All'albergo del libero scambio
 
di Giampiero Orselli
 


Track 01

“Non credevo che ci avrebbe provato al primo appuntamento – pensa Maria – e invece eccolo lì che punta dritto verso la collina guidando come un pazzo”.
Su quei tornanti basta un niente per passare di sotto e rotolare fino al porto che è laggiù, lontano, e gioca a nascondino tra i profili neri degli alberi.
Il ragazzo alla guida non sembra aver paura d’uscire di strada e affronta le curve al limite del precipizio, senza neppure lampeggiare coi fari.
Maria è sempre più pentita di aver accettato il corteggiamento di quello sconosciuto. Lui l’aveva agganciata al bar della discoteca poche ore prima, con una formuletta di rito e l’impaccio d’un latin lover alle prime armi, ma dopo un paio di drink a testa, la faccenda aveva preso subito un’altra piega.
“Alla faccia del tipo insicuro – pensa Maria. – La conosce bene la strada. Chissà quante altre ragazze ci ha portato quassù”.
L’auto abbatte un piccolo albero facendolo precipitare in un dirupo di sassi e Maria s’avvinghia con più forza alla cintura di sicurezza.
– Si può sapere dove stiamo andando? – chiede.
– Lo so io – sentenzia il ragazzo senza staccare gli occhi dalla strada.
– Mi piacerebbe che lo dicessi anche a me. Credevo che mi stessi accompagnando a casa. Sono quasi le tre.
– Appunto. La notte è ancora giovane. Conosco un posto...
Passano davanti all’antenna televisiva che si staglia gigantesca nel buio. Ancora un tratto di strada attraverso la boscaglia fitta che non lascia più intravedere la città. La luna appare e scompare tra le nuvole. Pupille di animali s’accendono alla luce dei fari, poi spariscono tracciando piccole scie luminose. Cartelli arrugginiti appaiono a indicare locali che non esistono più da decenni: la Trattoria del Frantoio, la Locanda di Donna Maria, l’Ostaia di Capitan Bavastro.
L’auto del ragazzo è già lanciata verso una nuova penombra. Maria è sempre più agitata e si pente di non essere andata al bagno della discoteca.
“Tanto tra mezz’ora sono a casa”, aveva pensato. Invece...
L’auto fa una brusca svolta a sinistra e s’infila in un vortice verde. Un breve percorso in mezzo al cicaleccio dei rami spezzati, poi i fari illuminano uno spiazzo erboso.
Il giovane ferma l’auto, spegne il motore, tira il freno e abbassa la levetta dei fari.
Buio.
Silenzio.
Maria porta una sigaretta alla bocca ma il giovane la ferma:
– Che fai? Mia madre non vuole che si fumi sulla sua Smart.
Maria posa la sigaretta.
– Ah beh... se mamma non vuole...
Il giovane allunga le dita sulla gamba di Maria. Lei vorrebbe chiedergli se la mamma è favorevole al sesso sulla sua Smart, ma si limita a fermarlo.
– Che c’è? – chiede lui.
– A me questo posto mette i brividi.
– Tranquilla non ci staremo tanto. Giusto il tempo necessario...
La mano torna alla carica e risale la coscia di Maria. La ragazza cerca d’abbandonarsi alle effusioni del giovane ma s’irrigidisce di colpo:
– Mi sembra che ci sia qualcuno – dice.
Il ragazzo solleva la testa.
– Insomma, la pianti di creare problemi? Questo posto non lo conosce nessuno.
– Sì ma...
Il giovane non le lascia finire la frase e comincia a carezzarle il seno. Maria chiude gli occhi ma un rumore di passi la fa di nuovo balzare sul sedile:
– Che c’è ancora? – chiede lui.
Alle spalle del ragazzo, si materializza l’ombra d’un uomo.
Maria apre la bocca per urlare ed è a quel punto che parte il primo sparo.

