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Anonima sequestri
sarda
L'archivio dei crimini (1960-1997)
di Luigi Casalunga
Prefazione
Analisi delle fasi del sequestro di persona
Organigramma malavitoso
Prima di mettere in atto un sequestro di persona i malviventi si
costituiscono in un gruppo i cui componenti, in futuro, svolgeranno funzioni
autonome anche se in stretta sintonia tra loro. In linea di massima la banda ha
vita breve. Infatti, una volta ottenuto il risultato, dopo la realizzazione di
tutte le fasi del sequestro, si divide. Si ha dunque ragione di ritenere che lo
scopo dell’organizzazione sia quello di non ampliarsi tanto e fare in modo che
la cattività della vittima sia ridotta il più possibile; ciò al fine di non
creare difficoltà alla banda stessa. Per portare a compimento un sequestro di
persona occorrono mediamente 7-10 addetti ai lavori che esercitino funzioni
mirate. Il gruppo malavitoso generalmente è composto da un latitante, uno o due
carcerieri, un vivandiere e alcuni altri componenti che si occupano dei contatti
con gli “emissari”. Il capo, normalmente un latitante e mente di tutta la
complessa vicenda, gioca un ruolo essenziale: detta le condizioni della
trattativa che porta al pagamento del riscatto, e ne influenza le varie fasi.
La preparazione
Grande importanza riveste la preparazione del rapimento: prima ancora di
metterlo in atto a scopo estorsivo, i malviventi sottopongono ad un approfondito
esame la vittima: si studiano attentamente le sue abitudini e si fa un’attenta
valutazione della presumibile consistenza del suo patrimonio. Tra i componenti
della banda assume grande rilevanza colui che svolge la funzione di “basista”;
questi è ritenuto parte essenziale, se non di primo piano, per il contributo che
fornisce ai propri compagni (in ogni sequestro è il “basista” che mette gli
altri nelle condizioni di esaminare la potenziale vittima). Di notevole
importanza è poi il ruolo del “vivandiere”. Colui che lo svolge, oltre ad essere
parte integrante in seno alla banda, deve infatti fare la spola tra il luogo
dove viene preparato il cibo e la zona in cui è tenuto in cattività l’ostaggio.
Come è risultato in diversi sequestri, quello della preparazione dei pasti è un
compito in più occasioni demandato alle donne.
All’interno dell’organizzazione dunque, anche la donna può avere un suo ruolo:
spesso è complice per il tacito assenso e incoraggiamento dato agli esecutori
materiali del rapimento; talvolta invece le sue funzioni vanno oltre la semplice
preparazione dei pasti, e si manifestano attivamente sia durante le fasi della
prigionia del malcapitato sia nelle fasi conclusive.
Il rapimento
Prima di realizzarlo la banda analizza in maniera quasi maniacale la scelta
del luogo ove poter mettere in atto il proprio piano d’azione. I luoghi scelti
sono i più svariati: centro abitato, periferia, campagna, azienda
agro/pastorale, ville; in un’occasione è accaduto persino all’interno
dell’oratorio della Chiesa de “Le Grazie” di Nuoro. La vittima, una volta
immobilizzata, viene sistemata all’interno del bagagliaio e talvolta sui sedili
posteriori, celata con delle coperte. Il prelievo di solito avviene verso
l’imbrunire o alle prime luci dell’alba. L’operazione dura pochi minuti. Qualora
vi fossero dei presenti, costoro vengono neutralizzati, legati e imbavagliati.
Poi di corsa verso il luogo prestabilito per la prima temporanea detenzione. Il
gruppo, composto come già detto da 7-10 persone, si suddivide così: gruppo di
prelievo (generalmente composto da 2-3 individui); gruppo di attesa, altri 2-3
soggetti che entrano in azione subito dopo e che provvedono alla consegna della
vittima ai correi di sequestro. Questi ultimi, poi, si assumono la
responsabilità di raggiungere la zona stabilita ove ad attenderli vi sono altri
2-3 malviventi: tra loro il capo/latitante.
Il trasferimento
Quella del trasferimento dell’ostaggio al primo rifugio è una delicatissima
fase iniziale; fase peraltro già predisposta nei minimi dettagli con itinerari
preordinati. Infatti, subito dopo la consegna dell’ostaggio, per condurlo al
punto prestabilito, i banditi tendono ad abbandonare l’auto utilizzata per il
rapimento e trasporto della vittima, in luoghi preventivamente scelti onde poter
fuorviare le ricerche delle forze dell’ordine. Una volta giunti sul luogo
concordato, prima di intraprendere il cammino, l’ostaggio viene bendato,
imbavagliato ed in qualche occasione gli vengono sistemati dei tamponi alle
orecchie. Generalmente gli spostamenti da un luogo all’altro vengono organizzati
di notte.
