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Amaro gianduja
di Walter Peirone
Prologo
9 giugno 1990 – Sicilia
Ci mancava anche l’esordio della
nazionale italiana ai mondiali di calcio: con l’eccezione di due ragazzi
adoranti, il ristorante sul lungomare era deserto e l’unico cameriere presente
serviva le portate eclissandosi velocemente all’interno della cucina dove ad
intermittenza si udivano delle voci, sicuramente appartenenti ad umanità
incollata ad un televisore. Nel piatto restavano dei residui d’involtini di
vitello: nonostante avesse appetito si era sentita nuovamente triste e maledì
ancora una volta la sua masochistica testardaggine. Desiderava ad ogni costo
visitare quella parte di Sicilia, sino all’eccesso di litigare e poi abbandonare
gli altri sulla spiaggia di Giardini Naxos: si sarebbero ricongiunti ad
Agrigento. Giuseppe, l’unico intenzionato a seguirla, s’era arreso per non
alterare i già fragili equilibri nervosi di Margherita e, considerando che per
il resto della compagnia costituiva un’impresa titanica doppiare a piedi via
Condotti, non aveva esitato ad andarsene via da sola, zaino in spalla, per tre
giorni.
Anche per dessert ordinò quello che servivano sul tavolo frontale al suo: questa
volta, a differenza degli ammucca ammucca, non seppe ripeterne il nome ma la
coppia gli spiegò che si trattava di un dolce con panna e fichi freschi. Prese
ad osservarli con attenzione: poco più che ventenni, anche quando mangiavano si
tenevano sempre per mano e si domandò se la ragazza fosse davvero mancina o si
sacrificasse per rubare attimi di felicità. Immaginò Giacomo materializzarsi al
suo fianco, mentre adesso, estraneo alla mania calciofila che in quei giorni
contagiava il paese, era sicuramente a svolgere quel turno serale in ospedale
che normalmente toccava a lei. Simultaneamente a poco patriottici pensieri
pro-Austria, udì strilli gaudenti giungere dalla cucina: l’Italia aveva
evidentemente segnato.
Pochi minuti dopo il solito cameriere entrò in sala urlando frasi entusiaste su
uno che di cognome faceva Squillaci o Schillaci. non apprese bene, ma capì che
era un giocatore originario della Sicilia e che il primo atto d’Italia ’90, il
più grande sperpero di denaro pubblico dal 1861 ad oggi, era finito in gloria.
Indugiò ancora, affascinata dal locale che iniziava a rianimarsi e giudicando
appropriato quel nominativo di Acquamarina con una graziosa scalinata che
adiacente alla terrazza congiungeva agli scogli: assegnò il giusto merito ad un
costruttore che aveva dimostrato disprezzo per le brutture edilizie così in voga
quegli anni.
Quando fece per alzarsi per chiedere il conto, un uomo dalla grossa corporatura
gli sbarrò momentaneamente il passaggio unendosi alla coppia di fidanzati: vide
nel ragazzo un’espressione di paura seguita da un sorriso forzato; anche la
ragazza parve a disagio e si coprì le spalle nude con una giacca nonostante la
temperatura fosse elevata. Il nuovo arrivato si sedette conversando ad alta voce
ma facendolo nel dialetto locale, per lei assolutamente incomprensibile. I
ragazzi rispondevano a monosillabi scambiandosi sguardi interrogativi. Più volte
fu citato il termine ‘padre’ ed anche ‘carabiniere’ in quello che assomigliava
sempre di più ad un monologo, fin quando dalle mani dell’uomo non comparve un
mazzo di chiavi che gettò sul tavolo dinanzi alle braccia conserte del giovane
che si alzò pallido in volto e come un automa uscì dalla sala. Fissava adesso la
ragazza e fu certa di scorgere un tremore quando l’individuo gli diede un
buffetto sulla guancia, poi sentì un boato assordante e corse fuori.
Nel parcheggio di terra battuta, tra gli scogli e la strada provinciale, c’era
un’automobile che bruciava e urla disumane che laceravano l’aria calda
proveniente dal mare.
Dodici anni dopo
1
Torino
Quando un corridore attraversa
un momento di palese difficoltà continua a smanacciare sul cambio: era una frase
che costituiva un cavallo di battaglia di quel telecronista, ora defunto, che
per secoli aveva monopolizzato il ciclismo in televisione e solitamente la
ripeteva sui primi tornanti dello Stelvio o del Mortirolo.
Espletavo inutilmente identica funzione macinando chilometri a Mirafiori Nord,
quartiere periferico privo di qualsiasi asperità altimetrica, ingaggiando una
lotta impari con i miei arti inferiori nel frattempo diventati di piombo.
