Balbiquattro
 
di Claudio Bo


Prologo

Ora che le mie notti sono tornate a farsi lunghe, ho tempo per ricordare le infinite notti di allora, quelle di febbre e vita che seguivano ad attoniti giorni di attesa. Eppure, a ben vedere, prima del crepitante bagliore della notte è il giorno ad occupare il ricordo, quei giorni lattiginosi e intirizziti, umidi e sonnolenti. Già nel letto il giorno ti aggrediva con l’insulto del suo acciottolio, con il ronfo delle auto sull’asfalto umido, con le voci senza gioia, con le frasi intrise del rancore quotidiano.
Ci svegliavamo con la nostalgia della notte e la colpa di quel giorno da poco nato e già disertato, perché come disertori lo avremmo percorso.
Nella strada, ecco la pietra unta dall’umido perenne dei vicoli fatto di pioggia, liquami, aria e acquaccia sporca sputata dai balconi, gettata a secchiate dai negozi e dalle bancarelle, acqua densa dall’odore acuto e gravido, l’odore quotidiano della miseria, insultante e vile. Su quelle pietre i passi affondavano come a cercare lo strato duro, sotto la patina biascicata e sporca vomitata dalla notte.
I carruggi avevano qualcosa di intestino e inducevano a camminare circospetti e taciti, evitando di toccare i muri e di incrociare gli sguardi. Eravamo anche noi anime di quella bolgia, ma gli altri erano già immersi nei traffici e nelle faccende, gli altri tribolavano la vita mentre noi, come le puttane e i ladri, stavamo ancora cercando di uscire dalla notte. Per questo evitavamo i passanti, come intrusi, appena tollerati in un mondo da cui tutti avrebbero voluto fuggire e che noi avevamo, invece, scelto.
Immersi nel vociare alieno andavamo silenziosi sino al primo bar per rinascere in un caffè e guardare il mondo. Erano locali bui con i tavoli di formica e le zuccheriere di plastica, la segatura sporca ancora negli angoli e la risata rauca di qualche bagascia al primo cicchetto e alla prima sigaretta... come noi. Non potevo non osservare ammirato quelle puttane e quei travestiti, tirati a lucido con una loro eleganza e una loro grinta.
Parlavano sfrontati e aggressivi, rinati e sciacquati del lurido della notte, sfidando il giorno; loro si sentivano a casa e gli intrusi eravamo noi anche perché la nostra “uscita di sicurezza” era sempre aperta: le case “borghesi”, i lavori “perbene”, lo studio, l’aspettativa di un futuro ben diverso dal crepuscolo eterno dei vicoli, lontano dai miasmi della città vecchia, dal salino del porto, dal brodo di marcio, di umido, di salivoso che colava dai vertiginosi e grigi squarci di cielo (fra le contorte guglie delle case) sino all’inguine muto dei selciati, verso il tanfo dei tombini e la brulicante, febbricitante, vita delle fogne.
Eravamo lì per caso con le nostre divise da giudici: quei giacconi verdi della rivolta, i jeans, le pedule, i maglioni e le sciarpe variopinte. Eravamo gli artefici del futuro, i messaggeri della verità, i padroni del domani. Eppure avremmo potuto essere spazzati via senza la benevolenza di quel mondo clandestino e complice in cui abitavamo senza condividerlo, progettando la nostra catarsi, la nostra affermazione.
Poi la mattina si faceva più tersa, nella fragranza dei mercatini e dei negozi apparivano anche le donne di casa, la gente normale, e la città si faceva più riconoscibile. Il nostro era ancora un andare sonnambulo e insensato, ma già si iniziava a parlare, a progettare, ad avere una meta. Si arrivava a Balbi, all’Università, con tantissimo tempo da sprecare, tanta gente da incontrare, qualche lezione da seguire, qualche capatina in Biblioteca.
A Balbi poteva accadere di tutto: erano tempi “di lotta” per cui si parlava di politica, si occupava, si facevano assemblee, ci si autogestiva, si sonnecchiava. Balbi inghiottiva, perché ci si trovava immersi in un frenetico non-fare che preludeva sempre a qualcosa, con qualcuno, in un dove, con un perché. Ma questa era la superficie, l’apparenza. Perché Balbi inghiottiva molto di più: con la gente che c’era, le case che erano attorno, le ore che pulsavano lente come il sangue.
A Balbi era buio, era sempre buio, e i visi erano pallide apparizioni sotto le antiche volte: ci si incontrava con una strana ansia di andare altrove; non fuori, non lontano, come potrebbe apparire logico, bensì di andare in uno dei tanti “altrove” di Balbi, immergendosi nei suoi meandri senza luce, o nei suoi corridoi bianchi folgorati dal bagliore morto delle lampade, o nelle sue aule improbabili con le enormi finestre boccheggianti sul cupo dei vicoli, asfissiate da muri neri rigati di umido e di sporco.
Ci si aggirava incontrandosi e lasciandosi, come anime in pena, ci si fermava a caso, in un angolo, ad ascoltare l’incredibile silenzio di quei palazzi antichi, profanati dalla nostra accidia, graffiati dalla nostra intrusione. Potevi stare ore in un angolo di un’aula inutilizzata, o potevi frastornarti nel tumulto di un’assemblea, potevi sederti sullo scalone, o incontrare gente, intrattenere rapporti, tentare qualche approccio. Balbi era sempre lì... attorno o dentro, era un dedalo mostruoso e malinconico, grigio e bianco, odoroso e umido.
