Asinara
Il rumore del silenzio
 
di Giampaolo Cassitta
 

dal libro

Carceri

1.
Ha un colore sanguigno e riecheggia vecchie fantasie il signore d’una certa età che timidamente si presenta. Ha l’aria di un vecchio zio, consumato nel lavoro dei campi.
Ha lo stesso odore di terra riarsa, frantumata dal maestrale e la stessa faccia corrosa da un sole che non è figlio di nessuna vacanza. Sento anche un tiepido sapore di latte di pecora e il paragone che mi viene in mente, da subito, è legato alla mia dolce infanzia, negli stazzi galluresi, dove mio nonno, gonfio di sudore, mi faceva accarezzare i capretti bianchi e morbidi, quelli che poi sarebbero divenuti, per Pasqua, pezzi di carne, cordule, “tartalliu” e mi sentivo anch’io, fin da piccolo, dentro la mia infanzia colorata, un piccolo assassino. Mio nonno, uomo forte e risoluto, con poche parole da distribuire, amava la mia compagnia quando mungeva ed io, piccolo ragazzo di città, guardavo impacciato, ma con dolcezza, il rito della mungitura, attendendo di poter intingere le mie dita dentro il secchio di latta ormai colmo di latte e di schiuma, vivendo con ansia ma anche con una adolescenziale spavalderia questo gioco che mi accompagnava nelle vacanze dai miei nonni. Il signore aveva lo stesso odore di quel latte, ricordo della mia infanzia.
Oltre lo sguardo ed il silenzio, ci accompagnò uno sterile sorriso, appena abbozzato, di circostanza. “Sono venuto a parlare con lei, perché ho un problema con i miei figli”.
Misurava le parole e le occhiate, costruendo un percorso dentro la mia faccia, con poca convinzione. “Loro vengono solo di rado al colloquio, io sono preoccupato, da quando manco io si è distrutto tutto. Hanno finito per vendere quasi tutto il gregge, sa come sono i giovani di oggi”. Sì, lo so, lo so per la mia età, ma so anche che tutto questo è un gioco, un panegirico sottile, perché lui, con la faccia e l’odore di mio nonno, con le sue parole misurate e tronche e le sue occhiate fulminanti, voleva in realtà qualcos’altro. “Sarebbe per me importante poter avere un permesso. Anche di pochi giorni, per aggiustare tutto, per creare un avvenire ai miei figli”.
Delizioso nel proporsi, nello smarcarsi dentro le parole, nel riuscire a scardinare, in un sol colpo, le incertezze e, anch’esso, a proporre verità.
Piccole a dire il vero, ma efficaci.
D’altronde sono le regole del gioco. Il permesso è come un goal che arriva all’improvviso, seppure ricercato, un pallonetto semplice e molto soffice, di quelli che si raccontano per giorni, che si provano e si riprovano sino all’inverosimile e si consumano nell’arco di un secondo.
Il permesso premio nell’arco di una lunga pena è questa piccola luce che ti illumina, il pallonetto d’autore, una piccola grande opportunità.
