L'anziano ficcanaso
 
di Antonio Caron
 

Capitolo I


Il malanno che colpì il maresciallo Vitale fu un fulmine a ciel sereno. Sin dal mattino, aveva sentito un dolore diffuso al fianco. In seguito era poi scoppiata la colica renale: con tutti i sintomi più evidenti, come aveva diagnosticato il dottor Perissinotto chiamato d’urgenza nel cuore della notte.
Il medico lo aveva palpato a lungo:
“Fa male qui? E qua?...”
Poi gli aveva dato alcuni colpetti ai fianchi che al maresciallo sembrarono botte di karatè; tanto da fargli esclamare:
“Madonna du Carmine, che dolore!...”
Vitale non riusciva a stare fermo. Si rigirava sul letto, si alzava di continuo.
A pancia molle, gli pareva di sentirsi meglio. Ma era soltanto un’impressione che durava pochi secondi. Dopo, tutto riprendeva come prima; anzi, peggio di prima. Lo spasimo gli attanagliava il fianco sinistro; in certi momenti si irradiava fino alla gamba.
“Non c’è alcun dubbio. Ora le faccio un antispastico...”
Perissinotto era stato destato dalla telefonata della signora Vitale. Aveva frettolosamente messo il cappotto sul pigiama e ai piedi aveva calzato le prime scarpe che gli erano capitate a tiro: pedule di montagna. Sembrava uno spaventapasseri; i suoi occhi spiritati ingigantiti dalle spesse lenti degli occhiali non miglioravano del resto il suo aspetto. Ma quelli non erano certamente momenti adatti per badare alle sottigliezze estetiche... Fortuna che abitava a poca distanza dalla stazione dei carabinieri dove i coniugi Vitale alloggiavano, dopo la loro prolungata permanenza, oltre un anno, in uno striminzito e provvisorio bilocale arredato.
Soprattutto per la moglie Marisa fu veramente difficile condividere quei pochi metri quadrati di spazio con Sebastiano e il gatto, l’animale che il marito aveva preso con sé fin da quando era brigadiere al reparto investigativo di Torino. Per necessità, aveva stipato i mobili antichi ereditati dalla zia nel granaio prestato da un conoscente, nell’attesa di poterli sistemare nella nuova casa.
“Verremo a prenderli entro un mese, due al massimo...” avevano detto al consenziente agricoltore, fidandosi della parola del geometra che aveva in appalto la costruzione della nuova stazione dei carabinieri. In seguito vi furono prolungati intoppi burocratici, sempre nuovi ritardi. Di alloggio del maresciallo non se ne parlò più per un bel po’ di tempo. Marisa e Sebastiano si erano infine sistemati. All’ultimo piano della loro palazzina godevano la bella vista di montagne e colline delle Langhe. Nelle giornate di sereno, la cima inconfondibile del Monviso sembrava addirittura a portata di mano.
Il dottor Perissinotto aveva sposato una ragazza d’un paese vicino a quello di Marisa. Quando le due si erano incontrate avevano scoperto di avere tante conoscenze in comune, di parlare con la medesima inflessione dialettale. In compagnia dei rispettivi mariti, si erano poi incontrate alcune volte; poche per la verità, a causa soprattutto degli orari imprevedibili e talvolta impossibili dei coniugi.
Tutto sommato, a Vitale non dispiaceva quel medico spilungone, con capelli pochi e biondissimi in testa, che parlava mangiandosi le erre e non smaniava mai di intervenire nei discorsi, del resto sempre animati dalle due donne. Le serate trascorse insieme si potevano dire originali, se non proprio buffe: Vitale che parlava a monosillabi, Perissinotto che diceva appena qualche parola di più. Una volta erano andati al ristorante. Il maresciallo aveva preteso un posto dove non fosse conosciuto, per evitare l’eventualità di non pagare il conto. La scelta cadde su una certa trattoria. Alla fine della cena, il padrone sussurrò all’orecchio:
“Già regolato, maresciallo...”
A quelle parole, Vitale se ne uscì bruscamente:
“E no! Che modi sono questi...”
L’oste si ritirò con la coda in mezzo alle gambe. Il dottore e sua moglie rimasero imbarazzati e sotto sotto pensarono a chissà che cosa. Dopo quella sera, si incontrarono solamente in casa: degli uni o degli altri. Da parte loro, i Perissinotto non se la sentivano di ripetere l’esperienza di vedere il maresciallo fuori dei gangheri così come non l’avevano mai scorto: con la sua arcigna espressione professionale che incuteva perfino un po’ di paura.
