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4 demoni
per il Commissario Narducci
di Marina Crescenti
Le prime pagine del libro
Qualche ora prima...
“Ciao, papà. Vado”.
“Vai? E dove?”.
“Uffa! Chiedilo alla mamma, adesso non ho tempo”.
“Non hai tempo? Ok, ora ti siedi e me lo dici tu, invece”.
“Che palle!”.
“Ma che succede?”.
“Vieni vieni, Gloria. Dov’è che va tua figlia, si può sapere?”.
“Mia figlia? Fino a prova contraria, Fabrizia è anche figlia tua”.
“Non perdiamoci in chiacchiere: dimmi dove va”.
“Fabrizia, perché non gliel’hai detto a papà, ieri sera?”.
“Non mi andava. Comunque, vado a Quarto al mare. Non so se ti ricordi... quella
cosa con l’acqua tutta azzurra e con dei grandi sassoni grigi, mmm, ora che ci
penso, anche un po’ marroni, alti alti che ci si può tuffare giù”.
“Vai al mare?!”.
“Wow! Allora, non hai più la testa per spartire le orecchie! Mamma, papà è
diventato improvvisamente intell...”.
“Tu oggi non esci!”.
“Ma papà...”.
“Fabrizia, questa volta te lo sei proprio meritato. Però, Luc, stava scherzando,
dai, per oggi chiudi un occhio che c’è già Marco che la sta aspettando fuori”.
“Ah sì? Vieni un po’ con me, tu”.
“Ma dove, papà?”.
“Fuori”.
“Che vuoi fare?”.
“Devo dire due cosette a Marco”.
“E non mi tirare”.
“Sbrigati”.
“Che cosa gli vuoi dire?”.
“Ora lo saprai. Anzi, prima vai in camera tua a vestirti”.
“Ma sono già vestita”.
“Quel coso lì me lo chiami vestito?”.
“Dio, papà! Siamo nel 2004!”.
“Vai subito a coprirti. Mia figlia non esce così mezza nuda”.
“Così mezza nuda?! Ma dove?!”.
“Ti ho detto di andarti a cambiare!”.
“Non ci penso nemmeno!”.
“Fabrizia, fai quello che ti dice papà”.
“Ma se l’abbiamo comprato insieme io e te, l’altro ieri ai saldi!”.
“Fa... fa niente... fai lo stesso come dice papà”.
“No”.
“A no? Ok, allora, tu oggi te ne stai a casa”.
“Mamma, digli qualcosa tu, ti prego. Per favore...”.
Il suono del citofono.
Altro suono del citofono.
“Luc, lasciala andare, non c’è niente di male”.
Al terzo suono...
“Andiamo”.
“Papà... non farmi fare le solite figuracce!”.
“Dov’è?”.
“È lì, non lo vedi? In piedi davanti al citofono”.
“Ehi, dito selvaggio, la piantiamo o no di suonare?”.
“Buongiorno... signor commissario”.
“Dimmi un po’, Marco, dov’è che andate?”.
“Papà! Ma se te l’ho detto io dove andiamo. Dio, basta, ti prego!”.
“...pensavo di portare sua figlia a Quarto, signor commissario”.
“E perché?”.
“Eeee... scusi ma... non ho capito la domanda”.
“Perché me la porti a Quarto? Cosa c’è a Quarto?”.
“Il... il mare, signor commissario. Perché?”.
“Qui le domande le faccio io”.
“Certo, signor commissario”.
“Papà, non sei in questura! Quando Marco esce con me, tu non sei più il suo
capo!”.
“Allora. Non mi rispondi?”.
“Torniamo presto, signor commissario, non si preoccupi”.
“Smettila con ’sto signor commissario. Di chi è quella macchina?”.
“È di mio padre, sign…”.
“E lui lo sa che tu gliel’hai presa?”.
“Ma... ma certo, signor commiss...”.
“Marco, e piantala di chiamarlo così: fossi in questura, pure pure…”.
“Fabry, io...”.
“Sentite un po’ voi due, non crederete mica di fare i furbini con me? Tu, fammi
vedere la patente!”.
“Cosa?... Ah, sì la patente. Eccola”.
“Privatista o scuola guida?”.
“Privatista”.
“Male! Chi ti ha insegnato a guidare?”.
“Mio padre”.
“Luc...”.