Turno di notte al giornale. Arrigo si sofferma ad ascoltare il silenzio della redazione, appena venato dal ronzio dei computer. Oltre la cortina di polvere del vetro, c’è sempre un bel movimento. Spacciatori che si scambiano bustine e coltellate sotto il portico del nuovo teatro dell’opera, coppiette che s’appartano lungo la murata, prostitute che non hanno trovato rifugio migliore della casupola di cartoni sulla collinetta erbosa, dove un tempo c’era il portone d’ingresso del Suprema, la più celebre casa d’appuntamento di Genova, ma poi è arrivata la Marisa e il bordello è scomparso, seguito dalla collina che portava al portone d’ingresso, spazzata via dalla speculazione edilizia di fine Ottocento. L’ingresso di legno marcio è rimasto appeso per aria, grottesco come un asino volante, ma tanto nessuno alza il naso quando passa per questo tratto di strada, diretto alla galleria, alla coop o alla grande palestra che c’è sotto la sede del giornale.
Arrigo quel portone lo vede dall’alto e gli lancia un’occhiata affettuosa.
La storia del Suprema gliel’ha raccontata il Lanza che quella ventosa mattina di settembre del 1958 rimase fuori dalla porta coi suoi ventun’anni appena compiuti e una stretta al cuore che non si può raccontare.
Altri tempi. Il presente sono due computer accesi che rimbalzano lo sguardo annoiato d’Arrigo e gli ricordano che c’è un’altra notte di guardia da passare in attesa di qualche grande notizia.
“Ora so cosa provava il tenente Drogo quando aspettava i Tartari”, pensa il ragazzo che si sente perduto in un deserto ancor più grande e desolato. La sua città di notte.
Arrigo getta un’occhiata intorno e già rimpiange il vecchio open-space con la fila di scrivanie che andava avanti per cinquanta metri, come in quel film con Jack Lemmon che prestava l’appartamento ai direttori per portarci le amanti. Un mese prima i giornalisti avevano lamentato la mancanza di privacy e l’architetto aveva ritagliato per loro tante piccole cellette di plexiglas costate alla direzione qualche decina di migliaia di euro. Risultato: adesso passavano le giornate ad affacciarsi dalle cellette in cerca di un contatto umano.
Arrigo è nella celletta di Lanza. Turno di notte riservato agli apprendisti e ai licenziandi. Lui sa d’appartenere a entrambe le categorie. Lancia un’occhiata distratta ai cristalli liquidi dello schermo poi mette in stand-by la pagina di “repubblica”, quella di “dagospia” e riattiva la web-line ungherese.
– Luna torno subito, non togliere la mano da lì... – sussurra alla bionda che gli sta di fronte, poi verifica sulle ansa della rete che nessuna notizia raggiunga il livello rosso che lo costringerebbe ad attivare la linea diretta con le maestranze del livello superiore.
“Deo gratias, solo sciocchezze di routine, guerre, carestie, incidenti stradali, tornadi”.
Per quanto riguarda la cronaca locale, consueto scemenzaio di provincia.
“Si sposa la figlia del sindaco – e chi se ne frega – l’assessore alla sanità è finito di nuovo in overdose, il parroco della chiesa di vattelapesca ha fatto l’abbonamento col sito pedofilo, la dispersa statua di San Giovanni, trafugata dalla chiesa omonima, è stata ritrovata nel giardino dell’ex assessore alle belle arti presso la casupola del cane”.
Insomma “calma piatta”, per dirla con un termine marinaresco che ben s’addice a quella notte così ricca di navigazioni.
“Bene, bene – pensa Arrigo. – Speriamo solo che non telefoni il Grigio dal pronto soccorso con qualche botta dell’ultima ora” che lo costringerebbe ad arrivare fino al campanile, afferrare la corda e mettersi a saltare su e giù.
Arrigo fa la stampata dell’“ora del lupo” poi suddivide i fogli sulle scrivanie dei colleghi a seconda dei colori.
Cronaca nera, bianca, gialla, rosa, verde, blu, birulò.
“A mezzogiorno i dinosauri sapranno cosa è successo durante la notte, ma io a quell’ora sarò già bello che a dormire...”.

Monique si mette a sedere sul letto.
Sul lenzuolo, l’impronta del sudore propone una pallida sindone del suo giovane corpo.
Gli oggetti della stanza di bambina prendono lentamente forma nella penombra, frammenti d’un mondo che non esiste più e la guardano impauriti.
Peluche spelacchiati, poster sghembi, mobili multicolori da casa di bambola.
La ragazza rimane per qualche secondo immobile, in piedi, con gli occhi sbarrati verso il nulla.
Impossibile restare lì, con quel serpente che ha cominciato ad agitarsi dentro di lei, più invadente e velenoso che mai. A ben poco sono servite le trenta gocce di valium e la mezza bottiglia di vodka che Johnny le ha lasciato prima di allontanarsi con la motocicletta verso uno dei suoi misteriosi appuntamenti.
– Resisti fino a domani – le ha detto.
“Sì. Fino a domani. Una parola”.
Nemmeno un accenno della luce del sole oltre le tendine di pizzo.
Il domani non dà segno di vita.
Il domani è scomparso.
Monique s’alza e quasi si spaventa di fronte all’immagine nello specchio.
– Dove sono finiti i miei vestiti?
Non è bene uscire nudi alle tre di notte.
La ragazza rovista tra le lenzuola. Trova le mutandine e i jeans arrotolati sotto le coperte. Il reggiseno? Scomparso. Pazienza. Basterà una maglietta. Le scarpe? Devono sempre finire sotto il letto. Bisogna inginocchiarsi e allungare il braccio alla cieca, “maledette voi”.
Ecco. Andiamo ora.
Monique apre la porta con tutta la delicatezza che le concedono le mani tremanti, la richiude, traversa in punta di piedi l’ingresso della casa.
“Se quello mi sente...”.
Arriva fino alla porta. L’apre con dita di velluto e la richiude usando la chiave per evitare lo scatto della serratura.
“Speriamo che non si svegli...”.
Monique non sa che “quello” s’è svegliato da un pezzo e adesso la guarda dalla finestra mentre s’avvia verso il centro della città vecchia.