La telefonata di Marisa nel corso della notte aveva toni allarmati:
“Non chiamerei a quest’ora, se non fosse tanto grave...”
Dopo l’iniezione, Perissinotto rassicurò:
“Ora lei dovrebbe sentirsi meglio. Rimango qui ancora per un po’, nel caso dovessi ripetere...”
Vitale gli diede uno squadro sofferente, quasi delirante:
“Perissinotto, mi dài del lei. Ti tieni sulle tue, di fronte al mio dolore...”
La donna guardò il dottore, sorpresa di sentire quelle sconclusionate parole in bocca del marito. D’altra parte, pure in condizioni normali, sul darsi del tu con i Perissinotto il maresciallo – nonostante le sollecitazioni di Marisa – non si era mai deciso. Il dottore le fece segno di non preoccuparsi. Vitale si assopì col cuscino premuto sul fianco, un modo istintivo per attenuare lo straziante dolore.
“Ora lasciamolo riposare. Se quando si sveglia avrà ancora male, chiamatemi pure. Se invece, come penso, starà meglio, gli occorre riposo assoluto. Deve stare a letto; da mangiare soltanto cose leggere e soprattutto bere molto: acqua, spremute”.
“È grave?”, domandò Marisa aggiustandosi la vestaglia.
“Ancora non si può dire. Bisogna fare esami e radiografie. Potrebbe essere soltanto renella o un piccolo calcolo smosso. Anche mio suocero ne ha sofferto. Non le dico di limitargli gli alcolici: so che suo marito è quasi astemio”.
“Appunto!”, sottolineò Marisa.
“Adesso vada a dormire anche lei. Ci sentiremo domani...”
Il primo incontro di Vitale con i terribili dolori dovuti alla colica renale fu quanto mai travagliato. Come in tutte le persone che hanno sempre goduto ottima salute, la novità metteva in discussione presunte invulnerabilità alla malattia, provocava apprensione e allarme. Il maresciallo si sottopose docilmente alla trafila di esami clinici del sangue e delle orine. Dopo l’iniezione del mezzo di contrasto rimase pazientemente sotto l’apparecchio dei raggi per un tempo che a lui parve lunghissimo. Il ritornello pronunciato dal radiologo entrò in seguito nei suoi pensieri, perfino nei suoi incubi:
“Fermo, non respiri. Respiri pure...”
Quando, l’indomani, si accorse della presenza di sangue nelle orine fu preso da una fifa incontenibile. Pensò subito alle cose peggiori: a mali incurabili, alla necessità di essere operato... Nelle lastre radiografiche si vedeva un calcolo nel calice inferiore: rotondo, delle dimensioni di un pisello. Perissinotto continuava a rassicurarlo, a minimizzare:
“Con ogni probabilità, non è il caso di operare. Oggigiorno i calcoli sono trattati con la litotrissia. L’ha fatta anche mio suocero...”
“E che sarebbe ’sta cosa?”
“Una volta, le pietruzze che non si potevano espellere per vie naturali venivano rimosse con il bisturi. Ma ora esistono macchine che riescono a frantumare le concrezioni”.
“Fa male?”
“A sentire il padre di mia moglie, direi proprio di no...”
Vitale ricordava di avere letto qualcosa del genere, senza però prestarvi troppa attenzione. Improvvisamente gli venne desiderio di saperne di più, d’essere informato su tutto. Fortuna che in quei momenti non c’erano casi o indagini importanti: tutta roba infatti che poteva benissimo essere seguita dai sottoposti.
Durante il ricovero per accertamenti all’ospedale di Bra, il brigadiere Di Crescenzo veniva a trovarlo due volte al giorno. Le visite erano poi continuate a casa; per il sottufficiale agli ordini di Vitale c’era soltanto la fatica di salire due rampe di scale.
Vitale sopportò con rassegnazione pure il calvario di bere almeno due litri d’acqua ogni giorno, come prescritto nella sua terapia.
“Se prendo chi ha detto: facile come bere un bicchiere d’acqua!”, piagnucolava tutte le volte che doveva trangugiare di malavoglia.
Marisa faceva in modo che il contenitore fosse sempre pieno: quasi di nascosto, per non sentire lamenti e imprecazioni. Da quando si era saputo del malanno del marito, sembrava che tutto il mondo ne soffrisse allo stesso modo. C’era gente che la fermava per strada, che voleva rassicurarla. Non uno che non avesse parenti o amici sofferenti di calcoli renali.
