Avrò i tuoi occhi
 
di Cristina Origone


Le prime pagine del libro

 

Prologo

Il flash la illuminò per un attimo, costringendola a chiudere gli occhi. L’uomo era immobile davanti a lei, eccitato e compiaciuto con se stesso per il suo capolavoro. Sorrideva sotto la calza di nylon calata sul viso.
Ora il rito volgeva al termine.
Nella luce fioca delle candele l’ultima cosa che la donna vide fu una maschera schiacciata e deforme. Poi più niente.

 

Capitolo I

Per Elisa Canessa era il giorno più importante della sua vita. Ed era andato di merda. Imboccò via XX Settembre con la Mercedes sgangherata, e guardò suo padre Sandro seduto accanto che si era tolto la cravatta e l’aveva buttata nel sedile posteriore.
Tutto in quel momento la innervosiva. Anche il suo silenzio.
– Non hai nulla da dire?
– È già la terza da quando siamo usciti. – Sandro si sistemò meglio la cintura di sicurezza.
– Al diavolo le sigarette, al diavolo Matteo – Elisa ispirò un’altra boccata, – e al diavolo Tommy!
– Tommy? Ho capito bene? – Guardò la strada di fronte a lui preoccupato della guida troppo concitata di Elisa.
– Sì, hai capito bene, al diavolo Tommy. Ha vinto, l’hanno affidato a lui, che se lo tenga allora! Glielo spieghi lui il motivo per il quale non può stare con sua madre. – Cercava di svincolarsi nel traffico. – E non dire nulla sul mio modo di guidare.
Sandro ogni tanto afferrava la cintura, come se fosse un’ancora di salvezza. – È provvisorio, Elisa, l’hai sentito anche tu. – Teneva lo sguardo oltre il vetro della macchina, incollato sul posteriore dell’auto di fronte a loro. – Troppo vicino – gli sfuggì, sussurrando.
– Sì, sì, c’ero anch’io, te ne sei scordato? – Aprì il finestrino per buttare la cicca tenendo il volante con una mano sola e aggiunse: – Dai, dillo che è un’imprudenza a questa velocità...
– Smettila, Elisa. Non risolvi la situazione prendendotela con me. – Aggrottò le sopracciglia folte e grigie, come il pizzetto che gli incorniciava il mento a punta.
Il telefono cellulare di Elisa squillò, lei lo afferrò prima che la vibrazione lo facesse cadere dal cruscotto. Una frenata brusca la obbligò a mollarlo sulle gambe di Sandro e lui fece un sobbalzo.
– Devo rispondere? – chiese Sandro.
– Puoi mollare la cintura, non è tenendola che ti assicuri al sedile.
Lui fece finta di non sentirla, prese il cellulare e glielo passò.
Elisa ascoltò il commissario Pietro Casotti in silenzio. – Arrivo. – Fu l’unica cosa che pronunziò. Poi accostò la macchina in doppia fila vicino a una fermata dell’autobus e disse: – Mi dispiace, pa’.
– Ho capito bene? Devo scendere? – Ora le sue sopracciglia si erano unite.
– Esatto.
– Okay, okay, scendo. – Slacciò la cintura e aprì la portiera cigolante.
Prima di ripartire Elisa si voltò dalla sua parte: – Scusa pa’, ti chiamo. – E sgommò lasciando Sandro in mezzo alla strada.

