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Maria Masella
Aspetto
La trovo sulla scrivania: è una busta
bianca.
SIGNOR COMMISSARIO MARIANI
QUESTURA
Nient'altro se non l'indicazione della città. La grafia è tondeggiante, grande,
un po' incerta. Come dopo molte prove, per ottenere il risultato migliore.
Apro. Dentro c'è solo un foglio con poche righe (la grafia è la stessa):
Egregio Signor Mariani, sono disperata.
Emilia
Emilia, certo, la ricordo: è stata Manu a portarla nella mia vita. E’ stata lei,
una bambina di sei anni, a notare la vecchia seduta davanti al portico. Sempre,
anche con la pioggia. Ma io ricordo l'unica vera frase che Emilia mi ha detto.
“Guardi gli altri così non guardi dentro di te. Solo se sei molto forte o
disperato ti guardi dentro.”
Disperata.
Metto il foglio nella busta e la busta in tasca. Riprendo la mia giornata. Solo
quando ritorno a casa, anzi nel mio monolocale tipo residence, la riprendo e la
rileggo.
Inutilmente inseguo il sonno, ma non è una novità. Mi alzo e mi preparo un
caffè. Mentre aspetto che filtri riprendo busta e lettera.
SONO DISPERATA
E chi non lo è?
La lettera è ben aperta sul piano della scrivania:
SONO DISPERATA
ed è già mattina, nel mio ufficio. Durante un attimo di tregua, per un impulso
improvviso, cerco il telefono dell'albergo e compongo il numero.
Senza sapere cosa chiederò.
Risponde Michele, il proprietario: “Albergo Ai Monti.”
“Sono Mariani, si ricorda...”
“Certo, dottor Mariani!”
E ora cosa chiedergli per non sembrare un idiota? “Ho ricevuto un biglietto
dalla signora Emilia, vorrei risponderle.” E già sembra una menzogna, basterebbe
indirizzare la lettera all'Ospedale. Ci saranno due Emilie? Improbabile. Lei mi
ha spedito la sua lettera alla Questura.
“Emilia è all'Ospedale.” Lo so, sto per dirgli che lo so. Ma non ha finito: “Un
brutto incidente due, no saranno già tre settimane. Una macchina non ha
rispettato lo stop, quello dal ponte, e l'ha scontrata. Non si è fermato il
disgraziato. L'han trovata al mattino, più morta che viva.”
“E ora dove è?”
“All'Ospedale, gliel'ho detto.”
“Allora si è ripresa.”
“All'Ospedale in città.” Mi dice il nome dell'Ospedale.
“Come si chiama di cognome?”
“Aspetti.” Lo sento chiedere, consultarsi. “Maire o forse Mairer, qui i vecchi
li leggono allo stesso modo.”
Lo ringrazio e riattacco.
La lettera è stata spedita subito dopo l'incidente.
Se è stato un incidente. Perché sono un poliziotto e so che il delitto è lì ad
aspettarci dietro l'angolo o è dentro di noi e aspetta la distrazione di un
attimo per venire alla luce.
Aspetta.
Poso le mani aperte sul tavolo: aspetta. Forse è arrivato chi aspettava. Forse
il padre di suo figlio.
Forse lui ha cercato di ucciderla.
Ecco, io quest'idea non riesco a togliermela dalla testa e mette radici.
E’ stata Manu a portare Emilia nella mia vita…
E’ la seconda settimana di settembre, siamo qui da tre giorni. Salgono dal
fondovalle nuvole cariche di pioggia. Ancora. Non è stata una gran bella
decisione portare Manu, una bambina di sei anni, in montagna a settembre: degna
conclusione di un periodo orrendo. Era meglio il mare. Meglio se la lasciavo con
sua madre.
No, non devo cominciare a guardarmi dentro. Investigare anche su di me.
