Andrea Doria
Principe e pirata nell'Italia del '500
 
di Paolo Lingua
 

Capitolo I
"Cadetto povero". I Doria

Per comprendere a fondo il carattere e l’indole di Andrea Doria è necessario conoscere, per sommi capi (anche perché i particolari sulla prima parte della sua vita non sono abbondanti, né documentati), la sua condizione sociale sino all’età di 18 anni. Egli fu, dalla nascita, un “cadetto povero”, figlio di genitori modesti e malfermi di salute. Come tutte le personalità superiori, i geni in potenza, dovette imparare subito a mordere il freno.
Era di eccezionale costituzione fisica: alto un po’ meno d’un metro e novanta, asciutto, muscoloso, agile e resistente alle fatiche e alle intemperie. Per una serie di vicissitudini raccolse il frutto delle sue qualità solo in età avanzata. Per sessant’anni, quindi, seppe attendere. In Andrea fu sempre presente una sorniona e introversa ironia (forse intrisa di sarcasmo), forse addizionata alla consapevolezza d’una sprezzante superiorità sugli uomini e sugli eventi, sempre compresi e controllati. Aveva conosciuto un mondo di confusionari che ammantavano le loro debolezze con pretestuosità moralistiche, se non addirittura culturali. Era, soprattutto, nato povero, in un mondo che non perdonava la povertà.
Andrea Doria venne alla luce a Oneglia la notte del 30 novembre del 1466, festa di Sant’Andrea, di qui il suo nome, secondogenito di Ceva Doria consignore della città e di Caracosa Doria di Dolceacqua. Il padre discendeva da Nicolò di Babilano, nobile dell’antico ceppo dei Doria, signore di Oneglia dal 1298. La madre discendeva invece dal ramo di Oberto, vincitore dei Pisani allo scoglio della Meloria nel 1284.
Padre e madre avevano lo stesso cognome ma da duecento anni circa non erano più parenti tra loro e non avevano neppure reali vincoli di sangue con gli altri Doria, che vivevano e prosperavano a Genova.
I Doria, più che una casata, secondo uno schema molto genovese, furono sin dal loro primo apparire una “gens”, una tribù rigogliosa e numerosa. Le loro origini sono incerte e ammantate di leggenda. Si narra d’un nobile, Arduino conte di Narbona, il quale, nel clima emotivo precedente alle Crociate, aveva deciso di compiere una visita al Santo Sepolcro. La prima sosta d’obbligo del periglioso viaggio era la città di Genova. Il conte, giovane e celibe, venne ospitato nella casa dei Della Volta, una delle famiglie più importanti della città. Là conobbe la figlia giovinetta del defunto marchese, Oria, da tutti chiamata Orietta, che (pare) splendeva di bellezza e di grazia. Il conte di Narbona se ne innamorò e la chiese in isposa. Ottenne la risposta affermativa e ripartì, a cuor leggero, per il suo pellegrinaggio.
La visita ai Luoghi Santi non gli fece dimenticare la bella genovese. Tornò e sposò Orietta. Genova (in via di sviluppo e ormai potente Stato marinaro) gli apparve una città meravigliosa. Così decise di stabilirvisi definitivamente. I suoi discendenti vennero definiti “illi de Auria”, i figli di Orietta. E i figli d’Oria, sia pure con diversa grafia, divennero i Doria. Il “récit” è solo una simpatica leggenda, priva di fondamento? Come tutte le leggende potrebbe contenere una verità, che dimostrerebbe i collegamenti tra Genova e la Provenza.
Secondo un’altra versione i Doria erano “illi de Auria”, ovvero i piccoli proprietari terrieri che vivevano fuori dei confini primitivi del Comune del Mille, cioè fuori della Porta Aurea, il quartiere che ancora oggi si chiama Portoria. I Doria possedevano orti e campi dove sono poi sorte piazza Corvetto, via Assarotti e via Palestro, piazza Manin, cioè la valletta del Rivo Torbido, un torrentello ormai coperto da secoli e che, ancor oggi, scorre assieme alla rete fognaria e sfocia in mezzo al bacino del porto.
