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All'Opera!
Una guida alla storia e ai protagonisti del teatro musicale
I. Da Rossini a Verdi: il grande '800 italiano
di
Roberto Iovino | Giorgio De Martino
dal libro
Vincenzo Bellini
(Catania, 3.XI.1801 – Puteaux, Parigi 23.IX.1835)
Il “re del belcanto”, Bellini ha segnato la storia della musica esercitando il
proprio influsso sia sui colleghi operisti (Verdi, ma anche Wagner) sia su
compositori quali Chopin e Liszt. Siciliano, allievo tra gli altri di Zingarelli,
nella sua breve carriera manifestò una profonda aderenza alla coscienza
romantica. Nella sua personalità, una compresenza di passione e marcata
malinconia esistenziale. Non a caso la sua produzione annovera opere serie o
“semiserie”, come La sonnambula, mai comiche.
Di quattro anni più giovane di Donizetti, riuscì ad affermarsi prima, a partire
dalla sua terza fatica per le scene, Il pirata, del 1827 (il primo
lavoro, Adelson e Salvini, risale al 1825, quand’era studente a Napoli.
Il successivo sarà Bianca e Gernando poi revisionata come Bianca e
Fernando). È proprio con Il pirata che Bellini aprì il varco ad una
nuova sensibilità, alla rivoluzione romantica (proseguita con capolavori quali
La sonnambula, Norma, I Capuleti e i Montecchi, I
Puritani). Rinnovamento non inerente l’ossatura del teatro musicale quanto
gli argomenti, le situazioni emotive forti, le sofferenze evocate in scena, lo
spessore dei personaggi.
Il compositore segnò un distacco netto dall’operismo rossiniano, quanto al
legame musica/libretto: se in Bellini non c’è ancora l’approfondimento verdiano
della psicologia dei personaggi, sussiste comunque un nuovo legame di contiguità
al testo: il significato delle parole è rispettato nella musica, gli accenti
coincidono ed il testo è distribuito in modo da essere raccolto dall’uditorio.
Questa considerazione della parola, e l’interpretazione dei sentimenti che il
testo porta con sé, fece guadagnare alla sua produzione l’appellativo di “musica
filosofica”. Le «melodie lunghe lunghe lunghe» di Bellini (così le definiva
Verdi) sono il fulcro delle sue opere: una vena lirica languida (erede del ’700
e di autori quali Paisiello e Zingarelli: quest’ultimo, appunto, suo
insegnante), che corre verso un apice al termine d’un arco melodico ampio e
fiorito. In Bellini la melodia dilaga, si estende ai recitativi, che cedono il
ruolo di mero motore dell’azione, acquisendo sostanza musicale. Vissuto
trentaquattro anni, scrisse – per i ritmi d’allora – poco e lentamente. Fu una
scelta, di cifra squisitamente romantica, come testimonia una lettera del 1828:
«Mi sono proposto di scrivere pochi spartiti, non più che uno all’anno. Ci
adopro tutte le forze dell’ingegno, persuaso come sono che gran parte del loro
buon successo dipenda dalla scelta di un tema interessante, da accenti caldi di
espressione, dal contrasto delle passioni». Con l’opera di Bellini l’arte del
bel canto (anche dal punto di vista tecnico) trovò il suo vertice: nelle linee
fiorite e virtuosistiche tese sul filo d’una intensità drammatica, in quel
sapere far coesistere vecchio e nuovo, tradizione vocale e necessità espressiva
romantica.
Bianca e Fernando
Melodramma in due atti
Libretto: Domenico Gilardoni (rielaborato da Felice Romani)
Prima rappresentazione: con il titolo di Bianca e Gernando, 30
maggio 1826, Napoli, Teatro San Carlo; con il titolo Bianca e Fernando, 7
aprile 1828, Genova, Teatro Carlo Felice
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Filippo (B) ha
assunto illegalmente il potere nel ducato di Agrigento, facendo imprigionare
il legittimo erede Carlo (B) di cui intende sposare la figlia Bianca (S),
vedova e con un figlio. Il figlio di Carlo, Fernando (T), mandato in esilio
si presenta a Corte sotto falso nome e si conquista la fiducia di Filippo.
