Balbiquattro
 
di Claudio Bo


Prefazione


di Giovanni Tesio


La prima protagonista di Balbiquattro è Genova. La Genova che trapela fin dal prologo, la Genova che intride le pagine dall’angiporto ai quartieri alti, la Genova che s’incide nei toponimi: Pre, Porta dei Vacca, Sottoripa, Banchi, la Maddalena, San Cosma e Damiano, Sant’Anna, la funicolare, via Venti (Settembre), il Ponte Monumentale, piazza De Ferrari, il Carmine, le Fontane Marose, i Macelli di Soziglia, via Garibaldi, la Maddalena, i Giustiniani, piazza della Vittoria, le Caravelle, salita Santa Brigida, Albaro, Staglieno, i vicoli, i dedali, i carruggi, i fondaci, gli scagni, le cantine, i bordelli, le taverne, l’averno. E poi gli altrove delle colline di Crevari e Campenave, delle colline sestresi del Gazzo. Una Genova abissale e limacciosa, sporca e puzzolente (che un po’ fa pensare al romanzo d’esordio di Arpino, Sei stato felice, Giovanni) e una Genova opulenta e bene, ma “inusuale” e persino “straniera” (il cuore piantato come una bussola tra vico del Duca e l’Università).
Entro questo spazio affettivo prima che scenico (in altre parole, un “luogo” d’anima, magari nera), si colloca la storia di una generazione dannata, che ha speso la sua giovinezza a rivoltare mondi e a rivoltarsi insonne nella sogneria, nell’utopia, nell’esercizio dello spreco di sé, nel desiderio di dar vita a ciò che passa attraverso le letture più ibride (Gozzano e Borges), il reducismo precoce, le speranze informi, le chiacchiere infinite, le discussioni, le fughe, le inquietudini ideologiche, le derive sentimentali. In questo senso, il protagonista che dice “io” non lo fa tanto (pur facendolo anche) per prossimità col suo sé (come direbbe Foucault, non ha messo in rotta tutti i segni della sua particolare individualità), ma lo fa per una più profonda e decisiva esigenza lirica. Perché questo di Bo è un romanzo che affida al lirismo tutta la sua scommessa espressiva. Tanto che potremmo applicare all’autore ciò che l’autore applica al suo alter ego nel commento arguto e colloquiale degli amici: “Tu, con la poesia, ci condiresti anche l’insalata” (e del resto l’abbinamento raccontare-poetare risulta nel romanzo addirittura dichiarato).
Una semplice verifica testuale? Non una tra le molte possibili, ma forse la più sintomatica. Quella che chiude la fuga al Gazzo, la fuga nel sogno e nel “volo di notte” della “semplicità”, del sentire rigenerato: “Così raccontammo i nostri sogni e recitammo le nostre poesie sinché il cielo si fece più chiaro nel miracolo quotidiano dell’aurora. Dal mare, improvvisa, la luce che via via aveva preso forza, esplose in una lingua crepitante, adagiata sull’orizzonte. E l’incendio delle onde prese a dirigersi verso di noi colorando le case e le cose. Solo il cupo dei monti restava immerso nella notte dove l’alito assorto del vento modulava il suo triste e brumoso richiamo. Ma era una battaglia impari perché gli eserciti dell’aurora si distesero sul mondo contendendo all’ombra ogni anfratto. Il disco del sole emergeva dalle acque e sembrava grondare nel suo trionfo e noi ci alzammo sulla roccia porgendo il volto ad una brezza nuova, tenera come il primo vagito del mondo”.
È fin troppo chiaro (ma lo stesso prologo e i due intermezzi sono lì a far sistema) che qui siamo di fronte ad una vera e propria confessione. Descrizione troppo metaforicamente baroccheggiante per essere il frutto di un eccesso innocente; troppo deliberata la scelta delle immagini e dell’attimo per essere semplicemente un momento tra i tanti. Questo è un momento in cui la magia simbolica dell’aurora s’accompagna alla rivelazione di un intento poematico, a suo modo di un epos. Perché il romanzo di Bo viene soprattutto da qui: dalla volontà di scrivere un poema memoriale in prosa, un poema che sgorga da una remota luce d’infanzia e da un bisogno di recupero d’un’epoca.
Il tempo è determinato, perché è quello della formazione, e coincide con il principio degli anni cosiddetti di piombo, quando il Movimento si spacca e si nasconde, abbandonando per l’azione armata gli estenuanti rituali della discussione, coinvolgendo anche chi non ci sta, anche chi ha semplicemente creduto di poter partecipare di una sorta di bohème comunitaria in cui annegare la solitudine ispida e romanticata di un’adolescenza protratta, ancora profumata di ricordi di scuola. Ma narrativamente è tempo che sfuma di continuo in emozione, rompendo gli argini di una vicenda circoscritta, muovendosi, appunto, nel ritmo “altro” e irredento di una nostalgia che resiste al di là d’ogni conto da chiudere.
Questo è dunque il romanzo di una rappresentazione (e anche di una recita) interiore. Il lettore troverà uomini e donne, ma saranno tutte figure di un interno di coscienza. Ci troverà la vita gregaria, il fascino di Adriano il filibustiere, e di Chiara la sua compagna, l’amicizia di Francesca, la dannazione di Cesare, i segreti di Maria, il Consultorio di Lisa e di Marco, l’estro innamorato di Andrea, la serietà soda di Franco, e persino un tocco di surrealtà o di esoterismo o di mistero. Ci troverà le occupazioni e le manomissioni e le violenze e i sospetti e le incredulità e le rabbie e le latitanze. Ci troverà le fughe (o i ritorni) a Sestri, a Campo o a Briaglia (e Mondovì). Ci troverà la profumata povertà dei conviti improvvisati o della convivialità più gastronomicamente evocativa.
Ma ci troverà soprattutto il sogno di un mondo. La storia di un io che si cerca senza trovarsi, che rimane in una sua irresoluzione, che ha la percezione della “chiusura di un’epoca” e di un diverso futuro, ma che ancora sosta alle soglie di una consapevolezza vera, preso com’è da irresistibili cedimenti sensuali, da una corporalità goffa e indecisa, da un sentimento di casualità, di estraneità (con tutti i suoi succedanei, parola chiave), di diversità, di sospensione, di “vacanza”, ambigua, ambivalente, iniziatica, dolorosamente contraddittoria, che soltanto nel finale sembra allusivamente risolversi in un indizio di cambiamento. Ma ciò che conta – ancora una volta – è che tutto questo accada nei modi analogici che ancora una volta evocano i modi della poesia. Perché è proprio lì – nelle spie della scrittura – il segno che il poema della memoria sta per convertirsi, ormai, nell’annunciato romanzo della vita.


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