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Basilico e sangue
di Andrea Casazza | Max Mauceri
Capitolo uno
Il soffitto sembrava il binario di una
ferrovia. Sarà stato, probabilmente, per quell’intonaco grigiastro che ricordava
il colore delle pietre della massicciata consunte dal sole e dal vento; o forse
per quelle travi in legno massello, pesanti, scure proprio come le traversine
che uniscono i listoni di acciaio brunito. E poi, a completare l’atmosfera
dell’ambiente, c’era anche quel modello di vecchia locomotiva a vapore lungo più
di un metro che troneggiava su un piedistallo proprio a fianco della finestra.
Simona se ne stava seduta da circa mezz’ora in salotto. Continuava a sfogliare
il libro con la copertina rigida che aveva tra le mani e non ne aveva letto
ancora una riga. O meglio, cominciava a scorrere la prima frase, poi si fermava
a pensare. E quando i suoi occhi tornavano alla pagina si accorgeva di non
ricordare nulla di quanto aveva letto. E così ricominciava daccapo.
Le dieci meno un quarto. Di là, nel ristorante dell’hôtellerie du Parc, la
confusione regnava ancora sovrana. Era la vigilia di Pasqua e almeno quattro
grandi comitive, oltre a un numero imprecisato di famiglie, stavano ancora
finendo di cenare nell’allegria più totale e il frastuono arrivava fino alla
strada. Come al solito, erano gli italiani a guidare la baldoria generale: le
loro voci risuonavano ora cristalline, ora basse e roboanti, ma comunque sempre
sopra le righe. E Simona si domandò perché mai proprio gli italiani dovessero
sempre distinguersi fra tutti gli altri popoli nella capacità di far casino al
ristorante. Non erano proprio capaci di parlare sottovoce come invece erano
soliti fare, per esempio, francesi e inglesi. I tedeschi, poi, erano dei veri
maestri di educazione al ristorante. Almeno quando si trovavano all’estero. In
patria un po’ meno: le tavolate dell’Oktoberfest, complice la birra servita in
boccali enormi, non erano certo silenziose.
Le dieci meno dieci. Dal salotto dell’albergo, dove si trovava sola a occupare
una delle larghe poltrone in pelle intorno a un tavolino dello stesso legno
scuro e pesante delle travature del soffitto, Simona poteva scorgere solo uno
spicchio del bar che si affacciava, con una serie di larghe vetrate, sul
piazzale esterno. Vedeva il soffitto-binario, appunto, poi una fetta del lungo
bancone di metallo lucido utilizzato per la mescita delle bevande; vedeva, sul
lato opposto, gli schienali delle sedie attorno ai tavolini che completavano
l’arredo del locale. Il bar, a quell’ora, era deserto. Solo di tanto in tanto la
padrona o una cameriera compariva a passo svelto, si infilava dietro il bancone,
e apriva il grande frigorifero dove erano custodite le bevande che servivano
anche per il ristorante. Simona poteva immaginarne i movimenti soltanto dai
rumori mentre, attraverso i vetri smerigliati della porta divisoria che veniva
tenuta chiusa per metà, scorgeva appena la fisionomia della cameriera di turno:
un’immagine sfocata, incomprensibile. E non avrebbe potuto dire, di volta in
volta, se si trattasse di Jasmine oppure di Margot; di Thérèse oppure di madame
Thelmine, l’energica e segaligna padrona che governava albergo e personale col
cipiglio di un generale d’armata impegnato nelle grandi manovre.
Le dieci precise. L’austero orologio a pendolo che forse più di cent’anni prima
il nonno o il trisavolo di madame Thelmine aveva appeso alla parete del salotto,
scandiva il tempo con una puntualità svizzera. Simona lesse per la centesima
volta la prima frase poi chiuse di colpo il libro, lo lasciò cadere sulle
ginocchia e cominciò mentalmente a ricostruire le vicissitudini che l’avevano
portata fin lì, nel Sud della Francia, nel cuore della Camargue, paradiso dei
naturalisti; in quella pensione al Pont de Gau, a un paio di chilometri da Les
Saintes-Maries-de-la-Mer. L’idea l’aveva avuta la sua amica Luisa. Trent’anni
compiuti da poco, una delusione d’amore alle spalle, un carattere energico e
combattivo che tradiva la sua origine milanese, Luisa Cerutti aveva deciso di
concedersi quella vacanza per due motivi: festeggiare la sua assunzione come
procuratore legale presso l’avviatissimo studio di un noto avvocato genovese, e
dimenticare «quel mascalzone di Giovanni» che l’aveva piantata per mettersi con
una «sciacquetta della cancelleria civile piatta come il Tavoliere delle Puglie
e allegra come una vedova che ha già seppellito tre mariti».