La macchina della polizia ciondola lungo l’anello di strade sulle alture della città.
Andamento lento, che c’è da far passare la notte con la radio accesa sui messaggi dalla questura che si sovrappongono alle note del cd di Ramazzotti:
– Qui centrale, parla Cocuzza, c’è stata una rapina in una villa vicino a Voltaggio.
– Ah...
– Si tratta di banditi che parlano dialetto albanese. Fate attenzione, a quanto pare sono bendati e hanno facce brutte brutte.
Pausa con fruscii incomprensibili. Il cd di Eros e la radio fanno conflitto.
– Siete sempre lì? – chiede Cocuzza.
– Sì. Dove vuoi che siamo?
– Recatevi immediatamente sul posto.
– Subito capo.
– Si può sapere che è quella musica di merda in sottofondo? – chiede Cocuzza.
Lazzarara non risponde e spegne la radio.
– Chissà come fanno a sapere che hanno brutte facce se sono bendati? – chiede Crapanzano.
– Tipi così hanno sempre brutte facce – risponde Lazzazzara.
– E come fa Cocuzza a sapere che parlavano in dialetto albanese?
– Magari lo conosce.
– Ma se non sa parlare nemmeno l’italiano?
– Insomma Crapa, la pianti di fare domande? Impara a obbedire e stare zitto.
Crapanzano grugnisce mortificato.
– Guarda me – ribadisce Lazzazzara. – Eseguo e basta e sono già diventato capo pattuglia. E ho solo un anno più di te. Poi sai che ti dico? Non me ne importa un fico degli albanesi. Piuttosto, m’è venuta una fame. Ferma la carretta che tiro fuori la pappatoia.
– Ma i banditi?
– Lascia perdere i banditi che magari ci sparano. Non si sa mai con gli albanesi. Sono delinquenti abituali quelli. Ce lo hanno proprio nel DNA.
– Vabbè, io non discuto, il capo sei tu.
– Giusto. Vedi di non dimenticartelo. Adesso fermati. Non riesco a mangiare con l’auto in movimento. Vuoi farmi vomitare sul navigatore?
– Non possiamo mica sostare in curva.
– Trova il primo slargo – ordina Lazzazzara. – Ecco, guarda, laggiù.

Maria è investita da uno spruzzo di liquido caldo.
Impiega qualche secondo a capire che si tratta di sangue.
Risuona il secondo sparo.
Maria vede la fronte del ragazzo esplodere.
Poi la luce si spegne...

Monique arriva sulla front-line che separa il quartiere dei ricchi dall’abisso delle stradine del centro storico.
Si lascia alle spalle l’ascensore addormentato nel suo sogno di maioliche e ardesie, traversa la strada deserta e percorre il primo tratto di via Garibaldi. Svolta a sinistra e scivola su una pavimentazione di mattoni rossi verso le interiora della città medioevale disturbando appena un poco una colonia di ratti che parlottano presso i bidoni della rumenta. La ragazza cammina a testa bassa. Quelle stradine le conosce fin troppo bene. Da molti mesi segnano il labirinto della sua nuova vita. Le ha viste alzarsi attorno a sé come le mura di una prigione senza più uscita. Budelli di pietra che si stringono a ogni cambiamento di traiettoria lungo una desolation row dai nomi suggestivi: vico Gattagà, piazzetta della Lepre, vico dell’Amor Perfetto.
Monique sfugge allo sguardo attento delle Madonne di pietra e imbocca un tratto senza nome che la porta al capolinea di tutte le sue corse: l’Albergo del Libero Scambio.