“Anche nonna pensa sempre. Sta seduta e pensa.” E’ la voce di mia figlia a
distogliermi dai miei pensieri. Ma ha solo una nonna, mia madre Emma, che ferma
seduta a pensare non deve esser stata da anni, comunque non quando è con la
nipotina.
Stiamo passando davanti alla cappella dell'Addolorata, così la chiamano in paese
anche se sulla guida ha un altro nome. “E' sempre qui a pensare.”
Qui a pensare? Mia madre non è mai venuta in montagna con noi.
“Nonna Emma?”
“La nonna vecchia che sta davanti al portico.”
L'albergo è a pochi passi e sto tremando, me la tolgo dalle spalle e la guardo,
ma non voglio spaventarla: “Ma davanti al portico non c'è nessuno.”
Mi fa un largo sorriso, è il suo modo per dirmi che sono uno sciocco. “Ma adesso
è all'Ospedale.”
“Vorrei vederla.”
“Oggi. Quando andiamo dai giochi.”
Con chi posso confidarmi? A chi chiedere aiuto? Telefono a mia moglie. A casa:
quella che fino a pochi mesi fa era anche casa mia. Squilli inutili e senza
risposta, solo la segreteria telefonica. Potrei fare quello del cellulare, così
pensa che la controllo; lascio perdere. Comunque non abbiamo mai fatto dopo
mangiato riposino più breve e vestizione più affrettata.
“Mi fai vedere la nonna del porticato?”
“Sì, papà.” E giù il solito sorriso.
“Ma è brutto tempo.”
“C'è sempre. Sempre sempre.”
Chiaro che ha le visioni o gli incubi: nessuno, soprattutto una donna anziana,
può stare sempre davanti ad un porticato con qualunque tempo. I passi fino alla
cappella sono come quelli per ritirare una biopsia.
“Eccola. E’ nonna Emilia.”
Attimi di eternità prima di vedere quel corpo color pietra livida, immobile come
pietra. Una donna, non anziana, non vecchia, antica, seduta sotto il porticato.
Ha l'immobilità non delle rocce ma di manufatti umani abbandonati.
“Perché la chiami così?” Sarà il nome della strega di una favola o di un cartone
animato. Ormai io e mia figlia apparteniamo a due sistemi solari diversi.
“Oh, papà, ma sei...” e si tocca la fronte con un dito, gesto eloquente per
dirmi cosa pensa di me. “Si chiama Emilia. Me l'ha detto.” Continua a raffica:
“E io le ho chiesto cosa fai e lei mi ha detto ‘aspetto’. E io volevo chiederle
‘che cosa aspetti, nonna Emilia?’ ma so che non devo allontanarmi e restare
sempre con te. Me l'ha detto la mamma e anche la nonna. Nonna Emma. Così sono
subito venuta.”
Quando ricomincia a piovere ritorniamo verso l'albergo: ora che so dove guardare
vedo ‘nonna Emilia’. Immobile, sotto il porticato, gli occhi persi verso il
fondovalle. Saluto, Manu saluta. Lei risponde solo al saluto di Manu.
Per una donna della sua età non è la cosa migliore starsene fuori al freddo e
all'umido. Di sicuro non ci sta con la testa.
“Quella donna che se ne sta sotto il porticato...” Intanto mischio le carte per
una partita a carte con altri due pensionanti e il proprietario dell'albergo .
“La Emilia?” è il proprietario, Michele.
Comincio a dare le carte.
“Fuori di testa ma non farebbe male a una mosca.” Ed è già passato il momento
della conversazione: lo scopone è esigente.
Più tardi, davanti al solito caffè corretto, è lui a tornare al discorso. “Sta
sempre lì. Un tempo avevo paura che mi allontanasse i clienti, ma sta così ferma
e zitta che qualcuno neppure la nota.”
Come è capitato a me. Non a Manu.
“Mi ha detto mia figlia che abita all'Ospedale.”
