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Anch'io voglio
uscire
Storie e racconti
di canile
di Volontari del canile
Prefazione
di Claudia
Pastorino
Provo una sincera
spontanea ammirazione nei confronti di coloro i quali, in qualsiasi misura,
offrano parte del loro tempo al Volontariato, a qualunque Causa sia esso
rivolto, convinta come sono che il Volontariato elevi il senso della nostra
compartecipazione alla vita.
L’altruismo privo di interessi riempie di significati l’esistenza: dare per il
piacere nobilitante del dare, guidati dalla Nonviolenza attiva pratica e dalla
regola aurea del: “Fare agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te stesso”.
Portare il proprio secchio d’acqua per questo deserto, il deserto
dell’indifferenza, oltre a migliorare la qualità della propria essenza,
trasforma concretamente la realtà intorno a sé.
Se poi questi volontari sono i devoti alla Causa degli animali, la mia
ammirazione diventa viva simpatia, vicinanza, e comune finalità d’intenti.
Anche a me è capitato, infatti, fin da giovane, di provare quell’empatia per gli
ultimi tra gli ultimi, gli animali, che mi ha sospinta sulla via del
Volontariato per la loro Causa.
Scriveva il grande filosofo e medico della giungla Albert Schweitzer, Premio
Nobel per la pace, che dedicò la sua intera vita a costruire lebbrosari in
Africa senza mai tralasciare né sminuire l’importanza della protezione degli
animali: “Dobbiamo liberarci da uno stile di vita amorfo, privo di riflessione.
Soltanto la cultura del rispetto per la vita può far sì che nel mondo si
instaurino condizioni di pace. Il poco che puoi fare può essere molto se, in
qualsiasi parte della terra, riuscirai a sollevare dalla sofferenza, dal dolore
e dalla paura un essere vivente, sia che si tratti di un essere umano sia di
qualunque altra creatura”.
Quanto suonano attuali le parole di Schweitzer.
Più che mai oggi è chiaro ad ogni cuore sensibile quanto la crudeltà contro gli
animali, innocenti sempre, indifesi sempre, sia il tirocinio di ogni altra
crudeltà, di ogni altro abuso, di ogni altra guerra...
E quanti altri pensatori illuminati hanno ribadito, inascoltati, il monito.
“Finché ci saranno mattatoi ci saranno guerre” ammoniva Leone Tolstoj.
Ma la grande persecuzione, senza dubbio la più estesa nel tempo e nello spazio,
quella degli umani contro gli animali, è disgraziatamente ancora lontana dal
vedere una tregua.
Penso ad esempio alla vivisezione.
Per esprimere opinioni sulla vivisezione, o anche semplicemente per parlare di
vivisezione, occorrerebbe conoscere la vivisezione, occorrerebbe aver letto
Imperatrice Nuda e I falsari della scienza di Hans Ruesch; bisognerebbe aver
letto i testi scientifici di Tettamanti, Cagno, Croce, Fedi, Shar Manzoli;
bisognerebbe soprattutto aver visto i video sui laboratori di vivisezione
stessi, che descrivono che cosa la vivisezione sia. Una immagine in questo caso
parla più di mille parole, poiché nessuna mente, per quanto malignamente
creativa, potrebbe mai, altrimenti, immaginare.
Chris De Rose, l’attore di Hollywood diventato attivista di prima linea del
Movimento di Liberazione Animale, scrive nel suo libro A muso duro: “Agli inizi
del 1981, entrai in un laboratorio di vivisezione al VA-Wadsworth, nell’area di
Westwood a Los Angeles. Ero con un amico di nome Bob. Quel che vedemmo cambiò la
mia vita per sempre. C’erano cani che si stavano riprendendo dopo interventi di
chirurgia su ulcere prodotte sperimentalmente. Soltanto che non stavano
riprendendosi, stavano morendo.
Stavano morendo in preda a dolori terribili.
In una delle gabbie, vidi un cucciolo di un Alaskan Malamut. Gemeva. Allungai la
mano tra le sbarre della sua gabbia sporca e lo accarezzai. Mi guardò, cercò di
alzarsi ma era troppo debole, troppo malato, troppo afflitto dal dolore… Il più
delicatamente possibile lo depositai sul fondo della gabbia e lo accarezzai,
cercando di dargli un po’ di conforto in quegli ultimi momenti della sua vita.
Stavo ancora tenendolo tra le braccia quando emise il suo ultimo respiro
rantolante e morì. Mi sembrò che la sua agonia fosse infinita. Piangevo,
guardando il suo cadavere. E pensai: ‘Questa non è scienza’. Questa è follia. In
quel preciso momento seppi esattamente come avrei trascorso il resto della mia
vita. Quel Malamut è stato per me il simbolo dell’essenza della vivisezione:
sofferenza insensata e morte”.
Penso, a proposito del nascosto quotidiano abuso degli umani sugli altri
animali, agli allevamenti intensivi, ai trasporti, ai macelli.
Giornali e telegiornali ci informano in questi tempi delle dilaganti zoonosi
trasmesse dagli animali allevati intensivamente per l’alimentazione umana, in
particolare le encefalopatie spongiformi dei bovini e le febbri degli uccelli.
Da almeno quindici anni vi sono testi scientifici che descrivono i disastri
causati dalla cupidigia umana che ammassa creature a migliaia in angusti spazi.
Ma gli ammonimenti dei veterinari più animalisti – o, come minimo, dotati di
maggiore buon senso – paiono levarsi nel nulla, inascoltati, fino a che i danni
causati all’uomo non possano più essere mantenuti segreti.
