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A riveder la
stella
Cronache e racconti dell'anno del
Grifone
di Massimo Castaldi
Nemesis
e Marco Ferrari
Achab
dal libro
Il lungo addio
Nella sera, dopo la partita, si riaffaccia
ancora alla mia mente una domenica di tanti anni fa... remota, ma analoga per
stato d’animo. Per quanto apparentemente tristi, certi ricordi hanno anche una
valenza di riscatto, di vendetta.
Avevo utilizzato un breve permesso da Udine, dove facevo il militare, per
raggiungere il Genoa a Torino; un giorno di licenza era troppo poco per tornare
a casa, ma bastava per ritrovare quel pezzo di casa che mi veniva un po’
incontro, con la maglia rossoblu.
Domenica 30 dicembre 1973 (e meno male che la ferma l’ho finita da un pezzo:
altrimenti quante licenze servirebbero, in tempi di dittatura della
televisione?).
Partita di una stagione disgraziata, tra le tante, con una serie A matrigna ed
avara; forse anche al di là dei nostri demeriti.
Era il Genoa di Silvestri, che solo qualche mese prima ci aveva entusiasmato e
divertito, promosso come una scintillante astronave in rotta verso le stelle.
Per l’occasione, fu rinforzato “alla Genoa”: con uno sfinito Corso,
l’inguardabile Maggioni, un Rosato all’ammazzacaffè. E Bordon non replicò i gol
che speravamo (per questo in molte partite gli venne preferito un giovane
torello del vivaio, un ragazzo di Crocefieschi con uno stacco di testa
imperiale).
Partita apparentemente impossibile, ma le speranze di salvezza erano vivissime,
con un exploit atteso da un momento all’altro.
Al solito, dopo una gara sofferta ma combattuta, il Grifone dovette soccombere
ad un gol del vecchio Bui. Quel Gianni, che poi venne a designare altri mediocri
infiniti giorni Bui, come allenatore di un Genoa dimesso.
Era buio, infatti, quando uscii dal Comunale, con la prospettiva di dover
tornare nel gelo friulano a trascorrere il Capodanno.
Vestito di grigioverde, avevo corti capelli da penitente ed un cuore rossoblu
sofferente. In attesa del treno per il ritorno in caserma, decisi di passeggiare
verso quel centro che ricordavo animato ed ordinato, con bei negozi e notevoli
memorie monumentali.
Ricordavo male.
L’unico segno natalizio erano tristi festoni ciondolanti nel vento; la gente
andava di corsa e a testa bassa; in piazza Castello metà dei lampioni erano
malfunzionanti.
Mi infilai in un bar per bere qualcosa di caldo e telefonare a casa. Chiesi il
risultato delle partite, per non far preoccupare inutilmente mia madre, e
soprattutto perché mi sentivo scemo per aver affrontato quel viaggio.
Decisi di prendermi qualcosa da leggere e rifugiarmi in stazione, a scanso di
incontro con qualche torinista euforico; quando uscii dai portici lo vidi: il
troncone di un albero segato, ad un metro di altezza. Faceva parte di una teoria
di fusti decorativi, di cui pochi erano rimasti integri: questo era pieno di
bubboni e bitorzoli, evidentemente contaminato da un parassita. O forse
avvelenato dagli scarichi. Sembrava un fungo malato e ipertrofico; sembrava una
pianta spezzata da un gigante pietoso della sua sofferenza.
Salii di corsa sull’autobus per Porta Nuova, nell’odore di lana umida e tra
sguardi al cui confronto, con uno specchio, mi sarei visto brillare per
allegria. Appena dentro la sala d’aspetto, individuai uno spazio libero tra due
borsoni, su una panca, e mi apprestai ad occuparlo.
“Macosafa, nonvedechecequalcunooo?”, mi apostrofarono alle spalle. Mi schizzò
davanti, da chissà dove, un soggetto di circa 130 centimetri, con berrettone
fatto ai ferri e occhiali tipo ragionier Filini. Forse era una ragazza.
“Maconvoisoldatinonsistamaitranquilli, né?”, e prese posto tra le due sacche,
unico sito non ingombro in tutta la sala. Cosa potesse avergli fatto l’Esercito,
rimane un mistero glorioso, per me, che mi accomodai in terra in un angolino
riparato, dopo un sorriso di commiserazione.
Non contenta, per tutte le due ore di attesa il criceto infagottato continuò a
borbottare contro la “sporchizia” e chi “dovrebbe dare l’esempio”, forse perché
il mio perimetro si andava riempiendo di cicche. Ma alla fine ripartii, evitando
con cura lo scompartimento della pantegana, e tutto il ritorno fu di amarezza
per la giornata, ma anche un piacevole distacco da quell’esperienza di viaggio.
Ecco il contrappasso: gli amici granata, stasera come allora, devono tornare a
vivere in quella realtà che mi sembrò tanto triste; con strade da percorrere,
come disegnate da uno scenografo di fantascienza; devono passare davanti a quel
troncone, se mai qualcosa ne resta.