Durante la cerimonia nuziale, Fernando non si fa riconoscere dalla sorella,
sospettandola complice dell’usurpatore. Ma quando viene a sapere che il
padre è ancora vivo ed è in pericolo di morte, si rivela a Bianca e insieme
cercano di liberare Carlo. Lo trovano finalmente e mentre Filippo li
minaccia, il popolo si ribella e reclama il ritorno del vecchio duca. |
La prima dell’opera, al San
Carlo di Napoli, prevista per il 12 gennaio 1826, slittò al 30 maggio
successivo. Lo spostamento causò la defezione dei cantanti principali che
avevano partecipato alla fase iniziale delle prove, Adelaide Tosi e Giovanni
David. Al debutto, in ossequio al principe Ferdinando duca di Calabria, l’opera
mutò il nome in Bianca e Gernando. All’inizio del 1828, quando ricevette
da Genova l’incarico di scrivere un’opera per l’apertura del Teatro Carlo Felice
(7 aprile), Bellini optò per la revisione di Bianca e Fernando,
considerando anche che nel cast genovese figuravano proprio Adelaide Tosi e
Giovanni David che dunque in parte conoscevano già il lavoro. Richiesta la
collaborazione di Felice Romani, Bellini aggiunse quattro brani, ma apportò
modifiche un po’ ovunque, dando una veste musicale e drammaturgica nuova
all’opera. Una delle aggiunte più interessanti è il coro “Tutti siam?”, passato
poi al coro dei Druidi in Norma e liberamente ispirato alla Sonata op. 27
n.2 di Beethoven. Da notare anche l’aria di Fernando del secondo atto, costruita
ex-novo, e soprattutto la scena conclusiva di Bianca.
Il Pirata
Melodramma in due atti
Libretto: Felice Romani
Prima rappresentazione: 27 ottobre 1827, Milano, Teatro alla Scala
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La vicenda si
svolge in Sicilia, nel XIII secolo. L’esule Gualtiero (T) è un pirata contro
la cui flotta invano si sono scontrate le forze di Ernesto (Bar), duca di
Caldora, usurpatore della signoria e seguace di Carlo II d’Angiò. Durante
una tempesta, il Pirata approda in prossimità della reggia di Caldora. Lì
ritrova Imogene (S), da lui amata ma costretta a divenire sposa di Ernesto.
Quest’ultimo cadrà, sotto i colpi del Pirata, il quale tenterà invano di
convincere Imogene a seguirlo, per poi consegnarsi al Gran Consiglio. Che ne
decreterà la morte. |
Dopo il successo di Bianca e
Fernando a Napoli, il giovane Bellini ricevette dall’impresario Barbaja (una
volta rilevata l’impresa della Scala di Milano) la commissione di una nuova
opera. Grazie al collega Mercadante, il compositore conobbe Felice Romani, e fu
l’inizio d’un sodalizio artistico importante. Sia Romani che Bellini volevano un
teatro in musica distaccato dai dominanti schemi rossiniani, spinto verso un
rinnovato rapporto tra parola e musica. La scelta cadde su un mito di byroniana
memoria, quello dell’uomo che diventa pirata vendicatore, per la donna amata.
Bellini compose Il Pirata tra la primavera e l’ottobre 1827. E scrisse le
parti pensando alle voci degli interpreti: un cast di prima grandezza, dalla
Méric-Lalande a Tamburini, al grande Rubini, Col “Gualtiero” del Pirata nacque
il mito del tenore belliniano.
