Gli Annali di Oberto Cancelliere
(1164 - 1173)
 
a cura di Gabriella Airaldi


Oberto Cancelliere e Genova
Rappresentazione di una città e della sua oligarchia

di Massimiliano Macconi

Una prima lettura degli Annali di Oberto Cancelliere deve essere necessariamente focalizzata sul rapporto tra Oberto, la sua città e il ceto dirigente della città stessa. L’attenzione dell’annalista alle dinamiche politiche interne a Genova è infatti tale da determinare in assoluto il legame con le vicende esterne alla città – a cui peraltro dedica ampio spazio – e prima fra tutte la guerra contro Pisa: questi due aspetti, è noto, si condizionano reciprocamente nella storia del medioevo genovese, e dunque facendo riferimento alle vicende interne alla città, il Cancelliere offre una chiave di lettura per interpretare nella maniera più propria anche quelle esterne.
Come sottolinea nel prologo alla sua narrazione, Oberto Cancelliere è un uomo ben addentro alla società genovese, tanto nella res privata quanto nella res publica: questa sua presenza nei settori più importanti e attivi della Genova di metà XII secolo inserisce il personaggio nell’ambito che egli sceglie, poi, come oggetto della sua scrittura, e nel far ciò fornisce un ritratto “dall’interno” dell’oligarchia genovese, amplificando un’istanza di autorappresentazione che non può che sfociare, quasi naturalmente, nell’incarico di proseguire gli Annali di Caffaro, incarico conferito a Oberto, come egli stesso ricorda, dai consoli al potere nel 1169.
La partecipazione alla vita della città è allora fondamentale: è un primo momento legittimante nella carriera del Cancelliere, soprattutto come uomo di potere, membro dell’élite consolare. Nella Genova del XII secolo questo significa che la forza, la solidità e anche la stabilità della rete di amicizie e alleanze socio-politiche passa attraverso la penna del notaio, per poi compiere un iter che, per Oberto, conduce alla responsabilità della cancelleria del Comune e quindi alle cariche istituzionali più prestigiose. In questo caso, allora, assume particolare rilievo il milieu familiare: qui vanno rintracciate le basi del rapporto tra la figura del Cancelliere e i clan al potere nella sua Genova.
Obertus Nasellus: così viene identificato il futuro cancelliere nel 1135, in un documento del registro della curia arcivescovile genovese. La famiglia dei Naselli, tuttavia, risulta presente, oltre che con Bonifacio, fratello di Oberto e che compare con lui nel documento del 1135, con due personaggi piuttosto attivi nella Genova di metà XII secolo e menzionati tra le carte del notaio Giovanni Scriba: si tratta di Alessandro e Guglielmo Nasellus. Anche se non si conosce il grado di parentela di questi ultimi con Oberto e Bonifacio, si può presumere che essi fossero molto prossimi a loro, forse cugini se non addirittura fratelli. In ogni caso, Alessandro e Guglielmo Nasellus sembrano ben inseriti nella complessa rete di alleanze con le grandi consorterie genovesi.
Su Alessandro si hanno più notizie: egli è presente soprattutto in veste di testimone a diversi atti privati tra il 1159 e il 1164, ma agisce anche direttamente come socio investitore, in particolare in un contratto con il grande mercante Solimano da Salerno, una delle figure più rilevanti nella Genova di quel periodo. In questo atto, un prestito marittimo stipulato il 13 maggio 1160, Solimano da Salerno si impegna a restituire entro Natale, dopo un viaggio che egli stesso compirà per affari verso Alessandria d’Egitto, 275 bisanti; il carico della nave sarà costituito per un terzo da allume e, per gli altri due terzi, da pepe. Tra i testimoni compare un personaggio-chiave: Guglielmo Burone. Costui, infatti, più volte console del Comune (1137, 1148, 1156 e 1162), è il rappresentante della famiglia più importante del momento, i della Volta, poiché i Burone sono un ramo di quel grande clan. Il legame con Guglielmo Burone sembra essere particolarmente solido per Alessandro Nasellus: il console è infatti presente accanto a lui, come testimone, in quasi tutti gli atti in cui anche Alessandro compare in tale ruolo – e questo certamente non è casuale. Se si guarda poi agli altri personaggi che compaiono a loro volta in qualità di testimoni insieme con Alessandro Nasellus, la rete di alleanze tessuta da quest’ultimo si manifesta in tutta la sua evidenza: essa raccoglie elementi di grande spessore politico come Guglielmo Stancone (console dei placiti negli anni 1149, 1155 e 1157), Jacopo della Volta (figlio di Ingo, il patriarca del clan della Volta, ma vittima degli scontri tra fazioni: verrà infatti assassinato nel 1168, come ricorderà amaramente Oberto Cancelliere), Guglielmo Barca (anch’egli console dei placiti nel 1137), Matteo e Ogerio Pignolo e Guidotto figlio del console del Comune Guglielmo Bombello (in carica nel 1151).
Guglielmo Nasellus, invece, compare come testimone al testamento di Giovanni Scriba (redatto probabilmente il 13 maggio 1157): in questo documento figura anche, sempre tra i testimoni, Guglielmo Caligepallii, che ricoprirà la carica di cancelliere del Comune dopo Oberto, dal 1174 al 1192. In un altro atto del 17 giugno 1164, Guglielmo Nasellus è tra i testimoni – con lo stesso Guglielmo Caligepallii, il notaio Ogerio e Guglielmo e Ogerio Porco – all’inventario dei beni del defunto Guglielmo Scarsaria (di cui il Nasellus era anche creditore). Nelle attività dei due Naselli, dunque, risaltano gli aspetti fondamentali di quello che sarà poi anche il modus agendi di Oberto Cancelliere: da un lato, perciò, con Alessandro risulta chiara la realizzazione di una solida rete di alleanze all’interno dell’oligarchia genovese, personificata principalmente dalla presenza di Guglielmo Burone. Dall’altro, lato invece – ma questo costituisce un ideale complemento, specialmente nella prospettiva personale di Oberto Cancelliere – accanto a Guglielmo compare l’élite notarile-cancelleresca della Genova di quel periodo: Giovanni Scriba, Guglielmo Caligepallii e il notaio Ogerio, in cui forse è da identificarsi il futuro annalista Ogerio Pane.
Questo excursus familiare introduce Oberto Cancelliere in quelle che sono le sue attività in ambito privato e pubblico: i due aspetti, come già per gli altri Naselli, sono esattamente complementari, si intrecciano l’un l’altro, esprimendo compiutamente la via genovese all’affermazione, non tanto e non solo in campo politico, ma anche in quello “culturale”, cioè notarile, tenendo presente la peculiare attenzione del mondo genovese – a tutti i livelli sociali – alla figura del notaio: in Oberto Cancelliere questo intreccio è particolarmente evidente e ne rappresenta forse l’esempio più emblematico.
Se si considera innanzitutto la partecipazione di Oberto alla res privata, è ancora Giovanni Scriba il punto di riferimento obbligato: le testimonianze documentarie sul Cancelliere sono svariate e, rispetto agli altri Naselli, più numerose. Più ampia è anche la tipologia di atti in cui Oberto è coinvolto, sebbene prevalga la medesima caratteristica già riscontrata per gli altri Naselli, vale a dire il ruolo di testimone: infatti in tal veste Oberto risulta presente in ben ventidue atti, tra il 1157 e il 1164. Tuttavia l’impegno di Oberto si estende ad affari diversamente importanti, quali compravendite di terre o di case e prestiti in denaro. Il milieu politico-affaristico che comprende Oberto Cancelliere è di prim’ordine. Tra i testimoni ai contratti che egli stipula vi sono: Amico Grillo, di famiglia consolare ed egli stesso console dei placiti nel 1157 e nel 1161 – quando, entrambe le volte, anche il Cancelliere ricopriva tale incarico – nonché console del Comune nel 1163 (e anche in questo anno il Cancelliere figurava tra i consoli dei placiti) e nel 1172; Lamberto Grillo, console dei placiti nel 1161 e del Comune nel 1168; Ido Gontardo, più volte console del Comune (1135, 1145, 1158, 1166 e 1168) e dei placiti nel 1156; e ancora, Macobrio – lo scriba