|
Acrobazie granata
Morte e
resurrezione del Toro
di Michele Ruggiero
Capitolo I
Il nuovo Toro:
intervista a Urbano Cairo
Urbano Cairo albergava da anni nell'inconscio di migliaia di tifosi granata. Se
fosse apparso nel corso di una partita, dalla curva Maratona si sarebbe alzato
il classico grido di battaglia: “Lo vogliamo così”. Così come? D'aspetto
giovanile e brillante, simpatico e grande comunicatore, ma soprattutto ricco. Di
una ricchezza che dà spazio al sogno e al convincimento che la ruota del destino
stia per cominciare a girare nel verso giusto. Di una ricchezza solida e
metafisica insieme, come può esserla solo quella di un editore-pubblicitario,
costruita sulla leggerezza di parole e slogan che sembrano ritagliati e dedicati
personalmente ad ognuno di noi. Di una ricchezza per la quale non si prova
vergogna, e neppure per un attimo si è sfiorati dal sospetto che derivi dallo
sfruttamento intensivo della forza lavoro, magari della propria. E per il Toro,
per il tifosi del Toro perennemente in lotta con l'altra sponda del Po, è già
una grande conquista.
Signor Cairo, che cosa pensa di poter dare al Toro in un futuro prossimo?
Partiamo dal presente. Una parte delle mie risorse economiche è impegnata nel
progetto di rilancio della squadra per assicurare un organico in grado di
competere per la serie A. E una parte del mio tempo è dedicata alla società
nello sforzo di allinearla alle ambizioni di una piazza esigente ed
appassionata. Dette così sembrano frasi scontate e banali. Ma non era affatto
scontata, e non lo è ancora, che ci fosse la possibilità di operare al meglio
sul mercato dei calciatori. Così come oggi mi auguro che a gennaio si creino
però le condizioni per un ulteriore rafforzamento della squadra. E non è banale
ricordare che sulla proprietà, cioè sul sottoscritto, ricade l'onere di dare
concretezza ai sogni sportivi. Ma il tutto non si risolve attingendo al
portafoglio con dissennato mecenatismo, peggio con investimenti al buio di
dubbia utilità, se non letali per il bilancio e le prospettive future. Il Toro,
questo enorme patrimonio di passione sportiva va studiato, valorizzato,
trasformato in risorsa per attirare capitali da reinvestire. Per fare questo ci
vuole tanta energia mentale. Ecco, questa è un'altra delle cose che sto dando
alla squadra, ai tifosi, insieme alla fantasia che rimane il valore aggiunto che
ognuno di noi mette per qualunque tipo d'impresa.
La risposta contiene un'implicita riserva sull'attuale sistema calcistico cui
non farebbe male un prolungato scossone, con conseguente ricambio dei vertici. A
suo avviso, quali sono le tare principali che affliggono oggi il calcio?
Una premessa: il calcio italiano sta ancora pagando gli eccessi del passato, in
particolare degli anni Novanta. Una lunga stagione contraddistinta da
un'esplosione senza precedenti dei ricavi, soprattutto di fonte televisiva,
diritti d'immagine, pubblicità, sponsor. In pochi anni il giro economico, il
fatturato delle società calcistiche è cresciuto in maniera geometrica. Non solo.
L'intero sistema è stato sconvolto dalla velocità dei cambiamenti, dall'ingresso
di nuove figure di intermediazione su una base di mercato sempre più allargata,
dall'introduzione della legge Bosman. Ma nel mondo del calcio, la distribuzione
della ricchezza ha subito un andamento ineguale rispetto alle leggi
dell'economia, una sorta di piramide rovesciata, dove i primi beneficiari sono
stati i protagonisti dello spettacolo, cioè i calciatori, mentre alla società
sono rimaste le briciole. L'esito di questa sperequazione – di cui non si sono
né avvertite, né calcolate bene le ricadute sul sistema – è stato devastante. In
primis, si è acuita la forbice, il divario tra i club, tra quella cerchia
elitaria di ricchi e potenti e il resto della brigata; di conseguenza, è
cresciuta a livello esponenziale la curva del rischio e dei fallimenti. Una
spirale nella quale sono finite società anche gloriose, titolate, dalla
Fiorentina al Napoli. Per fortuna l'idea che ad ogni angolo vi sia un mecenate
pronto a finanziare a pié di lista sta per tramontare. Non siamo ancora ad una
guarigione completa, ma vedo che il “malato calcio” sta per essere dimesso dal
reparto di rianimazione. In giro s'avverte anche una maggiore severità. Gli
organi di controllo non praticano più sconti, il che se da un lato ha colpito il
Toro con la mancata iscrizione alla serie A, dall'altro è un viatico per il
futuro, affinché il calcio italiano possa poggiare su gambe forti e potenti. I
presupposti esistono, anche se sono ambivalenti: i bilanci dei nostri migliori
club competono per fatturato a quelli delle grandi società europee – Real Madrid
in testa, in assoluto la più ricca del pianeta calcio – ma sono ancora distanti
in rapporto agli utili.