“Suo marito dovrebbe andare a Fiuggi. A mio cognato ha fatto tanto bene!...”
Per altri, sarebbe stato invece sufficiente trascorrere un paio di settimane a Lurisia:
“Là, un mio conoscente ha messo fuori una pietra grossa così. Pensi, avevano già deciso di operarlo...”
Pure il suocero del dottore andò a trovarlo.
“Allegro maresciallo! Oggi i calcoli non fanno più paura...”
“Ma lei ora come si sente?”
“Mi devo soltanto tenere nel mangiare e bere”.
“Quella cosa... la lito: serve veramente?”
L’uomo non aspettava altro. Parlò per mezz’ora di seguito. Illustrò minuziosamente sintomi e punti dolenti, le titubanze del primario che voleva “aprirlo”, ma che non si fidava a causa del cuore sofferente.
“È stato proprio lui a parlarmene per primo. Allora, in Italia, c’era da aspettare un sacco di tempo nelle liste d’attesa...”
Vitale era sempre più interessato.
“Con le prime macchine, uno si doveva immergere in vasche piene d’acqua...”
Strane apparecchiature di cui, presto, avrebbe fatto conoscenza. Nella notte fece brutti sogni. Si svegliò trafelato, con sensazione di annegare nella vasca minuziosamente descritta...
Quando venne la seconda colica, Vitale fu preso dallo sconforto. Tutta la sua sicurezza venne meno. Ebbe la spiacevole sensazione di non controllare gli eventi: un’impressione che più di ogni altra lo rendeva inquieto e timoroso. Si rendeva conto che c’era qualcosa molto più forte di lui, che era obbligato a fare cose che mai prima d’allora aveva fatto.
Il suo ingresso come degente in un ospedale della Riviera Ligure mise fine a una serie di interrogativi, incertezze e trepidazioni. Gli ospedali li aveva sempre visti dal di fuori; non si era mai veramente messo nei panni dei ricoverati. Si sentì solo, debole e indifeso. Mai come in quei momenti riuscì a comprendere gli sguardi allucinati e le espressioni ansiose stampati sui volti di tanta povera gente che vagava nei corridoi dei reparti, vestita di ridicoli pigiami indossati come divise: le stesse che distinguevano dal mondo dei “sani” e da quello degli eletti in càmice bianco.
Non aveva voluto essere accompagnato. Del resto, gli avevano assicurato che non c’era bisogno di particolari assistenze. L’ospedale gli era stato consigliato dallo stesso parente di Perissinotto, diventato ormai un esperto in materia.
“Prima di tutto, non essendo un ospedale molto grande, non c’è confusione. I dottori sono disponibili e in gamba. Poi là c’è una macchina ultimo modello. “Si sta all’asciutto...”
Quest’ultima precisazione tranquillizzò il maresciallo, gli sembrò una complicazione in meno. Il ricovero avvenne in una domenica pomeriggio di agosto, nel momento in cui c’erano pochi degenti. Il reparto urologia aveva un lungo corridoio sul quale si affacciavano le stanze. Dapprima ebbe l’impressione di essere accolto come una persona di riguardo: evidentemente avevano saputo della sua appartenenza all’Arma. La sensazione durò ben poco. Un’infermiera acida e autoritaria gli diede ordini perentori sul come comportarsi; lo richiamò poi severamente quando, per sbaglio, si infilò nei gabinetti delle donne.
Vitale prese a mano a mano conoscenza dei ritmi e dei tempi, sempre uguali, degli ospedali. Fu messo in una stanza a due letti. Gli diedero tre bottiglie di acqua minerale calda. Con lui c’era un signore anziano, un avvocato di Savona che aspettava il proprio turno per essere operato di prostata. Cominciarono subito a parlare dei rispettivi malanni. Dopo un po’ si facevano confidenze da vecchi amici. Si sentivano simili, nell’attesa comune e trepidante che i dottori decidessero le loro sorti. Avevano la stessa paura del domani, i medesimi timori delle incognite cui potevano andare incontro.