Sandro non sapeva se esultare perché si era fermata o irritarsi perché l’aveva mollato in mezzo alla strada. Si guardò intorno. Per fortuna l’aveva lasciato vicino al posteggio dei taxi, accanto alla Fnac. Troppa confusione in autobus e lui, dopo l’esito dell’udienza, voleva un po’ di tranquillità. Doveva recuperare la sua macchina a Bogliasco, parcheggiata nel garage di Elisa, guidare fino a Savona, e chiamare Matteo, per cercare di fare ragionare almeno lui, visto che con quella figlia irrequieta era impossibile. Era stato più facile lavorare trent’anni alla sezione investigativa della Digos, che trattare con lei. Da quando era andato in pensione le cose con Elisa sembravano migliorate, ma non in quel periodo. Erano ai ferri corti.
S’incamminò verso il taxi e per un attimo ripensò a quello che era successo durante l’udienza: Elisa si era alzata dalla sedia e aveva affermato decisa: – Io non sono morta. – Lui aveva cercato di farla sedere, prendendole un braccio, e quando l’avvocato di Matteo aveva commesso l’errore di chiamarla signora Costello, lei si era svincolata dalla sua presa, aveva puntato il dito contro Matteo, e l’aveva minacciato: – Non sono la signora Costello, mi chiamo Canessa, Elisa Canessa, e non sono morta. Hai capito, Matteo? Io non sono morta e non ti permetterò di portarmi via Tommy!
Che giornata, pensò Sandro, salendo in taxi. Doveva parlare al più presto con Matteo.

L’ufficio di Elisa si trovava al 4° piano della questura di Genova. Quando uscì dall’ascensore le parve che tutti la scrutassero. Accelerò il passo e s’infilò in ufficio.
Dieci marzo, guardò il calendario, data da dimenticare. Fece un sorriso che assomigliava più a un ghigno ripensando al vestito: tailleur gessato grigio e camicetta bianca. Non è servito pa’, non è questo che fa di me una buona madre. Si ricordò dell’espressione di suo padre poco prima, sul marciapiede.
– Ti chiamerò, promesso. – Parlò ad alta voce cercando più che altro di convincere se stessa. Non l’avrebbe chiamato, lo sapevano entrambi. Si tolse la giacca, e si slacciò la camicetta. Si grattò un gomito. Ultimamente il prurito era aumentato. Aveva la pelle molto chiara e delicata, e quando era stressata le veniva una dermatite fastidiosa, sempre nel gomito destro.
Diede una rapida occhiata. La scrivania al centro della stanza il più delle volte era invasa da fascicoli e rapporti sparpagliati ovunque, ma non quella mattina. Erano ordinati da un lato, vicino alla brocca piena d’acqua normalmente vuota.
Marta. Poi notò una graziosa scatoletta blu e un biglietto: “Che questo talismano ti possa portare stabilità e forza d’animo”.
Era stupita, era la prima volta che l’agente Marta Marini le faceva un regalo. Tolse il coperchio: era una collana.
La prese tra le mani e il piccolo ciondolo dondolò. Lo guardò meglio. Era una piccola statuetta d’argilla, raffigurante una minuta donna nuda e grassa con le braccia attaccate al corpo e le gambe tonde unite. Lo rigirò tra le mani per qualche secondo e sorrise. Forse il primo sorriso della giornata. Quella strana donnina le sembrava raffigurasse Marta in pieno: piccola e grassa.
Il telefono accanto alla pila di fascicoli squillò. Era lei e le comunicò che Pietro la voleva nel suo ufficio.
– Okay, Marta. Digli che arrivo. E... – fece una piccola pausa, – già che ti sento: grazie. – Riattaccò.

Marta rimase perplessa dalla troppa gentilezza, non era abituata. Il più delle volte quella donna dall’aspetto così aggraziato e dolce la maltrattava. Ma per cosa la ringraziava? Non capì. Non le era mai stata simpatica, sapeva fare bene il suo lavoro, ma aveva un carattere insopportabile. Infatti, il suo ex marito l’aveva scaricata e le aveva portato via il bambino. Stronza, si rimproverò giudiziosamente. Non mi piace perché ha i capelli neri, gli occhi verdi, si passò le mani sui fianchi, ed è magra. Però è stronza pure lei perché ha sparato a un gatto. Amen. E riprese il suo lavoro.

Elisa si cambiò d’abito e riemerse dieci minuti dopo: era di nuovo Elisa Canessa, ispettore di polizia presso la questura di Genova: alta, fisico asciutto, jeans e anfibi.