“Gloria, non intrometterti, torna a casa”.
“Non stai un po’ esagerando?”.
“So gestire perfettamente la situazione da solo”.
“Amore, non c’è nulla da gestire... Vieni a casa e lasciali andare via
tranquilli”.
“Sì, tranquilli. Con un padre così! Papà, questa me la paghi. Dai, Marco,
muoviti, andiamo”.
“Luc, ha chiamato Gil: dice che è ora”.
“Ora di che?”.
“Ma, tesoro...”.
“Ah, già. Ora devo andare, per questa volta, passi. La prossima, voi due avete
il dovere di tenermi informato sulle vostre zone dove andate a battere!”.
“Ba... batt... ma, signor commissario?!”.
“Ma che hai capito, Marco?”.
“Niente, niente, signor commissario”.
“La finisci sì o no di chiamarmi così?”.
“Luc, forse è meglio se li lasciamo da soli. Forza, andiamo. Ciao, Fabrizia.
Ciao, Marco, divertitevi”.
“Divertitevi un corno!”.
“Ssssh... parla piano, Luc”.
“Fabry, vatti a metterti un vestito decente”.
“Dici, amore?”.
“Dico. Non vedi che hai tutto di fuori?”.
“Ma, Marco, io credevo...”.
“Eddai, datti una mossa”.
“Certo, vado e torno in un lampo!”.
Prologo
Milano, 9 agosto 2004, ore 15,00
L’acqua che ondeggia nel bicchiere per il
fluttuare della mia mano è fresca, ma non ha le bollicine e sa di cloro: è
quanto di meglio sono riusciti a darmi in questo locale. Anche il servizio al
tavolo lascia un po’ a desiderare, d’altro canto le circostanze sono tali per
cui…
Spero, però, che il fumo della mia sigaretta non dia molto fastidio a chi mi sta
attorno, in fondo sono qui per me e credo che siano disposti a sopportare anche
il fatto che oggi non ho i capelli a posto e tutto il resto è un po’ in
disordine.
Li fisso a turno, uno dopo l’altro, per fortuna c’è anche una donna e questo mi
fa sentire più a mio agio. Hanno tutti un immenso desiderio di starmi ad
ascoltare e mi guardano a loro volta come a dire: “Forza dai, raccontaci tutto.
Facci sognare!”.
E io li accontento…
“Quando l’ho visto per la prima volta, ho subito provato sentimenti non
previsti, che credevo non avrebbero mai fatto parte del mio patrimonio interiore
e che giungessero da mondi lontani e sconosciuti, fuori dalla mia portata e dal
mio intorno immaginario. Sentimenti mai provati prima e, dunque, inesplorati,
svelatisi all’improvviso, senza preavviso alcuno.
La sua bellezza mi lasciò senza parole per un istante, che mi sembrò durare
l’eternità di una manciata di secondi.
Quando mi vide anche lui, notai subito nei suoi splendidi occhi azzurri tutte le
carte in regola per un innamoramento a presa rapida, ma credo che anche per lui
non sia stato facile accogliere dentro di sé un sentimento così, come dire…
tendenzialmente scomodo.
Sentimenti inesplorati.
Ma non illogici, e siccome penso che nella vita tutto abbia un senso, credo
anche che spetti a ciascuno di noi coglierlo e interpretarlo nel modo che
riteniamo più opportuno. Conformandolo alla nostra condizione di appartenenza a
determinati spazi vitali e ampiezze temporali.
Bastò poco, perché diventassimo quattro occhi mescolati insieme, al punto da non
capire più quali fossero i miei e quali i suoi. Con un pensiero fisso in testa:
godere insieme e poi affrontare l’accaduto seduti al tavolino di un bar situato
il più lontano possibile dal pianeta Terra”.
Le persone che mi sono sedute davanti, chiedono gentilmente di non attardarmi
ancora in dettagli, a parer loro, poco rilevanti e sembrano ora desiderare che
io mi addentri nei particolari più significativi della storia. Noto in loro una
certa impazienza e la cupidigia di chi controlla a stento la propria curiosità.