I Capuleti e i Montecchi
Tragedia lirica in due atti e quattro parti
Libretto: Felice Romani
Prima rappresentazione: 11 marzo 1830, Venezia, Teatro La Fenice
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L’azione si svolge
a Verona, nel tredicesimo secolo. Tra le famiglie veronesi è guerra
intestina: la parte guelfa è capeggiata dai Capuleti, quella ghibellina dai
Montecchi. In battaglia Romeo Montecchi (Ms) uccide il figlio di Capellio,
capo dei Capuleti. Capellio (B) vuole vendetta, e sceglie come sposo per la
propria figlia Giulietta (S), Tebaldo (T), desiderando che sia lui il
vendicatore. Romeo e Giulietta però si amano, a dispetto dell’odio che
divide le famiglie, e invano Lorenzo (B), medico e confessore della giovane
Capuleti, tenta di rimandare le nozze. È lo stesso Lorenzo allora a proporre
a Giulietta una soluzione estrema: un filtro che la farà cadere in uno stato
di morte apparente. Romeo, non informato dello stratagemma, crede davvero
alla morte della sua amata, e presso la tomba di Giulietta s’avvelena. La
ragazza rinviene: appresa la terribile verità, i due amanti si stringono in
un ultimo abbraccio. Il veleno uccide Romeo, ma muore anche Giulietta, di
dolore. |
La storia non è propriamente
quella shakespeariana, anche se molti sono i punti di contatto. Quinta opera di
Bellini, è una delle più rappresentate nel XIX secolo. Fu scritta nel tempo
record di un mese e mezzo, utilizzando un libretto “di seconda mano”, scritto da
Felice Romani per un Romeo e Giulietta musicato da Vaccaj nel 1825. Il
fatto spiega la consuetudine al tempo – inaugurata da Maria Malibran – di
sostituire le ultime pagine dell’opera belliniana (troppo libere da convenzioni
per essere comprese) con quelle del Vaccaj. Reduce dal fallimento della Zaira,
il compositore catanese ne riutilizzò molte idee. Mentre da Adelson e Salvini
trasse la linea della celebre “Oh quante volte”. La coppia di protagonisti è
realizzata da voci femminili: Romeo è un mezzo soprano en travesti e
rende perfettamente la freschezza d’un amore fra adolescenti. L’intreccio è
ideale per il melodramma e fu utilizzato fin nel 1742 (da N. Pasquali), senza
dimenticare quello del 1796, firmato da Zingarelli. Le fonti letterarie a cui
attinse Romani sono antecedenti a Shakespeare e si rifanno alla novellistica
italiana di Matteo Bandello e Luigi da Porto. Bellini compose I Capuleti e i
Montecchi a 29 anni, prima della triade Norma, La sonnambula,
I puritani. Ma già nella tragedia veronese (che fu un successo
strepitoso, sin dalla “prima” veneziana) s’evidenzia un nuovo equilibrio tra
clima neoclassico e situazione romantica, in un’opera che propone reminiscenze
dell’esperienza barocca (il personaggio en travesti) ma anche un belcanto
che non dimentica Rossini, innestando la cifra personale del leggendario respiro
melodico.
La sonnambula
Melodramma in due atti
Libretto: Felice Romani (dal ballo pantomimo La somnambule, ou L’arrivée
d’un nouveau seigneur di E. Scribe e J. Aumer e dalla comédie-vaudeville
La somnambule di E. Scribe e G. Delavigne).
Prima rappresentazione: 6 marzo 1831, Milano, Teatro Carcano
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Amina
(S), orfana adottata dalla mugnaia Teresa (MS), sta per sposarsi col ricco
Elvino (T). In mezzo a tanta gioia, si rattrista l’ostessa Lisa (S),
anch’ella innamorata di Elvino. Il villaggio è messo in subbuglio
dall’arrivo di Rodolfo (B), il signore del castello, il quale torna in
incognito nei luoghi dell’infanzia e si stabilisce presso la locanda di
Lisa. Nel villaggio nessuno sospetta che Amina sia una sonnambula. Questo
fatto scatena una serie di guai e di gelosie (la ragazza viene trovata,
discinta, sul letto di Rodolfo), al punto che il matrimonio con Elvino
sembra andare in fumo. Solo quando una crisi di sonnambulismo avviene “in
pubblico”, l’innocenza di Amina è riconosciuta: il paese torna alla gioia
iniziale e alle sospirate nozze. |
Ibrido, in quanto fiaba ma anche
opera “semiseria”, paradigma del genere idillico-pastorale e del mito d’una
umanità innocente, La sonnambula è apoteosi della linea melodica, del
canto puro che nasce dall’accento intimo delle parole. Bellini la compose nei
primi mesi del 1831, lo stesso anno di Norma, sempre su testo di Romani.
