Una battaglia operaia a Genova
1950: autogestione alla San Giorgio

 
di Giordano Bruschi
 

Prefazione


Di Marco Doria


Testimonianza partecipata di un episodio emblematico della storia di Genova nel secondo dopoguerra – la lotta operaia del 1950 alla San Giorgio, grande azienda meccanica – il libro di Giordano Bruschi, che di tale lotta fu uno dei protagonisti, propone all’attenzione dei lettori una vicenda dai molti significati.
Alta era la posta in gioco del conflitto apertosi nel febbraio 1950 con l’abbandono delle officine da parte della direzione aziendale e l’inizio dell’autogestione operaia protrattasi per ottanta giorni: un crescendo di iniziative, di mobilitazione, di provocazioni, di sacrifici, sino alla stipulazione dell’accordo che, “conclusione onorevole”, da un lato pone fine alla vertenza e dall’altro costituisce una delle molte tappe della lunga storia delle “battaglie operaie” nel capoluogo ligure.
Si trattava di definire il futuro produttivo delle fabbriche del grande gruppo e più in generale la prospettiva industriale della città; né l’oggetto dello scontro si limitava a queste pur importantissime questioni: al fondo della strategia di ridimensionamento degli stabilimenti sangiorgini c’era la precisa volontà di limitare, o cancellare, il ruolo del movimento dei lavoratori nell’impresa e, quindi, il peso che esso poteva assumere, e in parte aveva assunto, nella società italiana uscita dal fascismo attraverso la guerra e la Resistenza.
Chi fa lo storico di mestiere avverte il bisogno di contestualizzare gli episodi narrati nel libro, che pure offre non pochi rimandi allo scenario nel quale gli eventi si svolsero. Anni difficili, di speranze e illusioni, di aspri scontri politici e ideologici, di dure repressioni e di grandi slanci ideali. Del contesto dell’epoca si vogliono qui brevemente richiamare alcuni tratti distintivi, relativi alla struttura economica e alla classe operaia della città.
Dalla fine dell’Ottocento Genova è ormai un grande centro industriale, un vertice di quel triangolo in cui si concentra la gran parte delle più rilevanti aziende manifatturiere del paese. Attraverso alterne congiunture economiche la città mantiene e sviluppa la propria base industriale, che ha il suo cardine nelle fabbriche metalmeccaniche.
Una seconda caratteristica dell’industria genovese riguarda i suoi assetti proprietari. La borghesia industriale cittadina, protagonista e promotrice di uno sviluppo impetuoso sino alla Prima Guerra Mondiale, è messa alle corde dalla crisi del primo dopoguerra. Crisi di riconversione, apertasi immediatamente all’indomani dell’armistizio, che colpisce duramente un apparato produttivo che vedeva nelle forniture belliche la propria principale, quando non esclusiva, ragion d’essere. Gli imprenditori non dimostrano di possedere mezzi finanziari e disegni strategici tali da garantire una diversa prospettiva di sviluppo alla città e alle sue fabbriche; il loro ruolo appare negli anni Venti drasticamente ridimensionato: molte delle principali aziende sono di fatto controllate dalle banche che da creditrici divengono azioniste di imprese industriali, senza essere peraltro capaci di formulare per esse compiute strategie operative. La crisi del 1929 mette a nudo definitivamente le carenze e i limiti manifestati dapprima dalla borghesia cittadina e quindi dal sistema della banca mista: alcune delle maggiori realtà manifatturiere (Ansaldo e Ilva) evitano la liquidazione grazie all’intervento dello stato che le salva rilevandone la proprietà con la costituzione, nel 1933, dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI), divenuto ente permanente nel 1937.
La larga presenza dell’IRI, accanto alla centralità del settore metalmeccanico, caratterizza l’industria genovese, che nella seconda metà degli anni Trenta si risolleva grazie, ancora una volta, alle generose e abbondanti commesse pubbliche legate alla politica di riarmo e bellicista del fascismo. Si ripropone così lo schema che vede le fabbriche come “arsenali” di guerra. Arsenali nel complesso non sempre efficienti e travolti, come l’intero paese, dall’esito catastrofico della guerra di Mussolini.
All’indomani della Liberazione si ripresenta in tutta la sua gravità il problema del passaggio dalle produzioni belliche a quelle di pace. L’IRI ne è investito direttamente e a Genova assorbe nel 1946 la San Giorgio, principale impresa meccanica privata cittadina, che occupa 8.260 addetti: una ulteriore dimostrazione dell’inadeguatezza del capitale privato genovese ad affrontare le sfide del momento e dell’imprescindibile funzione delle partecipazioni statali. Quello della San Giorgio è sotto questo profilo un caso esemplare: azienda di antiche tradizioni in piena crisi produttiva e finanziaria, essa deve riconvertirsi per competere sul mercato. Solo il soggetto pubblico dispone allora delle risorse necessarie alla sua sopravvivenza.