E io li accontento di nuovo…
“Non perdemmo tempo: fu un vero e proprio colpo di fulmine. Almeno per lui che,
bello come un adone, si avvicinò a me con un fare indeciso… di chi invece sa
bene quello che vuole. Io, per tutta risposta, mi chinai e feci finta di
raccogliere 50.000 lire da terra. Mi rialzai facendo scorrere il mio sguardo
spermatico, consentitemi qualche volgare reminiscenza da liceo, che definirei
per l’appunto, famelico, a un passo da ogni piega e protuberanza dei suoi
pantaloni. E sventolando davanti ai suoi occhi la banconota bordeaux, gli dissi:
– Guarda guarda… È proprio il destino a far sì che io ti inviti a cena questa
sera!
Il mio dito indice tra gli incisivi di una bocca dischiusa, la raccontava
davvero lunga su quanto fosse caparbio, adesso, il mio richiamo della foresta.
Cinquant’anni in due fecero il resto.
Nonostante si fosse mostrato da subito molto disinibito nei costumi sessuali,
era al contrario un ragazzo piuttosto insicuro e facilmente dominabile fuori dal
letto. Dal tavolo della cucina, dal tappeto, dallo scrittoio del mio studiolo.
Ma io lo sapevo già…
Ciò mi spinse ad assumere un comportamento che oggi definirei quantomeno
imperdonabile. Lo ammetto, ma era il prodotto finito di una serie di
ragionamenti approdati sul punto di non ritorno della spiaggia della mia
felicità alla quale oramai non avrei mai più rinunciato. E non guardatemi con
quella luce di disapprovazione negli occhi, perché è stata anche un po’ colpa
sua, visto che poteva tirarsi indietro in ogni momento.
Se io l’avessi voluto, se io gliel’avessi concesso.
Sapevo di piacergli. In effetti facevo di tutto per farlo innamorare sempre di
più, fin dal giorno in cui presi la mia improrogabile decisione. I tempi che
avevo scelto erano perfetti: né troppo lunghi, né troppo brevi.
Fu la consapevolezza piena che si aggirava libera nella mia testa, a darmi forza
e sicurezza in quel momento fatto di vuoti d’aria, atterraggi e decolli che
gestivo con difficoltà, ma come sempre con uno speciale self-control per il
quale ho un’attitudine imbattibile. Per non dire magica…
Fu allora, che mi lanciai nel vuoto come un bungee jumper, e glielo chiesi.
Lui rimase, mmm, sorpreso? Disorientato? Forse, dovrei dire sbigottito?
Durante l’accesa discussione che ne seguì, lui cercò di farmi ragionare,
spiegandomi che gli piacevo tantissimo, ma che questo non bastava a farlo
sentire pronto di fronte a una simile proposta che gli avrebbe cambiato la vita.
Mi disse che, per affrontare un passo del genere, avrebbe avuto bisogno di più
tempo per riflettere.
A quel punto, le mie mani si insinuarono tra i suoi capelli neri e lo baciai con
così tanta passione, che le nostre lingue seguirono percorsi di libidine
inconsueti che fecero fatica poi a ripercorrere, per ritrovare la loro sede
abituale.
Un groviglio di denti, saliva e carne come pochi prima di allora, direbbero in
coro Cicciolina e Moana Pozzi se fosse ancora viva.
Guardandolo diritto negli occhi, con uno sguardo immenso che conteneva tutto
l’amore che avevo deciso di mostrargli in quella circostanza alquanto insolita e
con il tono più accattivante che potessi sfoggiare in quel preciso istante, così
tanto agognato nei giorni passati, gli chiesi: Ne sei proprio sicuro?
La mia mano infilata nei suoi pantaloni e la fibbia della cinta che premeva
forte contro il mio polso fino quasi a ferirlo.
Ma la passione di entrambi non fu più così intensa: in quel gioco di potere che
gli avevo costruito intorno come mura di cinta inespugnabili, ma, e non mi
sbagliavo, non sarebbe nemmeno più riuscito a scavalcare per fuggire altrove,
finalmente anche per lui era arrivato il punto di non ritorno. Aveva superato da
tempo quel dolce punto di equilibrio opportunamente stabile dei primi giorni del
nostro utilissimo rapporto. Ciò mi valse una duplice vittoria su due
importantissimi fronti della mia guerra personale: quello in cui accettò di
compiere insieme a me il passo fatidico e la fissazione della data tanto
sospirata: 23 aprile 1988.