Prenderanno treni in perenne compagnia di odiosi spazzolini da cesso (e forse
sono costretti a fidanzarcisi).
E se i gobbi bianconeri, con la loro fede aziendale, sono più servi che seguaci,
i gloriosi granata, ormai cronicamente poveri, oltre a subire una multinazionale
a farla da padrona calcistica e mediatica, sono anche costretti a condividerne
luoghi e condizioni.
Non sarebbe stato meglio pareggiare col Genoa (allora per il team di Ferrini e
Rampanti; stasera per quello di Comotto e Maniero), avendo sole, mare, palme e
belle figliole a parziale consolazione?
La trincea del Righi
C’era una volta una trincea genoana dove
la guerra si combatteva da lontano. Nessun comandante, nessuna artiglieria;
cambi della guardia regolari ma nessun rischio di agguati o bombardamenti.
Potremmo definire quel luogo un osservatorio, e i suoi addetti puntavano i
periscopi sull’unico obiettivo plausibile: lo stadio Luigi Ferraris.
Lungo i bastioni che portano al Righi, proprio sotto via Cabella, c’era una
serie di muretti a cui mancavano i sacchi di sabbia per assomigliare davvero al
Carso del 1916.
Non si pagava biglietto, ma il costo era dato dalle fredde ventate che spiravano
in inverno, dalla pioggia nel collo se pioveva o dalle pietre bollenti quando il
sole infieriva.
Ci si conosceva un po’ tutti, e la matrice condivisa da ciascuno era la mancanza
dei soldi per andare al campo. Nessuna vergogna, nessun borghese sotterfugio per
giustificare quella presenza: se eri lì, eri miscio.
Ero un ragazzino, ma non ricordo nessuna invidia per quei 30.000 fortunati che
laggiù, in quello scrigno lontano, palpitavano come noi, ma a un palmo dai
giocatori veri.
Per noi, invece, i calciatori erano immagini carpite allo spazio, filtrate da
buffi binocoli trovati in cantina e messe a fuoco dalla fantasia quando la
ricezione si complicava.
Quegli strumenti erano caleidoscopi magici dove omini colorati si adattavano
alla larghezza delle lenti e disegnavano evoluzioni sullo sfondo verde del
prato.
Qualche problema c’era; per esempio il tetto della tribuna che “criptava” una
fetta di campo, e quando la visuale si oscurava, subentrava l’immaginazione a
confezionare scintillanti azioni.
Nel palazzo a fianco, un tizio aveva trasformato il suo attico in una specie di
monte Palomar, e mirando il campo con il suo telescopio ci urlava il nome di chi
aveva segnato.
Il boato dello stadio viaggiava con un po’ di ritardo e, in quell’ambigua
sospensione, per un attimo dubitavi di aver visto giusto finché la velocità del
suono, arrancando dietro a quella della luce, ci confermava la lieta novella.
Lassù non c’erano soltanto genoani, e la convivenza con i doriani era
un’abitudine stemperata da ironie e sfottò; si seguivano tutte le partite in
programma al Ferraris, e ricordo perfino di aver visto lo spareggio del ’59 per
la promozione in B, vinto dall’Ozo Mantova di Edmondo Fabbri sul Siena di Oronzo
Pugliese.
I posti non erano numerati, ma quasi. Io avevo una crepa del muro come
riferimento e quel punto lo consideravo un mio territorio.
Quando il freddo e il vento esageravano, nell’intervallo ci si rifugiava nelle
auto posteggiate, dentro le quali anche gli sconosciuti venivano ospitati, come
se la solidarietà fosse un fatto naturale e il possedere una macchina diventasse
un privilegio di tutti.
Lontano, lo stadio era un’entità compatta, austera e grigia, macchiata di rosso
e di blu. E noi, come guardoni libidinosi, ne scrutavamo il respiro.
L’organizzazione prevedeva un buon numero di radio a transistor, e la voce di
Bortoluzzi dallo studio centrale era la colonna sonora di quel film a luci
rosse… e blu.
Anche intorno allo stadio pulsava la vita. Molti restavano fuori dal Ferraris,
attaccati ai cancelli, per respirare la partita insieme agli altri che erano
dentro. Una specie di supplizio di Tantalo: sentire urlare e non sapere il
perché.
Poi, a un quarto d’ora dalla fine, quando si aprivano le porte per favorire le
prime uscite, finalmente gli esclusi entravano e quel cambio della guardia
somigliava al viavai dei cinema di una volta, anche se poi mancava il secondo
spettacolo.
Oggi, il nuovo stadio non consente sbirciate e il muretto del Righi è in
disarmo.
Oggi, chi non va al Ferraris si accomoda in poltrona davanti a uno sfolgorante
schermo, con le ciabatte sfondate e il pigiama ancora assonnato, e sorseggiando
una china calda pensa: forza Genoa.
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