L'amante di città
Mistero in Monferrato
 
di Raffaella Romagnolo


Prologo

1.

Ermete Pasquali scendeva lungo la via nebbiosa, con leggeri colpi di pedale.
La strada avanzava sinuosa tra la periferia cittadina e il sobborgo industriale, seguendo il corso del fiume. Orti, cascine, rare villette: un percorso secondario che conduce alle fabbriche, e più oltre alle colline, tagliando via la Provinciale.
Pedalava lento, la borsa con la posta fissata al cestino della bicicletta. L’autunno inumidiva l’asfalto. La campagna, tutt’intorno, svaporava, avvolta nel primo freddo.
Un bell’andare, pensava il Pasquali. Un lungo giro quotidiano, tra cascinali e campi, nella luce chiara del mattino. Un luogo di inatteso silenzio.
Non si accorse subito dello strano movimento intorno alla casa della contessa. Gli sembrò di avvertire qualcosa, un rumore inconsueto, uno sfarfallio scuro, ma ebbe bisogno di imboccare il viottolo sassoso che girando intorno all’edificio portava al cortile interno. Fermo, un piede sull’acciottolato, distinse chiaramente una grossa macchina nera che a gran velocità imboccava il viale principale della casa padronale, svoltando poi sull’asfalto lucido, verso la città.

2.

L’appuntato sentì i muscoli della mascella irrigidirsi e la mano che incerta tastava il gancio della fondina. Dal portoncino aperto si intravedeva una donna seduta su una sedia, le gambe abbandonate sotto il tavolo scuro, le mani legate dietro la schiena con un fazzoletto azzurro. Il capo era reclinato, da sotto il mento si allargava una macchia di sangue rappreso, che colando aveva rigato il vestito. Un ciuffo di capelli grigi, arruffati e chiazzati di rosso scuro, era sfuggito all’acconciatura, e nascondeva i lineamenti.
Misurato in un rapido giro di sguardo il cortile circostante, l’appuntato individuò al fondo bicicletta e portalettere, e si rilassò. All’uomo riservò un cenno, che aspettasse dov’era, e si affacciò alla porta d’ingresso. Era la cucina di una vecchia casa di campagna, con un lavandino di marmo grigio, un frigorifero, una stufa, un sacrocuore trafitto da un ramo d’ulivo impolverato, un televisore su un mobiletto d’angolo.
 

3.

Sì, Ermete Pasquali era sicurissimo di non aver visto quanti erano. Solo una macchina nera, una berlina. No, non avrebbe saputo dire di che tipo. No, non guida, il Pasquali. Non ha occhio, per le macchine. Sì, aveva deciso di entrare in casa e dare un’occhiata, per vedere come andavano le cose. Sembrava tutto piuttosto strano.
Meglio lasciar stare i fascicoli troppo vecchi, pensava in quel momento il maresciallo Ernesto De Luigi, i gomiti poggiati sul tavolo di formica, gli occhi a sostenere quelli del postino, il resoconto che si srotolava fluido nell’aria ferma dell’ufficio. Pasquali Ermete, anni 59, vedovo, senza figli, iscritto alla CGIL, arrestato durante le manifestazioni di Genova del…, ed era entrato un signore distinto, un po’ teso, giacca di gabardine grigio topo, camicia giallina, perfettamente stirata, colletto liso, occhiali con la montatura dorata. Attento. Preciso. Collaborativo.
«Strano perché nessuno andava mai a trovarla» spiegava educato, composto, il tono appena più alto del ticchettìo della macchina da scrivere.
«È sicuro di non aver toccato nulla?».
Pasquali si era passato le mani umidicce sulla piega dei pantaloni e aveva avvertito una piccola fitta di tensione, tra le scapole. Doveva essere la luce cruda della lampada, sul tavolo ingombro di carte. Oppure quel modo rilassato, amichevole, con cui il maresciallo allentava il nodo della cravatta, arrotolava le maniche della camicia. Aveva esitato, e ricominciato: la macchina nera, la porta spalancata, il peso della bicicletta, carica di posta; era entrato in cucina; senza toccare nulla. Sì, era certissimo, senza toccare nulla. Neanche la porta. Era sicuramente morta. Il telefono. Anche la porta del salottino era aperta. Non l’aveva toccata, era stato attento. C’era confusione, di là. Il numero. La guida telefonica, di fianco all’apparecchio. Neppure sfogliata. 112. Non 113. 112 per i Carabinieri. Esca e non tocchi nulla, avevano intimato. Recuperata la bicicletta si era allontanato un po’. Non pareva bello, rimanere troppo vicino.