1
Cronaca di Milano, 25 aprile 1988:
Triplice omicidio alle porte di
Milano:
sgomento nel mondo universitario.
L’altro ieri sera, presso Villa Eden, alla
periferia di Milano, in prossimità del Naviglio Pavese, si è consumata una
tragedia in cui hanno perso la vita tre persone, i coniugi Moschino e la loro
giovane figlia, in circostanze che gli inquirenti ritengono ancora da chiarire.
Michele Moschino e sua moglie Mara, di 58 e 54 anni, erano due stimati
professori universitari, titolari, rispettivamente, delle cattedre di Tecnica
bancaria e di Finanza aziendale presso la Facoltà di Economia e Commercio
dell’Università Bocconi di Milano. La terza vittima, Carola Moschino di anni 25,
aveva intrapreso da pochi mesi la carriera di modella.
I tre corpi, orrendamente mutilati, sono stati scoperti ieri mattina intorno
alle 6,00 dalla domestica che, come ogni giorno, si recava al lavoro. La stima
sull’ora del decesso fa risalire la morte a circa sette ore prima del
ritrovamento dei corpi, ovvero intorno alle 23,00.
Il figlio maggiore Claudio Moschino, di anni 27, è miracolosamente scampato alla
tragedia. Dalle prime indagini, la polizia crede che il ragazzo debba la sua
vita a qualcosa che abbia distolto l’attenzione dell’omicida.
Claudio Moschino ha riportato gravi ferite multiple al petto e alla testa e
profondi tagli alle mani che fanno pensare ad un disperato tentativo di difesa.
Il ragazzo è stato trasportato d’urgenza all’ospedale, dove si trova ora in
prognosi riservata.
La polizia è impegnata da questa mattina in una vera e propria caccia al killer
e spera, con la deposizione del ragazzo, di riuscire a fare luce sulla dinamica
degli omicidi.
Le indagini sono state affidate al vice commissario Lorenzo Narducci della
questura di Milano. Il medico legale Ildo Stefanino ha effettuato ieri mattina
le autopsie sui tre corpi e il risultato sarà reso noto nei prossimi giorni.
Fabio Lorenzi
Cronaca di Milano, 25 aprile 1988:
Gravissimo incidente d’auto:
muore un ragazzo, in coma una giovane donna
Alle 2 della scorsa notte, un incidente ha
stroncato la vita di un Aurelio Del Monte di anni 25. Il ragazzo viaggiava da
solo nella sua autovettura, una Polo Wolskwagen nera, quando, forse, per un
colpo di sonno o l’alta velocità, perdeva il controllo del mezzo, precipitando
dall’imbocco del Ponte della Becca, in territorio pavese. L’auto ha preso fuoco
dopo un volo di circa 15 metri.
Ieri mattina intorno alle 7,00, i genitori della vittima, non avendo il figlio
fatto ritorno a casa, hanno avvisato immediatamente la polizia che è riuscita a
dare un nome al corpo carbonizzato rinvenuto all’interno dell’auto.
L’identificazione è stata resa possibile grazie al confronto della protesi
totale rinvenuta sul luogo dell’incidente con le lastre dentarie fornite dai
familiari agli investigatori. Nonché grazie alla compatibilità del calco messo a
disposizione dal dentista di famiglia con la protesi stessa.
Aurelio Del Monte studiava presso la Facoltà di Economia e Commercio
dell’Università Bocconi ed era iscritto all’ultimo anno di corso. Avrebbe
conseguito il diploma di laurea nel mese di luglio. I coniugi Del Monte,
sconvolti per la tragica morte del figlio, al momento non hanno rilasciato
dichiarazioni.
Sembrerebbe coinvolta nell’incidente un’altra autovettura, una Volvo grigia
rinvenuta a poche decine di metri dal Ponte della Becca e proveniente dalla
direzione opposta. L’auto è andata a schiantarsi contro un albero situato ai
bordi della strada.
Al volante c’era una giovane donna di anni 25, Gloria Conti, moglie del vice
commissario Lorenzo Narducci, al quale, proprio ieri, sono state affidate le
indagini del triplice omicidio alle porte di Milano.
La donna, che ha dato da poco alla luce due gemelle, tornava da una cena con
alcune sue ex compagne di scuola.
Fabio Lorenzi
Cronaca di Milano, 6 maggio 1988:
Conferenza stampa presso la questura di Milano:
risolto il caso Moschino.
