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60 anni di baseball e
softball a Genova
U.S. Acli Santa Sabina
di Francesco Gambaro
il primo capitolo
Il
baseball a Genova
Le origini
Nel
1950, Johnny aveva diciassette anni e un compito ingrato da assolvere: insegnare
ai suoi coetanei genovesi le regole di un gioco popolarissimo oltreoceano, ma
sconosciuto qui da noi: il baseball. Non che qualcuno lo avesse costretto, per
carità, ma chi, se non lui, poteva svelare i segreti della “palla base” ai
teen-agers nostrani? Si chiamava Bottaro, come tanti qui da noi, a Genova.
Eppure chi meglio di lui poteva invogliare i suoi amici e compagni di scuola a
ripercorrere le orme dei grandi pitchers americani? Dopo essere stato laggiù per
nove anni (sua mamma era nata negli Usa, suo papà era un genovese di
Sampierdarena, campione di ginnastica del Don Bosco), John masticava solo un po’
d’italiano, così l’accordo coi suoi compagni di scuola sgorgò naturale: io
insegno a voi i rudimenti del baseball, voi mi date una mano con l’italiano.
Nella palestra del liceo D’oria, quindi, si poteva assistere a un doppio scambio
linguistico-sportivo. Come ci ha raccontato lo stesso Johnny, raggiunto al
telefono nella sua abitazione in Virginia, a due passi (guarda caso!) da una
sterminata schiera di campi da baseball. “Dopo essere nato a Genova nel 1933,
sono emigrato coi miei genitori negli Stati Uniti dove ho imparato a giocare a
baseball, vedendolo soprattutto praticare dai miei coetanei”. Una volta
rientrato in Italia, un cugino di John, dopo la sua lunga esperienza americana,
gli chiese di addestrare al “batti e corri” i teen-agers genovesi. “Conoscevo
tutte le 5.200 regole del baseball; insomma, ero la persona giusta al momento
giusto!”. Gli amici di Johnny cominciano così a prendere dimestichezza con
pallina, mazza e guantoni sul campo di calcio della Foce, ora piazza Rossetti.
“Alle 5,30 di mattina eravamo già lì ad allenarci, prima di andare a scuola e
tornare alla Foce nel pomeriggio”, ricorda l’ex giocatore italo-americano.
Stava per nascere il Genoa baseball club, la prima società di palla alla base
genovese. Le prime immagini che ritraggono i giocatori in divisa risalgono al
1948, ma solo nell’estate di due anni dopo venne sancita la nascita del club: il
18 agosto 1950, nei locali del circolo Cral Vittoria di via Antiochia, i soci
Manfren, Giacopello, Bertirotti (che trent’anni dopo sarebbe diventato
vicepresidente della Federbaseball), Angeloni, Bruni, Bellisomi, Sessarego,
Costa, Fascioli, Fossa, Sanpietro, Campus e, naturalmente, Bottaro “posero la
prima pietra” del Genoa B.C. tra una bottiglia di vino e un dolce preparato in
casa. Il baseball dunque era arrivato anche a Genova. Stando alle cronache
(sbiaditi ritagli di giornale) l’approdo nella Superba fu un po’ casuale, visto
che i soci fondatori, stanchi di organizzare interminabili tornei di ping-pong,
a un certo punto decisero di fare il “salto di qualità”: via palline e
racchette, meglio passare a uno sport più intrigante che avevano visto solo nei
film americani: il baseball. Qualche cenno di cronaca: la sede provvisoria del
Genoa b.c si trovava in via Cecchi 1-3, alla Foce. Quanto agli allenamenti veri
e propri della società (presieduta da Giuseppe Manfren), iniziarono nell’inverno
successivo sotto la guida di Bottaro. le prime partite del Genoa, iscritto al
campionato di serie B nel girone piemontese con Alessandria e Fossano, non
furono memorabili: la squadra di John terminò penultima lasciandosi alle spalle
solo i “cugini” sampierdarenesi del Lupi Genova baseball club, nati nell’autunno
del 1950 per merito di un manipolo di giovanotti appassionati di quel baseball
che avevano visto giocare dai soldati americani allo spirare del conflitto
mondiale. C’è una data scolpita nella storia del Genoa b.c., il 22 maggio 1951.
Quel pomeriggio i “gialloblù” o, se preferite, i Pellicani come amavano farsi
chiamare i giocatori, vinsero la prima, indimenticabile partita di campionato e
della loro storia: 22-15 contro il Fossano.
“Vittoria sudatissima”, titolarono i giornali dell’epoca, e, pare, assai
indigesta per i più quotati avversari, i cui tifosi a fine gara sconfinarono
nella rissa e sul campo piemontese volarono sberle e schiaffoni. Per non dire
che il battitore genoano, Sergio Chiarino, quel giorno, per non perdere il
treno, si cambiò gli indumenti di gioco dietro un cespuglio della stazione.
Altri tempi, altre tempre. Oggi può far sorridere il fatto che la prima società
di baseball genovese ai suoi inizi non avesse neppure il suo “diamante” (il
campo da gioco). Solo dopo vari tentativi lo si trovò nello stadio “Valerio
Bacigalupo” di Cornigliano, prima di traslocare al Carlini di San Martino, solo
raggiunta la serie A. Quello del campo da gioco sarà sempre un problema (un
autentico cruccio) anche del Cus Genova Baseball, la squadra che in pratica
raccolse il testimone dai pionieri del vecchio Genoa.