Genova, nell’undicesimo secolo, stava realizzando un rapido sviluppo e si estendeva urbanisticamente, ampliando le mura. La gente fuori della Porta Aurea comprese al volo gli estremi dell’affare. In Liguria, terra di marinai, un palmo di terra edificabile è un tesoro inestimabile. I futuri Doria furono protagonisti fortunati d’una vistosa speculazione immobiliare. Vendettero i loro orti, penetrarono nel centro della città, divennero appaltatori per la riscossione di gabelle e costruirono, a ridosso del Palazzo Ducale, il loro quartiere caratterizzato dalle case alte e strette che s’affacciavano su una piazzetta lastricata di arenaria, sempre assolata. Volendo dimostrare ai concittadini non solo ricchezza e fortuna, ma anche pietà e timor di Dio, edificarono una chiesa “privata”, esclusivamente per la famiglia e la dedicarono a San Matteo Apostolo, patrono dei gabellieri. Ancora ai giorni nostri si possono ammirare queste abitazioni che fanno corona al “piccolo gioiello” romanico della chiesa: il palazzotto di Lamba Doria, vincitore dei Veneziani a Curzola, quello di Branca e anche l’edificio che Genova donò ad Andrea e dove il Principe non volle mai abitare, perché gli sembrava poco sicuro.
I Doria sono una presenza continua nella storia della Repubblica di Genova. Furono ammiragli, ambasciatori, dogi (sei sino al 1528), ma furono soprattutto una famiglia prolifica. All’inizio del XIV secolo i “rami” erano già 28 rispetto al presunto e leggendario tronco principale. Ma anche se ormai lontani per vincoli di sangue, i Doria si sentirono sempre un tutt’uno, sia pure nei limiti dell’individualismo dei genovesi, e si ritennero collegati da un destino comune di potere e di espansione. Ancora oggi, a Genova, tutti coloro che portano lo stesso cognome sono riuniti in una specie di fondazione che amministra i beni indivisi della grande famiglia.
Il primo Doria, nella storia di Genova, di cui si hanno notizie certe è Martino, marito di Giulia di Gandolfo Visconte. I Doria abitano già nel “borghetto” di San Matteo, detto anche “Campus Fabrorum” (e siamo attorno al 1110), accanto ai quartieri dove hanno costruito i loro palazzi le altre grandi famiglie: gli Spinola, i Grimaldi, gli Usodimare, i Della Volta, gli Adorno. Fu Martino, nel 1125, a dare inizio alla costruzione della chiesa di San Matteo, che venne ampliata e arricchita nel 1278 e successivamente modificata dopo 250 anni dallo stesso Andrea Doria, il quale affidò parte dei lavori di restauro all’architetto Montorsoli, che già s’era occupato del suo palazzo di Fassolo. Intervennero poi in San Matteo anche Luca Cambiaso, il Bergamasco, i Maragliano.
Molti componenti della famiglia Doria, compreso lo stesso Andrea, sono sepolti in San Matteo. Una parte, invece, tra cui lo stesso pio Martino, riposano nella suggestiva abbazia di San Fruttuoso al Mare, sul promontorio di Portofino. Fondata nell’ottavo secolo, era stata acquistata da Martino, il quale, nel 1171, vi si ritirò vestendo il saio dei benedettini.
Nel XII secolo, comunque, la fama dei Doria è legata alle gesta di Ansaldo, crociato e cinque volte console del Comune (solo dopo le riforme costituzionali di Andrea nel XVI secolo, Genova si chiamerà ufficialmente “Repubblica”), di cui riferisce il grande annalista Caffaro di Rustico, cantore delle gesta di Guglielmo Embriaco alla Prima Crociata nel 1099. Ansaldo si coperse di gloria alle Baleari, iniziando così la grande tradizione mercantile e guerriera della casata. I Doria a partire dalle prime Crociate possono essere identificati con la storia di Genova.
Il secondo Doria “illustrissimo” che val la pena di citare è Nicolò di Simone, antenato in linea diretta di Andrea (e dei signori di Oneglia) che, il 1° maggio 1212, ospitò nella sua casa del “borghetto” in piazza San Matteo il più importante personaggio politico del tempo il futuro imperatore Federico II di Svevia. È un segno preciso dell’importanza della famiglia Doria nel Comune (e del fatto che le grandi casate contavano a Genova più dello Stato) e della futura passione ghibellina dei discendenti della leggendaria Orietta.