L’opera consacrò il compositore, rendendolo beniamino vezzeggiato dai teatri
europei. La sonnambula nacque da un impegno preso col teatro Carcano di
Milano. Dapprima Bellini e Felice Romani si orientarono su un Ernani da
Hugo. La virata sui “fidanzati svizzeri” fu motivata dalla delicatezza politica
del primo soggetto. L’attenzione andò sul ballo pantomimo di Scribe e Aumer
La somnambule, ou L’arrivée d’un nouveau seigneur, in scena tre anni prima a
Parigi. Un tema, quello del sonnambulismo, stato di grazia inquietante, con
sfumature erotiche, già sfruttato dalla letteratura romantica perché inerente
ghiotte fascinazioni irrazionali. Un delirio d’entusiasmo destò La sonnambula
alla prima rappresentazione, grazie anche a due voci straordinarie, per le quali
erano stati pensati i ruoli: Giuditta Pasta e Giovanni Battista Rubini. La
stampa parlò subito di “idillio pastorale” (e non “melodramma”), sottolineando
un’azione che propone una corrispondenza d’amorosi sensi tra personaggi e
natura.
Norma
Tragedia lirica in due atti
Libretto: Felice Romani (da Norma ou L’infanticide di Alexandre
Soumet)
Prima rappresentazione: 26 dicembre 1831, Milano, Teatro alla Scala
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L’azione
si svolge nelle Gallie.
Nella foresta sacra, i Druidi, guidati dal loro capo Oroveso (B) attendono
il sacro rito di Norma (S), figlia di Oroveso. Il proconsole romano Pollione
(T) confessa all’amico Flavio (T) di non amare più Norma, dalla quale ha
avuto due figli: ora il suo cuore batte per la giovane sacerdotessa Adalgisa
(S). Norma invita i Druidi alla pace e Pollione convince Adalgisa a seguirlo
a Roma. A Norma (che sa del tradimento di Pollione, ma ignora l’identità
della rivale) Adalgisa chiede di essere sciolta dai voti perché è
innamorata. L’arrivo improvviso di Pollione rende chiara la situazione e
Adalgisa, legata a Norma, decide di lasciare Pollione.
In un raptus di follia, Norma vorrebbe uccidere i figli, ma poi, rinsavita,
desiste. Oroveso incita i Druidi alla guerra e Norma annuncia che sarà
necessario un sacrificio umano. Viene catturato Pollione che rifiuta la
libertà offertagli da Norma in cambio di una riappacificazione con lei.
Norma, allora, affida i figli al padre e si offre come vittima sacrificale.
Pollione, colpito dal suo coraggio, la segue sul rogo. |
Alexandre Soumet fu autore di diverse
tragedie che si collocano tra classicismo e romanticismo. La sua Norma
era andata in scena a Parigi il 6 aprile 1831. Il soggetto rientrava in un
filone che possiamo far risalire alla Medea di Cherubini; ma in
particolare il richiamo d’obbligo è alla Vestale di Spontini. Mentre,
però, nella Vestale l’orribile sacrificio finale è scongiurato per volere della
dea, in Norma la catarsi si attua con la morte: l’amore vince, ma attraverso il
sacrificio congiunto della sacerdotessa e di Pollione. Oltre al dramma di Soumet,
si possono citare altre due fonti: la Medea di Euripide e Les Martyrs
scritta nel 1809 da François Renè de Chateaubriand. Nel nono libro dei
Martyrs si ritrovano descrizioni di Velleda certamente lette con
attenzione da Romani per il suo personaggio di Norma. Inoltre, Romani e Bellini
intervennero in alcuni punti chiave: ad esempio tagliarono l’ultimo atto in cui
Norma in preda a follia uccide uno dei figli e si getta nel lago con l’altro.
