Santità e poesia in Adélia Prado
Molto è stato scritto sull’opera di Adélia Prado e tutti coloro che si sono occupati dell’argomento hanno evidenziato come la tematica religiosa sia centrale nell’opera della scrittrice brasiliana. Basta, infatti, anche una lettura superficiale per rendersene conto facilmente.
Nell’affrontare questo lavoro, limitato alla sola opera poetica raccolta nel volume Poesia Reunida, mi sono immediatamente posto il problema del punto di vista dal quale sviluppare un possibile tentativo non banale di approccio.
Certo, evidentemente, la religiosità del poeta, la religiosità nel senso lato del termine, avrebbe potuto costituire una buona e sostenibile chiave di lettura.
Tuttavia, essa mi pareva troppo generica, sebbene del tutto giustificata.
Dopo un anno di lavoro quotidiano sulle oltre 300 poesie prese in esame, mi è parso di poter concludere che il filo tenace che corre attraverso tutta l’opera poetica della Prado abbia una identità precisa: la santità, l’aspirazione alla santità.
“Deciditi per la santità”, recita un verso della poesia La porta stretta.
Ritengo indispensabile, a questo punto, chiarire il significato del termine “santità”.
Abitualmente, si considera la santità come la condizione privilegiata e straordinaria di alcuni uomini eccezionali, che siano stati canonizzati dalla Chiesa o no.
A tal proposito, basta consultare un qualunque dizionario. Il DISC (Dizionario Italiano Sabatini Coletti, 1a edizione, 1997), per esempio, alla voce santità riporta:
“1. teol. La condizione dell’essere santo, attribuita a Dio e a tutto ciò che gli è consacrato (…) 2. Condizione di chi vive tra rinunce, preghiera e castità, ricercando la perfezione spirituale (…)”.
La definizione evidenzia chiaramente, fra l’altro, che rinuncia e castità sono condizioni imprescindibili per la santità: ovviamente, se ne deduce che essa è preclusa alla stragrande maggioranza del popolo cristiano.
Nulla di più distante dalla dottrina del Concilio Vaticano II.
Secondo i documenti conciliari, che esprimono la posizione ufficiale della Chiesa Cattolica, la santità non è il privilegio di qualcuno (e neppure un lusso o, mi sia consentito il termine, un optional): è una caratteristica specifica della vita cristiana. L’invito di Gesù alla santità è rivolto a tutti i cristiani, i quali, pur con diverse funzioni, costituiscono insieme il prolungamento del Cristo Signore, attraverso il mistero della Chiesa suo corpo mistico.
Il documento di riferimento è la costituzione dogmatica Lumen Gentium.
“Tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità” (LG 40). Ognuno è chiamato, secondo i propri doni e uffici: i vescovi compiendo “con slancio, umiltà e fortezza il proprio ministero... pregando, santificando e predicando”, i sacerdoti “pregando e offrendo il sacrificio per il popolo”, “bruciati dallo zelo per la gloria di Dio, erompente dall’abbondanza della contemplazione”. Insieme ai sacerdoti, sono chiamati a santificarsi “i ministri di ordine inferiore... i diaconi... i chierici”, ed ancor più i religiosi (n. 42).
Fin qui, il discorso parrebbe rivolto ai soli consacrati, ma non è così, perché la Lumen Gentium sottolinea poi con forza, addirittura con insistenza, che non solo i vescovi, i sacerdoti e i religiosi sono chiamati alla santità, ma anche i laici qualunque sia la loro attività o la loro situazione temporale, perché non sono semplici spettatori, ma parte integrante e vitale della Chiesa: “Tutti nella Chiesa, sia che appartengano alla gerarchia sia che da essa siano diretti, sono chiamati alla santità” (n. 39; cfr. 40, 41, 42).
Il laico è dunque un cristiano “di serie A”, per niente inferiore ai sacerdoti e ai religiosi riguardo alla piena realizzazione della vita soprannaturale, richiesta dal battesimo. La vocazione del laico, in quanto cristiano, è una vocazione alla santità.
L’invito del Signore, d’altra parte, è rivolto a tutti i fedeli: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5, 48; Gv 13, 43).
“Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione”, afferma, inequivocabilmente, Paolo (1 Tes 4, 3).
Mi sono soffermato sulla dottrina del Concilio Vaticano II, fedele interprete, peraltro, delle Sacre Scritture, perché proprio questa concezione della santità è quella manifestamente condivisa da Adélia Prado: il destino dell’uomo è la santità, afferma in Colloquio.
Non esiste, dunque, uno stato di vita, una situazione temporale, che, di per sé, sia condizione previa per il raggiungimento della santità: in qualunque stato o situazione si può – e, in qualche modo, si deve – realizzarla. Il consacrato “dentro” il suo essere sacerdote o religioso, il laico “dentro” il suo essere operaio, artigiano, professionista o altro, con famiglia, figli ecc.