Vitale si spogliò e indossò il pigiama nuovo acquistato dalla moglie per l’occasione. Infilò le pantofole comprate alle bancarelle del mercato settimanale. Percorse in su e in giù il corridoio, lanciando sguardi negli stanzoni dove uomini e donne cercavano di far passare il tempo. Era ora di visite. Parenti e amici cercavano di sollevare il morale dei ricoverati, di infondere ottimismo. Tra i degenti c’era gente di ogni età: perfino bambini e giovanotti dall’aspetto gagliardo, che mai ti saresti aspettato di trovare in ospedale. Vitale ricordò le parole di Perissinotto:
“I calcoli possono venire a tutte le età; non è soltanto una prerogativa degli anziani...”
Lo aveva detto per fargli coraggio, per allontanare in lui la convinzione di essere colpito da un’infermità tipica della vecchiaia. Fra i ricoverati, le donne apparivano più serene e fiduciose. Per molte di loro il fatto di essere servite di tutto, di non fare da mangiare ogni giorno per figli e mariti esigenti, era già una specie di vacanza. Si distinguevano da certi uomini che se ne stavano invece a letto con i musi lunghi o che si lasciavano andare a tic nervosi mentre camminavano strascinando le ciabatte sui lucidi pavimenti del reparto.
Alle sei e mezzo di sera passarono con i carrelli dei cibi; per Vitale, la cena volle dire solamente una minestrina insipida. Guardò con invidia la pasta al sugo nel piatto del vicino di letto. Gli vennero in mente le rigorose prescrizioni che aveva dovuto osservare prima del ricovero: da mangiare niente che contenesse scorie, come pane, pasta, frutta e verdura. Togliergli frutta e verdura era per lui una vera sofferenza; così come l’ingoiare compresse di carbone vegetale in grande quantità: per eliminare i gas intestinali, gli era stato spiegato.
La serata si annunciava triste e monotona. L’aria era ancora calda, profumata dai pini marittimi che si ergevano, alti e contorti, attorno ai padiglioni dell’ospedale. In mancanza di meglio, Vitale si decise per una passeggiata. Passando accanto ad alcune ricoverate che stavano chiacchierando animatamente fra di loro, si sentì dire:
“Anche lei sta contando i passi?”
Una del gruppo gli sorrise. Aveva un volto aperto, simpatico; si vedeva subito che era un tipo distinto, al contrario delle altre.
“Chissà quante suole si sono consumate su questi pavimenti...”, aggiunse la donna, sempre con la sua espressione accattivante unita a un tratto semplice e cordiale, lo stesso che avrebbe potuto esibire in un salotto, tra vecchi amici.
Il maresciallo stette al gioco. A seguire la sua abituale indole doveva tirare avanti, rivolgere al massimo un sorrisino di circostanza. In quel caso provò qualcosa di diverso: altro non era che desiderio di parlare con qualcuno, di corrispondere sentimenti d’umana solidarietà e reciproco incoraggiamento. Non appena il maresciallo ebbe risposto al saluto, le altre donne – come resesi conto d’essere di troppo – si allontanarono.
I due si avvicinarono: lui nel suo goffo pigiama di taglia abbondante, lei con una leggera vestaglia e in pantofole. Una scena che in altri luoghi e in momenti diversi poteva apparire patetica, far sorridere, ma che in quegli attimi appariva del tutto normale, come nell’ordine naturale delle cose. La donna aveva una sessantina d’anni, ben portati. La sua voce aveva un che di musicale, le parole che uscivano dalla sua bocca scorrevano con accenti armoniosi; una cosa insolita, che il maresciallo imputò alla sicura origine straniera della donna. Anche se padroneggiava molto bene la nostra lingua, dalla tonalità delle erre e dalla sottigliezza delle doppie si poteva intuire che fosse francese. Vitale ne ebbe infatti quasi subito conferma, quando si misero a parlare dei rispettivi luoghi di provenienza. Come c’era da aspettarsi, parlarono anche dei loro malanni.
“Fa anche lei la litotrissia?”, domandò la signora.
Pronunciò quell’astrusa parola con una modulazione che sembrava venire dalle corde di un violoncello; mai un bisticcio di consonanti fu detto in modo così aggraziato.
“È per lei la prima volta?”
“Proprio così”, rispose l’uomo.
“Una bella invenzione, questa macchina. Pensi che io in passato sono stata operata per ben due volte: sempre per i miei calcoli. Che ci posso fare: sono una fabbricante di pietre. Fossero almeno preziose...”
La signora sorrise divertita; parlava di calcoli renali come se fossero fiori, oggetti per la casa.
“Si sente qualcosa... quando si è sotto?”, domandò Vitale.