4.

Quello là. Quello là, sì. Il legittimo consorte, il fu Ubaldo Ferrini.
Girava di bocca in bocca, da quel mattino e per tutta Limena. Dissepolto, ondeggiava tra i banchi del mercato di piazza Togliatti, in coda dal dottore, al supermercato, alla fermata dell’autobus, fra le carte del commercialista. Sussurrato, bisbigliato e in quel momento richiamato a nuova vita dal gracidìo della Giuseppina Quattropassi, le mani legnose conserte in grembo, sulla sedia scomoda davanti al tavolo di De Luigi.
«Cene, balli, vestiti nuovi… casagrande!». Si lagnava secca, buia, giallastra.
«Quello là che giocava ai cavalli…».
Quello là.
Quando c’era lui, pensava il maresciallo, incongruo, irresistibilmente cullato dalla voce strascicata della donna. E invece era solo il bell’Ubaldo.
«…bello e furbo – completava lei, – macchine autista casinò. Sanremobordighera. Ischiacaprisantropè. Tutto in due mesi, dico due mesi, appena sposati».
Pausa.
«E poi anche da solo».
Altra pausa. Proprio lì, sulla solitudine ignominiosa, libertina del bell’Ubaldo.
«Da solo, sì, a far la bella vita. Coi soldi della contessa».
Tiè. Venticinque anni giusti a servizio valevano pur lo sfogo, il livore sempre ricacciato in gola, al massimo un mugugno tra parenti, non sta bene far chiacchiere. Ma adesso… adesso… – e da almeno una mezz’ora – Giuseppina Quattropassi il conte se lo andava evocando in spirito e immagine, tirato via, lustro ed ammiccante, dagli anni foschi di una giovinezza che De Luigi immaginava già querula, acida. E non c’era verso a farle cambiar disco.
«L’aveva sposata per questi», pollice e indice sfregati uno contro l’altro. Perentoria. Maligna.
«La cascina di Monforte con le terre». Lei neanche c’era, gliel’aveva raccontato chi l’aveva preceduta.
«La casa, graaande, beeella, di Gavi, poi la casa a Genova, in via XX Settembre». Perduta ogni cosa, non c’era nulla da rubare, e via allungando le vocali, mentre alle spalle della donna l’appuntato picchiettava sui tasti.
Tutto molto mélo, anni che scivolavano tra le mani ossute come pagine di “Grand Hotel”. Ma credibile: «Ubaldo Ferrini l’aveva letteralmente rovinata» avrebbe confermato il giorno successivo Francisci, notaio di famiglia, davanti ad un confidenziale cappuccino.
A beneficio del verbale la Pina aveva inventariato quel che mancava, ed era poca cosa. Un bracciale, una crosta che ritraeva un qualche avo, un paio di Bibbie antiche. Due pezzi d’argenteria. Gli ultimi. Gli unici sopravvissuti all’incessante lavorio dei tempi, incuranti del blasone, e alle follie dello scriteriato che la vecchia, contro la volontà materna e il più limpido buonsenso, aveva voluto per marito.
«Adesso era povera. Me, mi pagano i parenti di Genova. Ma povera davvero. Perché venire a rubare lì? Cosa credevano che ci fosse?». La domestica stringeva le mani l’una nell’altra, gli occhi piccoli, cattivi, piantati dentro quelli di De Luigi.
«Vorrei proprio saperlo» buttò lì, velenosa.
De Luigi aspettava, paziente, lasciando che il torrente di rammarico si trasformasse in un fiume di domande angosciate («perché? PERCHÉ?»), fino alla piena dell’autocommiserazione («proprio a noi… noi povere vecchie»), alla diga del pregiudizio («drogati!», «africani!», «gente che non ha voglia di lavorare!»).
Lasciar fare, lasciar defluire. Il gracidìo si fece sommesso, poi lagnoso, poi irato, poi sommesso. Il maresciallo attendeva un dettaglio, un niente di qualche utilità. Che non venne.

