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Bagiue
le streghe di Triora
Un'indagine del commissario Scichilone
di Roberto Negro
Capitolo 1
Ventimiglia, autunno 2005
“Un the, per favore”.
“Un the?”.
“Un the, perché non posso bere un the?”.
“E il caffè?”.
“Senti, Maurizio, stamattina mi va di prendere un the. Me lo fai o lo devo
andare a prendere in un altro bar?”.
Il commissario Scichilone non voleva confessare la condanna comminatagli con il
foglio di carta che il giorno prima aveva ritirato dal laboratorio di analisi,
in cui c’era scritto basta caffè e sigarette, nonché dieta ferrea. In
realtà era stato il suo medico di fiducia, che leggendo i valori di glicemia,
colesterolo, trigliceridi e tutto il resto, aveva emesso la sentenza.
I suoi primi quarantasei anni erano stati una corsa a perdifiato verso
l’autodistruzione, in cui due pacchetti di sigarette e quindici caffè al giorno
erano il viatico per una prematura dipartita.
Il Bar Canada, come ogni mattina, profumava di cappuccini e cornetti alla crema.
Per Scichilone l’unica nota stonata di quel locale erano le divise nerazzurre
dei barman che sapevano troppo di Internazionale F.C.
“Ma queste uniformi ve le passa direttamente Moratti?”.
La mascella quadrata del poliziotto si era aperta in un sorriso franco, in cui i
denti possenti, torturati dalla nicotina e dall’arabica, erano separati da spazi
larghi. Il fisico compresso e la pelata gli conferivano un aspetto da lottatore
di greco-romana, uguale a suo nonno paterno dal quale aveva ereditato il nome,
Vittorio, e labbra carnose.
Fuori dal locale si respirava l’autunno che avanzava con giornate umide di
pioggia e lo smog ammorbante emesso da centinaia di autovetture che, come ogni
giorno, alle otto, si muovevano lente per le vie di Ventimiglia.
Le corsie di marcia sembravano due grandi serpenti che sfilavano, ignorandosi,
uno accanto all’altro. Nelle auto i visi dei conducenti erano maschere assenti,
che sapevano di lenzuola appena lasciate e di rassegnazione per la condanna
professionale che anche quel giorno avrebbero dovuto espiare.
Dopo una notte silente il concerto dei clacson e delle serrande dei negozi, che
sfilavano in guide brune di grasso, replicava per l’ennesima volta,
all’infinito. Le vetrine commerciali si susseguivano in scintillii di vetri
dagli alcolici aromi e dallo sfavillare di pietre colorate montate su supporti a
diciotto carati. A Ventimiglia si potevano contare il maggior numero di
bottiglierie e gioiellerie della provincia di Imperia. Stoicamente, quel tipo di
commercio resisteva all’avanzata dei bazar cinesi, che poco alla volta si erano
infiltrati nel tessuto commerciale della città, sostituendosi alle botteghe che
sapevano di antico e che non avevano retto allo strapotere dei centri
commerciali.
Dall’oriente, erano arrivati in punta di piedi, aprendo i soliti ristoranti in
cui servivano riso cantonese ed involtini primavera, accanto ai quali, poco alla
volta, erano comparsi esercizi che vendevano i cloni delle griffe più famose.
Non si capiva bene come facessero, ma i cinesi rilevavano le attività pagando,
in contanti, cifre elevatissime, rendendo molto soddisfatti i venditori che mai
avrebbero pensato di realizzare simili guadagni.
Scichilone, avviandosi verso il commissariato, pensò che in un futuro non troppo
lontano, i cinesi residenti avrebbero superato numericamente gli sparuti liguri
e i cognomi Ballestra, Guglielmi, Acquarone, Sismondini si sarebbero apprezzati
solo nei libri di storia locale, sostituiti dai più esotici Hu e Whu.
Globalizzazione.
Adagiata all’imbocco della Val Roja, la città era lambita dal mare che
accarezzava di blu le sue spiagge sassose e tagliata in due dal fluire del Roja,
che in territorio francese, a Breil si trasformava in una placida signora, la
Roja, nella chirurgia plastica del lessico transalpino. È bizzarro come
nell’italico idioma quasi tutti i fiumi siano maschili, mentre nel romanticismo
del francese venga loro attribuita un’anima femminile.
Oltre il fiume, Ventimiglia si spogliava del connotato tipicamente commerciale,
abbandonando gli stabili dalle architetture anonime del ventesimo secolo, per
riappropriarsi della radice dorica delle abitazioni della città alta. Le case si
arroccavano le une alle altre, protette da mura antiche, in un susseguirsi di
coppi e carruggi lastricati. Dominavano la città bassa e la Marina, buttando un
occhio a Mentone e l’altro alla Corsica, che nelle albe di marzo si annunciava
all’orizzonte con profili rocciosi.