“Niente, niente! Non deve temere. Quando il trattamento è finito, se ne può andare tranquillamente con le sue gambe”.
“E nel frattempo?”
“Se i suoi calcoli sono friabili, fatti di sostanze non troppo dure, può avere la fortuna di risolvere il problema in una sola volta. Altrimenti, nessuna paura: la cosa si può ripetere senza problemi, fin quando sarà necessario...”
Lasciarono il corridoio del reparto e andarono all’aperto. La donna non smetteva di parlare, senza però essere invadente o noiosa. Il suo eloquio era piacevole e garbato, il modo di affrontare gli argomenti spontaneo e originale.
Era vedova di un armatore, componente di una delle famiglie più in vista del Ponente ligure. Nata e cresciuta in Francia, viveva ormai da trentacinque anni in una villa sul mare che – a sentire le prime descrizioni – doveva essere veramente bella, situata in una posizione incantevole. Dopo avere parlato per mezz’ora, si accorsero di non essersi ancora presentati.
“Milly de la Patelliere, vedova... Ma tutti mi chiamano semplicemente la contessina”.
Aveva un modo di dire aggraziato che lasciò ammirato il maresciallo; porse infatti i propri nomi come fragili tazze di tè, tondi pasticcini adagiati su lini ricamati.
La piacevole conversazione terminò alla soglia dello stanzone riservato alle donne; per Vitale la chiacchierata fu una specie di toccasana, una consolazione che gli alleviava il timore dell’intervento al quale presto doveva sottoporsi. Anche se tutti gli dicevano che non c’era da preoccuparsi...
Parlando al telefono con la moglie, le fece sapere le sue prime impressioni sul ricovero in ospedale, si dilungò su quanto gli stava succedendo: lui, che di solito non era mai loquace. Aveva perfino detto d’avere conosciuto una signora molto simpatica; sulla sessantina, precisò subito.
“So già dove andremo nelle prossime vacanze. Questa signora gestisce una specie di residence, in un posto molto bello in riva al mare. Se ho mangiato? Due cucchiai di minestrina... Mi farà bene alla linea. Sì, è confermato: per domani. Paura? No! Caso mai una certa fifa...”
La notte successiva, il maresciallo dormì ben poco: per l’apprensione ma soprattutto a causa dell’ordinario trambusto che c’è negli ospedali. Quando gli sembrò di poter chiudere occhio, fu destato dall’infermiere che gli porgeva il termometro per misurare la temperatura. Rimase incerto, non sapendo che fare. L’uomo in camice bianco disse che poteva metterlo sotto l’ascella.
“Bere molto, soprattutto a digiuno, di mattina...”. Ricordò una delle tante raccomandazioni che gli erano state rivolte. Al secondo bicchiere, l’acqua tiepida gli bloccò lo stomaco. Gli pareva di ingoiare olio di ricino. Al gabinetto si accorse che, diversamente da quello per le donne, mancava la carta igienica. Si sentì meschino, immiserito. All’infermiere capo sala domandò come doveva comportarsi.
“Aspetti che la chiamino. Mi sembra teso. Ora le faccio parlare con qualcuno...”
Dopo un po’, si fece vivo un uomo giovanile, vestito con una tuta da ginnastica.
“È lei il maresciallo?”
Si presentò e poi giù a raccontare le proprie esperienze di soggetto portatore di litiasi renale bilaterale, i suoi pellegrinaggi in cliniche e ospedali: fino alla scoperta dell’esistenza della macchina prodigiosa, che toglie i calcoli senza operazione.
“Dopo il secondo intervento chirurgico, durante il quale ho avuto un arresto cardiocircolatorio, ho deciso che i ferri su di me non li avrebbero mai più messi. Piuttosto mi sarei lasciato morire. Ma adesso è tutt’altra cosa. Cosa si sente? Niente, mi deve credere...”
A Vitale bastarono poche ore d’ospedale per dimenticare di colpo d’essere un brillante sottufficiale dell’Arma. Operazioni poliziesche, arresti, interrogatori e personaggi equivoci: tutto gli passò dalla mente, come acqua di torrente sulla roccia. Era soltanto un ricoverato con un numero di letto: in pigiama, nell’attesa che qualcuno lo chiamasse, per fare qualcosa di cui aveva soltanto sentito parlare, ma che faceva pensare al peggio... Si sentiva uno dei tanti colpiti da malattia e sventura, uno di quelli che l’ospedale rende tutti uguali.
