|
Balbiquattro
di Claudio Bo
Primo capitolo
Adriano
La vera casa della notte era la casa di
Adriano. Da lui ci si trovava sempre, di giorno e di sera, ma era con la cena
che iniziava il nostro viaggio nell’altrove fantastico e avventuroso che,
assieme, sapevamo costruire. Adriano era uomo di mare e di tempeste, bello, con
la barba incolta, i capelli ricci e gli occhi a scrutare l’orizzonte e la rotta.
Studente, per i suoi, marinaio, per scelta, aveva in petto quell’angoscia
scaramantica e quella rabbia antica che si imparano sulle murate a scrutare la
notte ottusa e sciabordante del mare. Come tutti gli uomini pratici credeva
nell’arcano talché il suo parlare era sempre evocativo, sempre magico.
La sua casa era, come lui, lontana: era il castello di un galeone, la cabina di
una goletta, la taverna sulla costa schiaffeggiata dai marosi. Per raggiungerla
bisognava arrampicarsi lungo una scala improbabile e cadente, salendo dal ventre
del vicolo all’ardita precarietà dei tetti. Ma lassù il mondo vociante e
limaccioso dei carruggi era dimenticato.
Adriano aveva trasformato quelle due stanze ai quattro venti in un rifugio da
bucanieri, con mobili semplici di legno, cartine nautiche, oggetti esotici,
bottiglie di gin e di rhum e un balconcino proteso e vertiginoso come una coffa,
a scrutare le mille luci del porto. Una stufa a metano bastava per dare un
confortevole calore d’inverno e le finestre ventilate, per dare refrigerio
d’estate. Adriano governava la barca come un nostromo e guidava la rotta come un
nocchiero.
Aspettava sornione dietro il tavolo, col coltello in mano a trafficare con
spaghi e tabacco, libanese e cuoio. Lo sguardo era lo stesso: aggrottato, col
fumo del mozzicone che dalla bocca avvolgeva i suoi riccioli, con l’aria saputa
di chi conosce le risposte e indovina le domande. Accoglieva tutti, così,
lanciando un mugugno al bussare. E noi si tirava il cordino che apriva la porta
per entrare nell’altrove profumato della sua casa. Era come salire a bordo, su
quelle carrette che, in qualsiasi porto, sanno di Asia e Alasca, mistral e
scirocco, bonaccia e uragano.
Con lui si beveva sempre qualcosa e si salpava sempre. Era come sentire la prua
fendere l’onda mentre il fasciame risponde nell’antico lamento con cui prende il
mare. Ricordo che parlavamo delle nostre gloriose quotidianità, fra lotte e
speranze, ma era come quando i marinai parlano della rotta e del governo della
nave... il bisogno è un altro, la magia è un’altra. Capivamo in questo nostro
rifugio l’enormità del mondo e l’assurdità del non-mondo mentre le nostre
certezze scientifiche s’infrangevano contro la voglia di amicizia e di arcano
per perdersi in quella favola bella che annegava in un sorriso le “magnifiche
sorti e progressive” della storia.
Avevo conosciuto Adriano in un pomeriggio sonnolento in cui consumavo al bar di
Balbi il fastidio della delusione. Un tavolino affollato di “compagni” con tante
intime inconfessabili storie e la consueta urgenza rivoluzionaria. Adriano si
avvicinò uggioso e scuro, la barba incolta che prorompeva dal baluginare degli
occhiali, il cespuglio nero dei capelli, la sciarpa blu dei marinai, la sacca di
telaccio, il silenzio odoroso di chi sbarca, del “desnavegou”. Venne accolto dai
miei compagni di tavolo con una muta indignazione, saluti secchi, sguardi
altrove.
Erano suoi conterranei, “levantini” da Monterosso alla Lunigiana, condividevano
antichi sgarbi, bravate e ritorsioni imperdonabili e imperdonate. Ricordo
soltanto l’ombra del suo volto tagliata dal sorriso e il suo sostare pensoso...
e non avrei ricordato nulla se non avessi avvertito io stesso, e nei miei
confronti, l’ostilità dei “compagni”. Fu forse questo a farmi sentire vicino
quell’uomo profumato di cambusa, apparso e sparito nel niente stantio del
pomeriggio di Balbi. Ci univa la testarda disapprovazione dei “giusti” che
avevano saputo dei nostri rispettivi peccati.