“Sì, l'hanno trasformato in Ospizio, casa di riposo per anziani, come la
chiamano loro. Ci stanno una ventina di vecchi. Dicono che non ci stanno male.”
“Ma non si ammalerà a star fuori con questo tempo?”
“Vecchi solidi da queste parte. Non li ha uccisi la guerra e il dopoguerra. E'
come mia madre che è una roccia.”
Annuisco, la conosco.
Ogni giorno continuo a notare la sua assidua presenza.
A settembre vien presto buio in montagna con lunghi crepuscoli: i bambini
giocano in giardino, avvicinandosi d'istinto sempre più alla luce dei lampioni
accanto all'ingresso.
Non li perdo d'occhio ma non posso non notare lei che si alza dal suo sedile di
pietra e lentamente si volta per ritornare in paese. Prima che il buio
l'inghiotta non posso non notare il suo passo ancora agile e sicuro da
montanara.
“Anche stasera arriverà tardi per cena.”
Mi volto: è Michele.
“Danno da mangiare presto all'Ospedale.”
Annuisco.
“Ma fin che c'è un po' di luce nessuno la smuove da qui.” Siede accanto a me. “E
tiene gli occhi fissi al fondovalle. Con qualunque tempo, anche quando abbiamo
la neve.”
“Chi aspetta?” Perchè so che non esistono comportamenti senza motivo, ma solo
motivi non capiti, oscuri. “A mia figlia ha detto che aspetta.”
Il suo silenzio si frantuma in una specie di risata e poi “Emilia aspetta.
Emilia aspetta da una vita. Queste vecchie pazze. Un amore di gioventù e ormai,
facendo la tara con mia madre che è della stessa leva, avrà settant’anni. Ecco
chi aspetta Emilia.”
“Fuori di testa?”
“Senza dubbio. Ma chi non lo sarebbe al suo posto. Sa, la guerra...” E mi lascia
la frase in sospeso.
Annuisco: so che da queste parti ha lasciato ferite tenaci anche alla guarigione
del tempo. Violenze. E le donne ne hanno subite di più.
Ma continua. “Una famiglia solida, all'antica. Di chiesa. Uno di loro è sempre
stato massaro.” Mi guarda. “Sa chi sono i massari?” Non aspetta risposta. “Si
occupano di tutte le cose pratiche della parrocchia.”
A me dei massari importa poco, voglio sapere di Emilia. Sono un poliziotto, vivo
delle vite degli altri. “Mi diceva della guerra. Avrà subito qualche
violenza...”
“No, a quanto se ne è saputo è stata una delle fortunate. No. Il dopoguerra. La
guerra era finita da un anno e lei ha avuto un figlio. Un figlio senza essere
sposata.”
Immagino cosa sia stato allora in un paese. “Penso che sia stato quello a
mandarla fuori di testa. E il padre? Il padre del bambino?”
“Io son nato due anni dopo di lui e il nostro gioco preferito era gridargli
dietro oscenità su sua madre. Sa i bambini sanno essere crudeli.” Si passa una
mano sul viso. “A volte me ne vergogno.”
“Tutti abbiamo fatto qualcosa di cui vergognarci.”
“Le donne sputavano quando passava e gli uomini allungavano le mani. Ricordo
come ieri davanti a quel portico” lo indica con un gesto del mento “e l'albergo
non c'era e c'erano solo campi. La festa dell'Assunta e tutto il paese in
processione, anche quelli con il fazzoletto rosso, perché qui la Madonna è la
Madonna. Lei no. Lei non mettava piede in chiesa e te la troviamo con un
falcetto e la sua voce è uno squillo di tromba: ‘Il primo che ci riprova glielo
taglio.’ A quanto so nessuno ci riprovò, si sapeva che ne sarebbe stata capace.
Suo padre ammazzava i maiali quando era tempo e lei aveva il suo sangue.”
“La sua famiglia?”
“Fuori. Se qualcuno le passò un piatto di minestra non lo fece sapere in giro.
