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Anch'io voglio
uscire
Storie e racconti
di canile
di Volontari del canile
Estratto dal libro
Malattia infettiva: “mal di ferie”
Nota anche col nome di febbre estiva: colpisce molti padroni nei mesi caldi.
Un giorno tornano a casa e si lamentano del caldo, sospirano e diventano esperti
di geografia e girano con carte, cartine e atlanti. I sintomi poco per volta
diventano più appariscenti, finché (forse per paura di attaccare la malattia ai
loro fedeli quattro zampe) portano quest’ultimi in un canile che chiamano
pensione; altri invece preferiscono abbandonarli dove capita, oppure legarli ad
un palo sull’autostrada!
“Loro” intanto se ne vanno a spasso per il mondo.
Poi quando tornano, quelli bravi (a volte non vanno più a riprenderli, troppo
spesso si dimenticano di chi è stato sempre ad aspettare il loro ritorno)
dicono: ciccino qui, ciccino là, come mi sei mancato! Tutte storie, non è vero
niente!
La malattia è ricorrente, purtroppo. Tutti gli anni, nei mesi caldi si ripete!
(Marta Firenze)
Finché c’è vita
c’è speranza...
Cari volontari, chi vi scrive è Buck Lupo, vi ricordate di me?
Sono quel bel pastore tedesco (scusate la modestia!) non più giovanissimo, che
abitava nei recinti dietro. A Pasqua sono stato adottato e per la fretta e la
felicità mi sono dimenticato di salutarvi e ringraziarvi per avermi voluto bene,
senza il vostro affetto non sarei riuscito a superare un momento così difficile.
Diciamo che l’abbandono al canile forse è poca cosa in confronto a tutto quello
che ho subito prima, però dopo tanti anni passati nello stesso posto, mi sono
sentito strappato via dai miei pochi punti di riferimento e l’ho presa molto a
male, ero depresso, triste e sempre più convinto che la sfortuna continuasse a
perseguitarmi.
Ho nove anni, di cui uno trascorso al canile, mentre i rimanenti li ho vissuti
su un piccolo terrazzo, piuttosto squallido, senza un riparo, un giaciglio e con
un rancio molto scarso e scadente, a volte anche solo pane ammuffito.
Nella zona di San Gottardo, dove abitavo, ero rinomato per la vita infelice che
conducevo, piena di umiliazioni botte e indifferenza, per i miei ex padroni ero
solo un peso e l’ho capito a mie spese sin da cucciolo quando, anziché farmi
giocare e coccolarmi, mi prendevano a bastonate senza neanche un motivo valido.
Pensate che hanno preso anche due denunce per maltrattamento su animali, ma
anche questo non è servito a placare la cattiveria nei miei confronti e il
fastidio che gli procuravo.
Malgrado tutto, sono sempre stato un cane molto dolce e buono e la gente più
sensibile della zona spinta dalla compassione e dal mio sguardo sempre triste e
malinconico, cercava di alleviare la mia solitudine regalandomi quell’affetto
mai avuto dai miei ex padroni.
Trascorrevo le giornate aspettando queste persone, ed era l’unica nota positiva
della giornata e di tutto quello che avevo intorno.
Tra queste persone c’era anche Donatella, volontaria del canile che mi ha
seguito per cinque anni e ogni sera finito il lavoro mi portava sempre la pappa
e si tratteneva un po’ con me per farmi tante coccole, mi faceva sentire
importante e amato ed io l’aspettavo con trepidazione.
Ho saputo che si è data molto da fare anche per potermi portare a fare delle
passeggiate, ma la mia ex padrona non le ha mai dato il permesso, chissà poi
perché!
Ecco, questa è stata la mia vita prima di arrivare al canile!
Al canile a parte la nostalgia mi sono trovato subito bene, avevo un pasto
abbondante tutti i giorni, una protezione per la pioggia e il freddo, un comodo
giaciglio e cosa più importante persone amiche che mi volevano bene e non mi
picchiavano.
Appena arrivato, dopo qualche giorno di isolamento, mi hanno sistemato in una
gabbia mobile nel cortile, a parte lo spazio veramente ridotto e quel
rompiscatole di Rinti che tutto il giorno mi abbaiava nelle orecchie, ci stavo
abbastanza bene perché vedevo gente e uscivo spesso, sino a che si è liberato un
recinto dietro e mi hanno traslocato fuori. Avevo più spazio e dei vicini
tranquilli nei miei confronti, però vedevo meno gente e questo mi mancava un
po’, così per passare il tempo facevo delle lunghe chiacchierate con Edo e
aspettavo di vedere spuntare i miei amici volontari per andare a fare una
passeggiata, non erano tanti però per me erano i migliori!