5.

Il Botta Edoardo, anzi, con brio: ilbòttaedoàrdo. Aveva quella musica in testa dal mattino presto, quando l’edicolante di piazza Togliatti, un lampo d’ironia negli occhi, un cenno al “Foglio del Monferrato”, aveva sillabato truce, anche lui in marcetta: “pi-sta-ma-roc-chi-na”.
Uno spillo.
Un ronzìo che per l’intera giornata aveva incalzato il maresciallo Ernesto De Luigi, e alla fine l’aveva inchiodato lì, nella penombra serotina che lenta aveva invaso l’ufficio, sul tavolo il dossier Grimaldi Franzoni, in testa ilbòttaedoàrdo.
Un tarlo.
Recuperato dal fondo d’un cassetto un grosso paio di forbici prese ad armeggiare intorno alla graffetta che fissava il fascio di fotocopie della rassegna stampa. Sciolto il nodo metallico esaminò le pagine, una dopo l’altra, con cura, lisciando con le dita l’orletto smangiato dal punto della spillatrice.
Un tarlo cattivo.
Era in fondo, il “Foglio del Monferrato”.

Massacrata senza pietà la contessa Grimaldi Franzoni

Sette colonne, firma E. Bo. A volo il maresciallo percorse l’agile articolarsi del dettato, l’affastellarsi sapiente di mezze verità, il variato gioco di luoghi comuni, locuzioni trite, incongruenze, ovvietà.
Tombola, sibilò.
Eccolà là, la pista marocchina. Due parole, e sulla sonnolenta placidità limenese di colpo calava il fumo azzurrognolo di un’intrigante spystory. Regia del Botta Edoardo. In sala, a bocca spalancata, il maresciallo Ernesto De Luigi, che nelle settimane successive avrebbe osservato allibito il rovinoso rifrangersi dell’improbabile sceneggiatura su tutti i giornali della zona, e su su fino agli uffici di Alessandria.
Dal cassetto ingombro di penne, matite, gomme e pastelli colorati, estrasse un pennarello blu, e intorno alla pista marocchina disegnò una leziosa cornicetta, tutta volute e serpeggianti trattini. Individuò poi i passaggi salienti, li impreziosì d’un righino sottile: il ferocemente assassinata, il facoltoso casato, la tragedia che si consuma, lo spettacolo agghiacciante, la domestica in preda al panico (sebbene assente), l’immensa fortuna dilapidata, il gruppo di sbandati che nelle ultime settimane ha minacciato l’operosa quiete della città. Specialità della casa, icone del vuoto assoluto.
Il foglio, a quel punto, era un ricamo di ghirigori. De Luigi lo osservò pensieroso. Un raggio obliquo, un pulviscolo caldo in quell’ottobre di smalto, investivano il mucchio di carte, dilagando sulle piastrelle.
Dieci anni di agile militanza pentapartitica, concluse. Poi tornò a rovistare nel cassetto. Tutta una teoria di bocconi amari, di fluidi equilibrismi, e ne era venuto fuori quello stile impeccabile. Trovò la penna rossa, doppia riga, rossoblu, per il massimo riserbo dell’Autorità. Opportunamente piazzato in coda. Dopo tanta barbarie.
Un genio del montaggio, il Botta Edoardo.
Fuori imbruniva. Uno stormo nero fluttuava silenzioso tra i tetti, disegnando vortici scuri, in stupefacente geometria. Polvere, pensava De Luigi. Che il Botta Edoardo puntualmente scioglieva in sangue. Ed era un miracolo, considerata la materia prima da cui al pennivendolo limenese, nato ad altri scenari, toccava partire: chiacchiere di provincia, qualche mariuolo, storie di corna. Quella volta – De Luigi lo ammise – tragedia era. Ma il Botta Edoardo si era superato – pista marocchina e nobiltà decaduta – magistralmente raccordando un paio di furti da ladri di polli con l’omicidio inspiegabile di una possidente impoverita.
Da incorniciare, concluse tra sé, e infilò il foglio nel tritarifiuti.