del Comune a cui Caffaro aveva affidato le sue memorie – e Baldizone Usodimare, console dei placiti nel 1154 e del Comune nel 1158 e 1164. Prende forma, rievocando queste figure di primaria importanza, una fitta trama di alleanze politico-affaristiche, che sovente sono anche alleanze di tipo matrimoniale, come quella che vede Ugo, figlio del Cancelliere, e Richelda Golia, appartenente anch’ella a una famiglia consolare: all’antefactum è presente anche Nicola Roza, importante uomo politico, più volte console del Comune, che riceve cento lire “pro more et consuetudine civitatis Ianue” da parte della famiglia della futura sposa. Sembra di assistere pertanto a un grande compattamento dell’élite consolare, presente nel suo gruppo più ristretto e più “forte” agli atti che vedono protagonisti gli altri membri. È, in sostanza, una sorta di unione in nome della politica e degli affari, un patto ben fissato nelle carte notarili e nelle narrazioni annalistiche, tanto da Caffaro, quanto dallo stesso Oberto Cancelliere.
Anche rievocando coloro che compaiono come testimoni insieme con il Cancelliere, questa “rappresentazione” dell’oligarchia genovese del XII secolo acquista la sua connotazione più legittima e più profonda. E tra questi testimoni spiccano Ottobono de Albericis, Guglielmo Burone, Enrico e Ansaldo Doria, Marchio della Volta, Guglielmo Mallone: ancora una volta l’élite delle famiglie consolari. Ma tra tutti assume un particolare rilievo Oberto Spinola, che merita un cenno più approfondito. Egli, in qualità di testimone agli atti privati – che vedono coinvolti personaggi del calibro di Piccamiglio, Ansaldo Spinola (figlio di Oberto) e Ingo della Volta – è presente più degli altri e, come già nel caso di Guglielmo Burone e Alessandro Nasellus, forse si è di fronte a una sorta di “patronato” dello Spinola nei confronti di Oberto Cancelliere, perché il loro rapporto va al di là della res privata e, come e più che per gli altri oligarchi, coinvolge la sfera istituzionale. Infatti, nel 1144 Oberto Cancelliere sottoscrive, come testis publicus, una nuova normativa consolare riguardante, appunto, i testimoni pubblici: anche Oberto Spinola è tra i sottoscrittori. Inoltre va ricordata la presenza contemporanea dei due Oberto nel consolato: nel 1149, quando lo Spinola è console del Comune, il Cancelliere è console dei placiti; la medesima situazione si ripropone nel 1157 e nel 1163. L’importanza di Oberto Spinola nel quadro della Genova del XII secolo è assoluta: ripetutamente console del Comune e dei placiti, ambasciatore del Comune, capo indiscusso del suo clan, fondatore nel 1188 – con Oberto Grimaldi – della chiesa di San Luca, legato soprattutto ai della Volta grazie al suo matrimonio con Sibilia, figlia del già ricordato Ingo della Volta e nipote dell’arcivescovo Ugo della Volta, nonché sorella dei consoli Marchio e Guglielmo “Cassicio”: il cursus honorum di un tipico oligarca genovese non potrebbe essere più completo. Ma se Caffaro – che ha in mente soprattutto l’esaltazione del suo modello di guerriero, il “Rolando mediterraneo”, Guglielmo Embriaco – definisce lo Spinola “uomo saggio e cauto”, ben altro è il rilievo datogli da Oberto Cancelliere nella sua narrazione. Tra tutti i personaggi dei suoi Annali, Oberto Spinola è quello posto maggiormente in risalto, è colui che simboleggia un tipo di eroismo diverso da quello guerriero vero e proprio: l’eroe-modello del Cancelliere non ha i tratti e il furor bellico di Guglielmo Embriaco, ma è piuttosto confacente al suo mondo, che è quello della parola, e la forza che incarna Oberto Spinola nel suo lungo, vibrante discorso in difesa di Genova pronunciato al cospetto dell’imperatore Federico I, è tutta dispiegata in termini retorici – e in questo senso il ricorso insistente, da parte del Cancelliere, al dialogo, al discorso diretto, vero “culmine drammatico” della narrazione, si rivela pienamente efficace nell’esaltare l’eloquenza e l’abilità diplomatica del suo eroe.

