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Asinara
Il rumore del silenzio
di Giampaolo Cassitta
Prefazione
di Giancarlo Caselli
Il libro è un racconto corale a tre voci.
I protagonisti sono un educatore, un detenuto “politico” e un agente di polizia
penitenziaria. Le loro vite sono inestricabilmente connesse da percorsi che si
intrecciano all’interno dell’isola dell’Asinara.
Il racconto si apre con l’arrivo dei tre protagonisti, ciascuno dei quali
rievoca la sua esperienza nell’ottica sua particolare. Ma sin dalle prime
battute si comprende che la protagonista principale – e comune – sarà l’isola:
con i suoi colori, con i suoi odori e soprattutto con il suo silenzio. Un
silenzio che sembra incontenibile. Che diventa un non-rumore. Che impregnerà di
sé la lettura. Sino alla fine.
Gli incontri dei tre protagonisti con gli altri uomini (detenuti ed agenti) che
vivono sull’isola sono appena dipinti: quasi a non voler rubare la scena a
quella che è – appunto – la protagonista principale: l’isola-carcere, con il suo
silenzio e le sue lentezze.
L’educatore incrocia e racconta detenuti della più diversa umanità: ovviamente
il detenuto “politico”, col quale è anche scontro; il camorrista che uccideva
per pochi soldi e ora si ritrova un cumulo di ergastoli sulle spalle, tanto che
il suo unico problema – ormai – sembra essere quello di procurarsi delle
ciliegie; fino al detenuto che vive da sempre con l’asinello Bobò, e quando
riceve la grazia quasi non la vuole, sia perché lo preoccupa quel che potrebbe
capitare al “suo” animale abbandonato, sia perché il mondo esterno (soldi,
telefono, televisione, aereo…) è per lui un “altro mondo”: sconosciuto e perciò
temuto, come ostile ed insidioso.
Il detenuto “politico”, in quanto tale, non può non essere – o non atteggiarsi a
– “duro”. Brigatista dell’ultima generazione, sa di aver perso la sua battaglia
politica. L’orgoglio lo porta però a chiudersi nella sua storia personale e a
cercar di riprodurre i suoi vecchi stereotipi di antagonismo anche nel carcere,
facendo del maresciallo uno che ha sempre “la verità in tasca” e dell’educatore
un “giovane fascista vestito da compagno”. Di alcuni suoi compagni di detenzione
riuscirà – col tempo – a raccogliere e farci conoscere la storia: quella di
Rossano, un rapinatore che non rientrerà dal permesso; e quella di Eugenio, uno
spilungone che rievoca ossessivamente (pour cause…) la sua esperienza dentro un
manicomio giudiziario. E quando lui, il detenuto “politico” otterrà un permesso
per andare a trovare il padre in pericolo di vita (quel padre che “aveva
abbracciato il fucile per una causa giusta”, mentre lui “aveva abbracciato
fucili sbagliati e momenti inutili”) ecco che il “troppo” mare, ecco che le
avverse condizioni atmosferiche impediscono di lasciare l’isola. Che riesce così
ad essere più “cattiva”, arrivando a negare la libertà anche contro gli “ordini
di un giudice”.
Il profilo dell’agente di polizia penitenziaria è forse il più bello. Cresciuto
nell’entroterra sardo, non ama (almeno all’inizio) il mare, ma ha un contatto
forte con la natura che lo distingue dagli altri protagonisti principali del
libro. Non ha potuto studiare. Ha scelto il suo mestiere come in stato di
necessità. Sa e sperimenta che si tratta di un mestiere tra i più duri e
difficili. Che spesso sembra ridursi a contare detenuti “senza contare niente”.
Sa di appartenere ad un corpo valoroso eppure troppe volte ignorato o
dimenticato. Avverte di essere uno dei tanti “piccoli eroi” del quotidiano cui
non possono intitolarsi né piazze né strade perché il servizio che essi rendono
nell’interesse pubblico sembra di ordinaria amministrazione, anche quando
straordinarie (per croniche carenze di uomini, di mezzi e di adeguata
organizzazione) sono le difficoltà che ogni giorno vanno affrontate e superate.
La sua è la vicenda più solitaria e più dolce. Legata alla memoria di personaggi
fortemente segnati dall’isola: un collega che si suicida e un caro amico che
morirà stroncato da un “male fulmineo”.
Quello che colpisce – leggendo questo libro – è la delicatezza con cui l’autore
riesce a trattare un argomento spinoso e cupo come il carcere: luogo di
segregazione e di emarginazione; di solitudine e tristezza; a volte anche di
violenza. Qui invece affiorano spesso note poetiche che portano i personaggi a
muoversi quasi “in punta di piedi” nell’isola-carcere.
Non è mai facile parlare di carcere e soprattutto è sempre difficile costruirci
racconti che non siano “scontati”. Questo racconto a tre voci riesce bene
nell’impresa. E alla fine il silenzio e la lentezza dell’Asinara mimetizzano un
poco il dolore quotidiano che si vive dentro gli istituti di pena. Senza però
dimenticarlo.
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