D’un tratto gli venne in mente la signora Milly. Il ricordo dell’incontro gli fece piacere. Era l’unica persona che in quel posto aveva saputo dargli conforto e calore umano. Con il proposito di incontrarla, si avvicinò al settore riservato alle donne. Giunto però alla soglia, si arrestò di colpo. La ricoverata del primo letto si stava, con tutta naturalezza, spalmando una crema sulle parti intime. Si sentì chiamare da lontano:
“Maresciallo, maresciallo...”
Le “erre” dette in quel modo non potevano che essere pronunciate da lei. La contessina: un titolo appropriato per quella signora già avanti negli anni, ma la cui gioventù era trascorsa lasciando segni tuttora visibili sul suo volto e nel proprio allegro carattere. Tracce incancellabili del suo passato si potevano ancora scorgere nei suoi agili movimenti, nella sua intatta voglia di vivere, di piacere agli altri oltre che a se stessa.
“Devo tenermi pronto. Mi dovrebbero chiamare da un momento all’altro...”
“Si tranquillizzi, non sia impaziente. Quando si è in ospedale, bisogna armarsi di santa pazienza. Come quando si va negli uffici pubblici...”
Vitale avrebbe voluto domandare ancora sulla macchina, sulla posizione del corpo e tante altre cose. Ma non voleva sembrare un fifone, uno che se la faceva sotto per la paura. Soprattutto di fronte a quella signora che sembrava comportarsi come se fosse sempre in salotto e in aristocratica conversazione con gli amici, ma senza modi altezzosi. Le sue aggraziate maniere venivano spontanee, le sue osservazioni lasciavano incantati per acutezza e proprietà di linguaggio. Neanche la comune vestaglia che indossava riusciva a intaccare la sua signorile personalità, a spegnere la curiosità in chi – parlando con lei – avrebbe desiderato vederla ancora giovane, conoscere il marito fortunato che doveva esserne stato affascinato sin dal primo momento che l’aveva incontrata. Il maresciallo provò a immaginarsela indietro negli anni: graziosa, tutta pepe, desiderosa di uniformare ambienti e persone al proprio modo di vivere, al suo atteggiamento ottimistico che sapeva cogliere in ogni momento motivi di compiacimento e gratificazione.
Il marito era stato uomo sicuramente tutto d’un pezzo, rampollo di una nota famiglia che poteva vantarsi di vivere in una delle ville più belle della Riviera, di godere tutto il prestigio che gliene derivava a prescindere dalle effettive sostanze possedute. Sì perché, da come appariva, la contessina non sembrava per niente ricca e neanche agiata. Di quelle cose il maresciallo se ne intendeva, aveva una particolare capacità di intuizione. Sapeva infatti capire quando un morto di fame si arricchiva improvvisamente, talvolta con proventi sospetti. Riconosceva al volo – lui, che dal canto suo comprava in fabbrica vestiti scontati di seconda scelta – certe signore che indossavano capi costosi di boutique, mentre lo stipendio del marito bastava sì e no per tirare avanti.
Vestaglia e pantofole di Milly erano dozzinali, comprate al mercato. Il taglio dei suoi capelli non poteva certo dirsi di haute coiffure. La stessa tintura appariva approssimativa, ben diversa dalle variegate mèche che si vedono in capo alle eleganti signore. Ancora non l’aveva vista completamente vestita, ma Vitale era pronto a giurare che abiti, scarpe, borsetta sarebbero stati di poco prezzo; anche se, su di lei, potevano apparire più eleganti di quanto erano nella realtà. Di fatto, quella donna dal tratto aristocratico che aveva conosciuto la vita dorata della nobiltà ora viveva dei proventi di un’attività turistica: sia pure in un contesto signorile, nel parco di una villa che – per come era descritta – aveva tutto l’aspetto di un castello costruito con il gusto dei particolari medievali in voga all’inizio del novecento.
“Lei deve assolutamente venire a trovarmi, con la sua signora. Grazie al cielo, posso ancora scegliere io stessa i miei clienti, gli amici da ospitare. Sapesse a quanti dico di no: solamente perché non mi piacciono, perché a prima vista mi fanno brutta impressione. Sono proprio una... una...”