Dalle traversie estive del Torino lei ha tratto una sua personalissima
morale?
Più di una… C'è una morale economica, ma sarei costretto a ripetermi e nello
specifico sarebbe di pessimo gusto rovistare nelle scelte di chi mi ha
preceduto. La morale che più m'affascina, invece, è di carattere umano. In quei
giorni di agosto ho scoperto un risvolto sentimentale, passionale dei tifosi che
non avevo considerato, almeno in quella misura. È vero che si tratta di sport,
di attaccamento alla bandiera ed ai colori di una società di calcio, ma i legami
e le passioni che questo genera sono decisamente più forti di quanto si possa
comunemente pensare e comunque tali da reclamare una grande attenzione e senso
di responsabilità verso i tifosi. In sostanza, non li si può illudere con
roboanti proclami di promesse, se si è temuto, anche per un solo istante, di non
poterle mantenere.
In più di un'intervista, si è detto stupito della portata di notizie su
giornali e televisioni attorno al suo nome, alla sua improvvisa calata nel
calcio. Crede che sia dipeso esclusivamente dalla sua personalità, dal suo
carisma o da fatti contingenti?
Io mi sono detto stupito dal fragore dell'impatto mediatico. Sarebbe fare torto
alla mia esperienza, una sottovalutazione delle leggi e regole
dell'informazione. Guardata in retrospettiva, la storia si è dilatata
all'eccesso ed ha pervaso le vacanze estive degli italiani più per la trama, che
per i ruoli delle personalità singole. Nella trama, insieme ai protagonisti, ha
poi fatto capolino un numero straordinario di comprimari e comparse, che ha
finito così per moltiplicare le variazioni sul tema, i colpi di scena, rapidi e
inattesi, le soluzioni finali. Isolato dalle storie ordinarie del calcio
d'estate, il copione ha cominciato a vivere di luce propria, spiazzando tutti,
attori e spettatori. Per giorni, i fatti della sera sono stati puntualmente
smentiti il mattino successivo, e nulla era più come prima…
Se il suo duellante, ed avversario ultimo per la corsa al Torino, non si
fosse chiamato Giovannone, persona vissuta come “estraneo” a Torino e ai tifosi,
l'esito sarebbe stato diverso?
Se fossi una persona accondiscendente, togliendomi da ogni imbarazzo, le direi
“non so”. Invece… io so di aver avuto fin dall'inizio un buon rapporto con la
città e la tifoseria granata. C'è stata empatia, immediata. Le ragioni, come per
ogni aspetto emotivo della vita, saranno molteplici, magari insondabili. A me
piace immaginare – forse me ne sono persuaso – che sia piaciuto il mio modo di
comunicare, diretto, naturale, da cui traspariva la voglia di contatto con la
gente e una certa schiettezza di fondo e un grande amore per il Toro.