Al primo posto metto la Chiara e Alessandro perché mi portavano fuori tutti i
giorni, praticamente erano i miei padroncini, entrambi molto giovani, però tanto
sensibili ed energici, facevamo lunghe passeggiate insieme, mi hanno fatto
conoscere tanti posti nuovi ed io li aspettavo con impazienza e tanta gioia!
Se ho superato l’estate afosa dello scorso anno lo devo proprio a loro, che mi
portavano quasi tutti i giorni a fare il bagno ai laghetti, dove tutto contento
per gratificarli mi esibivo con bei tuffi.
Subito dopo metto Marina, ragazza molto sensibile che, conoscendo la mia storia,
appena mi ha visto al canile si è messa a piangere; sono rimasto molto colpito
dalle sue lacrime e fin da subito ho sentito di volerle bene e di proteggerla.
Tutti i sabati prima di venire al canile il suo pensiero correva a me, e con
tanto amore mi cucinava la carne trita che poi io in un boccone facevo sparire,
rendendola felice.
Cara Marina sappi che non ho mai mangiato niente di così buono!
Oltre loro ho ricevuto tanto affetto anche da Paolo, Luisa, Alessandra e Simona
(spero di non aver dimenticato nessuno!), persone splendide a cui ho voluto
tanto bene e che ringrazio moltissimo!
Con Donatella malgrado fosse la persona che conoscevo da più tempo, sono uscito
pochissime volte, non ero tra i suoi cani fissi, però si è sempre occupata di
me.
Mi ha assicurato la passeggiata giornaliera con Chiara, le pappe buone di Marisa
e Sally, mi ha fatto conoscere Marina, mi ha pubblicizzato con altri volontari e
cosa più importante ha fatto in modo che finissi sul calendario del canile, e
questo mi ha permesso l’adozione.
Sono nel mese di giugno insieme a Marina Donatella e Lucky Filippo (cane) che è
stato per anni il mio vicino di casa, poi all’improvviso un giorno è sparito e
spesso mi sono chiesto che fine avesse fatto, visto che godeva di buona salute,
la risposta l’ho avuta quando sono entrato anche io al canile e l’ho visto.
Il destino ci aveva riservato lo stesso trattamento, entrambi infelici ed
abbandonati!
Ma torniamo a noi, vi stavo dicendo che, grazie alla mia apparizione sul
calendario, sono stato notato dai miei nuovi padroni Gianfranco e Miriam, che
tristi per la prematura scomparsa del loro pastore tedesco, sono rimasti subito
colpiti e inteneriti dai miei occhioni tristi e hanno voluto conoscermi. Sono
venuti al canile un sabato mattina insieme a Marina; non chiedetemi il perché,
forse è la sensibilità che abbiamo noi cani, ma fin dal primo incontro ho
sentito che loro erano diversi dalle altre persone sinora conosciute, ho provato
da subito affetto: erano i padroni che per anni avevo sognato!
Durante la passeggiata mi osservavano attenti e premurosi, ed io mi sentivo
avvolto da tutto l’amore che traspariva, dallo sguardo amorevole e dai gesti
gentili.
Miriam l’ho conquistata subito, mentre Gianfranco benché mi guardasse con
affetto, mi contemplava in silenzio frenando l’entusiasmo.
In cuor mio comunque ero sicuro che se me ne avesse dato modo, sarei riuscito a
far centro nel suo cuore, perché eravamo destinati a stare insieme, lui
rappresentava il mio padrone ideale ed io avrei dato lustro a tutte le mie
qualità per conquistarlo e diventare a mia volta il suo cane ideale.
Se ne erano andati solo da pochi minuti, ma già mi mancavano e cominciai ad
aspettarli, la mia attesa fu breve e non vi posso spiegare il turbinio di
emozioni che mi invase quando lo vidi (era solo stavolta) avanzare verso di me,
mi sembrava di vivere un sogno da quanto ero felice e orgoglioso di stare al suo
fianco durante la passeggiata.
Le sue visite si fecero sempre più frequenti e finalmente riuscii a conquistarlo
come desideravo, ormai eravamo in simbiosi, ci capivamo solo guardandoci e dai
nostri sguardi traspariva amore e fiducia reciproca.