Le indagini sull’avvenuto sequestro
Le indagini iniziano non appena le forze dell’ordine hanno notizia
dell’avvenuto rapimento e proseguono sino alla conclusione dell’intera vicenda.
Ad ogni allarme scatta il piano antisequestro che mette in moto tutte le forze
dell’ordine dell’intera provincia: Polizia, Carabinieri e unità cinofile pronti
ad esercitare i loro specifici compiti.
Questi consistono in servizi di osservazione su strade e passaggi obbligati;
perlustrazione e controllo nelle campagne e nei casolari abbandonati;
intercettazioni telefoniche su personaggi di un certo rilievo e non; controllo
di determinati esercizi pubblici, punti di incontro tra elementi malavitosi, al
fine di non consentire il precostituirsi di eventuali alibi; servizi di posto di
blocco con l’ausilio di elicotteri e, infine, appostamenti in passaggi ritenuti
particolarmente sensibili per il transito dei banditi con l’ostaggio.
Tali attività d’indagine vengono esercitate su persone che, in passato, sono
state oggetto di applicazione di specifiche misure:
misure di prevenzione: foglio di via obbligatorio, diffida e sorveglianza
speciale;
misure di sicurezza non detentive: libertà vigilata, divieto di dimora in
un determinato comune, divieto di frequentare osterie e pubblici esercizi;
altre misure cautelari: obbligo di dimora in un determinato comune.
I primi accertamenti dell’avvenuto rapimento si concentrano principalmente sui
servizi in campagna, sulla zona in cui presumibilmente può essere tenuto
l’ostaggio, su taluni personaggi gravitanti in alcuni centri e, soprattutto, sul
ritrovamento del mezzo utilizzato per il trasporto dell’ostaggio; qui infatti si
possono rilevare eventuali impronte, tracce, indumenti, macchie di sostanze
ematiche, capelli e quant’altro. Dal punto in cui viene trovata la vettura
vengono effettuati mirati servizi perlustrativi, con controlli su tutti gli
ovili ivi esistenti e con particolare attenzione all’individuazione dei pastori.
Non di meno l’attività investigativa è rivolta alla ricerca e individuazione del
basista che, come detto, è colui che fornisce i primi particolari per mettere in
atto il sequestro. Nel corso delle prime febbrili indagini, su disposizione
dell’Autorità Giudiziaria si effettuano le iniziali intercettazioni nei
confronti dei congiunti della vittima, al fine di apprendere le prime condizioni
che i malviventi dettano per le trattative.
Vengono inoltre poste sotto controllo tutte le cabine telefoniche dislocate nei
punti strategici del paese, dalle quali possono partire le prime chiamate dei
banditi. Fondamentale importanza assume l’accurato studio topografico della
località interessata (in particolare quelle aree geografiche che risultano
costituite prevalentemente da fitta vegetazione, bosco, sottobosco e montagne
ricche di innumerevoli cunicoli).
L’attività investigativa si concentra particolarmente su personaggi considerati
di notevole spessore criminale, e su cui emergono fondati sospetti di un
eventuale coinvolgimento nel sequestro in questione. Costoro, se possessori di
veicoli possono essere sottoposti (oltre ai normali servizi di osservazione,
pedinamento e perquisizione), anche a intercettazione a mezzo di microspie
applicate sulle loro vetture.
I contatti
Agli occasionali testimoni di un sequestro di persona, dopo essere stati
legati e imbavagliati, viene ingiunto di riferire ai familiari della vittima di
preparare il riscatto richiesto: i sequestratori si faranno sentire in seguito.
Dopo qualche tempo, allorché si aprono i contatti attraverso lettere scritte
dalla vittima ed inviate ai parenti, i malviventi impartiscono le prime
istruzioni: chiedono di far pubblicare su testate giornalistiche dei segnali
convenzionali usando i quali, qualche tempo dopo, gli emissari potranno
percorrere gli itinerari suggeriti. Quello dell’invio delle missive è un momento
particolarmente delicato e importante per la vittima, che può finalmente
comunicare in qualche modo con i familiari e provare un certo senso di conforto.
In tale circostanza l’ostaggio non sempre può riferire ciò che vuole: il più
delle volte, sotto la minaccia delle armi o di violenza fisica è costretto a
scrivere frasi sotto dettatura con termini oltraggiosi nei confronti dei propri
cari o nei riguardi delle Istituzioni; spesso i malviventi dettano di sana
pianta l’intero contenuto della missiva. Anche in questo caso le forze
dell’ordine non trascurano di sottoporre le lettere o i manoscritti ad esame
calligrafico nel tentativo di far emergere delle impronte.