Maria si spezza le unghie contro il metallo della portiera finché non riesce a trovare la maniglia.
Uno strappo ed è fuori dall’auto, proiettata verso il buio. Le sue gambe cominciano a muoversi furiosamente e la trascinano verso i cespugli che circondano la radura.
La ragazza si lancia in avanti facendosi largo tra l’intreccio dei rami. Cade, una, due, tre volte, ma si rialza e riprende a correre L’ultimo spiraglio di luce illumina il volto d’un uomo segnato da una cicatrice. È apparso nel sipario di rami tra due cespugli, ricorda a Maria le statue di gomma del tunnel dell’orrore al luna park che si materializzavano, mentre un getto d’aria compressa le scompigliava i capelli. Era bambina allora e, ogni volta che apparivano, si gettava tra le braccia di suo padre in cerca di protezione, e non si sentiva al sicuro fino a che il vagoncino non era tornato alla luce del sole.
Ma lì non c’è suo padre e non si intravede nessuna luce alla fine di quel tunnel.
Uno slargo sul lato destro della carreggiata.
Poco più che un parcheggio di fortuna su cui il vento si diverte a sollevare spirali di polvere.
Lazzazzara si volta e prende un involucro di cellophane dal sedile di dietro.
– Caro Crapa ce n’è anche per te – dice fiero. – Io ci penso agli amici.
Crapanzano lo guarda perplesso.
– Che sarebbe quella roba?
– Questa roba come la chiami tu, sono Mac-Donald, denominazione d’origine controllata.
– Amburghi? – replica Crapanzano con aria disgustata.
– Cosa pensavi che ti portassi? Le aragoste e la sciampagna? E poi, credi a me, non c’è niente di meglio che un mac per stuzzicare l’appetito.
– Sì, figurati. Tu vuoi sempre fare l’americano ma a me quella roba lì mica mi convince. Ho letto sul giornale che fa venire il cancro e se ne mangi troppi diventi impotente.
– E se ti fai troppe seghe diventi cieco. Tutte stronzate. Dai retta a me che le cose le so.
Lazzazzara comincia a estrarre le delicatessen dal suo fagottino e aggiunge:
– Guarda il menù che t’ho preparato oggi. Variante indiana del mac-burghe italico tradizionale, con un crispi chinese 400 calorie, 5 per cento proteine, un 34 di carboidrati e solo un 13 di grasso annaffiato con una salsa mac-vegge di nuova impostazione, con retrogusto speziato al curry, legante cipolle che...
Lazzazzara solleva la testa e rimane con la bocca aperta e gli occhi sbarrati:
– Ehi ma chi è quella? – sussurra.
Maria sbuca da un cespuglio e si getta al centro della strada. Del suo bel completino-sabato-sera-discoteca, sono rimasti soltanto le mutandine azzurre e una scarpa senza più il tacco. Il corpo appare sfregiato dall’abbraccio di tutti i rami che l’hanno trattenuto lungo la fuga.
La ragazza si lancia di fronte ai fari dell’auto con le braccia aperte.
– Oh, cazzo! – è tutto quello che riesce a dire Lazzazzara.
Crapanzano rimane a fissare l’immagine a bocca aperta indeciso se considerarla reale o un’allucinazione prodotta dal profumo della salsa.
Lazzazzara gli dà una botta sulla spalla facendo schizzare briciole e curry un po’ ovunque:
– Dai, scendi! – grida. – Vai a vedere che succede, io intanto avverto la centrale.
Crapanzano si risveglia, balza giù dall’auto e corre verso la ragazza.
Lazzazzara getta il crispi dal finestrino e accende la radio:
– Mandateci un’ambulanza! – grida in un microfonino scoreggiante interferenze. – Qui, subito.
– Lì dove? – chiede una voce appena comprensibile.
– Qui...
Lazzazzara guarda fuori, oltre i vetri macchiati di salsa:
– Già – dice a se stesso. – Se solo sapessi dove siamo.

