Una battaglia operaia a Genova
1950: autogestione alla San Giorgio

 
di Giordano Bruschi

 

Introduzione

Viaggio di 80 giorni nell'autogestione operaia della San Giorgio


4 febbraio-24 aprile 1950
Il 4 febbraio 1950 cade di sabato. Allora non era stata conquistata ancora la settimana corta, l’orario settimanale di 40 ore stava confinato nel cielo dell’utopia o della speranza, rivendicata ma molto lontana.
Sabato 4 febbraio è giorno lavorativo a Sestri Ponente e anche nel cuore della cittadella operaia degli stabilimenti San Giorgio.
Una fabbrica metalmeccanica di grandi dimensioni (8.000 lavoratori nel 1940, nel pieno della produzione bellica, 7.000 occupati nell’ottobre 1946 allorché San Giorgio passò dalla mano privata all’iri, 5.100 operai e impiegati in quel 1950, 5 anni dopo la fine della guerra, lo sblocco dei licenziamenti concordato tra CGIL e governo, ma contestato, contrastato con efficacia dai lavoratori)
Alle 6 del mattino si incrociano nelle code davanti alle macchine timbratrici i due flussi dei turni operai in uscita e in entrata.
I più solerti del turno antimeridiano arrivano anche mezz’ora prima, per sorbirsi un caffè, scambiare qualche chiacchiera.
Quella mattina, grigia e piovosa, seguiva un venerdì carico di tensione sociale per gli scontri avvenuti tra scioperanti e alcuni crumiri nel cortile della palazzina della direzione in via Siffredi.
Il 3 febbraio è indetto dalla FIOM, CGIL lo sciopero degli impiegati per una vertenza economica di categoria. Da tre mesi, dopo l’allontanamento dell’amministratore ing. Zuccardi Merli, favorevole al programma di potenziamento industriale, dopo l’arrivo del nuovo amministratore delegato avv. Federico Nordio, la tensione sociale è cresciuta, per gli annunci e i primi atti di smobilitazione aziendale.
Un’aliquota minoritaria di impiegati, aderenti al sindacato CISL, da poco costituito dopo la scissione sindacale della CGIL, si reca al lavoro. Picchetti composti da operai e impiegati si formano al di fuori dei cancelli protestano per la diserzione dalla lotta, condotta per il miglioramento economico degli impiegati, al momento molto penalizzati per la perdita del potere d’acquisto degli stipendi.
Manifestazione probabilmente superflua vista la poca consistenza dei crumiri, ma spiegabile solo per l’atmosfera di scontro in atto, provocata dalle misure dell’avv. Nordio, segnatamente alla soppressione della commessa lavorativa di mille macchine per calze, una nuova produzione ispirata dal Consiglio di gestione e simbolo di una volontà di difesa dei posti di lavoro e di ripresa industriale.
Alcuni dirigenti aziendali, con orario di uscita alle tredici, escono mischiati ai crumiri alle ore 12. Nei tafferugli seguiti alla contestazione, caratterizzati prima da grida di riprovazione, poi da reciproci diverbi verbali, successivamente da spintoni, lanci di monetine, sono inevitabilmente coinvolti i dirigenti, che lamentano di essere colpiti anche da qualche sputo.
Un episodio grave di conflitto tra lavoratori dai connotati certo eccessivi di azione e reazione, che viene ampliato a dimensione di aggressione alla direzione.
Organismi operai interni, Commissione interna e Consiglio di gestione, tentano nel primo pomeriggio di discutere con la direzione la natura dei fatti, la portata degli incidenti, l’accertamento delle eventuali responsabilità personali, da definire con un’inchiesta comune.
I colloqui interlocutori tra il segretario del CdG Giuseppe Morasso e il capo personale dott. Allegri, sembrano avviare un confronto.
La risposta ufficiale non arriva. Invece in piena notte, all’1,30 del 4 febbraio, un comunicato Ansa perviene ai giornali e annuncia la decisione della direzione di abbandonare l’aziendae proclamare la serrata.
Rapidamente, nella notte, sono stampati e affissi presso le portinerie di ingresso, i manifesti della chiusura, con l’intimazione ai lavoratori di non presentarsi, assicurando che gli assenti sarebbero stati retribuiti. Cancelli sbarrati, tutti a casa, diffida ai lavoratori di entrare, promessa di pagare coloro che, obbedendo non fossero entrati nei reparti e negli uffici.
Ricatto chiarissimo: o accettare la serrata con la certezza della paga senza lavorare, oppure disubbidire alla direzione, entrare in fabbrica, senza sicurezza alcuna sulla retribuzione.
Per 80 giorni, dal 4 febbraio al 24 aprile, tecnici, operai, impiegati restati al proprio posto – nella misura del 94% operai e 70% impiegati – danno vita alla nuova esperienza dell’autogestione con la prosecuzione normale della produzione, fenomeno mai visto prima, almeno per le dimensioni dell’azienda e la complessità delle 300 lavorazioni da continuare.
La ricostruzione, 55 anni dopo, di questa vicenda di occupazione attiva di fabbrica abbandonata dalla direzione, offre occasione sia di valutazione sullo scontro sociale del paese tra il 1945 e il 1950, sia di riflessione attuale sul ruolo della classe operaia nel conflitto antagonistico tra lavoratori e padroni.
Un racconto oggettivamente di parte, come sono le testimonianze raccolte dai e tra i protagonisti. Insieme un tentativo, 11 lustri dopo, di una considerazione più pacata e distaccata, un tentativo di inquadrare le battaglie operaie del secondo dopoguerra nel conflitto più ampio, tuttora in corso, di trasformazione dell’Italia.
Nei singoli capitoli sono affrontate specifiche tematiche:
a) i timori, le sofferenze di 80 giorni senza salario;
b) l’autogestione produttiva con i risvolti tecnici dell’approvvigionamento, dei miracoli dei rimedi raccattati nel fondo dell’esperienza professionale;
c) l’unità interna tra lavoratori, non scontata per quanto riguarda l’adesione degli impiegati, più soggetti alle campagne dell’azienda e della Cisl;
d) la solidarietà esterna, divenuta nel corso del tempo compartecipazione, consenso di altri operai, di strati sociali ritenuti più lontani o indifferenti, quali esercenti, artigiani, ceto medio;
e) il progetto di difesa del patrimonio industriale, capacità espressa da nuclei operai della fabbrica;
f) i nuovi, inediti, soggetti organizzativi, strumenti della trasformazione: forse il dato più positivo degli 80 giorni, ricollega la resistenza ai licenziamenti a quella del 1943/45 con la costituzione allora della rete dei CLN aziendali, dei comitati di agitazione in fabbrica, dei CLN di territorio, articolati per città, quartieri, strade. Dalla fabbrica che lavora senza direzione si procede alla costruzione, temporanea ma efficace, di un insolito blocco storico stretto attorno ad una specie di gramsciana “casamatta”. Nascono i comitati delle mogli, delle figlie, degli studenti, dei pensionati, dei bimbi, comitati di iniziative nel territorio, nelle scuole;
g) la battaglia della controinformazione, caratterizzata da due strumenti anomali in allora: radio San Giorgio in grado di trasmettere, in fabbrica, alle 10 e alle 17 notizie, rassegna stampa, interviste. E poi l’invenzione del bollettino quotidiano dal fronte di lotta, contenente le notizie della produzione, le iniziative interne ed esterne, la polemica contro le menzogne della prevalente stampa filopadronale;
h) la strategia economica, espressa dal Consiglio di gestione fondata sulle ricche proposte di alternativa produttiva preparate nel triennio 1946/49 con le conferenze di reparto, a smentita di chi a sinistra del PCI e del sindacato tacciava i Consigli di gestione di collaborazionismo con la direzione, in omaggio ad una pretesa rinuncia alla trasformazione rivoluzionaria dell’Italia;
i) infine la riflessione storica su una vicenda, ancora oggi controversa, sul ruolo della classe operaia dopo la Liberazione alle prese col desiderio del cambiamento ma frenata da scelte moderate dei vertici politici e sindacali della sinistra.