Lo guardo con calma, questo signore con la faccia acerba, figlia di pochi compromessi, costretto a giocare una partita che non è sua, districarsi nei diritti e nei doveri, cercare di capire le leggi, norme di uno Stato lontano, indecorosamente distratto, lui, figlio di una vita anarchica e solitaria. Il suo reato è gravissimo, duro, cattivo, da non dover condividere neppure per un attimo: sequestro di persona a scopo di estorsione. Non è un reato figlio di un episodio. È un reato partorito dalle viscere della mia terra, un vizio antico, che ci fa diventare piccoli, che ci crea vergogne, che ferisce il nostro grande orgoglio, la nostra piccola vivacità.
Ma occorre capire, non giudicare. Questo è il mio assurdo mestiere. L’immagine dolcissima e forte di mio nonno adesso lentamente scompare, per fare posto ad un signore che con monotonia si rinnova. È costretto a vivisezionare la sua vita e so, con assoluta certezza, che racconterà solo le cose migliori.
Si difenderà, dovrà farlo, come un padre che difende sempre il proprio figlio: con amore, con forza, con decisione, con risolutezza, ma con grande parzialità. Lui si difende e difende anche il reato ed è un racconto figurato di situazioni, di costrizioni, di vittimismo, di poca propensione a voler considerare la vittima del reato come una persona offesa, distrutta, inerme.
“Sono stato costretto, gli amici, la voglia di fare qualcosa di nuovo, poi mi dicevano che non c’erano rischi, che a nessuno sarebbe stato fatto del male. Ho pensato, sì ho pensato per qualche attimo che fosse qualcosa di brutto, ma è stato un attimo. D’altronde si trattava solo di uno scambio, di soldi – il padre poi i soldi li aveva ed io sapevo come li aveva fatti, fatti male, mi creda, mica onestamente – non si fanno i soldi onestamente – si trattava di pochi giorni – il padre invece, si è dimostrato senza cuore – no, non noi, noi siamo stati costretti – io un cuore l’ho sempre avuto, cosa crede? – Non è questo il problema – bastava pagare – l’abbiamo trattato bene – non siamo bestie, il nostro è stato un sequestro serio, difficile ma serio – sì, ho pensato anche all’eventualità che potevamo essere arrestati, ma mi creda, è stato un attimo – non credevo ad una condanna a trent’anni – mica lo abbiamo ammazzato – sì, lo so, ha ragione, è un reato molto brutto, se fosse successo a me? – E perché mai mi dovrebbe succedere? – Non sono ricco io – i miei figli non hanno soldi – quelli del sequestro? Tutto agli avvocati”.
La sua figura, nel raccontare, diventa più esile, accenna a lievi spostamenti con gli occhi che si contrappongono alle dure parole. La sua storia, seppure refrattaria e regalata con una voce afona, senz’anima, così come potrebbe fare solo un piccolo attore di provincia in una recita parrocchiale, il suo voler convincermi a tutti i costi, mi tempesta solo di atroci dubbi.
Anch’io regalo adesso frasi fatte, senza riscontri negli occhi. Sicuro, nella mia incertezza che ne riparleremo, gli porgo la mano, che lui stringe con decisione. Occorre forza per fare un sequestro, occorre molta forza per difenderlo, occorre troppa forza per dimenticare la vittima. Quello che mi ricordava mio nonno adesso si congeda e ho, sinceramente, vergogna per il mio povero parente ed il suo latte. Lavorerò con il mio tarlo, penserò forte per poter continuare, adesso non me ne lasciano il tempo. Arriva un altro cliente.