 

Capitolo II

Entrò senza bussare.
– Eccomi qui, capo.
– Siediti, Canessa.
Pietro Casotti la fissava da dietro la scrivania. Dondolava con la sedia, pareva incerto e imbarazzato, il che non era normale. I loro rapporti non erano dei più tranquilli e mai Casotti si era fatto scrupoli di dirle le cose in faccia.
Era un uomo affascinante e il suo completo grigio lo rendeva particolarmente attraente, sembrava intonato al colore dei capelli, sale e pepe. Non era sposato, ma ultimamente si vociferava che avesse intenzione di farlo. Alla veneranda età di cinquantotto anni aveva deciso di sposarsi, o almeno, quelle erano le voci di corridoio. Elisa lo seguì con lo sguardo mentre si appoggiava al bordo della scrivania e allentava la cravatta.
– Sputa il rospo, capo. – Si passò una mano tra i capelli neri e lisci, e li mise dietro l’orecchio.
– Beh, non avrei voluto dirtelo così, o meglio non oggi. – Un sorriso tirato comparve sul suo volto serio. Lei lo incalzò a continuare con lo sguardo.
– Si tratta di Matteo, ha chiesto di essere assegnato a un altro distretto.
Lei si alzò con stizza. – Cos’è questa storia? Non vuole lavorare più con me il codardo? – Lo guardò con aria di sfida e lui si irrigidì immediatamente.
– No, Elisa, non è per viltà che si è fatto trasferire.
Ecco il suo solito tono. – Adesso ti riconosco – sbuffò. – Lo so che state tutti dalla sua parte, compreso mio padre.
– Non credere che Matteo sia contento. – Prese una sigaretta e se la rigirò tra le mani. – Non potete lavorare più assieme, questo è ovvio. Datti una calmata, chiaro?
Lei iniziò a passeggiare nervosamente e mise una mano in tasca. Trovò la piccola donna.
– Un talismano – sorrise. – Mi ci vuole dell’altro.
Pietro la guardò stupito. Lei fece un cenno con la mano che aveva tutta l’aria di significare: non puoi capire.
– Me ne vado io, intanto è questo che vuole no? È per questo che mi ha portato via Tommy, vuole che io la smetta con questo cazzo di lavoro.
– Non credo che lui te l’abbia chiesto. – Cercò un posacenere.
– Sì, è quello che mi ha chiesto tra le righe – replicò seccata.
– Non si sarebbe trasferito, non credi? Vuole solo che tu ti occupi delle indagini in un altro modo, cosa che tra l’altro io approvo.
– Lasciamo perdere. – Abbozzò un mezzo sorriso ironico.
– In ogni modo, è già stato tutto deciso. Incomincia domani a Savona, e adesso ti presento la persona che lo sostituirà per qualche mese. Arriva da Milano. – Dal tono della voce si capiva che non ammetteva repliche.
– Milano? – Sgranò gli occhi. – Okay, il capo sei tu. – Che cosa bolle in pentola?
Pietro schiacciò il tasto dell’interfono.
– Puoi farli entrare.
Due uomini entrarono nell’ufficio preceduti da Marta. – Questi sono da firmare, commissario.
La sua voce nasale irritò Elisa che cercò di trattenersi ricordando il dono.
– Lasciali pure lì, Marta. Li firmerò più tardi.
La donna grassoccia annuì e se ne andò, non prima di aver guardato languidamente un’ultima volta uno dei due uomini. Quello sì che divertì Elisa che non riuscì a trattenere una risata. Marta uscì con il viso arrossato sotto lo sguardo esterrefatto di tutti.
– Scusate – disse Elisa, cercando di riprendersi, guardando meglio i due uomini.
Uno era giovane, meno di trent’anni, era alto nella media e molto magro. Portava degli occhialini rotondi, naso aquilino e guardava intorno con fare curioso. Ora si era soffermato su di lei.