Il mio, per la verità, era così banale e così intimo da far incollerire soltanto
per questo suo essere “risaputo”: avevo semplicemente violato le regole,
l’armonia astratta e falsa dei “rapporti” fra uomini e donne, fra “compagni”.
Forse è vero che è la femmina a scegliere, lo è sempre, nell’incanto misterioso
e liquido dello sguardo. Ma allora, per i più sprovveduti, assetati di
tenerezza, l’essere scelti era diventato quasi un obbligo, timorosi di far
trasudare il nostro “maschilismo” e incapaci di fare alcunché, aspettando gli
eventi senza poesia e senza il doloroso singulto del desiderio.
Si chiamava Emma, era piccola e occhialuta, saccente e vulnerabile, con i
fianchi da matrona e il petto da bimbo. L’avevo cercata ad una festa per non
sentirmi solo fra tante complici corrispondenze che mi escludevano e lei mi
aveva accolto confidandosi con la trasandata familiarità imposta dall’ideologia.
Mi lasciava parlare programmando la nostra notte e io mi abbandonai alla dolce
sensazione di avere con me una donna.
Finimmo a casa di amici, con due sacchi a pelo sul tappeto del loro soggiorno e
solo allora mi accorsi che non volevo essere lì. A quell’età non è difficile
essere pronti per l’amore, anzi, presi io stesso l’iniziativa e mi trovai ad
abbracciare quel piccolo corpo singultante, penetrando e attendendo il suo
silenzioso mugolio mentre in me si insinuava il fastidio della cattività: come
se fossi prigioniero di quella stanza muta e straniera. La tenevo su di me,
leggera e minuscola, e lei si scioglieva e ritornava scandendo l’interminabile
tempo della notte. In quel sospiroso niente non riuscii a godere, soltanto una
tristezza rancorosa si faceva strada nel mio petto, impaziente di esplodere.
Finalmente lei si addormentò, rannicchiata come un feto, ed io scivolai via
furtivo nel tramestio mattutino dei vicoli, anzi, del vicolo più industre di
Genova: i Macelli di Soziglia. E fu proprio la domestica quotidianità di quel
vicolo (i macellai, i verdurieri, i salumai, le massaie attente e mercantili, i
viandanti distratti) ad insinuarmi in petto una irrefrenabile voglia di casa
sciogliendo in lacrime il mio grumo di tristezza, il mio grumo di rabbia. Ma fu
peggio quando scoprii che questa vergognosa notte era risaputa facendomi centro
di una generale disapprovazione per la mia insensibilità, di “maschio” pronto a
cogliere, carpire ed abbandonare.
Proprio in questo dispetto mi trovavo quando conobbi Adriano, ma quel giorno non
ci parlammo, non ci salutammo neppure. Il nostro primo vero incontro fu un altro
e, in qualche modo, assai singolare.
Nel mio andare fra la mensa universitaria, la Biblioteca e il bar avevo
conosciuto una ragazza allampanata e dolce, con la voce densa e molle: Chiara.
Speravo di rivederla e la rividi in uno dei miei momenti di gloria: stavo
discutendo con fervore (ma con scarso successo) sulle linee strategiche del
“movimento”, ero appollaiato su un bancone e i miei interlocutori erano in
piedi, minacciosi e torvi, attorno a noi il fastidio delle pareti alte, bianche
e risonanti che ci restituivano le sciatte parole del nostro gergo. Vidi Chiara
e le andai incontro; con lei c’era Adriano (e per tanto tempo li avrei sempre
visti insieme) e me lo presentò subito, luminosa di lui, incredibilmente
luminosa, visto che Adriano trascinava con sé un’ombra arcana, come il presagio
di un fortunale. Mi accorsi subito che Chiara era la sua donna, e voleva esserlo
in barba a tutti gli equilibrismi lessicali e alle nostre frustranti
sperimentazioni, anche se il loro rapporto, appena sbocciato, era ben più
complesso di come poteva apparirmi in quel momento. Chiara non parlò quasi,
lasciò che Adriano mi ringhiasse qualcosa, come un bagliore sul suo viso,
andandosene con lei, felino, perentorio e cauto.
Nonostante questi antefatti iniziammo proprio da quel giorno a frequentarci,
divenendo inseparabili.
Torna indietro
|
|