Alla mensa la nenia era uguale: si scendeva a Pre, alla Porta dei Vacca, si scendeva nei carruggi incrociando i primi fermenti mercantili dell’illecito. In qualche modo si incontrava gente, ci si vedeva, si mangiava assieme quella plastica scodellata sulla plastica, si beveva un similvino e si usciva sotto l’arco cupo dell’antica porta, mezza vera e mezza finta, messa lì, fra via Pre e via del Campo, a separare prostitute e travestiti.
Al caffè si finiva in tanti. Talvolta il sole schietto della Liguria inondava la Nunziata, filtrando (profumato di tabacco e dolciumi, caffè e alcool) dai vetri del bar. Lì si insinuava il torpore, la voglia di quiete e di casa, la voglia di letto. Ma nel nostro rumoroso niente si avvertiva anche un’altra urgenza: quella di fuggire, di lasciare le ombre di Balbi, di ritrovare il sole e i profumi, quell’aria aspra e fredda, fatta di vento e ginestra.
Ma era così difficile trasmettere questa sensazione, era così difficile farsi capire! Ci si ingolfava ancora nella lotta di classe, nell’emancipazione, nell’alienazione in Hegel, Feuerbach e Marx. Poi si tornava a Balbi, nei suoi meandri, nella sua cattività...
Non era sempre così. C’erano i pomeriggi in cui evadevo, disertando ancora di più le lezioni. Erano quei giorni in cui il profumo del sole irrompeva negli atrii degli antichi palazzi, carezzava col canto del vento le volte immusonite, muovendo in me la conosciuta urgenza di cercare una purezza antica, quella che si ritrovava fuggendo su per le “crose”, mattonate e sassose, chiuse fra muri schietti a difesa del verde. Verde e azzurro, e vento, e sole, e sudore salino, e gusto di vita. E su tutto, lontano, il frastuono del mare, il suo profumo distillato dalla brezza che cattura il tanfo stagnante delle banchine e lo trascina, purificandolo, sui dorsi aspri delle colline.
Bastava trovare un complice, per fuggire, per prendere la funicolare e andare sui forti, per scarpinare a mezza costa o per tuffarsi nel porto, per cercare un’osteria con pane, salame e vino oppure per finire in una taverna di angiporto a sorbire un ponch alla livornese, una “livornese”, come dicevamo noi, nel fumo e nella puzza. Talvolta, invece, ci si ritrovava nelle case, quelle stantie e studentesche, disordinate e pigre. Ma c’erano anche case più suggestive, vissute come case vere, come rifugi luminosi dal grigio quotidiano di Balbi. Case arroccate lungo le antiche mattonate pedonali che si inerpicavano verso i quartieri residenziali della Genova mercantile. Raggiungerle era un tripudio ansimante di sbuffi, su per la strada, su per la scala da funamboli, ma una volta arrivati si sentiva di aver lasciato l’averno dei carruggi, si sentiva di essere più puliti. Più di tutte ci consolava la casa di Paolo, con quelle sue finestre affacciate su Genova, dove ognuno sognava una fuga e lui raccontava della sua Lunigiana, bella e selvaggia come i nostri ricordi; ma anche la casa di Adriano, seppure così diversa e, sicuramente, più notturna, che avrà un ruolo fondamentale in questa storia.
Era il preludio della sera e incontrarsi per la cena era facile: la voglia di compagnia faceva improvvisare gruppi uniti più dalla meta, che da un progetto. Si finiva talvolta nelle osterie dei vicoli con i tavoli lunghi “collettivi” o con le tavole addossate le une alle altre. Trattorie da impiegati e operai (a pranzo), puttane e studenti (a cena). Si mangiava con poco e si stava bene parlando di rivolta e futuro.
Ma, più spesso, ci si “organizzava” fra amici, in casa di “qualcuno”, comprando “qualcosa”. Spaghettate, baccalà fritto, farinata, insalatone con tonno e uova sode, polpettoni e omelette, olandese e salame cotto, quasi mai carne, perché costava troppo. Era bello fare la frugalissima spesa, ritrovarsi in casa (e, d’inverno, scaldare in maniera empirica, ma efficace, con stufette elettriche, bombole e persone) cucinare e discutere di tutto. Era bello nei negozi e nelle friggitorie: comprare contandosi i soldi in tasca in una gioiosa questua collettiva e scoprire di averne abbastanza, anche per il vino... e questo era l’importante. Era bello sapere di non dover rientrare dai genitori, di essere liberi a cena e dopo cena, di essere “fra noi”.
Quando il soffritto sfrigolava e l’acqua bolliva eravamo a casa nostra, eravamo fratelli, eravamo compagni. La notte iniziava così, in compagnie assortite, fra gente diversa, ma con la stessa aspirazione: stare fra noi, fra amici, mangiare, cantare, discutere, raccontarsi, bere e fumare. Poteva avvenire che la notte riservasse anche la carezza dell’amore... ma la notte era lunga e noi, che pure eravamo giovani, non avevamo fretta.


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