Con Nicolò, comunque, si conferma una politica dinastica dei Doria, che avranno nello stemma l’aquila con le ali spiegate in un cielo stellato (e l’aquila, diremmo con Dante, è il simbolo dell’investitura divina dell’Impero). D’ora innanzi, i destini del potente “clan” e dello Stato genovese coincideranno con scelte di prestigio, sia in campo commerciale e finanziario, sia in campo militare. Inoltre, i Doria, nei diversi rami, si imparenteranno frequentemente con prestigiose, nobili famiglie italiane e francesi: Visconti, Lacon, Monferrato, Arborea, Savoia, ecc. Nella famiglia, è giusto ricordare, al tempo di Guglielmo Boccanegra, a cavallo tra il XII e il XIII secolo, Percivalle Doria, delicato poeta. Quindi, nella seconda metà del Duecento, si incontrano grandi protagonisti dei due fatti d’arme più fortunati della storia di Genova, ovvero i fratelli Oberto e Lamba Doria.
Il primo, il 6 agosto 1284, comandò la flotta genovese (88 galee e 8 vascelli) che sconfisse quella pisana (grosso modo della medesima consistenza, comandata dal veneziano Alberto Morosini e dal conte Ugolino della Gherardesca) presso lo scoglio della Meloria. Oberto era imbarcato sulla “San Matteo”, armata a spese della sua famiglia e sulla quale furono imbarcati ben 250 Doria, di tutti i rami, principali e cadetti. Toccò ai giovanissimi Doria, balzati spavaldamente all’arrembaggio dell’ammiraglia del Morosini, impossessarsi dello stendardo pisano, mentre le sorti dello scontro erano ancora incerte.
Per Pisa, com’è noto, fu il disastro e la diminuzione del ruolo politico nel Tirreno nordoccidentale. Le perdite dei Toscani alla Meloria furono impressionanti, come confermano gli annalisti del tempo: cinquemila morti, novemila prigionieri, nove galee affondate e trentatré galee catturate. A Genova non si verificarono vistose scene di giubilo: “quasi nil pompe factum est”, racconta l’insospettabile annalista Iacopo Doria, fratello di Oberto. Non si può fare a meno di collegare il comportamento degli austeri repubblicani liguri con quello analogo dei cittadini di Londra alla notizia della vittoria di Trafalgar, cinque secoli dopo.
Oberto morì nel 1295, quando il contrasto con Venezia per ottenere il monopolio dei traffici con l’Oriente non fu più componibile in sede diplomatica, ancora una volta l’esito della contesa venne affidato alle galee. Il nuovo ammiraglio genovese era Lamba, uno dei fratelli più giovani di Oberto e dell’annalista Iacopo. Lamba, considerato inferiore a Oberto sul piano culturale e diplomatico, ma forse migliore ammiraglio, armò una flotta di 76 galee, che, preso il mare il 29 agosto del 1298 dopo aver messo a ferro e fuoco le coste del basso Adriatico, seminando il terrore tra le popolazioni italiane sottomesse o alleate a Venezia, puntò poi verso la Dalmazia, navigando prudentemente tra le isole della frastagliata costiera. All’alba dell’8 settembre la squadra genovese, dopo una notte d’attesa nel canale tra le isole di Curzola e di Meleda, si scontrò con la flotta della Serenissima, di 96 galee, guidata dall’ammiraglio Andrea Dandolo.
Francesco Petrarca, in una sua lettera, racconta che Ottaviano Doria, uno dei figli di Lamba, appena ventenne, fu uno dei primi caduti, trafitto da un dardo. Il padre, come un eroe di Corneille, si alzò la celata, prese il corpo del giovinetto tra le braccia e lo gettò in mare “Figlio mio – gridò con voce stentorea perché la ciurma lo udisse al di sopra del fragore dei flutti e della battaglia – non avresti mai avuto una così bella sepoltura se fossi morto in patria”.