Elisa lo fissò oltre le lenti. C’era qualcosa di molto strano nei suoi occhi, ma lei non fece in tempo a definirli perché il ragazzo abbassò subito la testa. Succedeva sempre così: lei metteva in imbarazzo tutti gli uomini, lo faceva apposta e si sentiva trionfante.
L’altro uomo era sulla quarantina, pelle scura, alto sul metro e ottanta, fisico asciutto e il naso era il segno evidente della sua passione per la boxe. Era un tipo stravagante visto la giacca colorata che indossava.
– Canessa, questo è il tuo nuovo collega. Bellosguardo, ti presento Canessa.
Lui le porse la mano. Aveva una stretta forte, decisa, a Elisa piacque. Con quel cognome e quella giacca, non passi di certo inosservato, Bellosguardo.
– Canessa, ho sentito molto parlare di te in queste ultime ore. – Sorrise fissandola con ironia.
– In termini entusiastici, immagino – replicò sarcastica.
– Mentre il signore è il giornalista Bruno Dotti del “Secolo XIX”, deve scrivere un articolo e ti affiancherà nelle indagini per un po’ di tempo.
Le porse la mano che lei volontariamente ignorò.
– Come hai detto, scusa?
– Hai capito bene. – Pietro si sedette in modo elegante, aggiustandosi la giacca.
– Non se ne parla nemmeno. – Lo interruppe furiosa. – Io non farò da baby sitter a nessuno.
Lui l’ammonì e le puntò il dito contro. – Non sei nelle condizioni di obiettare nulla, Canessa. Vuoi farti già conoscere?
– Non può funzionare capo e non funzionerà. – Guardò dritto negli occhi il giornalista. – Se ti becco a intrufolarti negli uffici di chiunque qui dentro e a rubacchiare rapporti dalle scrivanie, per fare un articolo in prima pagina e beccarti qualche premio, io...
– Canessa! Ora basta! – Pietro si alzò.
Bruno Dotti non aveva osato proferire parola. Era diventato paonazzo.
Bellosguardo era divertito, Elisa lo notò. Aveva un sorrisetto sotto i baffi mentre diceva: – Stiamo calmi. – Diede uno sguardo rassicurante a Pietro. – Troveremo un accomodamento, vero Canessa? – Si voltò verso di lei cercando la sua approvazione.
– Calmi... sì... – Dal tono capì che non piaceva nemmeno a lui ma che avrebbero dovuto ingoiare il rospo. Pubbliche relazioni.
Quel bamboccio di Bruno... come diavolo si chiamava, era la sua punizione. Come poteva stare calma?
– Me ne vado. Per oggi ne ho avuto abbastanza.
Pietro si passò una mano tra i capelli e le urlò mentre usciva: – Prenditi la giornata e non farti vedere per oggi.
Elisa sbatté la porta. Ecco che per un attimo le sembrò di nuovo che tutti la fissassero.
– Cosa diavolo avete da guardare?
Marta si diede subito da fare e gli altri agenti, indaffarati con il loro lavoro, fecero finta di nulla.

La donna delle pulizie infilò la chiave nella toppa. Era in ritardo. Aveva provato ad avvertire la signorina, ma lei non aveva risposto al telefono, probabilmente aveva dormito fuori. Capitava spesso negli ultimi tempi.
Meglio, non avrò il letto da rifare. Aprì la porta e un tanfo le arrivò subito al naso. Ma cosa diavolo è quest’odore? Si portò una mano al viso e corse in cucina per aprire le finestre. La piccola cucina era in ordine. Ritornò sui suoi passi per raggiungere la camera.
Era buio, ma non si preoccupò di accendere la luce, un raggio di sole filtrava dalla tapparella. Spalancò la finestra e ben presto la stanza fu invasa da un tiepido sole, era di schiena verso il letto.
Ma cosa sarà? Si girò lentamente e non riuscì a trattenere un grido.


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