Come nelle belle storie d’appendice, facciamo un passo indietro. Forse nessuno
meglio di Ruggero Coppola può squarciare il velo sugli albori del Baseball a
Genova. Già punto di forza della leggendaria squadra di John Bottaro e compagni,
emigrò al Cus Genova, di cui è stato giocatore, dirigente, vicepresidente,
presidente di sezione (e chi più ne ha, più ne metta). Classe 1936, Ruggero (Roger
per gli amici) arrivò nel capoluogo ligure quando il Genoa militava ancora in
serie C. Ma la sua prima infatuazione non fu per il baseball, bensì per il
softball (la versione femminile del baseball). “Eravamo tutta una serie di
ragazzotti della Foce che d’estate, al mattino, si dava appuntamento ai bagni
Lido; al pomeriggio, una volta cambiati, andavano in piazza Rossetti per vedere
giocare le ragazze del softball”. Un residente, preso a caso, faceva da arbitro
alle interminabili partite tra maschi e femmine.
“Io palleggiavo con la futura moglie del giornalista Gianni Vasino, che era il
prima base del Genoa softball. Giocavamo fino alle sette di sera, quando poi
arrivavano gli ‘anziani’ del Genoa”, ricorda ancora l’ex giocatore del Cus che
oggi, appesi i guantoni al chiodo, si è buttato nel settore turistico investendo
molti dei suoi risparmi in una struttura alberghiera in Brasile dove vive sei
mesi all’anno. “Giocavamo sul campo di calcio costruito dalle truppe di
occupazione sudafricana in quella che oggi si chiama piazza Rossetti all’epoca
cintata con le cortine militari”. Ruggero e gli amici Anton Giulio Bonini e
Giorgio Terreni (“il miglior giocatore genovese, ottimo difensore, gran
battitore, splendida persona, un esempio di vero sportivo”) di lì a poco
entrarono nella prima squadra del Genoa, seppure inizialmente in panchina.
Ma “il softball era un’occasione per socializzare con le ragazze” e –
particolare non trascurabile – “noi del liceo D’Oria in fondo ci consideravamo
dei privilegiati perché le classi erano miste”. Circostanza confermata anche
dallo stesso Terreni in una bella intervista rilasciata alcuni anni dopo a
Sandro Grimaldi, cronista di “Tuttobaseball”. “Un gruppo di ragazze piuttosto
carine avevano la simpatica abitudine di giocare il softball sul campo della
Foce, e la cosa richiamava il solito gruppetto di spettatori curiosi, ma ancor
più galanti. Fu così – rivela Terreni – che un giorno, al posto di quelle
ragazze, ci ritrovammo noi, magari con qualche spettatore in meno. Alla fine per
conoscere loro, siamo rimasti fregati noi!”.
Softball e baseball erano spesso un motivo di incontro: a seguire gli
allenamenti di Ruggero e compagni non mancava mai l’amico Luigi Tenco, allora
uno dei componenti dell’orchestrina improvvisata che faceva spesso da sottofondo
alle partite del Genoa. “Gli altri due erano Bruno Lauzi e Danilo Degipo –
prosegue Coppola – che si esibirono la prima volta l’ultimo anno di serie C
quando battemmo il Fossano.
La tribuna si trovava a ridosso del campo da gioco di Cornigliano: Luigi al
clarinetto e al sax, Bruno al banjo e Danilo alla batteria sottolineavano le
azioni con i ritmi dell’inno del baseball – l’americano Take me out to the
ball game – o intonando per i nostri avversari e l’arbitro qualche coro
divertente Torna al tuo paesello che è tanto bello, che è tanto bello. E
per ogni atleta in campo c’era una canzone ad hoc”. Insomma la musica ha sempre
rappresentato un formidabile collante nell’amicizia tra Ruggero Coppola e Luigi
Tenco. “L’anno della serie A suonavo con Luigi e Marcello Minerbi alla Cambusa,
il night club tanto di moda allora dove Marcello si esibiva nel trio con Toni De
Vita e Max Del Frate. Quando si sciolse il trio, l’impresario Gianni Lecchi fece
a me e a Luigi un contratto chiedendoci di dividere i compensi a metà. Io ero
batterista, mentre Luigi suonava il sax. Con noi, oltre a Marcello Minerbi,
suonava anche il pianista Tomaini. La nostra cantante era la mitica Zoe Collins.
Ho sempre amato la musica, forse grazie anche a mio nonno che è stato uno dei
più grandi flautisti del secolo scorso”.
Un altro tifoso della Foce innamorato della palla alla base era Bruno Lauzi:
“Abitava nell’ultimo palazzo di via Rimassa, e aveva una passionaccia per la
lingua americana. Si era procurato in qualche modo un manuale di baseball che
portava spesso a casa dell’amico Adriano Rimassa. Nel suo giardino era sorto un
focolaio di baseball: il padre di Adriano fabbricava poltrone e coi ritagli
delle coperture avevano costruito rudimentali guanti e come mazze usavano comuni
bastoni di scopa. Insomma si erano inventati un loro mini baseball da cortile…”.
Di quel bel gruppo facevano parte Anton Giulio Bonini, Giorgio Terreni, Piero
Bozzano, Angelo Candido, Ilvo e Luciano Carlotti, Nino Grottin e Guido Teglio,
che di lì a pochi anni avrebbero formato l’ossatura del Cus.
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