Dopo due anni di gestione d’emergenza, in cui si risolvono i problemi immediati della ripresa delle lavorazioni senza che si definiscano chiare linee strategiche per le imprese, a partire dal 1947 divengono più concrete in ambiente IRI le discussioni sull’ipotesi di raggruppare in una holding le partecipazioni dell’istituto nel settore meccanico: nel settembre dello stesso anno si vara un piano di riassetto che porta nel marzo 1948 alla nascita della Finmeccanica, cui fanno capo società con complessivi 50 stabilimenti e 88.500 dipendenti.
Nel 1949-1950 la holding procede a una riorganizzazione delle imprese controllate, seguendo il criterio di eliminare le “concentrazioni industriali non giustificabili tecnicamente”, accorpando nella stessa società le fabbriche che svolgono lavorazioni analoghe e rendendo autonome le unità che realizzano singole produzioni: in questo quadro l’Elettrotecnico Ansaldo verrà conferito alla neocostituita Ansaldo-San Giorgio che rileva anche gli impianti elettrotecnici genovesi della San Giorgio, oggetto di una complessa operazione di scorporo. Si tratta di una articolata ristrutturazione che segna un passo avanti sulla strada della razionalizzazione organizzativa, ma lascia irrisolte alcune questioni di non secondaria importanza: con linguaggio odierno si potrebbe dire che restano assai indefiniti i “piani industriali” delle nuove imprese del gruppo pubblico.
La Finmeccanica punta inoltre a un drastico ridimensionamento degli organici. La prima azienda a essere investita dal disegno padronale, propedeutico all’accorpamento coi reparti elettrotecnici dell’Ansaldo, è proprio la San Giorgio la cui storia è narrata da Bruschi. Forti analogie con la vicenda San Giorgio presenteranno gli avvenimenti che riguardano l’Ansaldo negli ultimi mesi del 1950. L’autogestione operaia degli stabilimenti dura in questo caso 72 giorni e termina con un accordo in forza del quale i licenziamenti incentivati da buonuscite interessano 1.300 lavoratori, cui se ne aggiungono altri 1.200 sospesi.
Nel tracciare un bilancio di queste esemplari vertenze del 1950 se ne possono evidenziare alcuni elementi di fondo. Il primo è relativo alla classe operaia protagonista delle lotte, alla sua composizione e alla rappresentazione che ne viene data. Si tratta di una manodopera in cui, per la tipologia delle lavorazioni alle quali era adibita – non di serie, di meccanica pesante – relativamente alta è la quota di operai di buona professionalità, specializzati; le figure di coloro, insomma, che meglio di altri possono incarnare il modello gramsciano del “produttore”, capaci di controllare il proprio lavoro e di essere collettivamente protagonisti dell’autogestione delle fabbriche. Una immagine degli operai genovesi, anche mitizzata, che si inquadra in un ragionamento più ampio secondo cui il padronato, privato e pubblico, non è in grado di avere una funzione dirigente e positiva per il paese; i suoi limiti macroscopici portano anzi l’Italia alla rovina. Secondo questa lettura “catastrofista” della realtà, forgiatasi nel tempo e avvalorata da eventi quali la crisi del 1929 e le tragedie politiche, ma anche economiche, del conflitto mondiale spetta alla classe operaia il compito storico di salvare il paese e la sua base industriale.
Da qui il secondo elemento centrale degli avvenimenti del 1950. Le organizzazioni operaie si impegnano – ed è fondamentale a questo riguardo il ruolo dei consigli di gestione – a formulare proposte di politica industriale, a elaborare strategie per le imprese che attraversano un momento di oggettiva difficoltà. La proposta del Piano del lavoro della CGIL, lanciata nel 1949 e definita per aree territoriali, per settori e per aziende nell’anno seguente, esprime al meglio un’impostazione che, nel quadro di un generale disegno di politica economica di stampo keynesiano, assume la lotta alla disoccupazione come obiettivo prioritario del movimento operaio.