«Tu devi venire con me...», le aveva detto un giorno che si erano incontrate in
tribunale dove Simona era andata a testimoniare al processo contro uno
spacciatore di droga che aveva arrestato tre settimane prima.
E non c’era stato nulla da fare. Luisa aveva organizzato l’opera di
convincimento davvero alla grande: telefonate pressoché giornaliere a casa e in
ufficio, invio di dépliant che magnificavano la Camargue e la Provenza. Infine
non aveva esitato a ricorrere alla psicologia: «Sono due anni che lavori alla
squadra mobile senza concederti un solo giorno di festa. Un po’ di riposo non
può farti che bene. E poi non vorrai mica lasciarmi andare sola in questo
momento così difficile per me... Se non si può contare sulle amiche nei momenti
del bisogno...».
Alla fine Luisa l’aveva spuntata. Così, la mattina del venerdì santo erano
partite di buon’ora sulla Golf di Luisa. Programma: un’intera settimana a mezza
pensione all’hôtellerie du Parc. Una settimana per immergersi nella natura
selvaggia della Camargue, per osservare da vicino tori, cavalli e tante specie
di uccelli di cui non sospettava neppure l’esistenza.
Simona era appena al secondo giorno della vacanza e già era un po’ pentita. Le
mancava l’animazione della città, specie la sera quando restava sola perché
Luisa andava a letto alle nove in punto.
«Ne approfitto perché devo recuperare il sonno perso dietro il Giovanni», diceva
sbadigliando appena finito di cenare. E a Simona, che era abituata a non
coricarsi mai prima dell’una, non restava altro che munirsi di un libro e
andarsi a sedere, sola, su una di quelle grandi poltrone di pelle del salotto.
Ma invece di leggere la sua mente vagava libera come cullata dai rumori delle
posate, dalle voci, dalle risate che sembravano, di momento in momento, sempre
più lontane. Un rumore confuso, sordo, indistinto che le ricordava gli alberghi
di altre città nei quali aveva vissuto per inseguire il suo sogno di diventare,
un giorno, capo della squadra mobile. Città e alberghi che alla fine diventavano
tutti uguali e nei quali lei si ritrovava, la sera, sempre sola, a fare gli
stessi gesti, ad avere gli stessi pensieri malinconici. Forse, perfino il libro
che rigirava nelle mani senza riuscire a leggere era lo stesso di sempre.
Le dieci e un quarto. Questo fu l’unico particolare di cui, successivamente, fu
certa. Aveva appena guardato l’orologio da polso quando tutto accadde in un
attimo. Un uomo dalla corporatura robusta e dal collo largo come il fusto di una
quercia comparve di colpo nello spicchio di spazio compreso tra lo stipite e la
porta soccchiusa. Indossava una giacca bianca e un grembiule dello stesso
colore: «Il cuoco o qualche inserviente di cucina», aveva pensato istintivamente
Simona. Ma invece che dirigersi dietro il bancone del bar per prendere qualcosa
dal grande frigorifero, come sarebbe stato logico, quell’individuo si avviò di
corsa verso l’uscita del locale.
Poi esplosero due spari. L’uomo fu come sospinto in avanti da una mano
invisibile, e senza un grido né un lamento stramazzò a terra. Simona restò a
bocca aperta. Prima ancora di realizzare completamente quello che stava
succedendo, scorse un’ombra attraverso il vetro smerigliato della porta. Ma fu
solo un attimo: immediatamente la figura arretrò e scomparve. Simona si alzò di
scatto facendo cadere il libro a terra e giunse nel bar appena un attimo prima
delle cameriere e di alcuni clienti che avevano udito gli spari. Si chinò su
quel corpo immobile e riconobbe l’aiuto cuoco. Ne tastò il polso e capì subito
che l’uomo era morto. Morto ammazzato con due pistolettate alla schiena.
Praticamente sotto i suoi occhi.
capitolo due
13 febbraio 1992, Francoforte
In Friedrichstrasse il vento faceva
dondolare la cima degli alberi. Tigli nodosi, dal tronco ingrigito dai gas di
scarico delle automobili, i rami contorti protesi verso un cielo grigio perla.
Faceva freddo, molto freddo. Mario alzò il bavero del giaccone e lo strinse
facendo un nodo alla sciarpa di lana blu. C’era poca gente in giro. Qualche raro
passante, la testa insaccata negli abiti pesanti, il passo veloce di chi ha
fretta di rientrare a casa o di raggiungere il lavoro. Le auto scorrevano
veloci, fendendo il vento e lasciando dietro di loro un vapore azzurrognolo, un
alito di smog. La saracinesca della pizzeria Bella Napoli era ancora abbassata.