Lo scontro fu d’una ferocia bestiale. Lamba riuscì, nonostante disponesse d’un minor numero di galee rispetto agli avversari, a compiere una manovra avvolgente. Quindi, al tramonto, quando il mare era ormai rosso per il sangue dei caduti, fece entrare in campo quindici navi che aveva tenuto in disparte e che diedero il colpo di grazia ai Veneziani. Solo dodici galee di San Marco riuscirono a tornare alla laguna. Le perdite sono vanamente valutate dai cronisti dell’epoca ma si parla di oltre ottomila morti, di cinquemila prigionieri, di oltre sessanta navi affondate e d’una ventina catturate. Tra i prigionieri, l’ammiraglio Andrea Dandolo e – come vuole la tradizione, non suffragata però da documenti – un certo Marco Polo, poco più che quarantenne, comandante di galea catturato nel corso della scorreria in Dalmazia qualche giorno prima dello scontro.
Anche i Genovesi subirono pesanti perdite e non riuscirono, come Annibale dopo la vittoria di Canne, a sfruttare il vantaggio militare e psicologico. Così, indipendentemente dalla gloria di Lamba, al quale il Comune donò un palazzo in San Matteo che esiste ancor oggi, la rivalità e le guerre tra le due grandi città marinare ripresero, con alterne vicende, per tutto il XIV secolo.
Mentre avvenivano i fatti gloriosi della Meloria e di Curzola, la saga della famiglia Doria si arricchiva del sinistro episodio di Michele Zanche e di Branca Doria, fatto di sangue di cui abbiamo notizia grazie a un pugno di terzine dell’Inferno dantesco nei canti XXII e XXXIII. Per Dante, sia Michele Zanche, signore di Logudoro ed ex marito (o amante) della giudicessa Adelasia, vedova di Ubaldo II dei Visconti di Gallura, e moglie “annullata” dello sfortunato re Enzo, morto prigioniero dei Bolognesi, sia suo genero Branca Doria sono degni della eterna dannazione: il primo tra i barattieri, il secondo in mezzo ai più abietti traditori.
Branca Doria, nel 1275, avrebbe tratto in inganno Michele Zanche e lo avrebbe ucciso, durante un banchetto, facendolo poi tagliare a pezzi. Un demonio si sarebbe impadronito però del suo corpo durante la vita “prenotandogli” il posto nel pozzo gelato di Caina, con qualche anno d’anticipo rispetto alla morte. Dante sostiene, in un famoso verso, che Branca Doria (che forse conobbe a Genova, nel 1311, in occasione della visita ufficiale di Arrigo VII di Lussemburgo, il sospirato “veltro”) “...Non morì unquanque, / e mangia e bee e dorme e veste panni”. Ma la spiegazione è spietata: “...che questi lasciò il diavolo in sua vece / nel corpo suo...”. Roba da brividi, per cui Dante che già, qualche canto avanti se l’è presa con gli odiati (per lui fiorentino) Pisani, ne approfitta per fare il contropelo ai Genovesi.

Ahi Genovesi, uomini diversi
d’ogni costume e pien d’ogni magagna,
perché non siete voi nel mondo spersi?

I Doria, indifferenti agli anatemi di Dante, in qualche modo si dispersero ancora, ma ai soli fini del potere nel Mediterraneo (basti citare tra la fine del XIV secolo e l’inizio del XV la vicenda di Brancaleone Doria, sposo di Eleonora d’Arborea, la famosa giudicessa, e capostipite di una dinastia sarda) e persino nel Basso Piemonte. Ma Genova, nel frattempo, conosceva non poche difficoltà. I Francesi, inoltre, imponevano un loro presidio militare in Castelletto e controllavano, con una guarnigione alla fortezza della Briglia (a Capo di Faro sotto la Lanterna) l’ingresso occidentale del porto.
Andrea Doria nacque dunque figlio del consignore di Oneglia. Della vita di suo padre Ceva si conosce poco o nulla. Anche i due biografi coevi del Principe, il Sigonio e il Capelloni, non sono abbondanti di aneddotica. Si sa soltanto che Ceva era d’indole scontrosa e non coinvolto nelle vicende politiche del suo tempo. Non gli andavano bene le faccende di Oneglia oppure provava inquietudine per i fatti di Genova, dove i governi e i dogi duravano pochi mesi o addirittura pochi giorni? Non è molto chiaro. Ceva preferiva vivere nei suoi possedimenti d’entroterra, lasciando il vero potere al più intraprendente Domenico, l’altro consignore. Morì ancor giovane, quando Andrea aveva solo dieci anni e la vedova Caracosa cedette a Domenico il potere politico e amministrativo e, in pratica, la gestione di tutti i possedimenti.