Alle 9,30 di ieri mattina, si è tenuta
presso la questura di Milano la conferenza stampa a conclusione delle indagini
relative al caso Moschino. Si riportano qui di seguito gli interventi più
significativi:
“Commissario Narducci, è vero che avete già risolto il caso?”.
“Sì. Ci troviamo di fronte a un pluriomicida che risponde al nome di Aurelio Del
Monte. Il ragazzo ha perso la vita in un incidente stradale il 24 aprile scorso,
circa tre ore dopo aver portato a termine gli omicidi. Siamo risaliti alla sua
colpevolezza grazie al ritrovamento, all’interno della sua auto, di una motosega
per potatura che dal rapporto congiunto del medico legale Ildo Stefanino e del
capo della sezione scientifica Leonardo Battaglia risulta la stessa utilizzata
per lo smembramento dei corpi delle tre vittime”.
“Vorrei chiedere al dottor Stefanino quali sono i risultati dell’autopsia”.
“I risultati del riscontro autoptico comparati con le analisi condotte dalla
polizia scientifica hanno consentito di risalire a due elementi determinanti per
la soluzione del caso. Primo tra essi, la tipologia delle lesioni caratterizzate
da un aspetto sfrangiato e irregolare, sia dei tessuti molli, sia dei tessuti
ossei attinti dal mezzo con il quale sono state prodotte. Dette lesioni sono
sovrapponibili a quelle che potrebbero essere prodotte dalle maglie poste in
successione lungo la lama della motosega. Inoltre, la misurazione della
profondità di taglio della motosega coincide con quella da me osservata su
talune lesioni presenti sui corpi delle tre vittime”.
“Mi rivolgo al capo della scientifica. È vero che dalle macchie di sangue siete
risaliti a delle conclusioni importanti per la risoluzione del caso?”.
“No. Però, ci hanno consentito di comprendere meglio come si sono svolti i
fatti.
In generale, la tipologia delle macchie di sangue presenti sulle pareti e sul
pavimento permette di ipotizzare se esse siano giunte sulla superficie per un
effetto di gocciolamento, come potrebbe essere il caso di sangue sul pavimento
accanto alla vittima, ovvero per schizzi sulle pareti, dove il sangue può essere
giunto perché proiettato per effetto delle pulsazioni arteriose o per effetto,
come nel caso che ci interessa, della spinta attiva della catena rotante della
motosega, con esito del tutto irregolare, detto a spruzzo, dell’insieme dell’imbrattamento
delle superfici investite dal getto del sangue.
Nel particolare, la forma delle singole gocce di sangue, circolari o a clava,
presenti nel luogo del triplice omicidio, ci potrebbe indicare che esse siano
giunte sulla superficie, rispettivamente, per caduta gravitazionale,
gocciolamento, ovvero per spinta, schizzi. Meno probabile l’ipotesi che da esse
si possa risalire alla vitalità della vittima al momento in cui la lesione è
stata inferta”.
“Quindi, le vittime erano morte al momento dello smembramento?”.
“Direi di sì. Ci sono altri elementi che confermerebbero questo. In generale,
quando le lesioni sono inferte sul vivente, per effetto della circolazione
sanguigna i bordi della ferita risultano infiltrati. Nel nostro caso, è stata
riscontrata l’assenza di infiltrazioni ematiche a conferma di lesione
post-mortale. Anche l’assenza di lesioni attorno ai polsi e alle caviglie,
indicative, qualora presenti, di legature, lascia ipotizzare che le vittime
durante lo smembramento fossero già prive di vita”.
“Dottor Battaglia, quali altri indizi avete scoperto sul luogo dove Del Monte ha
commesso i delitti?”.
“Per quanto riguarda le impronte, possiamo affermare con certezza che non ne
sono state trovate che possano farci risalire al nostro omicida o alla presenza
di un eventuale complice. Inoltre, i cadaveri erano privi dei vestiti della
parte superiore del corpo e ciò farebbe pensare che l’omicida volesse essere
sicuro di affondare la lama in un punto preciso del torace. Ma qui vorrei che
intervenisse il medico legale per spiegare a quali conclusioni è giunto grazie
all’analisi delle lesioni”.