Mario guardò l’orologio. Non erano ancora le sette e mezza del mattino e Toni
non avrebbe aperto prima di due ore. Sempre che la sera prima non avesse fatto
tardi al bar dell’angolo tracannando boccali di birra e arringando la folla dei
tiratardi del quartiere con quel suo tedesco impastato di calabresità. Un
guazzabuglio di frasi rabberciate che, contro ogni aspettativa linguistica,
risultavano comprensibili ai più e riuscivano a scatenare un’ilarità
alcolicamente contagiosa.
«Un tipo in gamba, Toni... E un bravo cristo, anche», pensò Mario.
A Francoforte Toni era arrivato una decina d’anni prima con pochi soldi in
tasca, la fame negli occhi e nello stomaco e una disperata voglia di fare. Aveva
seguito la lenta trafila degli emigranti italiani del sud in Germania:
lavapiatti, cameriere, aiuto cuoco, pizzaiolo. Mangiando «pane e sputo», come
era solito ripetergli, vivendo «come un topo» in umidi scantinati e mettendo da
parte «sino all’ultimo pfennig» di mancia, alla fine era riuscito ad aprire la
sua pizzeria. L’insegna Bella Napoli che con il suo tricolore spiccava nel
grigio dei palazzi della Friedrichstrasse, era il vessillo del suo riscatto così
come la grossa Mercedes nera con la quale, in agosto, rientrava a Corigliano
Calabro, era il segno tangibile che ce l’aveva fatta. Quella luccicante berlina
con gli interni in pelle chiara che si faceva largo a stento nelle anguste
viuzze del suo paese natale costruite per i carri trainati dai buoi, dava
l’annuncio del suo successo. Come l’altoparlante gracchiante del camion che,
posteggiato nella piazza del paese, chiamava le donne a raccolta promettendo a
prezzi risicati vestiti d’alta moda, quella sua Mercedes era il megafono che
diceva a tutti che Antonio Cafiso di fu Giuseppe, bracciante a giornata, e di fu
Maddalena Cespi, sposa e madre integerrima, in Germania “si era fatto la
posizione”. Che lassù, a Francofurt, era uomo stimato, proprietario di
ristorante. Ristorante italiano, naturalmente, «che ne volevano sapere di cucina
quelli là, i tedeschi, che più che wurstel non sapevano mettere in padella? La
birra, però... Beh, per la birra bisogna lasciarli stare».
Toni godeva di quel trionfo e del sole del suo paese non più di due settimane
l’anno. Più o meno dall’8 al 24 agosto, a seconda di come cadevano sabati e
domeniche. Poi stipava il bagagliaio della sua Mercedes di caciocavallo,
soppressata, pasta e passata di pomodoro «come solo zi Marietta sapeva fare», e
se ne tornava al nord, a Francofurt, a lavorare sodo per poter rinnovare, l’anno
seguente, il rito del ritorno a casa. Magari, uno di quegli anni, pensava ogni
volta mettendo in moto, assieme al caciocavallo, si sarebbe portato via anche
una ragazza del paese. Ce n’era più di una che gli aveva messo gli occhi
addosso. Era un buon partito e, modestia a parte, non poteva certo dirsi brutto
con i suoi 44 anni di solida reputazione tedesca. Certo, la pancia gli si era un
po’ gonfiata per via della birra, ma l’amore mica si fa con la pancia, no?
Quante volte, negli anni in cui aveva lavorato nella sua pizzeria, Mario glielo
aveva sentito dire.
«Questa estate, Mario, è la volta buona. Vedrai che a fine agosto me ne torno su
con una ragazzina del mio paese, che appena la vedi svieni. E allora attento a
te! Occhi bassi, perché rispetto esigo per la mia signora!». Al che Mario lo
provocava: «E chi sarà mai. La madonna di Lourdes! Attento a te, piuttosto, che
le vostre donne terrone, con quelle facce da acque chete...». E finiva a finte
legnate con Toni che lo rincorreva fra i tavoli brandendo il matterello della
pasta e lui che si sgolava chiedendo aiuto a Fritz, l’altro cameriere: «Fritz,
questo è pazzo, questo mi vuole ammazzare!». Il tutto, naturalmente, la mattina
presto prima che arrivassero i clienti, o la sera tardi quando il locale era
ormai semivuoto con pochi tavoli ancora occupati da clienti fissi, amici o
quasi.