I biografi insistono a sostenere, senza alcun documento che lo provi, che il fratello maggiore Davide trovò pratica la “cessione” cui la madre, a quanto pare, era stata costretta dall’ambizioso Domenico. Mentre il secondogenito Andrea avrebbe – poteva essere il contrario? – morso il freno, rivelando il proprio carattere già autoritario, ambizioso e intraprendente.
Di Andrea giovinetto, si racconta che fu brillante negli studi, ma anche di questo non si ha prova. Andrea, comunque, non era uomo da disprezzare la cultura. La sua logica fu sempre condizionata da valutazioni d’ordine generale. Andrea da ragazzo era già un osservatore, capace di induzione, di deduzione e di decisioni rapide quanto meditate. Il suo processo raziocinante, lo vedremo di volta in volta esaminando la sua vita, era il frutto di un’intelligenza fredda. A differenza degli intellettuali del suo tempo, la logica per Andrea era uno strumento di analisi, non un fine, esattamente come per il Guicciardini.
Il giovane Andrea, accanto ad essenziali studi umanistici, coltivò l’esercizio fisico e l’interesse per le cose di mare. I biografi del XVI secolo raccontano un po’ agiograficamente dei suoi incantamenti sulle galee che approdavano ai moli di Oneglia. L’adolescente restava a bordo dei vascelli alla fonda interrogando i marinai e i soldati, curioso d’ogni particolare, sino a che, a notte inoltrata, la trepida madre Caracosa non lo mandava a cercare dai servi con le torce. Riportiamo questi episodi con beneficio d’inventario. Se non sono veri, possono essere verosimili.
Quando Caracosa morì, anche lei assai giovane, Andrea aveva solo 17 anni e aveva appena completato la sua educazione. Era il secondogenito d’uno dei rami meno importanti dei Doria, privo di mezzi economici e costretto a lasciare all’odioso cugino la signoria del piccolo feudo familiare.


Capitolo II
Da Oneglia a Genova

Genova attraversava, nel biennio 1483-84, un periodo difficile. Era comunque, e non solo agli occhi stupiti dell’adolescente e provinciale Andrea, una metropoli internazionale di oltre 40 mila abitanti, a voler dar retta alle stime ponderate degli annalisti. Sulla sua bellezza, sul fascino dei suoi palazzi, sulla ricchezza e sulla disinvoltura cosmopolita della sua classe dirigente s’erano già espressi entusiasticamente uomini politici e intellettuali.
Il Petrarca ha lasciato, in una epistola latina, una descrizione della città dal mare in cui accenna alla varietà dell’orografia e all’audacia delle soluzioni urbanistiche e, infine, si lascia andare ad ammirare al tramonto, mentre la nave s’allontana, le “case dorate”. Il Petrarca, con il suo fulminante spirito d’osservazione, aveva colto la dimensione quasi “dolomitica” del colore cangiante alle diverse ore del giorno delle facciate dei palazzi.
I ricchi e nobili genovesi si comportavano inconsapevolmente come gli azionisti di maggioranza d’una grande azienda. I Dogi, i Senatori, i componenti dei Consigli e degli organi pubblici e amministrativi erano solo dei direttori generali, degli amministratori delegati ante litteram, che venivano fatti ruotare sulla base del principio ferreo della temporaneità. Il vero potere era nelle mani di chi occupava cariche pubbliche, gli stessi esponenti delle grandi famiglie, nelle lettere di credito della Casa di San Giorgio. I componenti delle grandi famiglie si dedicavano coscienziosamente all’armamento, alla mercatura in grande stile, alla mediazione, alla parziale trasformazione e manipolazione delle merci, all’attività bancaria e finanziaria. Il tutto gestito con l’occhio sempre rivolto al mercato internazionale.