Noi ignoriamo gli abusi che si nascondono dietro al cibo che mangiamo. Il
prodotto che acquistiamo è il risultato di un lungo processo di smontaggio,
lindo nella sua confezione di cellophane, e privo del sangue. Ma, come chiede
Morrissey, il leader del gruppo rock inglese The Smiths: “Non vi è stato detto
dell’anello mancante?”.
L’anello mancante è tutta la fase dell’allevamento intensivo, del trasporto e
della macellazione, dalle cui immagini ogni mente sensibile rifugge. Ma se per
gli umani è sgradevole pensarci (e più che mai vederlo) che cosa sarà mai per i
mansueti erbivori e uccelli il viverlo sulla propria pelle?
Ancora, penso a una realtà che i volontari del canile bene conoscono e
tristemente vivono con frequenza quasi quotidiana: gli abbandoni.
Quanti esseri umani non si fanno scrupolo nell’abbandonare una creatura con cui
hanno condiviso una piccola parte della propria esistenza...
E spesso i modi dell’abbandono sono violenze nella violenza.
Cani legati agli alberi o gettati dall’auto in corsa, e anche conigli, criceti,
tartarughine, uccelli, gettati nella spazzatura dentro le loro stesse tristi
gabbie.
Quanti ne sono stati recuperati... E il pensiero va inevitabilmente a tutti
quegli altri che nessuno ha visto, che nessuno ha sentito.
Penso a tutto questo, e ad altro ancora, e il cuore si gonfia di sofferenza
impotente.
Ma ecco, mi vengono alla mente ancora le parole illuminate di Albert Schweitzer:
“Alla domanda se sono pessimista oppure ottimista, rispondo che la mia
conoscenza è pessimista, mentre la mia volontà e la mia speranza sono ottimiste.
Sono pessimista in quanto vivo in tutta la sua pesantezza il nonsenso degli
avvenimenti che succedono nel mondo. Soltanto in rarissimi momenti sono stato
veramente contento della mia esistenza. Non potevo far altro che condividere
tutto il dolore che vedevo intorno a me, non solo il dolore degli esseri umani,
ma anche quello del creato. Non ho mai tentato di sottrarmi a questa
compassione. Mi sembrava ovvio che tutti dovessimo portare insieme il peso del
dolore che c’è nel mondo.
Un’etica che prenda in considerazione soltanto il nostro rapporto con altri
esseri umani è un’etica incompiuta e parziale, e perciò non può possedere una
piena energia.
L’etica del rispetto per la vita ci trasforma, fa di noi persone nuove.
L’essere umano può chiamarsi un ‘essere etico’ soltanto se considera sacra la
vita in se stessa, sia la vita umana, sia quella di ogni altra creatura.
Ha un fondamento razionale soltanto quell’etica che estende senza limiti la
responsabilità umana nei confronti di tutto ciò che vive.
Partecipando alla sofferenza, hai contemporaneamente la capacità di condividere
la gioia degli altri.
Se diventi insensibile alla compassione, perdi nello stesso tempo anche la
possibilità di partecipare alla felicità di un altro essere vivente: la
compartecipazione alla gioia che si manifesta intorno a noi, accanto al bene che
noi stessi possiamo fare, è l’unica felicità che ci rende sopportabile la vita.
Perciò io vi dico: non permettete che vi si renda insensibili, rimanete desti!
Si tratta della vostra anima!”.
Si tratta della nostra anima.
Pur consapevoli del dolore che la nostra specie infligge alle creature senzienti
senza il dono della parola, concentriamo le nostre energie sul poco e sul tanto
che possiamo fare per cambiare il nostro spicchio di realtà.
Esprimo dunque simpatia, stima e affetto sinceri a questi volontari del canile
che lì spendono parte del loro tempo con continuità, con amore, con la
generosità sublime della gratuità.
Credo che realmente i volontari compiano quotidianamente il loro piccolo grande
miracolo: questi volontari che i cani devono vedere come i loro personali angeli
custodi incarnati, e che sono a mio parere le avanguardie di un’onda destinata a
crescere nella realtà sociale, nel tessuto umano e culturale in cui
quotidianamente ci muoviamo.
Questi volontari ci raccontano nel libro Anch’io voglio uscire le loro
esperienze, in un alternarsi di storie vere, ora tristi ora a lieto fine, i cui
comuni denominatori sono sempre la dedizione, l’amore, la volontà di sollevare
qualche creatura dalla sofferenza.
Come scrive il filosofo Peter Singer, il movimento di liberazione animale
richiederà da parte degli esseri umani molto più altruismo e molto più impegno
di ogni altro movimento di liberazione, sebbene anche ai primi tempi dei
movimenti per l’abolizione della schiavitù o della donna le prospettive
apparivano altrettanto scoraggianti.
Ma, scrive Singer: “Gli animali non possono esigere da soli la propria
liberazione, né possono protestare contro la propria condizione con votazioni,
manifestazioni o bombe.
Sono gli esseri umani ad avere il potere di continuare ad opprimere le altre
specie per sempre, o fino a quando renderemo questo pianeta inabitabile da
esseri viventi.
Continuerà davvero la nostra tirannia, dando la prova che davvero siamo quei
tiranni terribili come poeti e filosofi più cinici hanno detto?
Oppure ci solleveremo per raccogliere la sfida e dare la prova delle nostre
capacità di genuino altruismo ponendo fine allo spietato sfruttamento delle
specie in nostro potere, e non perché siamo costretti a farlo da ribelli o
terroristi, ma perché abbiamo preso coscienza della infondatezza etica della
nostra posizione?
Il modo in cui risponderemo a questa domanda dipenderà dalla risposta che ognuno
di noi, individualmente, darà ad essa”.
I volontari del canile, autori di questo libro, hanno già raccolto la sfida per
costruire un mondo più vivibile.
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