È utile ripercorrere in questi capitoli esperienze di partecipazione, creatività, fantasia, anticipatrici di eventi accaduti venti anni dopo, che hanno però radici più antiche. Dopo un Risorgimento egemonizzato da minoranze elitarie della borghesia intellettuale, si affermano le presenze, le iniziative dei lavoratori (le leghe di miglioramento, gli scioperi di Genova confederale, il primo tentativo di scalata alla gestione operaia dei consigli di fabbrica gramsciani del 1919, l’opposizione aspra al fascismo del ventennio, il protagonismo di massa nella resistenza armata al nazifascismo nei venti mesi trascorsi dall’8 settembre 1943, l’insurrezione dell’aprile 1945, verificatasi proprio a Genova il 23 e caratterizzata dalla resa del generale tedesco Meinhold nelle mani del Presidente del Cln, l’operaio Remo Scappini). Il filo rosso della continuità si dispiega nel quinquennio 1945/50 con una classe operaia consapevole dei suoi diritti, della sua forza, non rassegnata alla preponderanza della restaurazione capitalista.
Un capitolo, quello dal 1945 al 1950, che si aggiunge a quelli vissuti, scritti dal 1850 in poi, dall’inizio della industrializzazione di Genova delle sue periferie di Sampierdarena, di Sestri, di Voltri, della Valpolcevera.
Racconti di questi pezzi di storia sono già stati scritti. La testimonianza degli 80 giorni di autogestione della San Giorgio si aggiunge e precede altre vicende, contrassegnate sempre dalla presenza, dal ruolo dei lavoratori, a difesa del patrimonio industriale, considerato parte essenziale, indispensabile a Genova.
La sintesi degli eventi degli 80 giorni è contenuta nel primo capitolo che riassume l’autogestione in maniera strettamente cronologica. Seguiranno singoli approfondimenti tematici su tutti gli aspetti della lotta e sui giudizi conclusivi.


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