Quando le fu proposto di rilevare il Toro nato dal Lodo Petrucci, lei stava
per raggiungere la spiaggia di Forte dei Marmi. Lì, tra un breve bagno di sole
ed uno prolungato di “cultura calcistica”, ha preso forma l'attuale nucleo
dirigente del nuovo Toro. Insomma, sullo sfondo di una vacanza dimezzata,
studiava se comprare e intanto costruiva…
È il mio metodo. Probabilmente non mi è difficile procedere di pari passo nelle
situazioni. In fondo, nel cercare di capire, automaticamente si gettano le basi
per avviare il nuovo. Non è stato secondario, in questa sorta di immersione
totale, l'entusiasmo che ti prende quando ti getti in una nuova avventura, e
l'acquisto di una squadra di calcio non è di tutti i giorni. Si è trattato di
un'esperienza atipica in tutti i sensi, dagli obiettivi all'abbozzo di un
organigramma societario, al perché di un allenatore anziché un altro, e di
conseguenza al tipo di formazione che si sarebbe allestita, al budget di spesa
su cui forse non avevo le idee così chiare. E lo ricordo sia a me stesso, sia
agli altri, proprio per non apparire presuntuoso e dare l'impressione che in
pochi giorni avevo già appreso l'intero scibile calcistico.
Senta, ma avrebbe mai acquistato una squadra di calcio se la società di
Cimminelli non avesse fatto harakiri?
È storia nota che m'abbiano offerto altre squadre di calcio prima del Toro, come
ad esempio il Bologna, e di essere andato vicino all'acquisto dell'Alessandria.
Ma l'unica che desideravo era il Toro, la squadra per cui tifano i miei
genitori, sulla quale ho fantasticato, per la quale mi sono emozionato, l'unica
per la quale avrei potuto compiere, ed ho compiuto un gesto irrazionale in cui
sono maggiori le incognite dei costi, che le certezze di guadagno. Questioni
sentimentali? Non ci sarebbe nulla di strano. Dagli Agnelli a Berlusconi e
Moratti, a Sensi, la maggior parte dei presidenti-proprietari ha acquistato una
società di calcio con la mano sul cuore, prima che sul portafoglio. Sia chiaro,
non è detto che sia il modo migliore per far funzionare le cose, ma il problema
del calcio non è essere uno sport da impresa, ma quello di essere considerato
un'impresa per sport.
La ragione per cui nel 1999 vi rinunciò?
Quell'anno provai ad affacciarmi alla finestra del Toro. All'epoca il gruppo
dirigente che faceva capo a Massimo Vidulich era deciso a disimpegnarsi, e
l'avrebbe fatto l'anno successivo. Tastai un po' il terreno come si chiede
un'informazione, ma capii subito che non me lo potevo permettere, era fuori
dalla mie possibilità. Infatti, non decollò nulla di serio. Fu proprio una mezza
idea, forse un sogno.
Un sogno che si è avverato, complice…
Il caso… E un avvocato di nome Giovanni Trombetta, un amico di mio cognato che
conosco da alcuni anni, e il sindaco di Torino Sergio Chiamparino. Da uno
scambio di telefonate, inizialmente tra di loro, il 10 agosto si è messa in moto
la macchina, attraverso Trombetta sono arrivato al direttore sportivo Fabrizio
Salvatori, mentre il tecnico Gianni De Biasi mi è stato presentato da una
persona di cui ho stima.
Negli anni Ottanta, dall'università Bocconi di Milano si è trasferito al
seguito di Silvio Berlusconi. E lì, in quel gruppo che sarebbe diventato
Mediaset, ha imparato un mestiere. L'ha imparato così bene che si è messo in
proprio ed ha fondato un gruppo che fattura 215 milioni di euro all'anno. E
quasi ad immagine e somiglianza del suo primo maestro, si è comprato una squadra
di calcio. Quale sarà la sua prossima mossa?
Guardi, alla politica proprio non ci penso. Sono ancora troppo preso dalla mia
azienda per concedermi delle divagazioni sul tema… Anzi, adesso la
concentrazione dev'essere massima sulla Cairo Editore, una delle aziende che
formano il gruppo Cairo Communication. Abbiamo appena lanciato “Diva e Donna” un
nuova rivista femminile diretta da Silvana Giacobini. È un settimanale che
dovrebbe incrementare del 30 per cento il fatturato editoriale, che oggi oscilla
sui 110 milioni di euro. Sono progetti che restituiscono la voglia di fare bene
e meglio il mestiere di editore. È un campo dove posso ancora crescere,
coltivare i miei interessi reali e concreti, magari fondare un quotidiano di
larga diffusione. È quello che ho nella testa. Nel cuore ho il desiderio di
costruire un grande Toro. Eppoi, chissà? La vita è dominata dal caso. Senza
quella telefonata…
Torna indietro
|
|