La cattività
Solitamente le vittime vengono tenute bendate e segregate in grotte,
sottoboschi, anfratti, cunicoli, dirupi o fitta vegetazione; talvolta, invece,
in mezzo a un bosco, o comunque nascoste dalla copertura di un tenda o di un
telo mimetico legato a dei rami. Solo per alcuni personaggi sono state fatte
eccezioni: il sequestro degli Schild la cui prigionia è avvenuta nel centro
abitato di Sarule e quella di Silvia Melis che, alla fine, si è liberata in
località “Giannas” dell’agro di Orgosolo. In seguito, nel corso di approfondite
indagini le forze dell’ordine accertarono che la donna fu tenuta segregata in
una abitazione del centro abitato di Nuoro.
Nel corso della prigionia al malcapitato vengono forniti dei pasti a base di
pane carasau, salumi, carne simmenthal, tonno, porcetto, agnello, pasta ed
acqua.
Gli itinerari
Di solito i tragitti imposti dai banditi agli emissari sono lunghissimi e da
compiersi con un’auto poco veloce, in ore notturne, in territori montuosi e su
strade buie, deserte e disagevoli. I malviventi indicano il tipo di auto da
utilizzare, il colore, l’ora di partenza, i contrassegni da usare per il suo
riconoscimento: l’uso dei fari (uno spento, sinistro o destro), luce accesa
nell’abitacolo, velocità da tenere e numero delle persone a bordo. Stabilito il
punto in cui i malviventi hanno deciso di bloccare il veicolo, gli emissari lo
constatano con un segnale convenzionale. Dopodiché viene pronunciata la “parola
d’ordine” precedentemente concordata. Realizzato il contatto, gli emissari
vengono fatti scendere dal mezzo e, una volta inoltrati all’interno della fitta
vegetazione, si dà luogo allo scambio delle notizie da ambo le parti.
Gli emissari
Anche se quasi tutti gli emissari non sono trattati bene, essi svolgono un
ruolo importantissimo per la rapida risoluzione della delicata vicenda. In
diverse occasioni i banditi hanno dimostrato di accanirsi nei loro confronti
poiché questi, evidenziando l’impossibilità di soddisfare le loro richieste,
tentavano di abbassare ulteriormente la cifra richiesta. La durata della
prigionia dell’ostaggio dipende a volte dall’alternarsi delle trattative. È
anche vero che in più sequestri i banditi, pur di liberarsi dell’ostaggio, o per
ragioni di sicurezza o perché comprendono le difficoltà che i familiari
incontrano nel pagare quanto inizialmente richiesto, consentono di abbassare
l’ammontare del riscatto grazie alle opere di convincimento degli emissari; in
tal caso la cattività del rapito può concludersi relativamente in breve tempo.
Tuttavia, come si è spesso verificato, gran parte degli emissari non hanno avuto
esperienze positive; molti di essi sono stati trattenuti e segregati come
ostaggi: rammentiamo Amatori Massimiliano, nel rapimento di Pasqualba Rosas; il
frate francescano Giuseppe Solinas, trattenuto dopo essersi offerto in ostaggio
al posto di Piera Demurtas; l’emissario Dessena Gian Mario, ferito durante il
conflitto a fuoco che era stato preceduto da un abboccamento con i malviventi
per la trattativa della rapita Cristina Cinque; l’emissario Gattu Domenico
prelevato e trattenuto per il sequestro Pietro Siotto e gli emissari intervenuti
nel sequestro della famiglia Schild i quali furono percossi duramente. Molti
altri emissari, invece, sono stati protagonisti di un simultaneo scambio con
l’ostaggio per consentire a quest’ultimo la possibilità di raccogliere il denaro
richiesto e chiudere così la triste vicenda.
La liberazione dell’ostaggio
In linea di massima avviene sempre di notte. I malviventi, una volta decisi
a rilasciare l’ostaggio, a seguito dell’avvenuto pagamento del riscatto,
decidono l’ora in cui è possibile iniziare la lunga marcia per raggiungere la
zona in cui deve avvenire il rilascio: da qui la vittima può orientarsi per
arrivare o ad una mulattiera o una strada interpoderale situata nei pressi di un
centro abitato. Tutto ciò avviene lontano dal luogo in cui è stato custodito
l’ostaggio per depistare le indagini delle forze dell’ordine. Raggiunta la zona,
al malcapitato viene imposto di non muoversi per una o due ore, dopodiché può
togliersi il cappuccio e quindi incamminarsi. Solitamente, dopo breve tragitto,
la vittima viene raggiunta dagli stessi emissari o da congiunti i quali, a loro
volta, vengono costretti dalle forze dell’ordine a raggiungere i loro uffici,
ove li attende il magistrato di turno, titolare delle indagini, per acquisire da
loro, a caldo, le prime dichiarazioni.