Il giorno che mi portò per la prima volta in macchina ero curioso per la novità,
ma nello stesso tempo imbranato, ricordo che benché volessi fare bella figura
ebbi bisogno del suo aiuto per salire, che vergogna ragazzi!
Quel giorno mi portò a vedere la sua casa, che oggi è diventata anche la mia.
Adesso finalmente anche io sono un cane felice, ho dei padroni meravigliosi che
ogni giorno mi riempiono di attenzioni e affetto, ho ritrovato quella voglia di
vivere che non avevo più e tanta voglia di giocare, cosa che non avevo mai fatto
perché sono dovuto crescere in fretta. Non lo so quanto mi rimarrà da vivere,
visto che non sono più un pivello, comunque vi posso assicurare che cercherò di
assaporare ogni attimo di felicità, cercando di ripagare i miei padroni per
tutto quello che hanno fatto e che faranno per me.
L’ultimo pensiero prima di concludere lo voglio dedicare ai miei amici a quattro
zampe che sono tuttora al canile, dicendogli di non perdere mai la speranza,
perché anche per voi, dietro l’angolo può esserci un angelo, che come per
miracolo un giorno varcherà l’ingresso del canile, si soffermerà davanti alla
vostra gabbia e vi porterà via com’è successo a me, facendovi dimenticare tutte
le cattiverie e le ingiustizie subite.
Con tanto affetto, il vostro Buck Lupo.
(Donatella Po)
Un piccolo pensiero per Buck Lupo
Quando eravamo piccoli spesso ci dicevano di stare buoni perché altrimenti
arrivava il lupo cattivo.
Devo dire sinceramente di non aver mai creduto a questa storia, comunque, se
avessi avuto anche un solo dubbio sull’esistenza del lupo cattivo questo si
sarebbe cancellato completamente quando un anno fa ho conosciuto te, BUCK LUPO.
Ciao Buck, grazie di cuore per tutta l’amicizia che mi hai dimostrato! Voglio
ringraziare tanto, tanto la mia dolce amica Donatella per avermi fatto conoscere
un meraviglioso tesoro come te!
E ringrazio tanto il destino che finalmente ti ha sorriso e ti ha donato una
vera famiglia!
P.S. Un grazie dal profondo del mio cuore a mio padre che mi ha insegnato a
voler bene a tutte le creature a quattro zampe.
Con tutto il cuore,
Marina Vincentelli
Romeo
Romeo è un meticcio col musetto del labrador, corpo snello e coda del setter,
manto del bretton e non è un cane del canile.
Però, se non del nostro, ospite di qualche canile avrebbe potuto diventarlo.
Ma quel giorno d’inverno di quasi cinque anni fa la sua buona sorte decretò che
si imbattesse in Paolo (il mio primo nipote) che, dapprima incuriosito, poi
decisamente intenerito da quel cucciolotto che vagava per le strade di
Portovenere, concluse che doveva essersi smarrito.
Comunque fosse non avrebbe potuto restare indifferente e quindi, fattolo salire
in macchina, iniziò una ricerca, mandando quindi a pallino i suoi programmi
turistici di quel giorno, per riuscire a scoprire se fosse appartenuto a
qualcuno, ma senza risultato cosicché al sopraggiungere della sera decise che
non poteva abbandonare quel batuffolo di pelo, che nel frattempo si era pure
addormentato sul sedile, e se lo portò a casa nonostante sapesse già che non
avrebbe potuto tenerlo con sé.
La soluzione di come sistemarlo venne da suo fratello Luca che il giorno dopo
non solo accettò, ma fu contento di prendere con sé quel piccolo ospite anche
perché da tempo lui e Barbara, la sua ragazza di allora, stavano pensando da
tempo di adottare un cane.
Quindi Romeo, che così fu chiamato, iniziò a vivere appunto con Luca e Barbara
sino a quando, in occasione di una vacanza, non fu affidato momentaneamente a
Luisa, (mamma di Luca e di Paolo, quindi mia cognata), la cui abitazione, una
piccola villetta a pochi passi da dove abito io, dispone di un ampio giardino
dove il cane avrebbe potuto dare maggior sfogo alla sua instancabile e
prorompente vitalità.
