Acrobazie granata
Morte e resurrezione del Toro
 
di Michele Ruggiero
 

Introduzione

Il libro non è, come potrebbe suggerire il titolo, il racconto delle imprese del Toro. E non ha la pretesa di sedurre il tifoso, la cui memoria calcistica è ormai spremuta da decenni all'inverosimile e morbosamente, anche a causa della discontinua credibilità dei gruppi dirigenti che si sono alternati alla guida della società. Dunque nessun gioco di specchi sul passato: le pagine che seguono sono la sintesi del sentimento dominante un'estate fa nel popolo granata, in quelle giornate di luglio ed agosto, durante le quali i tifosi hanno vissuto come acrobati su un filo sospeso nel vuoto, da un'altezza che aumentava in rapporto direttamente proporzionale alle probabilità che il Toro aveva di sprofondare in C2. Su quella corda in precario equilibrio sono - siamo - saliti in molti, con tutta l'umanità che solo la fede granata riesce a esprimere civilmente in situazioni drammatiche ed esplosive. È vero, stiamo parlando “solo” di calcio, ma non a caso Gian Carlo Caselli lo fa con fierezza, perché la paura di scomparire che si riflette nella passione sportiva è un'espressione tanto individuale, quanto collettiva che coinvolge forzatamente la vita sociale. Così quel popolo per esorcizzare il pericolo di cadere nel dimenticatoio del calcio, pericolo in agguato ad ogni movimento oscillatorio provocato da un ricorso respinto - Coavisoc, Federcalcio ed altri organi di giudizio - quel popolo dicevo, con la sua corte di finti profeti e genuini protagonisti, ha dato vita ad una serie straordinaria di acrobazie gestuali e verbali. Ecco il senso di “Acrobazie granata”: un titolo calcistico che riassume in un pugno di testimonianze, raccolte sotto l'impulso di quel sano egoismo che spinge i cronisti a farsi catturare e umanizzare dalle vicende che raccontano. Storie che Stefano Tallia ha ordinato con pazienza e passione nella parte finale del libro per offrire il classico filo d'Arianna che aiuta a non smarrirsi, quando si vuole ripercorrere un'esperienza intensa e intricata. In quei giorni, infatti, con una Torino dimezzata, parte in vacanza, parte distratta, il rischio di smarrimento, di non capire che cosa stesse accadendo attorno alla società granata, è stato concreto. Reale anche per quanti (ed io tra questi) hanno seguito e riportato quegli eventi da una posizione sicuramente privilegiata per l'accesso alle fonti, ai contatti, alle informazioni di prima mano. La storia è nota, e note sono le sue concatenazioni prioritarie e non: si apre con la gioia della promozione per la serie A conquistata sul campo, ma contaminata dalla notizia che Cimminelli ha acquistato una fideiussione falsa; continua con i sofferti negoziati dell'azionista principale del Torino calcio 1906 per coprire il debito con l'Agenzia delle Entrate, cui si sovrappone la scelta tecnica del Lodo Petrucci per rianimare il Toro collassato e sottrarlo dalla C2; l'avvento di un nuovo imprenditore, Urbano Cairo, il contrasto con gli artefici del lodo, ne sono i capitoli finali. Ma in quella rocambolesca corsa verso l'ignoto o la salvezza, nessuno ha mai avuto certezze piene se non all'ultimo secondo e a costo di estenuanti negoziazioni. Proprio in quello spazio di tempo, dilatato dall'emotività collettiva, si sono innescate le più disparate e spericolate acrobazie personali, di tutti i generi e forme, senza risparmio alcuno anche da parte della stampa. Una fase di effervescente dialettica nella quale si è anteposto il diritto alla contraddizione al rigore della coerenza, passando così quasi inconsapevolmente dai semplici assestamenti di posizione - con Cimminelli ormai fuori gioco - a veri e propri trasformismi e cambi di fronte. Dunque, il ripetuto rilancio degli avvenimenti imposto alla storia, è il primo dei due motivi che mi ha spinto a ritornare sui fatti di un'estate fa. Mi è sembrato anche doveroso far rileggere le vicissitudini granata da prospettive diverse poste però sullo stesso piano, e non più sacrificate alle ferree regole della cronaca, che ora privilegia l'uno, ora l'altro. Onestamente, devo aggiungere che le interviste sono scivolate rapide, vuoi per la loquacità dei diretti interessati, alcuni di essi finalmente a una distanza di sicurezza dall'angoscia e dalla tensione di quei giorni, vuoi per un desiderio naturale di affrontare criticamente il recente passato, per quanto ancora imbevuto di amarezza, strascichi di rabbia e seguiti giudiziari, come l'arresto effettuato dalla Digos di Torino di alcuni ultrà granata, responsabili di violenze e atti di teppismo all'albergo Campanile, l'ultimo avamposto di Luca Giovannone, il finanziatore principale del gruppo che ha dato vita al Lodo Petrucci. Non manca tuttavia nei ragionamenti, soprattutto da parte di Diego Novelli, la volontà di perlustrare in piena autonomia di giudizio le zone d'ombra attorno al rapporto tra Cimminelli, l'imprenditoria e la finanza locali. Il fallimento stesso del Torino calcio, decretato di recente dal Tribunale subalpino, reintroduce alcune riflessioni, alla luce dei resoconti giornalistici, sulla severità (che sa di accanimento giudiziario) nei confronti dell'industriale. Prima fra tutte, la perentorietà del Tribunale fallimentare nel respingere il piano di rientro per i creditori privilegiati (fisco e dipendenti) e chirografari (fornitori generici), nonostante i 20 milioni di euro a disposizione suggerissero di tenere aperta la procedura fallimentare - come è peraltro consuetudine in queste circostanze - per favorire una rielaborazione dell'offerta.