Il commissario in sei anni di permanenza aveva vissuto quella città con emozioni
diverse e non sempre positive. Ora, a distanza di tempo, sentiva che qualcosa
stava cambiando in lui e che Ventimiglia non era più la prigione dove il
Ministero lo aveva spedito, ma il luogo da dove voleva ricominciare. Chiuso il
capitolo del proprio matrimonio con Maria Assunta, aveva fatto il punto della
situazione, pensando che, escluso un ritorno a Palermo, l’estremo Ponente Ligure
rappresentava il luogo ideale dove vivere.
Voleva stare vicino al mare, che riteneva il proprio punto di riferimento, in un
luogo pieno di sole. Il solo pensiero di trasferirsi lontano dal Mediterraneo
gli metteva i brividi, che sapevano di nebbie padane o di gelo alpino.
Era consapevole del fatto che per fare carriera avrebbe dovuto accettare altre
sedi, ma in quel momento preferiva restare lì.
La mente era corsa a qualche giorno prima, quando il questore lo aveva convocato
ad Imperia.
“Vittorio, sei stato inserito nell’elenco dei papabili per un avanzamento di
ruolo”.
Gli occhi lacrimosi del suo superiore lo avevano osservato, prospettandogli la
possibilità di una promozione.
“E questo cosa vuol dire?”.
“Scichilone, vuol dire che devi fare le valigie. Per fare carriera, in polizia,
occorre sbattersi e viaggiare da un ufficio all’altro, come un venditore
ambulante”.
Nella testa del commissario, in un attimo, passò il film degli ultimi anni della
sua vita. Si rendeva conto che i disagi iniziali si erano stemperati e che poco
alla volta aveva rivalutato la Riviera di Ponente. Quello spicchio di terra
aspra, con le montagne a ridosso del mare, lo stava catturando. I volti dei
collaboratori e della gente che incrociava ogni mattina recandosi al lavoro, si
erano inseriti nel quotidiano, diventando essenziali per l’esistenza di
Scichilone.
“Grazie signor questore, ma per il momento preferisco restare a Ventimiglia”.
Scichilone aveva deciso.
L’ingresso del commissariato si era magicamente materializzato davanti a lui,
inghiottendolo tra muri bianchi e scale lastricate di granito grigio che
conducevano al suo ufficio.
Dopo la scelta fatta, si sentiva molto meglio e anche i brufoli purulenti sul
viso di Gervasoni non gli davano più fastidio.
“Acne giovanile, dottore”.
“Ma quale acne giovanile, Gervaso’, quelle sono le seghe. Te ne devi fare
decisamente meno”.
Il volto dell’agente di guardia all’ingresso era avvampato di vergogna, mentre,
rispettosamente, si alzava al passaggio del proprio capo. Aveva ancora
l’atteggiamento puro del novellino, la timidezza del ragazzo educato che, per il
momento, non era stato intaccato da consuetudini di caserma, in cui si badava
meno all’apparenza e più alla sostanza. Il suo linguaggio non era intercalato da
turpiloqui vari e gli atteggiamenti non risultavano mai fuori posto. Un esempio.
Il commissario, osservandolo, pensava che la polizia stava cambiando e che le
nuove leve rappresentavano il futuro. Il livello culturale, negli ultimi anni,
si era notevolmente alzato e difficilmente un agente non era diplomato.
Scichilone si rendeva conto che quel processo era inevitabile, ma nutriva una
sorta di nostalgica convinzione che tra tanti acculturati serviva anche
l’intuito ignorante dello sbirro formatosi per strada, tra ladri e spacciatori,
che magari non sapeva scrivere una relazione di servizio, ma che riusciva a
leggere un caso in una frazione di secondo.
Spesso le indagini si basano proprio sul puro intuito e allora non ci sono
lauree o diplomi che aiutino. La polizia è cuore e cervello, dove la razionalità
acquisita da un testo viene soffocata dall’irrazionalità del crimine.
Rispettava le nuove generazioni, ma quando doveva calarsi in un’inchiesta
preferiva appoggiarsi ai collaboratori più anziani, più esperti, come quello che
lo stava aspettando in cima alle scale.
“Ciao, Peppino”.
Il viso dell’ispettore Capurro era una sfinge. Non sorrideva quasi mai e il suo
faccione rotondo appoggiato al collo corto e tozzo, quel giorno, non prometteva
nulla di buono.
Il commissario conosceva quell’espressione.
Gli occhi perennemente stupiti di Capurro erano obiettivi di una macchina da
ripresa che avevano registrato tutti i crimini più efferati, consumati a
Ventimiglia negli ultimi trent’anni.
L’ispettore rappresentava la memoria del commissariato, la persona a cui si
erano rivolti i dirigenti che avevano, nel corso degli anni, preceduto Vittorio
Scichilone.
