuore degli altri.
Nel cuore, sì: perché è sempre da lì, alla fine, che si entra nei fatti, e si
arriva a capire, quando si capisce. Immedesimandosi nella gente, nei pensieri;
prima dei referti, dello stub, del DNA. Non so se ricordate padre Brown e il suo
metodo introspettivo (ma lui lo chiamava “esercizio religioso”): quell’identificarsi
con l’assassino, penetrando in lui, nell’intimo del suo esser uomo, vedendo il
mondo coi suoi stessi occhi.
Ecco, a lui Chiara sarebbe piaciuta. E viceversa.
Perché Chiara, per quello che posso conoscerla, partecipa un poco di tutti e due
i caratteri alla base della vita (diceva Nabokov) e della letteratura: Amleto e
don Chisciotte. Scettica e ironica, cioè, ma anche sicura e volitiva. E onesta.
Che non ha doti infallibili, eccezionali, ma è lì con la sua vita normale,
borghese, la sua passione umana nelle indagini. Che qualche volta si ricrede,
cambia pista, ricomincia. Che non giustifica mai ma spesso comprende –
umanamente, appunto – le ragioni del colpevole, che hanno sempre motivazioni
fortissime. Che non ha niente dei detective visti al cinema, attratti dal gusto
per il bel problema, dalla sfida sul piano della logica, dall’enigma
intellettuale, misurandosi invece coi malesseri reali di una società vera,
moderna, tra Assisi e Reggio Emilia. Lei dolce e un po’ svagata, romantica e
leggera, ma anche riflessiva, tenace, sollecita a entrare nei fatti. E
intuitiva. Più di tutti, infine.
* * *
Adesso avrete una domanda da farmi. Me la
immagino già.
Di una donna così, avrei potuto innamorarmi?
Non me lo sono mai chiesto.
Chiesto seriamente, almeno. Con la volontà di chiarirlo, di rispondermi davvero.
Forse avevo paura di saperlo; un filo di emozione. Come con Cristina: anche di
lei, se ci penso, avevo un po’ timore. Poi c’è stata Alice, l’ho sposata, e la
mia vita ha preso un’altra piega. Ma è stato bello averla conosciuta.
Davvero. Non sto cambiando discorso.
Averla seguita sul lavoro. In queste inchieste. Fino alla fine, alla
rivelazione. Alla scoperta del colpevole. Condividendo con lei la tensione che
si allenta, quella che sappiamo bene tutti e due; la fine dell’inganno, del
dubbio; il possesso della certezza. Non più ipotesi, congetture; non più giochi
con la realtà. La fine, sì. Quando sulla lucida geometria del caso spesso
interviene un abbassamento opaco (lussuria, denaro, vendetta), a confermare la
banalità del male, e la coscienza che la verità, in fondo, non cambia mai
niente.
Sì, Chiara me la ricordo bene.
E neanche voi la dimenticherete.
commissario Giovanni Cataldo
Questura di Modena
(confidenze raccolte da Luigi Guicciardi)
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