Se un requisito specifico vogliamo indicare, dobbiamo affermare che esso è esattamente quello di non sottrarsi al proprio stato, di non supporre che, appunto, per la realizzazione dell’“ideale” di una vita santa, la propria condizione esistenziale sia un ostacolo da superare: quell’ideale si attua all’interno della storia che Dio ha fatto con ognuno, religioso o laico, sposato o non sposato, ricco o povero e via dicendo.
Tutto ciò ha capito Adélia Prado, che, infatti, tenta di realizzare la vocazione alla santità all’interno del piano di Dio sulla sua vita, un piano che l’ha voluta e la vuole madre di famiglia e poeta.
Se da un punto di vista esclusivamente letterario può suscitare sorpresa o sconcerto – come infatti ha suscitato – l’irruzione della vita quotidiana nei versi del poeta, non così sul piano della vita spirituale poiché, in tale prospettiva, nulla può restare estraneo alla chiamata di Dio, neppure un solo accadimento dell’esistenza umana: dunque, nemmeno l’apparente banalità dei gesti della casalinga impegnata nei lavori di cucina, della madre che si cura dell’educazione dei figli, della sposa che attende a casa l’arrivo dello sposo, della donna che vive pienamente nel matrimonio la proprio sessualità.
E infatti, nulla di tutto ciò resta estraneo alla vocazione alla santità della Prado, nulla resta estraneo alla sua poesia.
Possiamo leggere in Una forma per me: (…) Sono andata presto a cercare cose nella spazzatura, a far buchi in ananas imputriditi, / seguendo una vena buona, come chi cerca oro. / Che c’entra tutto ciò con la santità? / Ma se non c’entra muoio, / poiché non conosco un’altra aria meno densa / di questa dove il mio naso si poggia.
Il suo quotidiano, l’unica aria che lei conosca, è l’aria che Dio le ha dato per percorrere la via della santità: non ne cerca un’altra, meno densa, più fina.
Adélia Prado non è casalinga e poi, per uno strano caso del destino, anche poeta: ella è l’uno e l’altro inscindibilmente, all’interno d’una unica vocazione. Non ci sono in lei due esistenze parallele che si incontrano soltanto di rado, ma il cammino che percorre è un cammino unico, unica la tela che va tessendo con l’ordito del suo essere sposa e madre e la trama del suo essere poeta. Come nella musica del suo amato Bach, vari sono gli strumenti, ma unica l’idea che li guida e li regge dalla prima all’ultima nota.
La mistica
Occorre, tuttavia, aggiungere un elemento, una ulteriore tessera al mosaico che ci consente di avvicinarci maggiormente alla comprensione della sua personalità e della sua arte: la Prado è, fondamentalmente, una mistica.
E anche qui è bene precisare il senso del termine.
Chi è il mistico?
Ci avvaliamo di quanto spiega Ermanno Ancilli nel suo Dizionario di spiritualità per laici:
“Sappiamo che il termine mistica venne introdotto nell’uso linguistico cristiano per indicare la misteriosa comunione con Dio nell’amore dell’orante, del battezzato perfetto: comunione che causa nella sua anima una speciale conoscenza. Quantunque in sé, cioè circa l’oggetto, il mistico niente conosca di Dio che il teologo non possa conoscere con la sua indagine speculativa, in pratica tuttavia egli ha dei misteri divini una conoscenza più intima e profonda che non hanno i semplici fedeli; percepisce il senso del mistero, cioè dell’infinita trascendenza di Dio, quantunque resti ancora entro il velo della fede, anche se rarefatto e luminoso dopo le terribili ‘notti’ che ha dovuto attraversare. La ragione per cui il mistico ha una più profonda conoscenza dei misteri divini si trova nel fatto che egli ha avuto una particolare esperienza di Dio. Ecco un’altra caratteristica della vita mistica: la percezione, cioè, quasi sperimentale di Dio presente, mentre le altre conoscenze dei misteri divini si hanno attraverso la mediazione dei concetti. La ragione, infine, per cui il mistico ha un concetto e un gusto spirituale di Dio che gli altri non possono avere, dipende dal fatto che Dio stesso infonde nell’anima una speciale mozione, mediante la quale la sua volontà viene a lui intimamente unita e l’intelletto illuminato e reso capace di percepirne l’ineffabile presenza. Da qui l’ultima nota della vita mistica: si tratta, cioè, di una esperienza infusa, nella quale l’anima si sente passiva sotto la mozione speciale dello Spirito santo. La passività è essenziale al fatto mistico, come esperienza del mistero, perché il mistero, in quanto mistero, è ‘ricevuto’, e non può essere che ‘ricevuto’”.