Poi, come sempre, con gli anni le acque si sono calmate.”
Annuisco.
“Poi una decina d'anni fa qualcuno ha ritirato in ballo la vecchia storia.”
Esita. “Il campeggio, quello nell'altro versante, prima di arrivare in paese.
Voleva ingrandirsi ma lei non ha voluto vendere il suo pezzo di terra, neppure
affittarlo. Eppure quei soldi le sarebbero venuti bene. Neppure il fieno ci
faceva. Ma niente. Cocciuta come un mulo. E così per un po' si è riparlato della
vecchia storia. Sa, nei paesi…”
Lo so: come ovunque.
Dopo cena si è avvicinato ancora. Manu e i due bambini giocavano con un teatrino
di burattini.
La domanda me la sono rigirata in testa per tutta la cena: “E' andata via?” Non
ho bisogno di dire chi.
“Non ha mai lasciato il paese. Ha fatto tutti i lavori che nessuno voleva.”
“Suo figlio.”
“Appena ha potuto se ne è andato senza voltarsi indietro.”
“Aspetterà lui.”
“Aspettava anche prima. I suoi riposi erano sedersi lì dal portico e aspettare.”
“Chi era il padre?” Gliel'ho già chiesto ma ha cambiato discorso.
“Deve sapere che ero bambino e il fatto non era più così recente. Chi diceva uno
di città, chi uno che stava nascosto perché aveva paura che i rossi gli
facessero la pelle. Qui i nostri repubblichini li abbiamo avuti.”
Annuisco. E' una possibilità accettabile.
“Chi diceva il prete. Per quello lei in chiesa non era più entrata.”
Anche questa è una possibilità accettabile.
“E del figlio se ne sa niente?”
“Viene una volta all'anno e non si ferma neppure a dormire. Però non si è
sistemato male. Ha un'officina, moglie e figlio.”
“Potrebbe portarla via da qui.”
“Emilia lontana dal suo portico?”
“Ma è suo figlio. E c'è un nipote. Con mia figlia è stata gentile, quasi
affettuosa.”
“Il portico è più importante.” Si alza e mi augura la buona notte.
Buona notte: sì, forse, perché dopo mesi i miei fantasmi privati non vennero a
visitarmi. Vennero quelli di Emilia e quelli degli altri fanno meno male.
Con Michele non si parlò più di Emilia.
E’ l’ultimo giorno: Manu ha raccolto con molta cura dei rametti e li ha composti
in una specie di mazzo. Chiaro che sono per nonna Emilia.
Questa volta lei allunga la mano e li prende. “Grazie, Manu.”
“Ciao, nonna Emilia. Domani parto. Torno a casa.” Io sono dietro mia figlia e
questa volta non la trascino via come se la donna potesse contagiarla. Almeno
questo glielo devo, il mondo glielo deve. Alza gli occhi su di me, lo stesso
gesto lento dell'altra volta: “Ha un cuore grande.”
Annuisco. Non ha gli occhi sbiaditi di certi vecchi. Resto lì, immobile. “Posso
sedermi?”
Posa la mano aperta sulla pietra accanto a sé e accenna un gesto, forse
d'assenso.
La voglia di sapere, anzi di indagare, monta e devo tenerla dentro. Scruto il
suo profilo e per la prima volta penso che da giovane doveva esere una bellezza.
La sua voce mi coglie di sorpresa: “Vedovo?”
“Separato. Da poco e spero per poco.”
Silenzio come se assorbisse le mie parole straniere e se le traducesse in una
sua lingua privata.
Sono un investigatore e so lanciare i miei ami. “Aspetto che mia moglie decida
cosa fare del nostro matrimonio.”
E' una mia impressione che alla parola aspetto il suo respiro abbia esitato?
Comunque se esitazione c'è stata è stata un attimo.
Riprovo: “Bello il panorama da qui.”
