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Acrobazie granata Introduzione Il libro non è,
come potrebbe suggerire il titolo, il racconto delle imprese del Toro. E non ha
la pretesa di sedurre il tifoso, la cui memoria calcistica è ormai spremuta da
decenni all'inverosimile e morbosamente, anche a causa della discontinua
credibilità dei gruppi dirigenti che si sono alternati alla guida della società.
Dunque nessun gioco di specchi sul passato: le pagine che seguono sono la
sintesi del sentimento dominante un'estate fa nel popolo granata, in quelle
giornate di luglio ed agosto, durante le quali i tifosi hanno vissuto come
acrobati su un filo sospeso nel vuoto, da un'altezza che aumentava in rapporto
direttamente proporzionale alle probabilità che il Toro aveva di sprofondare in
C2. Su quella corda in precario equilibrio sono - siamo - saliti in molti, con
tutta l'umanità che solo la fede granata riesce a esprimere civilmente in
situazioni drammatiche ed esplosive. È vero, stiamo parlando “solo” di calcio,
ma non a caso Gian Carlo Caselli lo fa con fierezza, perché la paura di
scomparire che si riflette nella passione sportiva è un'espressione tanto
individuale, quanto collettiva che coinvolge forzatamente la vita sociale. Così
quel popolo per esorcizzare il pericolo di cadere nel dimenticatoio del calcio,
pericolo in agguato ad ogni movimento oscillatorio provocato da un ricorso
respinto - Coavisoc, Federcalcio ed altri organi di giudizio - quel popolo
dicevo, con la sua corte di finti profeti e genuini protagonisti, ha dato vita
ad una serie straordinaria di acrobazie gestuali e verbali. Ecco il senso di
“Acrobazie granata”: un titolo calcistico che riassume in un pugno di
testimonianze, raccolte sotto l'impulso di quel sano egoismo che spinge i
cronisti a farsi catturare e umanizzare dalle vicende che raccontano. Storie che
Stefano Tallia ha ordinato con pazienza e passione nella parte finale del libro
per offrire il classico filo d'Arianna che aiuta a non smarrirsi, quando si
vuole ripercorrere un'esperienza intensa e intricata. In quei giorni, infatti,
con una Torino dimezzata, parte in vacanza, parte distratta, il rischio di
smarrimento, di non capire che cosa stesse accadendo attorno alla società
granata, è stato concreto. Reale anche per quanti (ed io tra questi) hanno
seguito e riportato quegli eventi da una posizione sicuramente privilegiata per
l'accesso alle fonti, ai contatti, alle informazioni di prima mano. La storia è
nota, e note sono le sue concatenazioni prioritarie e non: si apre con la gioia
della promozione per la serie A conquistata sul campo, ma contaminata dalla
notizia che Cimminelli ha acquistato una fideiussione falsa; continua con i
sofferti negoziati dell'azionista principale del Torino calcio 1906 per coprire
il debito con l'Agenzia delle Entrate, cui si sovrappone la scelta tecnica del
Lodo Petrucci per rianimare il Toro collassato e sottrarlo dalla C2; l'avvento
di un nuovo imprenditore, Urbano Cairo, il contrasto con gli artefici del lodo,
ne sono i capitoli finali. Ma in quella rocambolesca corsa verso l'ignoto o la
salvezza, nessuno ha mai avuto certezze piene se non all'ultimo secondo e a
costo di estenuanti negoziazioni. Proprio in quello spazio di tempo, dilatato
dall'emotività collettiva, si sono innescate le più disparate e spericolate
acrobazie personali, di tutti i generi e forme, senza risparmio alcuno anche da
parte della stampa. Una fase di effervescente dialettica nella quale si è
anteposto il diritto alla contraddizione al rigore della coerenza, passando così
quasi inconsapevolmente dai semplici assestamenti di posizione - con Cimminelli
ormai fuori gioco - a veri e propri trasformismi e cambi di fronte. Dunque, il
ripetuto rilancio degli avvenimenti imposto alla storia, è il primo dei due
motivi che mi ha spinto a ritornare sui fatti di un'estate fa. Mi è sembrato
anche doveroso far rileggere le vicissitudini granata da prospettive diverse
poste però sullo stesso piano, e non più sacrificate alle ferree regole della
cronaca, che ora privilegia l'uno, ora l'altro. Onestamente, devo aggiungere che
le interviste sono scivolate rapide, vuoi per la loquacità dei diretti
interessati, alcuni di essi finalmente a una distanza di sicurezza dall'angoscia
e dalla tensione di quei giorni, vuoi per un desiderio naturale di affrontare
criticamente il recente passato, per quanto ancora imbevuto di amarezza,
strascichi di rabbia e seguiti giudiziari, come l'arresto effettuato dalla Digos
di Torino di alcuni ultrà granata, responsabili di violenze e atti di teppismo
all'albergo Campanile, l'ultimo avamposto di Luca Giovannone, il finanziatore
principale del gruppo che ha dato vita al Lodo Petrucci. Non manca tuttavia nei
ragionamenti, soprattutto da parte di Diego Novelli, la volontà di perlustrare
in piena autonomia di giudizio le zone d'ombra attorno al rapporto tra
Cimminelli, l'imprenditoria e la finanza locali. Il fallimento stesso del Torino
calcio, decretato di recente dal Tribunale subalpino, reintroduce alcune
riflessioni, alla luce dei resoconti giornalistici, sulla severità (che sa di
accanimento giudiziario) nei confronti dell'industriale. Prima fra tutte, la
perentorietà del Tribunale fallimentare nel respingere il piano di rientro per i
creditori privilegiati (fisco e dipendenti) e chirografari (fornitori generici),
nonostante i 20 milioni di euro a disposizione suggerissero di tenere aperta la
procedura fallimentare - come è peraltro consuetudine in queste circostanze -
per favorire una rielaborazione dell'offerta. |