Genova era una città di costumi privati austeri. La sua classe dirigente badava alla sostanza e disprezzava, anche per un senso (ancor oggi vivo) di sottile snobismo, le ostentazioni di lusso e di sfarzo. A Genova non si conoscono feste pubbliche licenziose o vagamente paganeggianti, né venne mai festeggiato il Carnevale in modo tale d’averne memoria. Al tempo stesso, fu sempre una delle più tolleranti città d’Italia in fatto di religione e di costumi. Qualunque interlocutore era accetto, purché fosse leale, corretto “di parola” e pagasse con buona moneta a pronta cassa o fosse in grado di onorare gli impegni assunti. A Genova l’Inquisizione, mal tollerata, ebbe un’esistenza formale. Il rispetto per i costumi e le abitudini di ogni popolo erano tali che i prigionieri barbareschi (ad eccezione dei galeotti al remo), in attesa di riscatto da parte dei loro parenti, non erano tenuti in cattività, ma raccolti nella Darsena o tenuti come schiavi presso le famiglie ricche e nobili, potevano circolare, dedicarsi all’artigianato, al commercio e ad ogni forma d’attività liberali. Avevano persino la loro piccola moschea, all’interno della Darsena che era il loro ghetto, e il loro ministro del culto, che il popolino, in dialetto, chiamava bonariamente “papasso”. Il soprannome è ancora oggi un cognome ligure abbastanza diffuso.
Genova, come s’è detto, a meno di due secoli dalla vittoria di Curzola, era politicamente in declino nonostante la ricchezza del ceto dirigente. Era ridotta a uno staterello territorialmente e diplomaticamente dipendente ora dalla Francia, ora dal ricco e florido ducato di Milano. Le solite vecchie, grandi famiglie sfogavano la loro perdita graduale di potere e, in parte, di ricchezza in una continua e feroce guerra civile. Una sorta di “cupio dissolvi” tarantolava gli esponenti di spicco dell’oligarchia. Agguati, tradimenti, assassinii, violenze d’ogni genere, delazioni, accordi con principi e capitani di ventura di stati confinanti erano all’ordine del giorno. Genova non offriva certo prospettive di successo e di carriera ai giovani che agivano al di fuori del mondo degli affari. Qualche anno prima che Andrea Doria giungesse da Oneglia in cerca di fortuna, era partito per non far più ritorno il giovane Cristoforo Colombo.
L’aspetto politico-sociale e quello economico della crisi erano strettamente collegati. Il territorio dello Stato (grosso modo quello dell’attuale Liguria, con le città più fedeli, come Noli, Oneglia, Lerici e le altre sottomesse con la forza, come Savona o Ventimiglia) era retto dal cosiddetto governo dei “popolari”, mentre i “vecchi nobili” erano esclusi dal dogato e dal potere.
Sarà bene intendersi subito sul significato reale di “nobili” e “popolo”, perché la struttura politica di Genova era assai più complessa e composita d’una delle qualsiasi città-stato italiane del medioevo, divenute poi, nel Quattrocento, capitali d’un territorio più esteso, sotto il governo d’una dinastia principesca, sul tipo Mantova-Gonzaga, Firenze-Medici, Milano-Visconti e poi Sforza, ecc.
A Genova non s’impose mai la Signoria d’un’unica famiglia. Fu sempre una repubblica, governata da un’oligarchia. Tra le casate ne spiccavano “quattro grandi”: Doria, Grimaldi (antenati degli attuali signori di Monaco), Spinola e Fieschi. A queste ultime si contrapposero poi i cosiddetti “popolari”, di estrazione mercantile e capitalistica ante litteram, come gli Adorno e i Fregoso, i quali, ottenuto il potere sin dal 1339 (anno in cui venne eletto Doge a vita il famoso Simone Boccanegra), si alternarono al dogato.
Proprio nel 1483, quando il diciassettenne Andrea Doria era giunto dalla sua remota provincia di ponente, a Genova il dogato era conteso tra Prospero Adorno e Battista Fregoso. I repentini mutamenti di vertice influenzarono negativamente l’adolescente Andrea. I componenti della sua famiglia, arroccati in San Matteo, preoccupati solo dei loro beni ed esasperati d’esser fuori dal gioco del potere, gli dovettero dare scarsa udienza, il minimo per non perdere la faccia di fronte agli altri nobili.