“Sembrerebbe che il colpo sia stato vibrato con molta violenza, poiché in sede
di autopsia è risultata visibile sulla superficie cutanea perilesionale di
ciascuna delle tre lesioni, un’impronta cosiddetta a stampo riconducibile
all’azione contusiva della parte terminale del manico del coltello. Essa si
presenta esattamente come quella prodotta da un timbro e suggerisce che
l’omicida possa avere adoperato un coltello a serramanico. Inoltre, le tre
ferite mortali sono riconducibili allo stesso mezzo lesivo e allo stesso
omicida, poiché risultano pressoché identiche: la lama ha perforato il polmone
sinistro e ha raggiunto il cuore esattamente a 2 centimetri al di sopra della
valvola mitralica, penetrando nell’atrio della cavità cardiaca superiore e
provocando una morte presumibilmente istantanea in tutti e tre i casi. Una
precisione che definirei patologica dell’uso dell’arma”.
“Commissario Narducci, l’arma?”.
“Non è stata ancora trovata”.
“Commissario Narducci, cosa ha spinto Del Monte a commettere gli omicidi?”.
“Oggi possiamo escludere il movente per furto e quello di natura sessuale. Dal
momento che il nostro uomo ha infierito con estrema ferocia, pensiamo che
conoscesse le sue vittime, poiché un simile accanimento è, in genere, da
collegarsi a un rapporto preesistente. Come, infatti, risulta dalle indagini
svolte dai miei collaboratori, l’agente di polizia Silvia Portèri e il vice
ispettore Enrico Massimi, il movente può ricondursi alle forti tensioni che
erano sorte nell’ambito del rapporto tra Del Monte-studente e
Moschino-professore. Secondo la ricostruzione dei fatti, l’omicida aveva
sostenuto quattro volte l’esame con il professor Moschino di cui l’ultima,
sempre con esito negativo, il pomeriggio della tragedia. Del Monte soffriva da
tempo di crisi depressive che l’avevano portato, solo due mesi prima, a tentare
il suicidio. A conferma del movente della vendetta, alcuni testimoni tra cui lo
stesso Claudio Moschino, affermano di aver assistito proprio la sera della
tragedia, a un violento sfogo durante il quale Del Monte insultava pesantemente
il professor Moschino e lo minacciava di morte”.
“Questore Moggian, siete riusciti a interrogare Claudio Moschino?”.
“Non appena è stato possibile farlo, e siamo risaliti a una serie ulteriore di
fatti: Claudio Moschino non doveva essere in casa quella sera perché, stando a
quanto riferisce lo stesso, sarebbe dovuto uscire. Ma un brutto stiramento alla
gamba l’aveva costretto a letto. Si trovava in camera sua quando intorno alle
ore 22,30 dice di avere udito suonare il campanello di casa e successivamente
alcune voci giungere dal piano terra. Pensiamo che l’omicida sia riuscito a
farsi aprire la porta adducendo la motivazione di volersi scusare per il
violento comportamento di poche ore prima. A quel punto, il testimone racconta
di essersi riaddormentato quasi immediatamente, a motivo di un blando
ipnoinducente. Riferisce inoltre di non avere sentito gridare i suoi familiari:
l’omicida infatti deve aver imbavagliato le sue vittime”.
“Ad avvalorare la tesi dei tamponi ci sono i risultati della mia autopsia da cui
è emerso che all’interno della bocca e tra i denti di ciascuna vittima vi
fossero tracce di fibre di cotone, e residui di colla intorno alla bocca”.
“Le vittime, quindi, non avevano più i tamponi in bocca quando sono state
scoperte?”.
“No”.
“Commissario Narducci, perché secondo lei?”.
“Il motivo per cui li abbia rimossi non ci è ancora chiaro. E ci domandiamo
anche perché li abbia portati via e non li abbia abbandonati accanto ai
cadaveri. Pensiamo che si trovassero all’interno dell’auto e che siano andati
distrutti durante l’incendio”.
“Questore, vuole spiegarci qual è stata la dinamica degli omicidi?”.
“La ricostruzione della dinamica è stata effettuata sempre grazie alla
testimonianza di Claudio Moschino. Il ragazzo dice di aver sentito un rumore
sordo cui hanno fatto seguito, in un tempo che ha stimato non superare i 5-10
secondi, due tonfi simili al primo, in rapida successione anch’essi l’uno
dall’altro. Riteniamo essere stata questa la dinamica temporale dei tre omicidi.