A questa chiarissima spiegazione (chiarissima per quanto può esserlo la spiegazione di un fenomeno tanto complesso) mi sembra indispensabile aggiungere soltanto l’osservazione che in ogni soggetto l’esperienza mistica si presenta con caratteristiche diverse e peculiari, legate alla sua personalità e alla sua storia.
In ogni modo, a mio parere, tutti gli elementi indicati dall’Ancilli sono riscontrabili in Adélia Prado: forma particolare di conoscenza dei misteri divini, percezione quasi sperimentale di Dio presente, passività nei confronti della mozione dello Spirito.
Non ho dubbi, tuttavia, che la scrittrice, se messa di fronte alla nostra definizione, ben difficilmente potrebbe riconoscere se stessa e ciò per il motivo del tutto evidente che certe esperienze spirituali non possono, per loro stessa natura, essere racchiuse dentro definizioni e schemi. Questi ultimi sono semplici strumenti al servizio di un tentativo di comprensione dall’esterno: io stesso li uso con non poca riluttanza, consapevole del rischio che possano costituire addirittura una lente deformante interposta fra il lettore e la poesia della Prado. Che possa, cioè, generare l’attesa di versi saturi dei profumi inebrianti di esotici incensi, colmi di trascendentali visioni trascorrenti sugli occhi arrovesciati di vergini nell’estasi, densi di arcane parole che generano atmosfere rarefatte. Niente di tutto questo: per la maggior parte, si tratta di versi scritti nel primo pomeriggio in una cucina di Divinópolis, città provinciale dello stato interno del Minas Gerais, da una donna che ha appena finito di risciacquare i piatti e che osserva la realtà che la circonda, mai dimentica della scorta dello zucchero che sta per finire, delle notizie appena portate dalla vicina di casa circa morti e matrimoni avvenuti nel quartiere, dei pesci che la sera il marito le porterà da squamare.
Ciò nondimeno la realtà che ella vede e trasferisce in poesia pronuncia le parole del Magnificat, sussurra al suo orecchio il messaggio dello Spirito, richiama al Regno dei Cieli.
Prima di passare alla verifica dei tre elementi sopra citati all’interno della poesia della Prado, mi sembra opportuna una parola di chiarimento anche circa il termine “vocazione” che più volte è stato ripetuto nella pagine che precedono.
Nel linguaggio corrente, il termine quasi sempre indica un “progetto personale” in base al quale ognuno di noi realizza la propria vita familiare, lavorativa, sociale. “Esprime, cioè – scrive ancora l’Ancilli– l’insieme di compiti corrispondenti all’immagine di sé e a una gerarchia di valori che la persona si sente portata ad attuare per realizzare se stessa (…) e che danno significato al proprio comportamento, alle realtà uomo-mondo-cosmo, al proprio servizio. Secondo le diverse angolature, parlando di vocazione, sono messe in rilievo ora l’inclinazione verso una determinata professione o verso uno stato di vita, ora l’insieme di attitudini e talenti che portano a determinate opzioni, infine il suo carattere di ‘scelta’, considerata questa nel suo processo, nelle sue motivazioni, nelle sue qualità, nelle condizioni intrinseche ed esterne di libertà. In ogni modo viene sempre sottolineata la centralità che il ‘progetto personale’ ha nella maturazione e nella realizzazione della persona (…)”.
Si prospetta anche una vocazione propria di gruppi, collettività o dell’umanità intera: basti pensare all’uso giornalistico di alcune espressioni quali “la vocazione turistica” di tale città o quella industriale di talaltra.
In campo teologico, invece, “con il termine vocatio viene indicata l’azione del chiamare con riferimento all’azione di Dio che chiama a sé una persona e un popolo per renderlo partecipe della sua vita e affidargli una missione. (…) La vocazione è un dono di Dio (Mc 3, 13), ma essa coinvolge l’uomo nella sua totalità (…) è realtà umana e realtà soprannaturale, o, meglio, realtà di un uomo che accoglie in sé la salvezza in Cristo e si pone alla sua sequela – condividendone vita e destini – nella libertà e nel dono di sé a lui e ai fratelli. (…) La realizzazione della vocazione personale è frutto della libera risposta dell’uomo a Dio nella fede e nell’obbedienza alla verità (1 Pt 1, 22), ed è il frutto dell’azione della grazia attraverso specifiche mediazioni ecclesiali”.
Quando parliamo della vocazione di Adélia Prado, dunque, non ci riferiamo al suo progetto personale sulla propria esistenza, bensì al progetto di Dio cui ella aderisce, anche a costo di non poca sofferenza, come vedremo più oltre.