Li aveva ricambiati, tutti, con serietà professionale esemplare, ma solo con
Scichilone aveva instaurato qualcosa che andava oltre il rapporto di lavoro.
Aveva sempre pensato al suo capo come ad un amico, nutrendo per lui una stima
incondizionata. Più di una volta lo aveva ascoltato quando era affranto per
problemi personali, trasformandosi in una spugna.
“Sarà meglio che mi racconti tutto in un fiato, che stamattina la tua faccia non
mi piace”.
“Hanno appena chiamato”.
“Chi?”.
“Le suore di Santa Marta”.
“E allora?”.
“Dicono che stamattina don Angelo non è andato a celebrare la funzione delle
sei”.
Lo sguardo del commissario scrutò paziente il viso del suo collaboratore. Sapeva
che oltre quella serie di frasi disordinate si nascondeva qualcosa di più.
“Ha ragione, vengo al sodo. Don Angelo è il parroco di Roverino che ogni
mattina, alle sei, va al convento di Santa Marta a dire messa”.
“Alle sei?”.
“Alle sei. Oggi, non vedendolo arrivare, la superiora ha telefonato a casa del
prete e, non ottenendo risposta, ha mandato una suora a verificare”.
L’ispettore Capurro si bloccò inspirando profondamente. Il torace si gonfiò come
una zampogna e la melodia che uscì dalla bocca non era quella che il commissario
avrebbe voluto sentire.
“Lui, il don, abita nei pressi della chiesa di via Gianchette, oltre al
passaggio a livello di via Tenda, e la suora incaricata delle ricerche, pensando
che si fosse attardato nel prendere i paramenti sacri dalla sacrestia, lo ha
cercato proprio lì”.
“Lì dove?”.
“Nella chiesa di via Gianchette. Lui era lì, in sacrestia”.
“Meno male, cominciavo a preoccuparmi”.
“Dotto’, non scherzi, perché don Angelo era morto”.
“Morto?”.
“Morto. La superiora non ha saputo darmi altri dettagli, perché la suora che ha
scoperto il cadavere è fuggita dalla sacrestia in preda al panico”.
“Per un morto?”.
“Non tanto per il morto, ma per lo stato in cui si trovava”.
Capurro non aveva aggiunto altro, superando il suo capo e dirigendosi verso
l’uscita.
Scichilone avrebbe desiderato un inizio di giornata diverso, ma un morto, e per
di più prete, meritava la sua attenzione.
Si affiancò all’ingombrante figura dell’ispettore che occupava da sola oltre
metà del marciapiede. I due poliziotti affiancati rappresentavano, per ogni
viandante, un ostacolo difficile da superare. L’espressione dei loro visi era
preoccupata per ciò che avrebbero trovato in sacrestia, soprattutto per la frase
usata dalla madre superiore: “È in uno stato tale che mi vergogno persino a
descriverlo. Dio mi perdoni. Andate subito, prima che altri accedano alla
sacrestia, ne va del nostro decoro”.
Che c’era di tanto terribile in un prete morto?
Il traffico, alle nove del mattino, era ordinatamente incolonnato in via Aprosio,
con qualche rara eccezione per i motorini, che sfrecciavano veloci accanto alle
auto.
Lungo via Tenda, il commissario superò agevolmente Capurro, che cominciava a
rallentare il passo. L’ispettore sbuffava come una locomotiva a vapore, mentre
il sudore gli inzuppava la fronte. “Capo, rallenti un attimo che mi viene da
vomitare”.
Scichilone si fermò rivolgendo lo sguardo, pietoso, al collaboratore. “Ogni
volta che allunghiamo il passo, tu schianti. Dovresti fare un po’ di moto e
metterti a dieta, altrimenti come fai ad acchiappare i ladri?”.
“Dotto’… mi fa male la milza…”.
Capurro si appoggiò alla parete dello stabile su cui comparivano diversi
graffiti e la scritta “via la polizia dalla nostra città”.
“Guarda, Peppino, qualcuno ci vuole cacciare”.
Il commissario osservò con attenzione l’anonima esortazione, mentre sul viso
comparve un sorriso da monello.
“Hai una penna, una matita, un pennarello?”.
L’ispettore sollevò la testa ed una goccia di sudore si perse nel vuoto,
precipitando tra i piedi deformati dall’obesità. Aprì la giacca di fresco lana,
grigia come le nuvole che si profilavano all’orizzonte, esibendo una serie di
penne e pennarelli dai vari colori e una matita, dalla livrea gialla, H3, tutti
rigorosamente infilati nella tasca interna.
“Quello che preferisce”.
Scichilone prese un pennarello nero, dalla punta tozza ed umida di inchiostro e
si avvicinò al muro, appoggiandosi con la mano destra. Brandendolo come un arma,
diede vita a evoluzioni stilistiche degne di Giotto, con espressioni mimiche del
volto, un misto di stupore ed ammirazione per ciò che stava eseguendo.