Per tre anni Mario aveva lavorato alla Bella Napoli. C’era approdato dopo aver
vagabondato per mezza Germania, cercando di tenersi lontano dagli sbirri e
sopravvivendo facendo lavoretti saltuari o rubacchiando qualcosa in giro. Toni
gli era subito piaciuto, al primo incontro. Era arrivato a Francoforte da
qualche giorno e aveva trovato alloggio in casa di un ragazzo di Roma che
studiava lì e che aveva conosciuto una settimana prima, ad un concerto a
Berlino. Era una sera di maggio e in tasca non gli era rimasto neppure l’ombra
di un marco. Aveva girato per tutto il giorno in cerca di lavoro. Inutilmente.
Alla fine, in Friedrichstrasse, quando ormai era deciso a rientrare a casa
dell’amico romano con la pancia vuota e la testa piena di incertezze, aveva
visto l’insegna della Bella Napoli. «Tentiamo ancora lì», si era detto. Ed era
entrato, guardandosi attorno con quell’aria fra lo strafottente e il sospettoso
che la vita aveva impresso sui suoi 21 anni.
Dei dieci tavoli del locale solo tre erano occupati da altrettante famiglie con
figli bercianti al seguito. Nonostante il tempo trascorso in Germania, sentire
urlare in tedesco, come stava facendo un padre rivolto a uno dei suoi figli che
stava correndo per la pizzeria, continuava a trasmettergli una certa
inquietudine. Lo catapultava all’interno di un film in bianco e nero pieno di SS
e di cani lupo dai denti affilati.
Toni lo aveva squadrato da dietro il bancone della pizzeria appena aveva varcato
la soglia del locale. I suoi occhi neri, incisi nella spigolosa faccia da
calabrese, lo avevano passato al vaglio come un metal detector dell’aeroporto.
Evidentemente non aveva trovato niente di sospetto nel suo aspetto, perché gli
aveva sorriso. E aveva capito subito.
«Che posso fare per te, compaesano?», gli aveva chiesto in italiano.
Era iniziata così la sua avventura come cameriere della Bella Napoli. Toni aveva
messo subito i puntini sulle i: lo avrebbe assunto in prova per un paio di
settimane. Se in quel periodo non avesse fatto casini, se avesse dimostrato di
saperci fare fra i tavoli e con i clienti, sarebbe rimasto. Se no, «amici come
prima e salutammo». La paga non era granché, «di più non posso offrirti, amico
mio», ma con qualche mancia avrebbe potuto tirare avanti più che dignitosamente,
trovarsi un alloggio tutto suo e ricominciare da capo. Era più di quanto Mario
potesse sperare e aveva fatto in modo di non perdere l’occasione, lasciando a
casa, la mattina, il suo carattere scontroso e la voglia di sfasciare il mondo
che lo aveva portato sin lì, fuggiasco a Francoforte.
In quei tre anni con Toni non aveva mai avuto da ridire. E se non si poteva dire
che fossero diventati proprio amici, certo andavano d’accordo e qualche birra
insieme, dopo il lavoro, qualche sera se l’andavano a bere. E alla fine – non
era un segno d’amicizia, quello? – nove volte su dieci il conto lo pagava Toni.
Il rombo di un autobus lo scosse dai suoi pensieri. Non poteva aspettare lì in
strada che Toni aprisse la pizzeria. Quei due bastardi potevano rifarsi vivi.
Entro qualche ora, probabilmente, sarebbero andati all’ospedale e, non
trovandolo, il primo posto in cui lo avrebbero cercato sarebbe stato proprio lì,
alla Bella Napoli. Era un peccato non poter aspettare perché Toni, certamente,
gli avrebbe dato una mano o quantomeno i soldi delle due settimane che aveva già
lavorato quel mese. Andarlo a cercare a casa non era possibile. In tanti anni,
si rese conto in quel momento, non lo aveva mai accompagnato a casa, né gli
aveva mai chiesto dove abitasse. Lì vicino, certamente, perché era capitato che
qualche volta lasciasse la pizzeria per andare a prendere qualcosa a casa e
tornasse nel giro di non più di mezz’ora. Ma vai a sapere in quale di quella
selva di palazzi abitasse.
