Acrobazie granata
Morte e resurrezione del Toro
 
di Michele Ruggiero
 

Prefazione

di Gian Carlo Caselli

Domenica 26 giugno 2005, Torino-Perugia. Cosa sarebbe successo nei tre mesi successivi di calvario granata è tutto racchiuso nell'andamento di quella partita. La speranza e la sofferenza, la paura e infine l'arcobaleno della gioia. Quel giorno, seduta accanto a me in tribuna, c'era la signora Laura Firpo, un conforto nell'affrontare le tribolazioni del tifoso con il filtro di un'intelligenza raffinata. Per non dimenticare mai che si tratta pur sempre di vicende – per quanto penose o grottesche – che hanno a che vedere con un gioco, il calcio, appunto.

Detto questo, siccome dalla malattia del tifo è difficile guarire (e io credo che non ci riuscirò mai…), ci vorrà un bel po' di tempo prima di dimenticare questa estate vissuta sospesa sull'altalena delle ansie, delle emozioni e dei sospetti (scagli la prima pietra il tifoso granata che non ha pensato – almeno una volta – ad un qualche complotto mirato a farci finalmente fuori...).

Come tutte le persone interessate alla vicenda granata, avevo avuto sentore delle gravi difficoltà nelle quali si dibatteva la società, ma la percezione che il baratro potesse essere così vicino, no, questa non la possedevo davvero. E anche quando sono arrivati i primi verdetti negativi della giustizia sportiva e poi del Tar, ho continuato a sperare. Ritenevo impossibile che il patrimonio esaltante di Storia, Passione, Tormenti, Successi ed Entusiasmi (uso consapevolmente questo diluvio di maiuscole, senza temere più di tanto di sembrare retorico) rappresentato dal Toro potesse essere cancellato così, con un colpo di spugna, per problemi burocratico-contabili. Ritenevo. Ma poi, come tutti, con il passare dei giorni ho dovuto prendere atto che le mie altro non erano che speranze. Vane speranze, purtroppo. Illusioni.
Finché ho visto il Toro trasformarsi in vittima di una “modernità” del calcio (dove tutto è business, quando non arroganza, prepotenza o peggio) che, devo dirlo, non mi piace per niente. E non solo per questioni “generazionali”. Ma nello stesso tempo ho visto riproporsi alcuni caratteri del “vecchio” Toro – tenacia, resistenza alle avversità, fatalismo intrecciato con un inesauribile ottimismo – che hanno consentito a quest'araba fenice (sono convinto che nel piumaggio multicolore del favoloso uccello predominante fosse proprio il granata…) di risorgere dalle sue ceneri.
Credo sia giusto ricordare – oggi – coloro che, i “lodisti” anzitutto (ben sostenuti dal sindaco della città), hanno reso possibile il salvataggio del titolo sportivo della società. Proprio il Lodo Petrucci, nel mio ricordo, è stato la punta dell'arcobaleno, la prima schiarita intravista alla fine di un lungo temporale, che a un certo punto ho temuto potesse trasformarsi in rovinoso uragano. Senza la “ripartenza” consentita dal lodo, sia pure da una serie inferiore rispetto a quella meritatamente conquistata sul campo, anche Urbano Cairo avrebbe incontrato ben più gravi difficoltà. E forse… Ma ormai è acqua passata.

A Cairo, che ha raccolto il testimone riaccendendo le speranze del popolo granata, si chiedono – in fondo – poche e semplici cose (poche e semplici, s'intende, nella soave spregiudicatezza del tifoso): un progetto forte, ma concreto e fattibile, senza promesse mirabolanti; il rispetto della tradizione e dei suoi Valori – di nuovo una maiuscola! – , così da restituire al Toro il ruolo che ha sempre avuto e che ancora gli spetta nel panorama del calcio italiano. Anche del calcio moderno, cui il Toro (soprattutto il Toro) potrebbe ridare un po' di genuinità. E ventimila abbonati – un patrimonio di sentimenti non effimeri, perché non legati soltanto al successo e al potere da conquistare comunque, senza tanti complimenti – sono lì a dimostrare come questo sia ancora possibile.

I primi passi della gestione Cairo sembrano incoraggianti, ma per continuare sulla strada giusta è importante non dimenticare gli errori del passato e anche in questo credo stia l'importanza del bel libro di Michele Ruggiero. Un libro che racconta, da un'intervista all'altra, le vicende che hanno portato al fallimento della vecchia società e alla nascita del nuovo Torino Football Club. Nome, mi piace ricordare, che la società aveva prima che l'autarchia della dittatura fascista costringesse a cambiarlo in Associazione Calcio Torino. Sicuramente un buon auspicio.

Emiliano Mondonico, uomo che (come tanti altri) ha ben rappresentato ed interpretato lo spirito granata, disse una volta che il valore dei calciatori è fatto anche dai valori che li sorreggono. Ci risiamo, coi valori granata (con o senza maiuscola…). Facciamo tutti tesoro di quell'insegnamento. E non dimentichiamo mai che il Toro, non soltanto nei cuori di chi lo ama, rappresenta l'idea possibile di un calcio diverso. Un'idea che, a dispetto di tutto, vuole continuare a vivere. Un'idea che ha come traguardo il recupero di un calcio dal volto umano, migliore di quello “moderno”, ossessionato (e alla fine asfissiato) dai continui calcoli su bacini di utenza, listini di borsa, contratti televisivi e pubblicitari, giocatori controllati in modo totalizzante e via commercializzando ogni cosa. Senza più limiti.


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