2.
Ho la verità in tasca.
La verità.
In tasca? Perché non da qualche altra parte?
Fino a qualche anno fa ero così convinto di non avere dubbi. Dio, la fantomatica tempesta del dubbio che terribilmente ritorna. Ho visto il maresciallo stamattina. Anche lui ha la verità in tasca. Meglio. Lui ha la verità.
Lui, in qualche maniera, è la verità.
Qui dentro. Ha la faccia che non trapela incertezze. Non può permettersi nessuna palese timidezza. È un modo di essere. Da maresciallo. Occhi segati, figli di una qualche affusolata ipocrisia. Occhi velati, che non guardano. I suoi occhi non scrutano. Hanno, in qualche maniera, già scrutato.
Il maresciallo. Uguale a tanti altri marescialli che ho conosciuto.
Per parlare con un maresciallo occorrono, in media, una decina di domandine. Si fa attendere. Di una attesa spasmodica. È incredibile come tutto dentro i penitenziari ruoti intorno a lui. Nella nostra lotta non l’avevamo messo nel conto. Le guerre sono sempre figlie dei generali e non si pensa mai a chi vomita ordini alle truppe.
Il Maresciallo.
È sempre sorridente, di un sorriso enigmatico, impenetrabile, non riscontrabile in altre figure. È il sorriso del Maresciallo. Devi stare attento nel domandare e, soprattutto, cosa domandare. Non è un problema di sintassi, quello non è un problema, è qualcosa anch’esso di ineffabile, non si riesce a quantificare. Devi saper contrattare e quindi saper discutere con lo stesso suo vocabolario. Ci vogliono i termini. I termini. Noi siamo troppo contorti, troppo poco loquaci e troppo visionari. Il maresciallo non ha visioni e non ha dubbi.
Ha la verità.
È la verità.
Qui non c’è fantasia: decide il maresciallo. Per qualsiasi cosa, per qualsiasi dannata cosa, per qualsiasi fottutissima e bastarda cosa: dall’ottenere una penna o cambiare la cella, o comprare un profumo o un detersivo. Per qualsiasi fottutissima e dannata cosa.
Il maresciallo.
Non ha colori, non ci sono colori che corrispondano. Non possono essercene. È un arcobaleno in bianco e nero.
Il maresciallo.
Sono i suoi colori e sono anche i nostri, qui dentro.
Non si può colorare niente, non si possono dipingere neppure le idee.
Qui dentro.
Il maresciallo decideva per tutti, anche per me; soprattutto per me: Fornelli. Un nome con poca fantasia però, perché sapevo fin dall’inizio che quello era il mio destino, deciso dai generali e, almeno per questa volta al di là del maresciallo.
Fornelli.
Un nome che evocava tristi ricordi ma anche, per certi versi una sorta d’inferno materializzatosi nel 1980 e ricordato come la rivolta dei miei compagni.
Qualcuno mi aveva raccontato dell’appuntato preso in ostaggio, le molotov con le caffettiere, il generale Dalla Chiesa, il taglio dei platani nella discesa di Fornelli, le botte, gli orrori, la paura di essere uccisi e di uccidere.
Altri tempi commentò il Maresciallo.
Già. Altri tempi. Troppo remoti forse. In quei tempi io vivevo dentro una mia personale simbiosi, innamorato di una calabrese bassina e dell’anarchia. Ero, allora, un regolare. Di quelli che si rispettano.
Casa, università e calabrese, con contorno di politica dentro una radio privata. A leggere giornali, scrutare con la gioiosa consapevolezza di essere dalla parte del giusto le emozioni e i colori degli altri. Le Brigate Rosse quasi al tramonto. La voglia di non capire, di continuare a sognare un pallonetto impossibile, dalla difesa, insomma.
Laura, con suoi i grandi occhi neri da calabrese e i suoi umori incerti non regalava certo verità. Le affossava. Io vivevo in solitudine. La solitudine del portiere quando un suo compagno segna un goal. Un gioire lontano, decadente, senza alcun rumore. La decisione di scegliere la clandestinità, abbandonando Laura, abbracciando una pistola come unica compagna per mesi dentro il mio cuscino. A combattere una lotta dalla parte del torto. Eccitazione, sfrontatezza, disordine interiore. Roberto va alla guerra.
Per forza.
Senza troppa convinzione.
Ritenevo allora che occorreva, in qualche modo, proseguire una lotta finita, che aveva bisogno, in qualche modo, di ricostituenti. Ero l’ultimo dei romantici. Ma allora non lo sapevo. L’avrei scoperto qualche anno dopo. A mie spese.
Adesso, in questo momento, vinceva sulla mia laurea in scienze politiche sulla “Forza sociale delle lettere dal carcere di Gramsci”, la verità del maresciallo e le sue piccole scuole elementari.
Fornelli.
Nel mio immaginario ritenevo che Fornelli fosse una tragedia e un’emozione. Una piccola gioia dettata da quelli che ritenevo allora fossero i miei eroi, una tragedia dettata dalla paura di doverci finire un giorno e dunque marcirci. Questa ultima visione era molto più labile, la scena era completamente per Curcio, Franceschini, Ognibene, che proseguivano la lotta armata anche nelle carceri. Io, l’Asinara la conobbi in un modo oserei dire curioso. Fu il settimanale satirico “Il Male” a regalarmi la cartina dell’isola. Fu un numero subito sequestrato e questa celerità di sequestro fece sorridere tutti. L’isola, in realtà, si poteva ingrandire da qualsiasi cartina della Sardegna. Riflettei a lungo sul sequestro e sul gioco di evasione del “Il Male”. Scoprii solo più tardi che lo scherzo veniva vissuto in maniera schizofrenica dal nostro potere e dall’allora potentissimo direttore dell’isola. Ne dicevano leggende. Un tipo bizzarro, poeta, pazzo, culturalmente dotato, innamoratissimo della sua isola: il viceré. Un uomo, a suo modo, da rispettare. Non c’era più oggi. Tutto era desolatamente cambiato. Io ero, tutto sommato, un terrorista sbiadito, senza troppa importanza. Non so se questa situazione fosse migliore o peggiore per me. Non riuscivo a percepirne gli odori. Il maresciallo aveva piccoli anfratti di sospiri.
Maligni però.
Questo non mi fu certo d’aiuto. Come non mi fu di nessuno aiuto l’apoteosi verbale del brigadiere capodiramazione, una sorta di eminenza grigia di Fornelli: “Benvenuto all’inferno, Roberto Ugni”.