L’Albergo del Libero Scambio.
Nel cuore più nero della città.
Monique spinge la porta verniciata di guano ed entra nell’atrio che ha lo stesso colore della polvere che vi si posa da decenni. Anche l’arredo è uguale da più di mezzo secolo e consiste in un bancone d’accoglienza scarnificato dai tarli, un’abat-jour da bordello dannunziano, tenuta insieme con un nastro isolante apposto da un cliente a metà degli anni Settanta, un divano dismesso dopo l’evacuazione delle suore del convento di Santa Maria della Neve, un tappeto coloniale appartenuto al Negus Neghesti, un’antica insegna d’ottone con i prezzi della quindicina e della mezza, una foto della chiesa di Santa Zita ancora senza facciata e senza cupola, un ritratto di papa Giovanni con sovrapposto il santino di Padre Pio, un lampadario d’ottone con dodici lampadine, di cui due funzionanti, un attaccapanni arrugginito da barbiere, un portaombrelli divelto e un gatto nero sul divano, forse vivo, forse imbalsamato. Gli unici segni di modernità stanno dietro il bancone e consistono in un televisorino cinese sintonizzato su canale 5 che lancia bagliori di elettricità e demenza e in una stufetta elettrica che riverbera d’arancio la carta del registro degli ospiti dove nessuno scrive da anni.
Lo sguardo di Monique si limita a constatare la presenza della cicciona dietro il banco che dorme e russa rumorosamente.
Monique traversa il tappeto del Negus e arriva fino alla prima rampa di scale. Un’ombra rotola per la scala. La ragazza la schiva con un balzo in avanti poi corre fino all’ultima stanza del primo piano.
La numero 8.
Bussa tre volte. Un colpo secco e due più deboli. Così le è stato detto di fare.
Nessuno apre.
Monique implora:
– Ti prego Johnny, sono io.
Qualche secondo d’attesa, poi un ragazzo di colore apre la porta, afferra Monique per la maglietta e la tira dentro:
– T’avevo detto di non venire – dice Johnny.
– Non ce la facevo più.
– Hai portato i soldi?
– Sì, sì. Ce li ho qui nella tasca.
– Quanto?
– Quasi cinquanta.
– Dammeli.
Johnny dà una rapida occhiata alla mazzetta:
– Non potevi farti dare qualcosa di più dal vecchio.
– Non me li ha dati lui. Ho venduto una catenina d’oro che avevo in casa.
– Una catenina d’oro? E ti hanno dato meno di cinquanta euro? Ti sei fatta fregare ben bene.
Monique s’alza.
– Ti prego Johnny, non ce la faccio più.
– Sdraiati.
Monique obbedisce.
Il lenzuolo è gelido e sporco. La ragazza si porta le mani al seno senza riuscire a smettere di tremare.
In bagno c’è Johnny che armeggia con i suoi attrezzi.
“Ancora pochi secondi e sarà tutto finito – pensa Monique – Almeno fino alla prossima volta”.
Pochi secondi ed è tutto finito.

Lazzazzara lotta con i tasti della radio di bordo:
– Centrale, centrale! Vi ripeto, abbiamo bisogno d’un’ambulanza. C’é una ragazza ferita.
– Calma Lazzazzara, sono Cocuzza, dimmi dove siete.
– Non so dove siamo.
– Allora dove te la mando l’ambulanza, asino?
– Non lo so. Non lo so.
– Senti, carica la ragazza sull’auto e portala in un posto dove possiamo raggiungerti.
Lazzazzara osserva Crapanzano che sta facendo uno strano balletto con la sconosciuta nel tentativo di farla arrivare fino alla macchina mentre il vento li avvolge in una spirale di polvere e cartacce.
– Quella è meglio portarla subito all’ospedale – dice a se stesso. – Non si sa mai.

In un mondo parallelo sta suonando un telefono, disperato e ossessivo.
Arrigo non lo sente, sbandato nelle curve della bionda che ha di fronte.
“Io a Budapest, prima o poi, ci devo andare – pensa Arrigo. – Se le ungheresi sono tutte così”.
Il telefono lancia un ennesimo richiamo. Arrigo si tuffa sull’apparecchio tirando giù la parete di plexiglas.
– Pronto? – dice in un rantolo.
– Che stai facendo? È mezz’ora che chiamo.
È la voce cartavetro del Grigio. L’ultima che Arrigo avrebbe voluto sentire. E sale di volume a ogni frase:
– Vieni subito al pronto soccorso – sentenzia. – C’è una bomba da novanta.
Arrigo lancia un’occhiata all’orologio e abbozza un disperato tentativo di difesa:
– Qui sono solo. Bisognerebbe avvertire il capo.
– L’ho già avvertito il capo. Mi ha detto di telefonare al giornale e mandare il primo stronzo che trovo.
– E chi sarebbe?
– Il primo stronzo sei tu, stronzo. Vieni subito qui e recupera quell’altra bestia di Gomez.
– Dove lo pesco a quest’ora?
– Giù al pub. Dove sennò? Anche se è ubriaco portalo lo stesso. E fate presto!
Comunicazione interrotta. Arrigo si guarda intorno affranto, poi dice a Luna:
– Bella mia ci rivediamo domani. Adesso devo andare – e ha proprio l’aspetto desolato d’un ufficialetto che parte per la guerra.


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