E fu allora, circa quattro anni fa, che feci la sua conoscenza e cominciai a
condurlo fuori a passeggio anche perché, pur desiderandolo, né mia cognata, né
sua sorella che vive con lei, avrebbero potuto farlo senza essere trascinate via
da quel “trattore” a quattro zampe e rischiare quindi delle brutte cadute.
Inizialmente anche le mie passeggiate erano saltuarie e brevi poiché lo sforzo
per trattenerlo era realmente tale da non permettere lunghi percorsi, ma poi,
col passare dei giorni, la frequenza delle nostre uscite è aumentata, così come
la durata, tanto che quando Luca e Barbara sono tornati dalla vacanza per
riportare Romeo a casa, in conseguenza della situazione nuova che si era creata
ci siamo tutti chiesti se lui avrebbe veramente preferito ritornare a vivere
nell’appartamentino di Caricamento, dove sarebbe rimasto solo per buona parte
del giorno, oppure restare lì, coccolato e vezzeggiato, con un ampio giardino a
disposizione e con la prospettiva di lunghe e variate passeggiate tutti i
giorni, e la risposta è stata ovviamente scontata.
Inutile dire che adesso le mie uscite giornaliere con Romeo sono molto più
rilassanti, ma non perché lui abbia smesso di tirare, anzi, la sua forza è
aumentata con la sua piena giovinezza, ma perché con la confidenza instauratasi
è diventato abbastanza ubbidiente così da consentirmi di lasciarlo senza
guinzaglio (con buona pace delle disposizioni comunali….) salvo che nelle zone
di maggior traffico cittadino. Ed allora può finalmente sfogare la sua
inesauribile e curiosa vivacità ed esprimere al meglio la sua totale
indipendenza, probabilmente innata ma anche frutto dei vizi che gli vengono
concessi. Poi, abitando a Bolzaneto, si ha fortunatamente la possibilità di
ritrovarsi in zone defilate o ancor meglio nel verde della campagna in poco
tempo e senza dover ricorrere alla macchina, così da consentire ad entrambi
piacevoli e distensive passeggiate.
L’unico problema si presenta quando Romeo si imbatte in un gatto che, come
capita quasi sempre, si dia alla fuga. Allora si assiste ad un inseguimento “da
cartoni animati” che si conclude solo quando il gatto riesce a trovare un
nascondiglio. Ma il buffo è che se, al contrario, il gatto non scappa o
addirittura gli si rivolta contro, allora è Romeo a battere ritirata con grave
ignominia per la categoria canina ma con effetto comico garantito. Con gli altri
cani, pur se il suo approccio è spesso un po’ ruvido, è sempre molto disponibile
e socievole a patto che non avverta ostilità od aggressività, ma anche in questi
casi la sua reazione si limita agli “avvertimenti” e mai alle vie di fatto.
Molto più insidiosi sono invece gli incontri, ahimè non infrequenti, con
volatili poiché in questi casi l’istinto del cacciatore, che è comunque in lui,
ha la prevalenza e nessun richiamo riuscirà a fermarlo nell’inseguimento della
preda. E se non capita quasi mai nulla di irreparabile con i germani reali che
Romeo insegue con accanimento lungo il greto del Polcevera fino a ridursi in uno
stato pietoso, ma veloci ad alzarsi in volo per rischiare qualche cosa, devo
invece prestare una maggiore attenzione a quelle zone, che peraltro ormai
conosco bene, dove potrebbe fiutare animali da cortile liberi la cui cattura
sarebbe molto più facile con suo grande divertimento, purtroppo non condiviso
dal malcapitato di turno. E se talvolta d’inverno, quando piove o fa molto
freddo, salterei volentieri la passeggiata anche per evitare le critiche, mia
cognata che teme che il cane possa ammalarsi (se sapesse che va a sguazzare nel
torrente anche con la neve attorno e non c’è verso di fermarlo…), pensando che
lui resterebbe in mia attesa tutto il giorno, spesso saltando il cibo, mi faccio
forza e mi reco puntuale all’appuntamento: gli uggiolii ed i saltelli festosi
che mi accolgono quando mi vede mi ripagano ampiamente del sacrificio ed è
comunque un bel modo di fare del moto all’aria aperta in buona, anzi, ottima,
compagnia.
(Marco Giampietro)
La storia di
Picci
Qualche tempo fa, passeggiando come di consueto con Romeo, ho incontrato una
cara persona, che non vedevo da tempo, con cui ho lavorato molti anni fa e con
la quale mi ha fatto piacere chiacchierare un po’.