Non le venne la parola adatta, ma il maresciallo capì benissimo ciò che voleva dire. Quella signora era perfino disposta a rinunciare al suo guadagno, pur di circondarsi di gente che sapesse stare in armonia con la sua casa, i suoi ricordi, il suo modo di vivere. Gli oggetti della villa, le ampie stanze, i grandi alberi del parco erano parte essenziale della sua vita; davano testimonianza di un passato vissuto felicemente accanto a persone care il cui ricordo permaneva nella fatua inutilità di ninnoli curiosi, nella vista del mare che appariva dalle finestre in falso gotico, nei colori del tramonto che filtravano dai rami della vegetazione.
Nei suoi panni di ricoverato, Vitale si sentiva impotente, privo della sua autorità, incapace di incutere quel timore reverenziale che sapevano dargli la divisa e la sua severa espressione di tutore dell’ordine. Ora si trovava a parlare del più e del meno con una non più giovane signora, che come età poteva quasi essergli madre, nell’attesa che una voce anonima pronunciasse il suo nome, lo indirizzasse in una stanza con strani arredi metallici: forse come dal dentista o all’interno di un’astronave concepita dalla fantasia. Quel suo discorrere con una contessa decaduta era tutto quanto poteva avere di meglio in quei momenti, l’unico contatto umano capace di dare animo e conforto, in un’attesa che sembrava non avere mai fine.
Al fondo del corridoio c’era l’ufficio del primario. Davanti vi sostavano alcune persone: parenti di degenti, ma anche rappresentanti di medicinali e apparecchiature con le loro valigette, vestiti di giacca e cravatta nonostante il caldo che si faceva sentire.
“Vitale! Vada di sotto...”
La voce del caposala si fece sentire all’improvviso, come un ordine indiscutibile.
“Sì, presente, eccomi...”
Il maresciallo fu colto alla sprovvista; si comportò come un bambino al suo primo giorno di scuola. Scese le scale e si presentò allo sportello vetrato.
Un’infermiera di corporatura robusta gli disse d’aspettare il proprio turno. Di là dal vetro, ogni tanto compariva il dottor Mazzotti: l’aiuto del primario che lo aveva visitato per primo e gli aveva dato le istruzioni del caso. Vitale gli rivolse un cenno di saluto; avrebbe desiderato parlargli, saperne di più sulla sua situazione. Ma si accontentò del gesto rassicurante rivolto verso di lui.
Prese posto accanto ad altre persone, pure loro in attesa. Alcuni reggevano bottiglie di acqua minerale; se le portavano appresso come borsette e oggetti personali. Ogni tanto davano un sorso: come un obbligo, una penitenza da scontare. C’era chi, non reggendo all’attesa, camminava nervosamente andando dentro e fuori. Ogni tanto si apriva una porta; veniva gridato un nome. Per alcuni doveva essere una specie di angoscia, non dissimile da quella provata dai condannati della Rivoluzione Francese nel momento in cui venivano chiamati per essere portati alla ghigliottina. La porta poi si chiudeva nuovamente, lasciando l’impressione di una soglia oltre la quale si decidevano i destini.
“Delapatliera...”
Vitale provò una sgradevole sensazione. Il cognome della contessa gli parve oscenamente storpiato, gettato nella sala d’attesa come uno straccio bagnato. Dopo neanche un quarto d’ora venne il suo turno. Un giovane in camice bianco lo introdusse in una specie di ambulatorio, dove si sentiva musica ad alto volume. Il cuore gli cominciò a battere, ebbe la sensazione di svenire: la mitica macchina tritasassi era lì, di fronte a lui. Ora poteva finalmente vederla, dopo averne sentito tanto parlare con descrizioni fantastiche e talvolta inverosimili. Dietro il paravento, c’era il lettino sormontato da un semicerchio metallico che reggeva un grosso cilindro, qualcosa simile a un telescopio.
“Si tolga le scarpe, abbassi i pantaloni e si corichi...”
In tutta la sua vita, il maresciallo mai ebbe ordini così precisi e categorici.
“Non ha mai fatto la litotrissia prima d’ora? Allora le dico che sentirà dei colpi sul fianco, ma non dovrebbe accusare dolori. Ora le faccio una flebo, per evitarle eventuali nausee e disturbi di stomaco”.
Il maresciallo si sdraiò, come ipnotizzato alla vista del grosso tubo che pendeva dall’alto e che, all’improvviso, cominciò a ruotare intorno al suo corpo. Sul torace, gli furono applicati insoliti cerotti collegati a fili elettrici. Non sentì neppure la punta dell’ago che entrava nel suo braccio.
“La sensazione di freddo che avvertirà è soltanto dovuta al contatto con l’acqua...”