Le indagini per l’identificazione degli
autori del sequestro
Con i suoi racconti, ricchi di dettagli, l’ostaggio cerca di riferire le
fasi della propria triste esperienza fino al momento del rilascio. Gli vengono
chieste delucidazioni circa il numero di personaggi che lo hanno prelevato; il
percorso presumibilmente fatto dalla vettura; la durata della marcia; il numero
di malviventi che hanno atteso il suo arrivo nel luogo designato; l’inflessione
dialettale dei sequestratori; il tipo di armi da loro impugnate; il cibo
somministratogli; gli eventuali soprannomi attribuiti ai banditi che si
alternavano nei covi nei quali era tenuto in cattività, con particolare
riferimento a colui che rimaneva sul posto per tutta la prigionia. L’ex ostaggio
prosegue poi col descrivere le sue sensazioni, tutte le volte che è stato
costretto a scrivere le lettere sotto dettatura e sotto la minaccia delle armi.
Gli viene infine chiesto se per raggiungere i luoghi della cattività ha dovuto
camminare all’imbrunire sino a quando non veniva raggiunta una eventuale grotta,
o se hanno fatto delle soste; se hanno scavalcato delle recinzioni o superato
dei fiumiciattoli; se percepiva il latrare di cani o il rumore di elicotteri e
se veniva incappucciato in concomitanza con l’arrivo di altre persone. Infine,
quali eventuali conversazioni o scambi di parole ha tenuto con i malviventi e su
che cosa verteva prevalentemente il dialogo con il suo carceriere. Insomma,
particolari interessantissimi per avviare le prime indagini, iniziando dal
fantomatico “basista” per arrivare poi alla conclusione e alla individuazione
dei responsabili dell’efferato crimine.
Il riciclaggio
In un caso di sequestro, oltre a identificare e poi arrestare i responsabili
del crimine o, perlomeno, denunciarli alla competente Autorità Giudiziaria per
l’emissione dei relativi provvedimenti restrittivi, l’attività investigativa
delle forze dell’ordine si concentra anche sul riciclaggio; il denaro
proveniente dal sequestro, infatti, viene rimesso in circolazione e trasformato
in denaro pulito. Essendo quest’ultima attività d’indagine assai complessa, non
sempre si riesce a risalire a chi, con modalità diverse e appositi canali, si
propone di allacciare collegamenti con organizzazioni criminose saldamente
ramificate nel mondo della malavita.
Negli anni ’70, quando non si parlava ancora di rilevanti cifre e non era
ampiamente diffuso il problema del riciclaggio, molte voci popolane facevano
intendere che Tizio aveva messo a buon frutto il provento del tal sequestro
investendolo in acquisti di abitazioni, terreni o esercizi pubblici. Tuttavia,
come si è visto in seguito, l’operazione del riciclaggio pian piano è divenuta
sempre più raffinata, tanto che si iniziò a parlare di centinaia di milioni di
lire quale provento di ogni riscatto. Considerato dunque l’evolversi dei tempi,
e soprattutto considerato che si mettevano in ballo grossissime somme, tale
fenomeno ha costretto magistrati e forze dell’ordine a porre in essere rimedi
quali l’attuazione della legge sugli accertamenti patrimoniali.
Tale provvedimento, come si avrà modo di vedere, iniziò a dare i primi segnali
confortanti. Infatti, se da un lato vigeva l’obbligo imposto dalla magistratura
di trascrivere i numeri di serie delle banconote pagate per il riscatto,
dall’altro si operava un mirato ed articolato controllo sugli Istituti Bancari
esistenti sia nell’Isola e, ove occorreva, anche in alcune città della Penisola.
Inizialmente, il sistema più frequente era costituto dall’apertura di c/c presso
vari Istituti da parte di individui insospettabili i quali versavano rilevanti
somme di denaro sporco per prelevarlo, dopo qualche tempo, del tutto od in parte
ormai pulito.
Col passare degli anni il riciclaggio di denaro sporco indusse gli investigatori
e i magistrati a adottare raffinati espedienti, e il denaro versato in Banca
iniziò a rappresentare un rischio per le serie difficoltà e responsabilità cui i
malviventi andavano incontro.
Le persone incaricate di effettuare il riciclaggio si videro costrette ad
esperire altre vie per trasformare il denaro sporco in pulito; così dopo oculate
prudenze, misteriosi personaggi a volte anche al di sopra di ogni sospetto,
hanno fatto in modo di trovare altre soluzioni per raggiungere il loro scopo:
ossia investimento nell’acquisto di terreni, fabbricati, esercizi pubblici,
titoli di stato e buoni fruttiferi, nonché in grosse quantità di bestiame.
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