Fra le tante cose che mi ha detto mi ha anche raccontato la seguente,
stupefacente storia.
Un giorno, mentre stava eseguendo alcuni lavoretti nel suo orto, il suo sguardo
è stato attirato da qualcosa che si muoveva nell’erba. Una volta avvicinatosi si
è reso conto che si trattava di un uccellino pressocché implume, evidentemente
caduto da qualche nido anche se, cercando con gli occhi dove questo potesse
trovarsi, non se ne scorgeva traccia.
Abbandonato ciò che stava facendo e raccolto con la massima cautela quel
minuscolo esserino gli si pose il problema di cercare di fare qualcosa per
salvargli la vita anche se l’impresa gli sembrò da subito particolarmente
difficile. Per prima cosa cercò un rifugio caldo dove potesse collocarlo, e ciò
fu risolto facilmente con una scatoletta opportunamente imbottita con del
cotone, ma poi restava il compito più arduo: come lo avrebbe nutrito?
Ricordando di aver visto in qualche documentario televisivo di come si potesse
cibare un uccellino neonato mediante una pinzetta con la quale introdurgli
pezzetti di cibo in gola e procuratosi quanto gli serviva così cercò di fare,
non senza una notevole difficoltà, provvedendo con dei piccoli pezzetti di pane
bagnati nel latte, ma le sue speranze di riuscire a mantenerlo in vita erano
molto scarse.
E quella sera, mi disse, quando si ritirò per coricarsi, era praticamente certo
che quella creaturina non avrebbe superato la notte.
Ma la superò!
Ora quell’uccellino, una cinciallegra maschio per l’esattezza, ha compiuto i
cinque anni e sta benissimo.
Ma il racconto in sé non avrebbe nulla di eccezionale, poiché di casi simili se
ne conoscono molti; il fatto più singolare è che Picci, come è stato chiamato,
vive liberissimo nella sua casa obbedendo ai suoi comandi ed accompagnandolo in
ogni suo movimento dovunque lui si sposti, proprio come se fosse un cagnolino.
All’inizio, mi disse, non appena l’uccellino ne fu in grado, svolazzava allegro
per tutta la casa (e scagazzava, ahimè), felice di fare nuove scoperte ma
adesso, incredibilmente, quasi a volersi uniformare alle strane abitudini del
suo “papà” che non riesce a seguirlo nelle sue evoluzioni acrobatiche, si è
abituato a zampettargli dietro limitando così i suoi percorsi aerei allo stretto
necessario.
Alla sera, quando lui si accomoda in poltrona a guardare la TV, Picci gli si
appollaia sulla spalla sino all’ora di andare a dormire quando al comando: “a
letto”, si ritira nella sua gabbietta, peraltro sempre aperta ed utilizzata solo
per il riposo notturno.
L’unica zona della casa considerata “off limits” è la camera da letto dove a
Picci non è consentito entrare, salvo quell’unica volta in cui, mi ha raccontato
ridendo, rientrando a casa e non trovandolo ad aspettare sulla porta, né
vedendolo arrivare ai suoi richiami come di consueto, si era un po’ preoccupato
sino a scoprire che il briccone si era accomodato sul cuscino della sua camera
da letto e lo guardava quasi a volergli dire: “Te l’ho fatta eh!”.
E quando gli capita di uscire alla sera per una partitella a carte, al suo
rientro per “farsi perdonare” di averlo lasciato solo gli ha dato l’abitudine di
giocare con lui; allora Picci si mette a pancia in su agitando le zampette
mentre lui gli fa il solletico con le dita. E se per qualche motivo gli succede
di dimenticarsene, la mattina dopo gli “tiene il muso” rifiutando il rituale
pinolo ed evitando di guardarlo per qualche tempo salvo poi far pace e ritornare
come prima.
Gli ho chiesto se ha mai pensato di dare un maggior risalto a questa bellissima,
incredibile storia di amicizia portandola in televisione con dei filmati
(peraltro già girati e disponibili presso alcuni suoi amici), ma lui si è
schernito dicendo che non ama la pubblicità, che la TV non fa per lui e poi,
come a volersi scusare ha aggiunto:
“Sa, il possesso di una cinciallegra non è consentito dalla legge…”.
Mi ha invitato ad andarli a trovare, cosa che farò senz’altro, ma quel giorno,
rientrando a casa e ripensando a quanto avevo udito, il mondo mi è sembrato
migliore.
(Marco Giampietro)
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