Nel gennaio 1950, alla conferenza regionale della CGIL svoltasi a Genova per presentare il piano del sindacato per la Liguria, si illustra la preoccupante situazione economica della regione, dove i disoccupati ammontano a 148.000 unità, cifra pari a oltre il 20% della popolazione attiva. È logico che in un simile contesto le scelte di ridimensionamento degli organici decise dalla Finmeccanica siano vissute come un’autentica sfida dal sindacato ed è evidente che esse vadano a incidere su una realtà occupazionale assai precaria. Il piano regionale della CGIL si costruisce con numerose “conferenze di produzione”, svoltesi a livello di fabbrica con il determinante contributo dei consigli di gestione, e altre ne stimola: sono occasioni in cui vengono studiate con buona capacità di analisi le carenze organizzative delle aziende, si individuano possibili produzioni da avviare, si suggeriscono provvedimenti per migliorare l’efficienza delle officine. La lettura del materiale allora pubblicato conferma le esemplari caratteristiche di “produttori” di molti quadri operai e tecnici di fabbrica, abili a indicare concrete misure che possano concorrere a gestire meglio i reparti; rimane però assente, o poco approfondita, un’analisi realistica del rapporto costi-ricavi per le lavorazioni che si indicano da intraprendere. L’iniziativa della CGIL assume dunque un rilevante valore politico, e risulta fattore di tenuta e motivante per le lotte che si svilupperanno poco dopo alla San Giorgio e all’Ansaldo, ma pecca in parte di astrattezza per quanto riguarda la definizione di adeguate strategie industriali.
A fronte della generosa mobilitazione sindacale, in cui ragioni difensive (la salvaguardia dei posti di lavoro) si accompagnano a un’impostazione “produttivistica” della quale si sono richiamati pregi e limiti, appare comunque rinunciatario l’approccio della Finmeccanica, che denota una carenza di idee e di spinta imprenditoriale evidente solo che la si confronti con il dinamismo dimostrato invece dall’IRI in settori di base, come il siderurgico, e di servizio (è il caso della telefonia e poi della televisione).
Nel volume, corredato da un’ampia appendice documentaria, si ripercorrono le diverse fasi di una vicenda appassionante e vissuta con passione dai tanti suoi protagonisti. Ne voglio sottolineare alcuni aspetti che mi paiono rilevanti.
Il primo riguarda la capacità della classe operaia della San Giorgio, vero soggetto collettivo della storia, di intessere rapporti di solidarietà con la popolazione, quella di Sestri in particolare. Alla base di tale relazione simpatetica e di concreto sostegno stanno certo la forte omogeneità sociale della comunità sestrese e del Ponente operaio genovese. La fabbrica è inoltre percepita come un pezzo importante, qualificante, insostituibile del quartiere; gli abitanti della delegazione condividono con i lavoratori un universo di valori che ha nell’antifascismo e nell’impegno per il riscatto dei ceti subalterni i suoi cardini. La solidarietà è possibile e regge anche per le forme con cui è portata avanti la lotta: si punta al coinvolgimento delle persone, dialogando e spiegando, si cerca il rapporto con le istituzioni, locali e nazionali, viste come articolazioni di uno stato democratico e non come soggetti estranei e lontani; si evitano infine derive ribellistiche e violente che condannerebbero il movimento all’isolamento e alla sconfitta.
Anche per questo la lotta e l’iniziativa operaia, vittima di quella vera e propria “congiura del silenzio” ordita dai mezzi di comunicazione “indipendenti”, i giornali genovesi non schierati – come “l’Unità” e “Il Lavoro” – dalla parte delle maestranze irrompe all’attenzione dell’opinione pubblica, anche quella meno vicina alla sostanza e alle implicazioni della lotta. Il tema dell’informazione è dunque, allora come oggi, cruciale: il controllo dei media deve servire a nascondere la realtà o a fornirne una versione deformata. L’episodio che ha visto come involontario protagonista Bruschi, accusato in modo grottesco di un reato e per questo incarcerato è esemplare: il militante sindacale viene presentato subito come colpevole, si racconta di una sua mai avvenuta confessione, non si pubblica la sua recisa smentita e solo a conclusione del tutto si darà notizia del suo pieno proscioglimento. Informazione “indipendente” e controinformazione sono dunque elementi interni alla battaglia della San Giorgio.
Se il mondo in cui il lettore si cala leggendo il libro appare così diverso da quello di oggi (appartengono ormai davvero alla storia di Genova quella realtà industriale e quella classe operaia così come il clima e la cultura politico-ideologica di allora) le questioni delle forme della mobilitazione politica e sociale e del rapporto tra esse e l’informazione sono invece di estrema attualità. Ed è infine di bruciante attualità il tema, vero ordito di fondo del libro di Giordano Bruschi e della sua vita di militante, della difesa dei diritti dei lavoratori, ieri delle tute blu della San Giorgio, oggi dei tanti che a Genova e nel mondo li vedono minacciati o li devono ancora conquistare.


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