Nell’opera prevale il sentimento materno. Altro elemento di novità rispetto alla
tragedia, la coralità avvertibile nel rito druidico, nel coro militaresco ed
eroico “Guerra, guerra”, nella scena finale. L’opera è preceduta da una Sinfonia
che pur non contenendo temi portanti dell’opera, ne anticipa l’atmosfera. Sembra
rossiniana nel ricorso ad alcune figurazioni, ma il loro impiego è attuato in un
contesto differente, dalle colorazioni romantiche. Il coro dei Druidi, in
apertura, evidenzia il legame con la natura che costituisce un elemento centrale
di Norma. Capolavoro assoluto è l’aria di Norma, “Casta diva”, esempio
mirabile della vena lirica di Bellini: una invocazione alla luna, una melodia di
struggente eleganza, dal respiro incredibilmente lungo. La sacerdotessa appare
come una immagine divina, un tramite fra il suo popolo e l’aldilà. Eppure Norma
è prima di tutto donna, amante e madre. Sta nella complessità di questo
personaggio, che Bellini traduce in arditezze di scrittura, il fascino
dell’opera. Del primo atto merita ancora una citazione il bel duetto fra
Adalgisa e Norma. Il secondo atto si apre con una delle pagine più dolorose e
insieme emozionanti dell’opera, una grande scena di teatro, nella quale il
sentimento materno prevale sulla follia vendicatrice della protagonista. Poi, un
nuovo duetto Norma-Adalgisa, uno stupendo confronto vocale. È interessante
notare che Norma e Adalgisa, rivali inconsapevoli, finiscono per solidarizzare:
moglie e amante, insomma, stanno dalla stessa parte... Il che, nel teatro come
nella realtà, accade alquanto di rado. La scena e aria finale sono sempre state
considerate, fin dalla prima esecuzione, il momento più intenso dell’opera.
Bellini inventa un crescendo emotivo partendo proprio dalla preghiera di Norma
al padre e da lì in un graduale coinvolgimento di tutti i personaggi si arriva
ad una esplosione di passione.
«Vengo dalla Scala: prima rappresentazione della Norma. Lo crederesti...
Fiasco!!! fiasco!!! solenne fiasco!!!». Scrisse così la sera del 26 dicembre
1831 Bellini all’amico Francesco Florimo. Poche ore prima la sua Norma
(con Giuditta Pasta affiancata da Domenico Donzelli e da Giuditta Grisi), aveva
debuttato con esito disastroso. La rivincita arrivò assai presto e da allora
Norma è considerata una delle vette più alte del teatro italiano.
Beatrice di Tenda
Tragedia lirica in due atti
Libretto: Felice Romani (dalla tragedia omonima di Carlo Tedaldi-Fores)
Prima rappresentazione: 16 marzo 1833, Venezia, Teatro La Fenice
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Nel 1418
nel castello di Binasco.
Agnese (Ms), giovane amante di Filippo Maria Visconti, duca di Milano (Bar)
e marito di Beatrice (S) è innamorata di Orombello (T) e questi a sua volta
ama la cugina Beatrice, che tuttavia cerca di respingerlo. Agnese accusa
Beatrice e Orombello di essere amanti e Filippo li manda sotto processo. I
due vengono condannati a morte. Agnese, pentita, chiede perdono a Beatrice
che si avvia serena verso il patibolo. |
Nell’ottobre 1832, Bellini assistette alla
Scala con Giuditta Pasta a un balletto intitolato Beatrice di Tenda. Rimase
affascinato dal soggetto e decise di trarne un’opera per la Fenice di Venezia.