“Non so. Io il panorama non lo guardo. Lo conosco.” Eppure anche parlando tiene
gli occhi fissi al fondovalle.
Vorrei avere qualcosa di intelligente da replicare, ma niente.
“Come ti chiami?”
“Mariani, Antonio Mariani.”
“Manu ha detto che sei una specie di poliziotto.”
Manu non mi ha detto niente. “Commissario di polizia.”
“E trovi gli assassini.”
“Sì, è il mio mestiere.” Inutile dirle che li cerco ma non sempre li trovo.
E lei mi lascia con quell'ultima frase: “Guardi gli altri per non guardare
dentro di te. Solo se sei molto forte o disperato ti guardi dentro.”
Vorrei risponderle ma mi ha già voltato le spalle.
Ho chiesto due giorni di ferie e sono andato da Emilia. Emilia Mairer, Ospedale
Regionale, Lungodegenti, camera 8, letto 30. Il medico di turno è stato
esitante, ambiguo: “Dalle fratture sta guarendo bene, ma è la testa...”
“La testa?”
“Sì, a volte succede a questi montanari: non si sono mai mossi dalle loro valli
e qui non vogliono stare, cercano di alzarsi ad ogni costo e di scappare.”
“So che ha un figlio...”
“E' venuto. Per dire che se c'era da pagare di dirglielo, ha lasciato il suo
recapito.” L'ultima frase me la dice prima di farmi entrare: “Abbiamo messo le
sponde ma non sono bastate. Abbiamo dovuto legarla, per il suo bene.”
Entro, la saluto, non risponde. Ma i suoi occhi mi seguono. Prendo una sedia e
mi avvicino al letto. Ora che sono qui mi chiedo perché sono venuto.
Appena siamo soli, le altre ricoverate giacciono apatiche e lontane nei loro
letti, prendo la busta e la poso sul lenzuolo accanto alla sua mano legata.
“Sono venuto appena l'ho ricevuta.”
Non risponde.
“Sono venuto, Emilia. Chi ti ha investita?”
Muove le dita, il polso, mentre le cinghie le tengono fermo il braccio e tocca
la carta.
“Dimmi chi ti ha investita.” E' come guidare nella nebbia, la luce dei fari ti
rimbalza contro portando forme non affidabili.
“E' tornato quello che aspettavi, vero? E' stato lui?”
“Aiutami.” La sua voce non è nitida come a settembre.
“Voglio aiutarti ma ho bisogno di una traccia.”
“Devo tornare. Là.” Cerca di sollevarsi, deve averne ancora di forza, perché‚ si
inarca di colpo. Se non fosse per le cinghie sarebbe ritta.
“Su, calma, da brava.” Non l'ho sentita arrivare ma l'infermiera è accanto al
letto. “Calma.” Ha già in una mano la siringa e nell'altra il cotone con
l'alcol. Il gesto è così rapido che non riesco a fermarla. Si gira verso di me.
“Dobbiamo darle dei calmanti. Grida che vuole tornare a casa. Che aspetta. E si
agita tanto che poi si sente male. Tempo cinque minuti e farà un bel sonno.”
Non sono venuto per vederla dormire. “Quando si sveglierà?”
“E' un calmante molto blando, due o tre ore. Ma di solito basta.”
Le sistema il lenzuolo e il guanciale: “Peccato perché è una gran brava persona.
Pulita, educata e se non fosse per quell'idea fissa che deve andare là e che
aspetta sarebbe anche lucida.”
Ecco, ormai ha chiuso gli occhi, mi alzo e rimetto la sedia al suo posto ai
piedi del letto. “Ritorno fra due o tre ore.”
Usciamo insieme nel corridoio. “Sono contenta che sia venuto, sua madre ha
bisogno di lei.”
“Non è mia madre.” Una pausa. “Neppure una parente. Ci siamo visti qualche volta
in montagna. Avremo parlato insieme dieci minuti al massimo.”