Uno dei biografi più attenti di Andrea Doria, il francese Édouard Petit, l’unico forse che s’è attenuto nella sua ricostruzione della vita del Principe ai soli documenti, non può a questo punto fare a meno di porsi una domanda ben precisa, d’ordine psicologico. “Di fronte a risse e contese interne, improntate a un’assurda incoerenza,” scrive il Petit “che poteva fare il giovanissimo Doria? Doveva forse gettarsi a testa bassa nelle discordie civili?... Poteva restare in una città nella quale ogni giorno le strade erano insanguinate senza alcun vantaggio alla grandezza dello Stato?”. Il Petit insinua, questa volta cadendo nell’illazione gratuita che rimprovera ad altri biografi, in particolare al Guerrazzi, che il futuro principe di fronte all’impossibilità di conquistare immediatamente il potere e disgustato dalla confusione che regnava nello Stato (nel 1485, l’arcivescovo Paolo Fregoso depose dal dogato il parente Battista, per poi essere spodestato a sua volta, nel 1488, da Agostino Adorno, il quale portò Genova sotto il protettorato di Ludovico il Moro e quindi della monarchia francese), avrebbe deciso, con l’intuizione del genio, di lasciare immediatamente Genova per conquistarsi nel mondo fama, ricchezze e onori.
è una supposizione suggestiva, dedotta a posteriori dai successi di Andrea Doria. La realtà, invece, fu un’altra. Il giovanissimo Andrea era fiero, intelligente, coraggioso e spregiudicato, ma poverissimo. Non aveva la possibilità di ritornare a Oneglia, dove sarebbe vissuto più miserevolmente che a Genova dell’elemosina dello zio Domenico. Forse, modificando il giudizio del Petit, c’è da osservare che Andrea cominciò, nei pochi mesi in cui risiedette a Genova, a rendersi conto dei difetti endemici dell’organizzazione politica del Comune marinaro. Erano sì difetti abbastanza comuni alle altre irrequiete “polis” italiane, ma indubbiamente esasperati. A Genova non c’erano, dunque, prospettive immediate di fortuna né militari, né economiche. Così, spinto da una motivazione in un certo senso assai simile a quella di Colombo, optò per l’unica alternativa di vita che gli apparve valida: la carriera delle armi. D’altro canto, Colombo non era un nobile, né discendeva da una schiatta illustre: quindi a lui toccava tentare la fortuna in chiave, diremmo oggi, civile e mercantile. Ad Andrea, spiantato cadetto, non restava che azzardare la carriera delle armi, non avendo proprio alcuna attitudine o inclinazione alla vita ecclesiastica.
Com’era fisicamente Andrea? Di lui non si hanno ritratti giovanili. Sebastiano del Piombo e altri pittori ci hanno lasciato il suo sembiante quando già toccava la sessantina oppure era addirittura venerando. Certo non era bello, troppo dinoccolato, tirato in volto, le guance quasi scavate, bruno di pelle, un po’ segaligno. Ma, e di questo non ci sono dubbi, spirava autorità e autorevolezza per comportamento, per il modo di esprimersi, semplice ed essenziale, scarno e penetrante.