Allarmato dai rumori, il ragazzo si è avviato al piano inferiore e quando ha
visto l’assassino l’ha riconosciuto subito: era Aurelio Del Monte, ma aveva
stentato a riconoscerlo, poiché indossava una parrucca bionda. Ciò spiega la
presenza di due capelli chiari e privi di bulbo pilifero rinvenuti accanto ai
cadaveri. Sono, però, tuttora sconosciute le cause che hanno indotto Del Monte a
indossare la parrucca. Sempre il testimone dice di averlo visto impugnare il
coltello e di essere stato aggredito. Durante la colluttazione, Claudio Moschino
ha battuto il capo contro un gradino della scala, come risulta sia dal referto
medico che parla di ferita lacero-contusa del cuoio capelluto, sia dalle
corrispondenti tracce di sangue rinvenute sullo spigolo del gradino di cui,
peraltro, la ferita presenta la medesima angolatura. Da quel momento in poi, il
ragazzo dice di non ricordare più nulla. Ora vorrei che il vice commissario
Narducci spiegasse quali potrebbero essere state le cause che hanno indotto
l’omicida a non uccidere il figlio maschio della coppia, Claudio Moschino”.
“È probabile che dopo quella caduta, l’omicida lo ritenesse morto e, perciò, non
lo considerasse più né un pericolo, né un impedimento al suo progetto di
smembrare i corpi. Non dimentichiamoci, però, che Claudio Moschino era un suo
compagno di università, sappiamo che i due si frequentavano da tempo e a detta
di chi li conosceva i rapporti non erano affatto tesi. Forse, è per questo che
Del Monte aveva scelto un momento in cui era sicuro di non trovarlo in casa. Il
fatto che non si sia accanito con la motosega anche sul ragazzo può essere
dipeso da una serie di fattori: innanzitutto, Claudio Moschino rappresentava uno
stravolgimento dei suoi piani, dovrebbe, pertanto, aver giocato in suo favore il
fattore sorpresa. Pensiamo che possa avere avuto un ruolo importante anche il
fattore fretta: nei tempi calcolati dall’omicida non era contemplato un quarto
uomo, da qui, probabilmente, l’errore di non controllare se il ragazzo fosse
effettivamente morto. Ancora, pensiamo che non ritenesse più degno del suo odio
e della sua vendetta colui che aveva scardinato un aspetto importante del suo
progetto di morte e cioè la lama in quel preciso punto del cuore. Al contrario,
l’omicida potrebbe aver pensato che fosse giunto il momento di infierire anche
sul ragazzo, ma deve essere successo qualcosa che al momento ci sfugge e a causa
della quale ha capito di doversi dileguare”.
“Commissario Narducci, siete riusciti a risalire alle cause degli incidenti
avvenuti dopo gli omicidi?”.
“In base alle ricostruzioni, Aurelio Del Monte deve essersi distratto mentre
cercava di gettare la motosega dal finestrino dell’auto ancora in corsa nelle
acque del Po in prossimità del ponte e, quindi, potrebbe aver perso il controllo
dell’auto provocando… gli incidenti di quella tragica notte del 24 aprile
scorso”.
“Commissario Narducci... come sta sua moglie?”.
“Non bene”.
La conferenza stampa ha avuto termine alle ore 12.
Fabio Lorenzi
Cronaca di Milano, 31 luglio 1988:
Esce dal coma giovane donna
Ieri pomeriggio è uscita dal coma Gloria
Conti. La ricordiamo vittima di un incidente d’auto avvenuto il 24 aprile scorso
in cui ha perso la vita il pluriomicida Aurelio Del Monte.
Al risveglio dal coma, la donna ha pronunciato alcune brevi frasi il cui
contenuto è stato reso noto alla stampa dal marito, il vice commissario Lorenzo
Narducci: “La signora Gloria Conti sta bene. Ha ricordato di aver visto un uomo
con i capelli biondi alla guida dell’autovettura che le è piombata addosso la
notte dell’incidente. Ciò confermerebbe l’ipotesi assunta dagli investigatori,
secondo cui Del Monte indossasse ancora la parrucca e che questa sia andata
distrutta quando la macchina ha preso fuoco”.
Fabio Lorenzi
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