Versioni ora più complete e integrate tra loro, restituiscono appieno a Marengo e Rodda, primattori del Lodo Petrucci, il giusto riconoscimento per il servizio reso al Toro, alla città e, perché no? a Urbano Cairo. Quest'ultimo ha suscitato nell’amministrazione comunale, nell’opinione pubblica, nell’informazione e nel mondo del calcio consenso e ampia fiducia. Con i suoi modi informali e diretti, Cairo genera un’immediata simpatia che trasforma in punto di forza quando decide di intraprendere imprese sulla carta impossibili, come avvenne più di vent'anni fa con Silvio Berlusconi, di cui divenne assistente. L'augurio è che non sciupi le doti comunicative e di empatia di cui s'avvale coi tifosi considerati a ragione - a differenza di altri dirigenti calcistici in cui prevale la nozione di “clienti” - un valore aggiunto della società. E che non gli accada, come in passato, di praticare anche nel calcio scorciatoie pericolose, perché questa volta transiterebbe senza soluzione di continuità dai seggiolini degli stadi a quelli delle aule giudiziarie. Tra l'altro, per il Toro è un lungometraggio già visto e i remake di questo tipo possono solo rendere concrete le pene.
La seconda spinta a mettere idealmente attorno ad un tavolo così tante persone mi è venuta dal mio spazio interno, da quella “valigia dei sogni” che ci trasciniamo sempre dietro con il suo carico di ricordi ed emozioni, e che paradossalmente ci aiuta ad alleggerire il fastidio per un presente che non sempre è della nostra taglia. Ed io, lo dico con franchezza, non avevo accettato, digerito il declassamento del Toro. Oggi, con la squadra che cammina sgravata da debiti e polemiche, anzi che corre con ritrovata energia e personalità di gioco verso l'apice della classifica, comincio a chiedermi se non sia stato davvero un bene per tutti il modo in cui si è chiusa la storia, senza per questo rinunciare alle mie convinzioni e ai miei dubbi.
Arrivo ai ringraziamenti. In cima alla lista c'è l'editore che per la terza volta consecutiva mi ha aperto le sue porte, sulla base di una semplice idea. Ne sono lusingato. All'amico e collega Battista Gardoncini, un altro “cuore granata”, un grazie sentito per un paio di consigli pratici a beneficio, ne sono certo, di chi ci leggerà. Avrebbe meritato più di una citazione l'avvocato romano Federico Vecchio, con il quale ho avuto, nella fase iniziale della stesura del libro, una lunga conversazione sulla linea difensiva adottata dal Toro nei ricorsi davanti alla giustizia sportiva e amministrativa. Il legale ha difeso la società di Cimminelli dal primo grado di giudizio all'ultimo, davanti al Consiglio di Stato. Faceva parte di un collegio di avvocati di grido, alla fine si è ritrovato solo, quasi egli stesso vittima della sua determinazione, della sua caparbietà di continuare a combattere una battaglia impossibile. Se giuridicamente è uscito sconfitto, moralmente si è accomiatato da vincitore. Ricordo che in una delle tante telefonate estive, lo paragonai con simpatia ad Enrico Toti, l'eroe della Prima guerra mondiale che in un supremo atto di sacrificio gettò la stampella - secondo l'iconografia post risorgimentale - oltre il filo spinato delle linee austriache. Federico Vecchio, come Toti, si è battuto con una forza e un impegno fuori dal comune e ben oltre il mandato ricevuto.
Ho un debito di riconoscenza con Alessandro Contaldo, fotografo di un grande quotidiano nazionale, che ha immediatamente accolto l'invito di “entrare in squadra” con tutto il suo bagaglio d'entusiasmo e di ricchezza professionale e umana, regalandomi con spirito d’amicizia il suo corredo d’immagini sull’estate granata.
Con affetto abbraccio Stefano Tallia che ha manifestato d'istinto interesse e curiosità per l'iniziativa. Sua è l'appassionata cronistoria, insieme con le puntuali osservazioni e correzioni, e gli utili suggerimenti di cui mi sono giovato. Stefano è un amico e collega con il quale ci siamo ritrovati in sintonia quest'estate, lavorando e discutendo proprio sul Toro. Concludo ringraziando le dieci persone che hanno partecipato alle interviste e il giudice Caselli per la prefazione. È stato un undici di valore che ha accettato di essere messo in campo secondo le mie convinzioni, senza mai interferire sulle “scelte tattiche”…


L'autore
Torino, 25 novembre 2005


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