6.

Coscienza sporca? Per questo tergiversava?
Una donna infagottata in un enorme caftano, gli occhi di carbone, si era accomodata sotto la pensilina dell’autobus, in attesa.
Orgoglio? Puntiglio? Il rapporto del medico legale, smanacciato infinite volte, ormai lo conosceva a memoria. La sessantasettenne Maria Pia Grimaldi Franzoni era morta per un colpo inferto con un oggetto contundente in legno d’ulivo («uno spigolo, quasi una lama»). Ne erano rimasti minuscoli frammenti fra i capelli, proprio sopra l’orecchio sinistro. La ferita era piccola, ma profonda, il colpo era stato letale. Non era facile, per il medico, stabilire se la Grimaldi Franzoni fosse stata legata prima o dopo il colpo.
Non era stato facile, in quelle sei settimane, stabilire un bel nulla. Accanto alla donna con il caftano prese posto un ometto di mezz’età, elegantissimo in un completo beige, la cravatta di seta marrone che sembrava dipinta sul bianco della camicia. La donna lo accarezzò d’un lungo sguardo nero. Nel lustro ufficio della Compagnia di Alessandria, volevano un rapporto chiarificatore e definitivo e in fretta.
Domani, maresciallo.
L’autobus arrivò. Dalla finestra socchiusa penetrò il tonfo pneumatico delle porte che si aprivano e chiudevano. De Luigi scelse a caso un foglio e lo sfilò dalla pila delle carte, lo girò sul dorso e tracciò una linea nera, dividendolo in due colonne. A destra scrisse FURTO. A sinistra OMICIDIO. La colonna di sinistra andò riempiendosi rapidamente di appunti: finzione, costruzione, pieno giorno, refurtiva di scarso valore, improbabile reazione. L’autobus ripartì. La luce grigia della sera inghiottì la pensilina deserta.
Capolinea, maresciallo. Congetture. Non possiamo permetterci di tenere ancora sospesa la faccenda. Attenersi ai fatti. Ossia chiudere. Nomi e cognomi. O comunque chiudere. Il maresciallo prese il foglio, ne ripiegò i lati a triangolo, facendone un aeroplanino, che andò a planare nel cestino dietro il tavolo.
Deglutì amaro.
I fatti: furto, finito tragicamente. Denuncia contro ignoti. Nessun segno di coinvolgimento di professionisti o della criminalità organizzata. Delinquenti casuali. Tralasciò la sequela di “ipotesi investigative” dei notisti di nera, Botta Edoardo ad aprire le danze: in ordine sparso tossicodipendenti, nomadi, genericamente africani, specificatamente marocchini. E tenne fuori Giuseppina Quattropassi. Anche se non si sarebbe per nulla stupito se a far sparire qualcosa, magari l’argenteria, fosse stata proprio lei, la Pina, durante la ricognizione successiva all’accaduto. Trattamento di fine rapporto, dopo venticinque anni di onorato servizio.


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