Poi si ritrasse, osservando con soddisfazione il capolavoro di arguzia che aveva
partorito “viva la polizia della nostra città”.
“Come vedi, è bastato aggiungere e ritoccare poche cose per dare un senso più
civile alla frase”.
Capurro si riappropriò del pennarello convenendo che quelle parole gli piacevano
moltissimo.
Ripresero l’avvicinamento alla chiesa delle Gianchette con passo più lento, che
consentì all’ispettore di recuperare la giusta lucidità per affrontare un
cadavere.
Il passaggio a livello, che tagliava loro la strada, era chiuso, in attesa del
treno che collegava Ventimiglia a Torino via Cuneo.
Nei mesi invernali, tre carrozze agganciate ad un locomotore diesel portavano,
in meno di due ore, i rivieraschi sulle piste da sci, scaricandoli a pochi passi
dagli impianti di risalita di Limone Piemonte. In quelli estivi il treno si
riempiva di canotti e materassini che i cuneesi, braghe corte, canottiera da
muratore, sandali di plastica e calzini bianchi alla caviglia, rossi come
aragoste, stringevano tra le braccia portandosi a casa il ricordo di un tuffo in
mare.
Il commissario avrebbe voluto passare sotto la sbarra a strisce bianche e rosse
per attraversare i binari nonostante il divieto, ma era pur sempre l’autorità di
Pubblica Sicurezza e fare ciò non sarebbe servito da esempio. Di fronte a loro,
dall’altra parte, là dove via Tenda si trasformava in corso Limone Piemonte, un
nutrito gruppo di persone attendeva, paziente. Scichilone aveva la sensazione di
essere osservato da tutti loro. Lo stavano mettendo alla prova. Se lui,
poliziotto, avesse infranto il divieto di attraversamento, si sarebbero sentiti
autorizzati ad imitarlo. Era una prova di forza in cui perdeva chi prima
abbassava lo sguardo.
Il fischio del locomotore annunciò che a breve la sfida sarebbe finita e il
lento dondolio dei vagoni ad esso agganciati mise fine alla contesa.
Attraversò i binari mantenendo alto lo sguardo, puntandolo dritto negli occhi
delle persone che venivano in senso opposto.
Nessuno ebbe il coraggio di sostenerlo: aveva vinto.
La chiesa delle Gianchette si materializzò improvvisa nel punto in cui il
monotono susseguirsi delle palazzine si spezzava aprendosi in una piazzetta
asfaltata, separata dalla strada da un muretto basso di mattoni forati. La
facciata era austera ed essenziale come solo sa esserlo il cemento armato con
cui era stata edificata vent’anni prima.
Il portone d’ingresso, ad unica anta di castagno chiaro, era appoggiato al
telaio e dallo spiraglio fluiva odore di incenso.
L’interno era in linea con l’esterno, sobrio e disadorno, in cui due file di
panche, separate da un corridoio centrale, si inseguivano sino all’altare di
granito grezzo, coperto da una tovaglia candida su cui un lumino rosso acceso
ricordava di essere in presenza di Dio.
Capurro portò il ginocchio destro a terra, rimanendo per alcuni secondi in
precario equilibrio, e si fece il segno della croce. Il commissario rimase
osservatore muto e statico del silenzio che regnava all’interno. Si era spesso
domandato se credeva o meno, ma non aveva mai trovato una risposta. Sapeva che
la soluzione al quesito doveva cercarla nel quotidiano, in quello che viveva, in
ciò di cui si circondava. Era consapevole che la vita, nelle sue varie
sfumature, rappresentava l’opera di qualcosa di superiore, che da bambino gli
avevano indicato come Dio, l’unico che, allora, lui conosceva. Poi crescendo, si
era reso conto che in altre parti del mondo c’erano persone che credevano in un
Dio diverso dal suo e questo gli aveva generato un po’ di confusione. I genitori
avevano cercato di convincerlo che quello vero era il suo, ma dentro di sé i
dubbi erano rimasti, anche a distanza di anni.
Sul lato sinistro dell’altare una minuta figura, avvolta nell’abito monacale,
pregava inginocchiata davanti ad una porta.
“Deve essere una delle suore di Santa Marta”.
Si avvicinarono lentamente, accompagnati dallo scalpiccio gommoso delle suole
delle scarpe di Capurro.
La donna sollevò il capo rivolgendo lo sguardo ai nuovi arrivati.
“Mi scusi, sorella, sono nuove e fanno un po’ di rumore”. L’ispettore si rivolse
imbarazzato alla religiosa che scoppiò a piangere.
Scichilone si rivolse interlocutorio all’ispettore che spalancò le braccia in
segno di impotenza, dicendo semplicemente: “…sono nuove”.
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