3.
Occhi da maresciallo e faccia da maresciallo.
Così, d’imperio.
Senza un avviso, neppure piccolo. Lui aveva un modo decisamente forte per dialogare. Non accettava risposte. La sua idea era l’idea, il suo discorrere era il discorso, il suo muoversi velocemente con gli occhi era lo sguardo, il suo incontenibile accento sardo, gutturale, fatto di piccoli fraseggi secchi era la sua parola, il suo punto di vista era il punto di vista.
Un padre, così riteneva di essere.
Un maresciallo, dentro una figura piatta, di piccole ombre e piccoli umori, era, invece, quello che dimostrava di essere.
Mi guardò con una velocità che non lasciava speranze.
Fornelli. Per un mese. Poi vedremo.
Ti devi fare le ossa, sei giovane, dovrai crescere dentro questo inferno di uomini.
Fornelli. Non accetto lamenti, le discussioni sono improponibili, sarà il capodiramazione che deciderà per te. Dovrà farlo. Niente licenze, neppure riposi. Un mese. Raccogli la sacca e aspetta la campagnola di servizio. Nessuno scherzo. Io ritengo che il corso di formazione di Cairo Montenotte non sia servito assolutamente a niente, hai vissuto qualche mese dentro una finzione. Adesso dovrai misurarti con la realtà. Fornelli. Ci sono camorristi, mafiosi e qualche politico. Nessuna confidenza. Non lo sopporto. A Fornelli non ci sono diritti. Non ce lo possiamo permettere. Nessun detenuto può avere la possibilità di poter pensare. Questa è Fornelli. Senza recriminazioni.
Un padre.
Che buttava suo figlio dentro una strana storia. Ma lui non ostentò sorrisi né attese risposte. Come molti padri. Aveva deciso di recidermi le speranze.
Quella campagnola grigia, rumorosa, con un motore insonne cominciò a muoversi, guidata da un ragazzo con gli occhi verdi, capelli cortissimi, nessun sorriso e innevato da un incontrastato silenzio. Un figlio del maresciallo.
Quando si abbandona Cala d’Oliva, dietro una curva disadorna ed in salita, una torre aragonese ti sorveglia alla tua destra, tutto intorno una macchia giallastra, tipica della Sardegna estiva, ma qui con altri sapori.
Il silenzio dentro una strada bianca, polverosa, veniva racchiuso dentro il rumore sordo della vecchia Fiat che, ondulante, cercava pezzi di terreno senza buche: un’impresa. Tra il saltare dentro l’auto e il rumore assordante e irripetibile delle cicale che dolcemente ci affiancavano in questo piccolo viaggio, compariva, quasi fosse un lastricato azzurro, quell’immenso mare.
Un mare figlio d’un lago, almeno quel giorno che nel suo piatto presentarsi regalava piccole chiazze, come disegnate lontano, mentre vicino a quella che io definivo la scogliera ma che era una semplice battigia, compiutamente piroettava l’acqua, ma le minuscole onde parevano non arrivare. Restavano, almeno mi sembrava, come in sospeso.
Per arrivare a Fornelli ci volle quasi un’ora, attraversando altre diramazioni, tutte apparentemente uguali e tutte tranquillamente solitarie.
Fornelli, dopo una spiaggia quasi regalata ai sogni che appariva sulla sinistra, era un puntino sulla destra in fondo ad una lunga e polverosa discesa. Un puntino quadrato che, mentre si avvicinava, diventava un quadrato sempre più grande e strano.
Dietro il super-carcere il solito lago-mare ed oltre ad esso, vicinissima stavolta, la Sardegna, il mio continente.
La campagnola si arrestò davanti ad un portone blu, quasi incandescente. Fuori nessuno. O almeno, così pareva. Quando si spense il motore, da lontano giungevano solo piccoli latrati di cani e un silenzio-rumore legato allo screpitìo delle cicale d’estate, che ci aveva accompagnato durante quel mio primo viaggio.
Benventuo a Fornelli, la nostra Cayenna.


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