Fortunatamente potevo disegnare traiettorie ebbre d’illogicità, guadagnando
l’asfalto compatto dribblando tombini e buche: dicono che Torino non si svuoti
più ad agosto principalmente perché i biblici esodi meridionali siano in
esaurimento per selezione naturale di genitori d’immigrati. sarà anche vero, ma
bighellonando senza costrutto per la città visualizzavo unicamente fossili
inerti sulle panchine che esalavano vita dondolando impercettibilmente il capo
quando autobus ripudianti fermate trasformavano la tratta urbana in una
succursale d’Indianapolis.
Personalmente, poiché costretto da impegni professionali quasi agli arresti
domiciliari, anestetizzavo alla meno peggio il ponte di Ferragosto: infatti se
sei il capo del personale di una azienda che si occupa di prodotti di gelateria,
la proprietà richiede la tua presenza costante nell’eventualità che, in assenza
della stessa, le linee operative pulsanti produzione vomitino sulla scrivania
una certificazione medica per infortunio di un fenomeno che si è dimenticato un
dito in una macchina da confezionamento o dal passante interno si diffonda la
voce stridula di un caporeparto che implori una lettera di contestazione
disciplinare per un operaio che ha insinuato atteggiamenti equivoci della di lui
moglie, per la cronaca in vacanza con pargoli e suoceri a Diano Marina.
Insomma, anche se per tutto il mese di agosto mi trasformo in un provvisorio
padrone delle ferriere riferendo solamente all’amministratore delegato, quello
del responsabile delle risorse umane come viene pomposamente definito adesso, è
un mestiere assolutamente ingrato che solo per un avverbio si differenzia da
quello del ginecologo: loro lavorano ‘dove’ tutti gli altri si divertono, noi
lavoriamo ‘quando’ tutti gli altri si divertono. Mestiere che alle diciotto e
quarantacinque di venerdì sedici agosto ti relega su una dozzinale mountain bike
da supermercato a percorrere corso Allamano mentre gli amici stazionano a baia
Sardinia o Santorini.
Decisi di deviare a destra imboccando via Carlo Casalegno: 1916-1977 scorsi
sulla targa, alcune pedalate e incrociando via Giuseppe Ciotta 1947-1977 e via
Fulvio Croce 1901-1977, realizzai come l’efficienza della colonna torinese delle
Brigate Rosse e dei fratelli germani di Prima Linea avesse fornito un corposo
contributo alla toponomastica rionale. Un giornalista, un poliziotto, un giudice
e tutto nel 1977: il rivoluzionarismo avventurista s’inventò una guerra che non
c’era ed esistenze personali di perdenti autoproclamatisi paladini della classe
operaia, si trasformarono in quelle di feroci assassini.
Sentii il sibilare dei freni e lo sgommare dell’auto che improvvisamente si
materializzò dall’incrocio parandosi frontalmente: per puro istinto di
conservazione impugnai il manubrio scartando di lato mentre la sagoma a motore
mi sfiorava la gamba sinistra. puntai appena i piedi in terra e nel voltarmi
osservai un’Alfa Romeo 156 blu scuro che inchiodò una cinquantina di metri in
avanti, dinanzi ad una costruzione ad un piano tinteggiata in giallo. I vetri
cromatici non consentivano di distinguere la fisionomia del conducente e delle
persone eventualmente a bordo e così attesi che qualcuno scendesse; invece la
serranda del garage, evidentemente comandata a distanza, si apri lo stretto
necessario per permettere l’ingresso della vettura e chiudendosi immediatamente
inghiottì il feto delle mie rimostranze. Prima di allontanarmi mi avvicinai a
leggere il nominativo sull’unico campanello ma era a sfondo bianco: al numero 48
di via Fulvio Croce amavano la discrezione!
Ero reduce da una doccia ristoratrice quando il telegiornale della terza rete a
frequenza regionale, diffuse il flash d’agenzia giunto in quel momento in
redazione che ‘un uomo non ancora identificato e dall’età apparente di quarant’anni
è stato falciato mortalmente da un’auto pirata in piazza Cattaneo: il fatto è
accaduto un’ora fa e sembra che non ci siano testimoni oculari’.
Forse ammaliato dal pensiero del rifugio in alta quota a ridosso dei ghiacciai
che mi attendeva per il fine settimana, non collegai minimamente la notizia
trasmessa all’incidentale tentativo da parte dell’Alfa Romeo blu scuro di
rimpinguare le fila del reparto ortopedia del centro traumatologico
assicurandone la mia presenza.
Via Fulvio Croce dista poco più di un chilometro da piazza Cattaneo e gli orari
coincidevano: più volte ho pensato che se mi fossi recato al commissariato di
zona per la segnalazione, questa storia non sarebbe mai stata scritta.
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