Era nato per comandare, per incutere timore, per costringere l’interlocutore sulla difensiva o all’attenzione. I biografi aggiungono altri particolari. Dimesso e distinto, ma mai sfarzoso nel vestire, un militare in borghese, sembrava più un gentiluomo privato che un gran Principe, un Ammiraglio. Quest’ultimo atteggiamento doveva esser un vezzo, che pure ancor oggi si riscontra nei genovesi che “contano” per potere o censo. Era comunque il frutto di un calcolo ben preciso, quel non voler apparire, in coerenza all’adagio popolare ligure “modestia di fuori e pompa di dentro”. Un calcolo che si sposava perfettamente con un altro aspetto della sua personalità, vale a dire la mensa privata sobria e frugale. Dicono i suoi biografi, in particolare Guerrazzi, che Andrea diffidava dei cibi pesanti e dei “vini fumosi”, cioè i passiti, resinati o aromatizzati che in quell’epoca accompagnavano quasi sempre le vivande delle mense principesche. Il Principe temeva, perché sicuramente era tormentato dall’ossessione che lo perseguitò sino a oltre novant’anni di tenersi in forma fisica perfetta, lo scorbuto, la gotta (che però lo afflisse negli ultimi anni di vita) e gli acciacchi dello stomaco e dell’intestino. Disdegnava probabilmente gli intingoli, le droghe, le carni frollate che condussero a morte precoce re, condottieri e principi suoi contemporanei. Durante i sontuosi banchetti, che sovente offriva a ospiti illustri, fingeva di bere o di mangiare, per essere sempre lucido nella conversazione. Comunque, imparò prestissimo a sopportare la sete, la fame, i disagi, la mancanza di comodità, le veglie e soprattutto la tensione del comando.
Tutta la vita di Andrea fu un esercizio continuo dell’autocontrollo. Egli ebbe sempre, prima che sugli uomini e sugli eventi, il dominio sulla propria mente e sul proprio corpo. Fu certamente un valoroso, prima di diventare un accorto e astuto stratega. Sino a che l’età e il grado lo portarono a combattere materialmente in prima linea, sia per terra, sia per mare, dimostrò forza e temerarietà, soprattutto per ottenere dai suoi uomini la massima e cieca obbedienza e dagli avversari il massimo rispetto. Esattamente come il giovane Annibale. In Andrea, come in Annibale, il coraggio fisico però non era concepito come una virtù fine a se stessa. Era l’esercizio d’una qualità a suo avviso intellettuale, o quantomeno psicologica, destinata a trasformarsi, nel tempo, in uno dei contrafforti dell’edificio politico che gradualmente costruì. Come generale, lo vedremo in seguito, non fu mai avventato, né sacrificò inutilmente uomini e mezzi, quando la battaglia gli pareva perduta in partenza per eccessivo scarto di forze in campo. Seppe vincere e in pratica vinse quasi sempre, ma al momento opportuno dimostrò di essere pronto a ritirate strategiche, o comunque ad attendere, con glaciale pazienza, il momento della rivincita, magari sfruttando il primo passo falso dell’avversario.
Discendente da una famiglia ghibellina, fu nell’animo un laico, come Machiavelli e Guicciardini. La questione della Riforma non lo sfiorò. Era formalmente rispettoso della religione ufficiale. Non venne mai scalfito da crisi o da dubbi. Era, alla stregua d’una cultura che sarebbe poi emersa due secoli dopo la sua morte come peculiare della Liguria, un “riformato” senza fede, un protestante o meglio un giansenista prima del tempo. Forse: la fortuna in terra, per dirla con Calvino, era per lui un segno tangibile della benevolenza del Cielo. Così il successo, sia pure inteso nel senso più lato, fu l’unico e costante obiettivo d’un uomo intelligente, colto senza ostentazione, freddo, elegante, astuto e solo appena appena malinconico e scettico.
Andrea era troppo lucido per potersi illudere d’essere felice. Il sottile pessimismo esistenziale, che si deduce dal fatto che egli non fu mai travolto da passioni private, né da amori – platonici o carnali, poco importa – è l’unico elemento di contraddizione, in termini psicologici, d’un’indole che perseguì, come imperativo categorico, sempre e in ogni momento l’obiettivo del potere e del benessere materiale. D’altro canto, se mancano le testimonianze dei contemporanei, se non esistono sul suo conto neppure illazioni fantasiose, anche se non abbiamo alcuna sua lettera o documento “confessorio”, non possiamo non esaminare questo aspetto della sua personalità per intenderne e interpretarne il genio. Altrimenti Andrea sarebbe davvero un personaggio “minore”. Mentre, anche se non è certo giusto porlo al livello del fascinoso Lorenzo il Magnifico, è forse corretto confrontarlo ed eguagliarlo agli avventurieri creativi che sulle armi costruirono una loro singolare cultura e che dell’abilità tattica e dello spirito d’intrapresa fecero sintesi sino a modellare una strategia politica, nel quadro di un disegno coerente e di grande respiro.


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