Romani poteva contare, come fonte letteraria, anche sull’omonima tragedia di
Carlo Tedaldi-Fores. Ma il librettista non era persuaso della scelta e proprio
Beatrice di Tenda segnò la rottura del rapporto fra Romani e Bellini. In
Beatrice di Tenda l’attenzione del musicista pare interamente riversata su
Beatrice, una delle figure più impalpabili e delicate del suo teatro. Se la sua
sorte richiama quella di Anna Bolena, il finale crea una netta demarcazione:
l’Anna donizettiana muore nel delirio, in una totale trasfigurazione; Beatrice
rimane lucida fino alla fine, conscia della fine che l’attende. Un grande
personaggio che, non a caso, fu tenuto a battesimo da una diva del calibro della
Pasta.
I Puritani
Melodramma serio in tre parti
Libretto: Carlo Pepoli (dal dramma storico Têtes rondes et Cavaliers
di J.A.F. Ancelot e Boniface-Xavier Saintine)
Prima rappresentazione: 24 gennaio 1835, Parigi, Théâtre Italien
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La
vicenda si svolge presso una fortezza di Plymouth nel secolo XVII, al tempo
delle lotte tra gli Stuart ed i puritani di Cromwell. Nel castello del
puritano Lord Valton (B) si stanno organizzando le nozze di Elvira, sua
figlia. La ragazza avrebbe dovuto sposare il colonnello Riccardo Forth
(Bar), ma grazie all’intervento del benevolo zio Giorgio (B) può unirsi
all’amato Arturo Talbo (T) cavaliere e partigiano dei nemici Stuart.
Durante la festa Arturo scopre una prigioniera, la vedova del re
giustiziato, Enrichetta di Francia (S). Il senso del dovere prevale: Arturo
la aiuta a fuggire abbandonando la sposa che dal dolore cade preda della
follia. Ritroverà il senno quando la vicenda sarà chiarita e quando – grazie
al perdono del vincitore Cromwell nei confronti dei seguaci degli Stuart –
la coppia sarà nuovamente libera d’unirsi in matrimonio. |
A Parigi, Bellini godette
dell’amicizia di Rossini che gli procurò una commissione per il Théâtre Italien.
Qui andò in scena il 24 gennaio 1835 I Puritani e i cavalieri (in
seguito, I puritani), con enorme successo. La compagnia di canto era
composta da Giulia Grisi (Elvira), Giovanni Battista Rubini (Arturo), Antonio
Tamburini (Riccardo) e Luigi Lablache (Giorgio). Dopo Parigi l’opera venne
allestita al King’s Theatre di Londra, il 21 maggio 1835 e presto raggiunse i
teatri di tutta Europa. Il titolo evoca il dramma storico di Ancelot e
Saintine da cui è tratto il libretto, ma anche il romanzo Old Mortality
di W. Scott (tradotto in italiano come I puritani di Scozia), al tempo
assai popolare. Otto mesi, per definire la partitura ed affinare la
strumentazione, su una storia che conteneva tutti gli ingredienti per commuovere
il pubblico d’allora (e d’oggi). Una principessa addolorata, un amore
contrastato ma con happy end, una serie di colpi di scena, un velo di
patriottismo. Il tutto realizzato da Carlo Pepoli, poeta e nobile in esilio.
Bellini dettò le regole del romanticismo, in una partitura che accoglie la
purezza della melodia e la passione rovente al balenare delle spade. Inoltre
allarga l’arco del fraseggio, attraverso le folgoranti, estese “cantilene”.
Nella volontà di far colpo sui francesi (e di guadagnarsi il titolo di
successore di Rossini alla guida del Théâtre Italien), Bellini forzò i confini
della propria creatività: cercò una funzione espressiva dell’orchestra, armonie
ed effetti timbrici raffinati. Ammiccando al grand-opéra fece emergere
momenti collettivi di grande suggestione. Ma seppe anche colmare la partitura di
un espansivo lirismo: dal maschile “A te, o cara” alla celebre scena di follia,
che fu modello per la Lucia di Lammermoor donizettiana.
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