“Perché è venuto?” e subito: “No, mi scusi, non volevo essere indiscreta. Non
dovremmo. Ma con questi vecchi, e i più sono soli, è difficile restare
indifferenti.” Alza una mano. “Mi scusi. Non le ho chiesto nulla, va bene?”
“Nessun segreto. Ho ricevuto una lettera e le sole parole erano 'sono disperata'.
E così sono venuto.”
“Da un'estranea?”
Capisco che è incerta se credermi un bugiardo o un martire, ma spiegarle tutto,
un tutto così vago e scarno, sarebbe troppo difficile: dovrei averlo capito io
per primo.
Fa un gesto vago: “Comunque spero che riesca ad aiutarla, a farle capire che
prima di tornare a casa dovrà guarire.”
“Proverò.”
Due ore dopo sono di nuovo accanto al letto di Emilia, la direzione è stata
molto disponibile, appena ho mostrato i miei documenti. Dorme. Sì, da giovane
doveva essere stata una vera bellezza: ora che il sonno le ha spianato il viso
affiora una dolcezza dimenticata.
Vedo il respiro cambiare e poi gli occhi aprirsi. So che mi riconosce
all'istante. No, non è fuori di testa.
“Manu. Come sta?”
“Bene e mi ha detto di salutarti.”
Intuisco che comincia il gesto di muoversi e seguo il suo sguardo stupito sulle
cinghie che la tengono al letto. “Perché mi tengono qui?”
“Devi guarire.”
“Ma io devo andare.”
“Appena sarai guarita andrai via.”
“Ma io devo andare.” E' calma ed è proprio questa calma ha dare maggior forza
alla sua frase.
“Ho ricevuto la tua lettera.”
“L'ho scritta prima di queste.” accenna alle cinghie. “E' venuta l'inserviente
dell'Ospedale a portarmi le mie cose e così le ho detto di imbucarla là al
paese. Che se c'era il timbro del paese tu sapevi che ero io.”
E dicono che è fuori di testa. Lo saranno loro. Lo saremo noi.
“Ho capito subito cheeri tu, Emilia. Sei stata molto intelligente.”
“Tu sei uno importante. Tu sei qui e non è ora di parenti. Tu puoi aiutarmi.
Sono disperata.” Ha detto ogni frase ben staccata dalle altre.
“Ma non so perché sei disperata.” Non mi sento di riprovare con i discorsi di
prima.
Mi guarda come se fossi uno sciocco. “Ma perché mi tengono qui.”
E io ho passato una notte bianca, ho chiesto tre giorni di ferie (ottenute con
patteggiamenti da corridoio), mi sono precipitato qui per una vecchia signora
che vuole evadere dall'ospedale in cui la trattengono per curarla. La
scrollerei, mi scrollerei.
Se lo racconto mi ride addosso tutta la Questura.
“Posso fare qualcosa per te?”
“Fammi uscire. Io devo andare là.”
“Tornerai a casa appena starai bene.” Se mi spiccio riesco a partire prima di
buio. Non mi piace guidare con la neve e il ghiaccio di notte. “Se ti alzi
adesso starai ancora più male.”
“Se mi alzo morirò, lo so.”
“E allora fai quello che ti dicono i dottori.” Poso una mano sulla sua.
“Cosa credi? La morte non mi fa paura. Ma io devo andare là. Il portico.”
“Se fai quello che ti dicono i dottori a primavera potrai andare a sederti sotto
il portico.”
“Ma io devo andare adesso.” Mi stringe la mano con dita forti.
“Tanto sono stata via.” Mi fissa: “Chi sei?”
“Mariani, il papà di Manu. Mi hai scritto, lo ricordi?”
Fa un segno d'assenso.
“Mi hai scritto che sei disperata. Perché?”
Chiudi gli occhi: “Lo sono da così tanto, una vita. Perché vuoi sapere perché?”
“Vorrei aiutarti.”