Mario batté con forza le mani fasciate dai guanti di lana l’una contro l’altra
alla ricerca di un po’ di calore, risistemò la cinghia del sacco-valigia sulla
spalla e si mosse in direzione della stazione. Le gambe gli facevano male e la
spalla sinistra era percorsa da una fitta pungente che a tratti gli faceva
contrarre le labbra per il dolore. Fece mentalmente l’inventario delle cose che
aveva messo in fretta e furia nel bagaglio, toccando il rigonfiamento del
giaccone all’altezza del cuore: il passaporto francese era lì assieme alla busta
con trecento marchi. E questo era l’essenziale. Nel borsone aveva infilato un
paio di calzoni pesanti e uno leggero, cinque camicie, la biancheria, il
maglione a collo alto rosso di lana pesante e quello a v verde, più leggero, la
giacca di pelle nera e un paio di scarpe da tennis. Le cassette? Sì, le cassette
le aveva prese tutte. E anche il coltello a serramanico. Non si sa mai. Altro
non c’era stato e, d’altronde, non poteva certo andare in giro con due valigie,
malmesso come era. Meglio viaggiare leggeri e mettere più chilometri possibili e
il più in fretta possibile fra lui e Francoforte. Il resto l’avrebbe visto
giorno per giorno.
Allungò il passo attraversando la strada inseguito dal bip bip del semaforo
giallo. Una fitta all’anca gli fece cedere la gamba sinistra, rischiando di
farlo cadere. Raggiunto il marciapiedi si fermò un attimo per riprendere fiato,
accarezzandosi la coscia. Sotto i guanti, le mani scorticate gli bruciavano e il
medio della destra gli doleva quasi volesse spezzarsi. «Brutti bastardi»,
imprecò fra sé. Come diavolo avevano fatto a trovarlo?
L’indirizzo del fermo posta? No, non poteva essere. C’era stato attento, mica
era nato ieri, lui. L’indirizzo che aveva dato non era certo quello di
Francoforte. I soldi dovevano mandarglieli a Wiesbaden, e così avevano fatto,
regolarmente. Certo per lui non era comodissimo. Gli toccava ogni volta farsi
quasi un centinaio di chilometri per andarli a ritirare, ma era il prezzo da
pagare per starsene sicuro al calduccio nella sua tana di Francoforte. In quel
modo sapevano in quale zona della Germania si trovava, ma da lì a batterla a
tappeto per trovarlo ce ne passava. E poi, quei due bastardi avevano di che
pagare e senza troppe difficoltà. Stavano bene, loro! Da sempre. Da sempre c’era
stata fra loro una differenza abissale. Per loro la banda era un modo per
ammazzare la noia, per sentirsi grandi, per infrangere le regole. Non un modo
per ottenere quanto, altrimenti, lui non avrebbe mai potuto avere. Quando loro
la sera tornavano a casa trovavano famiglie per bene ad accoglierli. Il papà
ingegnere e la mamma sorridente, del tutto incapaci anche solo di immaginare
come aveva passato il pomeriggio loro figlio. Per lui no, era diverso. Quando
rientrava a casa, la sera, spesso non trovava nessuno, e quando, a volte,
sentiva dei rumori in casa... Beh, quasi sempre provenivano dalla camera da
letto dove quella troia di sua madre stava scopando con l’ultimo dei suoi
occasionali amanti. No, stavano bene loro e non avevano problemi a pagare. Ed
era giusto che pagassero. Non giusto: sacrosanto! Se no... Se no lui avrebbe
parlato. Eh sì, spiacente, lo avrebbe fatto. Stufo di fare ancora una volta da
parafulmine.
E ora che cosa gli era saltato in testa a quei due? Venirlo a cercare sin lì,
scovarlo e cercare di ammazzarlo! Investirlo come un cane! Li avrebbe fatti
sputare sangue, quei bastardi! Il doppio, il triplo avrebbero dovuto pagare.
Anche il suo silenzio si era fratturato, come la spalla che continuava a fargli
un male cane. Anche il suo silenzio doveva essere curato.
«E le cure costano... Ah, se costano! Se ne renderanno presto conto», bofonchiò
gettando fuori l’aria in un sibilo salendo i gradini della stazione.
Nonostante l’ora, l’atrio era gremito da un gran viavai di persone. Pendolari
che arrivavano come un fiume in piena che si divideva nei rivoli delle strade di
Francoforte per defluire in negozi e uffici. Mario ne fu quasi travolto. Imprecò
fra sé e si fece largo, camminando controcorrente, sino a raggiungere il
tabellone con l’elenco dei treni in partenza. Ce n’era uno per Bilbao via Parigi
alle 8.08. Guardò l’orologio della stazione: segnava le otto in punto. Valutò se
aveva soldi a sufficienza e decise di sì. Corse verso la biglietteria fendendo
la barriera grigia e cisposa dei pendolari. Poteva farcela.
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