In effetti, sentì qualcosa corrergli sul fianco sinistro: come una mano gelida, ma delicata. Ci fu un altro movimento della macchina: un moto rotatorio attorno all’addome.
“Adesso comincio il trattamento. Se sente dolore, lo dica subito...”
Vitale si irrigidì; era giunto il momento che tanto temeva. Fece mentalmente il segno della croce. Pensò a sua moglie; si lasciò andare al pessimismo.
“Chissà se la vedrò ancora...”, disse fra sé.
Si sentirono i primi colpi e poi le vibrazioni che si diramavano da un punto preciso. Il rumore – ritmico, costante – sovrastava la stessa sensazione fisica. Seppe in seguito che le “botte” erano programmate per corrispondere al suo battito cardiaco. Ci mise un po’, ma poi concluse che simili colpi secchi e incalzanti li aveva già sentiti: erano uguali a quelli fatti dai muratori che sistemavano il bagno del suo alloggio. Lo strepito gli ricordava infatti le martellate sugli scalpelli che demolivano muri e rivestimenti. Ad altro non riuscì a pensare, in quei momenti in cui si trovava disteso e immobile.
Il litotritore continuava la sua azione senza soste. Vitale provò a contare i colpi; arrivato a cento, si confuse, perse il filo. A un certo punto, la macchina si arrestò. Il grosso cilindro si mise a ruotare per poi ritornare alla primitiva posizione. I battiti ripresero con la stessa intensità, il medesimo ritmo di prima. Il maresciallo perse la nozione del tempo. La musica era sempre ad alto volume. Ogni tanto si sentivano annunci commerciali e notizie su fatti locali. La macchina si fermò nuovamente. Stavolta l’operatore annunciò:
“È finita. Può rivestirsi...”
Il maresciallo non credeva alle proprie orecchie. Tanta paura e poi... tutto lì!
Ma allora era vero quanto gli era stato detto; non era soltanto per tranquillizzarlo...
“Beva molto e faccia movimento. Se vede le urine più scure del solito, si tratta d’una cosa normale. Controlli per vedere se contengono frammenti di calcolo. Domani faremo una lastra di controllo”.
“Nel frattempo, posso mangiare?”
“Lo domandi al dottor Mazzotti. Credo di sì”.
Per Vitale una bella notizia, dopo tanto tempo...
Fu a quel punto che si sentì un improvviso trambusto. C’era gente che si agitava, che correva affannosamente su e giù; si udivano ordini e imprecazioni. Vitale si affacciò e vide una donna distesa su una barella. Aveva tubi di plastica infilati fino in gola, un ago di fleboclisi nel braccio. Era pallida, immobile. La riconobbe: era la contessina, la stessa di cui poco prima aveva sentito storpiare malamente il nome.
“Presto, portatela in rianimazione, chiamate l’ambulanza...”
Il maresciallo afferrò per un braccio il dottor Mazzotti:
“Che è successo alla signora?”
“Arresto cardiocircolatorio...”
“È morta?”
Il sanitario si divincolò e uscì trafelato dall’ambulatorio. Vitale sentì una stretta al cuore. Non riusciva a distogliere lo sguardo da quel volto sottoposto all’ingiuria dei tubi di plastica. Il mento era rimasto sollevato, irrigidito dallo spasmo mortale. Non riuscì a trattenere le lacrime: una cosa decisamente insolita per lui, ma del tutto comprensibile in un luogo di sofferenza capace di mettere a nudo sentimenti anche i più nascosti.
“Povera Milly! Ma come è potuto succedere...”
Si guardò attorno, ma nessuno rispose.
“Avete avvertito il primario?”, si fece sentire una voce imprecisata che ebbe l’effetto d’aumentare ancora di più l’inquietudine generale.
“Sospendete i trattamenti. Rimandate i degenti ai loro reparti...”
Vitale ritornò al suo letto. La morte di un familiare non gli avrebbe dato un dolore più grande. All’avvocato avevano intanto fatto l’iniezione di preanestesia, prima di entrare nella sala operatoria. Ebbe ancora la lucidità per fargli un cenno di saluto. Nel reparto le facce erano tese e scure. Alla notizia della morte, tutti si sentivano vagamente coinvolti, timorosi di inchieste ufficiali e cose del genere. Il maresciallo si avvicinò al caposala e gli bisbigliò:
“A bocce ferme, mi spiegherà...”
L’altro non rispose; si diresse con il cuore in gola verso l’ufficio del primario

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