“Portami al portico.”
“C'è neve e freddo, anche se non ci fosse stato l'incidente...”
Mi interrompe. “Quale incidente?” Ha per la prima volta la voce petulante da
vecchia.
“La macchina che ti ha scontrato.”
“Cosa vuoi che sia. Io voglio stare dal mio portico.”
“Perché mi hai scritto che sei disperata?”
“Perché è vero.” Apre gli occhi e me li punta contro. “Non sono una bugliarda
io.” E ora gira il viso verso la finestra. Fuori è già buio e la neve lascia
scie sui vetri. “Non darmi della bugiarda. Se ti dico che aspetto è vero, non
sono una bugiarda. Non lo dico per tenerti. Tenerti? Vai, vai dove vuoi. Ma io
vengo con te. Io qui sola e tu via, no.”
So che parla da sola, so che restando qui invado una sua zona privata e niente
può giustificare quest'intrusione. Faccio un cenno all'infermiera, si avvicina.
“Vado via, grazie di tutto.”
“Ritorna? Sembra che vederla le abbia fatto bene.”
“Non so, dipende.”
Un saluto, corridoio, scale, corridoio, atrio. E sono fuori, ormai è troppo
tardi per mettermi in viaggio verso casa, l'unica è trovarmi una camera in un
albergo, fare un bel sonno e domani mattina presto rimettermi in viaggio.
Ma risalito in auto prendo la strada verso i monti, il paese non è lontano, in
mezz'ora d'estate si arriva, mettiamo un'ora per essere più prudenti.
I fari illuminano di nero l'asfalto e di bianco abbagliante la neve. Nient'altro
esiste.
Ci impiego più di un'ora, arrivo stanco irritato contro me stesso. Ma 'Ai monti'
l'accoglienza è quella che si riserva ad un amico. Certo che hanno una camera,
anche se è alta stagione, certo che mi preparano cena anche se è tardi. E dopo
la cena quattro chiacchiere con Michele davanti alla stufa con un caffè
corretto.
Spero che non parli di Emilia. Non saprei cosa dire. Ma è tutto preso dalla
ultime novità della sua famiglia. Hanno comprato un appartamento in un villino
poco lontano.
“E lasciate l'albergo?”
“No, noi si resta qui. E' per mia figlia. Si sposa. Fra due settimane.”
“Complimenti.”
“Doppi complimenti.” E mi guarda. “Non dovrei dirlo. Ma sa come sono i giovani.
Aspetta.”
Per poco non mi cade la sigaretta dalle dita. Aspetta: un'epidemia? Riderei.
Anche so che è l'effetto combinato della stanchezza e dell'alcol.
“Sa come sono i giovani. Sangue caldo. E così aspetta e si fa tutto di fretta.
Ma non ci dispiace perché è un bravo giovane, lavoratore e serio. E se è buon
seminatore, come diciamo noi contadini, non è di certo un male.”
E una parte di me lo ascolta e l'altra sente la voce di Emilia, il suo continuo
ossessivo ‘aspetto’. Eppure ho sempre saputo che da queste parti una donna non
dice ‘sono incinta’ ma ‘aspetto’.
Nessuno arriverà nella vita di Emilia e lei l'ha sempre saputo. E ripete che è
incinta. Ossessiva.
Non sono un medico o un prete, ma di ossessioni così ne ho conosciute anch'io.
Vittime, testimoni, colpevoli che non riescono a separsi dall'attimo fatale che
ha deviato la loro vita: ma per Emilia sono cinquant’anni.
Ha sfidato un paese, ha tirato su un figlio, l'ha visto partire. E ripete ‘aspetto’,
ripete che è incinta.
“A cosa pensa? se non sono indiscreto.”
Mi scuoto, Michele è seduto accanto a me.
“Dovrei andare a letto, sono veramente stanco.” Mi alzo. Sì, sono veramente
deciso ad andarmene a letto, sto già salendo le scale.