Dunque è tra questi personaggi, tra questi clan oligarchici, che Oberto Cancelliere impiega le sue qualità di letterato e di uomo politico: ma è soprattutto in quest’ultimo ruolo che egli agisce negli anni tra il 1147 e il 1163, dopo l’ingresso ufficiale a capo della cancelleria del Comune nel 1141 (come ricorda Caffaro), “alla quale attribuisce prestigio grazie alla stima di cui gode” sia da parte del gruppo consolare, sia da parte della Chiesa genovese, di cui era stato fidelis e giudice. Non a caso, infatti, l’altro personaggio di particolare rilievo nella sua opera è l’arcivescovo genovese Ugo della Volta, rappresentato come sublime sintesi di pietas e di forza morale, sicuro sostegno nei momenti di crisi della città e dei consoli.
Anche nel panorama politico il Cancelliere si muove secondo quello che è l’iter consueto dell’oligarchia genovese del suo tempo. Egli stesso, prima di dedicarsi totalmente ai suoi Annali e diventare così voce ufficiale dell’élite al potere, è membro di essa: console del Comune nel 1155 e dei placiti negli anni 1147, 1149, 1153, 1157, 1160 e 1162, diplomatico in varie missioni ufficiali, in particolare nell’ambasceria presso l’imperatore Federico I a Torino, nel 1162 e nelle lunghe e infruttuose trattative di pace durante il conflitto con Pisa, come egli stesso dà testimonianza nel suo scritto. Sulla base di questa esperienza e, quindi, della diretta e profonda conoscenza delle dinamiche e dei personaggi delle maggiori istituzioni cittadine – oltre che per le proprie, notevoli qualità letterarie – il Cancelliere è considerato come il più indicato a stendere la cronaca delle res gestae genovesi dal 1164 al 1173. È stato notato come l’atteggiamento di Oberto nei confronti dei consoli cambi, nei suoi Annali, a partire dal 1169, anno in cui è incaricato di proseguire l’opera di Caffaro: di certo un segno del favore personale dell’annalista al gruppo di uomini responsabili della sua designazione a cronista ufficiale della città, in particolare se si tiene conto della presenza, in quell’anno, di Nicola Roza tra i consoli del Comune e di Ansaldo Golia tra quelli dei placiti. Nicola, infatti, era stato presente all’antefactum che sanciva il futuro matrimonio tra Ugo, figlio del Cancelliere, e Richelda Golia, parente del console Ansaldo. Né può essere tralasciato Ottone, il figlio di Caffaro, console del Comune in quello stesso 1169: il fatto di essere erede del primo annalista, oltre alla sua influenza politica e la stima nei confronti del Cancelliere, hanno certamente giocato un ruolo decisivo nell’affidamento a Oberto della continuazione dell’opera del padre.
Tuttavia non bisogna dimenticare che l’atteggiamento complessivo di Oberto verso i consoli non è mai apertamente critico, anche prima del 1169; perfino quando, nel 1164, nel pieno di una grave crisi dovuta all’imperversare della lotta tra le fazioni e dopo l’assassinio di un console in carica, Marchio della Volta, l’arcivescovo Ugo deve intervenire in prima persona, assumendosi la responsabilità di insediare il consolato per l’anno successivo, non volendo i consoli uscenti procedere nel modo consueto, per timore di un nuovo inasprirsi della guerra civile. Oberto sottolinea, invece, che quegli stessi consoli, “che prediligevano tutto ciò che è equo e giusto, durante il loro consolato saziarono amichevolmente coloro che avevano fame di giustizia”. Questo è un evidente richiamo all’evangelico “Discorso della Montagna” (Mt 5, 6: “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati”), ma soprattutto è un importante e deciso cenno alla sacralità del potere, rappresentata dalla Christomimèsi, messa in rilievo dall’accostamento Gesù-consoli. Non tanto, allora, una critica al consolato, quanto piuttosto una forte presa di posizione dell’annalista rispetto a quelle componenti – e in particolare i pravi iuvenes – che sconvolgono la vita cittadina e mettono a rischio l’operato dei consoli stessi. Le parole di Oberto, insomma, si scagliano con veemenza contro le famiglie (tra le quali vi sono invero anche quelle consolari) e gli individui responsabili della situazione avvelenata in cui versano la città e la res publica, e le descrizioni a tinte fosche del clima politico genovese corrispondono alla realtà di un Comune in grande espansione commerciale, ove il confronto tra le consorterie concorrenti per il controllo delle cariche maggiori diventa talvolta aspro, feroce, fino a sfociare nella guerra civile vera e propria. Questa è la pravitas che Oberto stigmatizza, perché corrode le componenti più forti della città, che disperde le proprie energie per cercare di sedare le lotte interne invece di rivolgerle verso uno sforzo comune e più degno: la guerra contro Pisa. E tale è, in realtà, il Leitmotiv di tutta la narrazione di Oberto: un’istanza, un accorato messaggio di unità fra tutti i grandi clan genovesi nel segno di una amicitia che ha più che mai un accentuato e significativo valore politico, espresso del resto anche in un patto stipulato tra il giudice sardo Barisone d’Arborea e Genova nel 1164: “Omnium sub Christo regnorum soliditas in numerositate fundatur potentium amicorum, per eos enim et robusta fortiora deveniunt et adversa singula minorantur…”.
Lo spirito di queste istanze e, insieme, la volontà di dare una precisa immagine della città, non sono lontani dal messaggio scolpito nelle epigrafi murate negli stipiti di Porta Soprana. Il modello di questi manufatti può essere ricondotto a una matrice pisana, già fiorente tra XI e XII secolo, ma alla metà del XII secolo Genova afferma la propria potenza e ufficializza il suo ruolo egemone nel Mediterraneo attraverso le due epigrafi che rappresentano il coronamento e la manifestazione verbale della nuova cinta muraria portata a compimento in quel periodo:

† In nomine omnipotentis Dei, Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.
Sum munita viris, muris circumdata miris,
et virtute mea pello procul hostica tela.
Si pacem portas licet has tibi tangere portas,
si bellum queres tristis victusque recedes.
Auster et Occasus, Septemptrio novit et Ortus
quantos bellorum superavi Ianua motus.
In consulatu comunis Wilielmi Porci, Oberti Cancellarii, Iohannis Malaucelli et Wilielmi Lusii
et placitorum Boiamundi de Odone, Bonivassalli de Castro, Wilielmi Stanconis, Wilielmi Cigale, Nicole Roce et Oberti Recalcati.

Marte mei populi fuit hactenus, Affrica mota
post Asie partes et ab hinc Yspania tota;
Almariam cepi Tortosamque subegi,
septimus annus ab hac et erat bis quartus ab illa.
Hoc ego munimen cum feci Ianua pridem
undecies centeno cum tociensque quino
anno post partum venerande Virginis almum.
In consulatu comunis Wilielmi Lusii, Iohannis Maliaucelli, Oberti Cancellarii,
Wilielmi Porci; de placitis Oberti Recalcati, Nicole Roce, Wilielmi
Cigale, Wilielmi Stangoni, Bonivassalli de Castro et Boiamundi de Odone.


Partendo dall’osservazione secondo la quale nei Comuni italiani medievali i notai spesso partecipavano direttamente alla composizione dei testi delle epigrafi pubbliche, nel lontano 1882 lo studioso genovese Luigi T. Belgrano volle indicare il notaio Giovanni Scriba quale autore dei due testi di Porta Soprana. Tuttavia, alcune questioni ulteriori potrebbero portare a un’attribuzione diversa. Nel suo libro su Porta Soprana, Colette Dufour Bozzo sosteneva, a ragione, che “il milieu culturale in cui si muove l’autore dei tredici versi leonini fa capo all’ambiente politico governativo: quello stesso governo dunque ha commissionato la storia ufficiale della città a un suo membro interno, e cioè appunto al console Caffaro”. È importante rimarcare la provenienza culturale dell’autore: l’élite di governo. E allora, se si guarda al gruppo consolare di quell’anno, il 1155, tra i consoli del Comune citati dalle epigrafi stesse, compare Oberto Cancelliere: e dunque lui, più che Giovanni Scriba, sarebbe potuto essere l’autore dei versi delle lapidi. Inoltre: il cursus leoninus è assai ricorrente negli Annali di Oberto Cancelliere, persino in alcuni passaggi in prosa; e ancora, l’andamento solenne del testo delle epigrafi e il loro carattere insieme cerimoniale e ufficiale come di un documento, ricordano lo stile caratteristico della narrazione del Cancelliere; l’evocazione di Marte, poi, citato due volte nel testo degli Annali, e in ultimo l’uso del concetto di pace che “si contrappone per integrarsi” a quello di guerra santa (ciò che negli Annali sarà poi il motivo principale della pace e, insieme, della guerra giusta contro i nemici pisani): tutti questi indizi fanno convergere l’attribuzione del testo delle epigrafi a Oberto Cancelliere, che oltre a essere egli stesso, come si è detto, console nel 1155, godeva di maggior prestigio – anche dal punto di vista letterario – di qualsiasi altro uomo di cultura della città, essendo capo della cancelleria del Comune: tutte qualità decisive, che lo fecero eccellere quando si trattò, nel 1169, di trovare un degno continuatore dell’opera di Caffaro.
 


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