Perché il portico? La domanda arriva improvvisa insidiosa. C'è qualcosa di
importante nel portico? Forse si incontrava lì con il suo amante... Sembra
improbabile. Di sicuro qualcuno li avrebbe visti.
No, cosa si vede dal portico. Non aspetta l'arrivo di qualcuno e quindi lo
stradone non è importante.
Esco, ma nella notte vedo solo buio. Forse anche Emilia vedeva solo buio, la
luce, le immagini erano però stampate dentro di lei.
Non amo la neve ma scavalco un monticello per salire al posto di Emilia. Chiudo
gli occhi. Cosa vedrei? Emilia è alta per essere una donna, quindi il suo punto
di vista non deve essere molto diverso dal mio.
Buio.
Ma domani mattina prima di partire tornerò al portico.
E finalmente riesco a dormire.
Non sono tornato a casa, sono di nuovo qui accanto al letto di Emilia. Oggi
l'hanno slegata, l'infermiera mi ha detto che è stata calma tutta la notte.
“Mi porti via?” E' il suo saluto.
“Dal portico si vede il campeggio.” Esito ma devo andare avanti. “Lo incontravi
nella terra dei tuoi.”
“Mia. Me l'aveva lasciata il mio padrino.” La correzione è una conferma.
“E non hai voluto venderla.”
“No. Neppure l’erba ci faccio.”
“Devi averlo amato molto se dopo tanti anni ricordi ancora dove stavate
insieme.”
Scuote il capo, un dolce gesto di diniego.
“Allora lo odi perché ti ha lasciato con un figlio.” So quanto è sottile la
linea fra amore e odio.
“Ma non mi ha lasciato.”
“Sei stata tu a lasciarlo?” Mi sembra strano, ma tutto è possibile.
“Ma siamo insieme.” Mi prende la mano: “Aiutami a tornare al mio posto. Così
siamo insieme. Io al mio posto e lui al suo. Io dal portico e lui nel bosco.
Nessuno andrà a disturbarlo. Mai. Deve star bene sotto la terra.” Mi guarda. “Ho
scavato una fossa profonda così può riposare in pace.”
“E' morto?”
“Non l'ho sepolto vivo.” Nella voce un’ombra di riso assurdamente giovanile.
“Come è morto?”
“Mi dice che ha deciso di partire, di emigrare. Gli dico che aspetto. ‘Non è
vero, sono stato attento.’ No, non mi crede. Crede che lo dico così mi sposa e
mi porta con lui. Ma è vero. Aspetto. E non mi crede. Ho il falcetto, sono
andata a far erba per i conigli. E lo tengo ben affilato.” Distoglie gli occhi.
“Potrei avere un po' d'acqua?”
La bottiglia è sul comodino. Le riempo il bicchiere e la aiuto a bere.
“Gli ho detto ‘aspetto’ e ogni giorno glielo ripeto. Un giorno mi dirà ‘Emilia,
ti credo.’ Ma se resto qui lui non dirà nulla.”
Cosa posso dire? Ha ucciso ma ha scontato, sta scontando, l'ergastolo.
“Sono disperata.”
“Conosco la disperazione.”
“Là non penso, là non ci sono dubbi. Ma qui. Qui mi guardo dentro: l'ho fatto
per mio figlio. Se me ne sbarazzavo potevo…”
“Anch'io per mia figlia farei qualsiasi cosa.”
“Ma non amo mio figlio. E lui lo sa. No, se l’ho fatto è stato perché non mi
credeva e andava via. Così è rimasto.” Si passa una mano sul viso. “Ora vai.
Bacia Manu per me. No, no. Niente.” Gira il viso verso il muro.
Due mesi dopo una telefonata della direzione sanitaria dell'ospedale mi avviserà
della fine di Emilia.
“E lui mi dirà ‘ti credo, vieni via con me’. Lui crederà che aspetto un figlio
da lui.”
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