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Benedetto Zaccaria
Ammiraglio e mercante
nella Genova del Duecento
di Roberto Lopez
Introduzione
Ci sono nella vita uomini che, pur
provvisti d’ingegno e di coraggio, vegetano in disparte perché non hanno trovato
chi li sapesse «lanciare». E ci sono nella storia personaggi che, pur
distinguendosi dalla massa grigia e meritando di prender posto fra gli uomini di
Plutarco o fra i busti del Pincio, restano poco conosciuti e poco amati dai
posteri perché sono tuttora avvolti nel cono d’ombra di qualche potente che li
aveva arruolati, o perché i topi hanno mangiato la filza di documenti che li
riguarda, o perché infine non hanno trovato uno storico che si dedicasse a
riesumarli.
Fra questi naufraghi della storia, non c’è dubbio, un posto d’onore tocca a
Benedetto Zaccaria. Amico di Bonifazio VIII; congiunto del trovatore Percivalle
d’Oria e capace egli stesso, quando occorra, di maneggiare la penna; parente
degli ulissidi Vivaldi e del geografo Andalò di Negro; mercante, ammiraglio e
diplomatico uguagliato da pochi, questo grande genovese avrebbe meritato
altrettanta attenzione quanta ne dedichiamo a ognuno dei tirannelli di Romagna e
del Veneto, o ai meno significativi fra gli epigoni della scuola siciliana.
Invece, di quest’uomo che trafficò e combatté su tutti i mari, dal golfo di
Taganrog al Mare del Nord, di quest’«uomo mondiale» – per servirci della bella
espressione di La Roncière – non esiste neppure una biografia. E per questo è
stato redatto il presente lavoro, che vuol essere una pietra all’edificio della
biografia da scriversi... o per lo meno un mattone.
Il compito non era facile: si trattava di raccogliere le tracce di un commercio
che da Genova si irradiava fino al Belgio e alla Russia, fino alla Siria e alla
Spagna. E poi bisognava cercar di seguire lo Zaccaria attraverso le sue
peregrinazioni e i suoi sbalzi.
Dall’Impero bizantino (dove uno dei Cesari gli offre in feudo un porto e una
montagna d’allume) alla Castiglia (dove il medesimo imperatore lo manda per
intessere tenebrose trattative che si collegano con le guerre del Vespro); dalla
Castiglia a Genova (impegnata allora nel duello mortale con Pisa, che per opera
dello Zaccaria soccombe alla Meloria); da Genova a Tripoli (dove tenta di
stabilire una roccaforte genovese contro i Saraceni e donde ritornando deluso
assalirà le navi egiziane per sfida e rappresaglia); da Tripoli ancora in
Castiglia (dove sarà l’artefice della prima vittoria navale dei Castigliani
contro il Marocco, ma verrà ricompensato con la più nera ingratitudine); dalla
Castiglia in Francia (dove organizzerà, cinquecento anni prima di Napoleone, il
blocco continentale dell’Inghilterra); dalla Francia a Genova e all’Oriente,
dove progetterà una Crociata e conquisterà un’isola, futuro baluardo della
Cristianità contro i Turchi.
Una vita ben riempita, come si vede. E l’interesse che desta il personaggio si
accresce se consideriamo il tempo e il luogo dove visse.
Il periodo più glorioso della nostra storia, dalla caduta dell’Impero romano in
poi, è senza dubbio nei giorni dell’apogeo mercantile e industriale delle nostre
città: quando cioè, liberi da stranieri se pur non dominatori, tenemmo in pugno
almeno l’impero commerciale del mondo. Talune città, come Firenze, diedero
bagliori più tardivi; altre, come Venezia, scrissero le pagine più fulgide, se
non mercantili, militari, nella lotta contro i Turchi; altre infine, come
Amalfi, erano già in grave decadenza allo spirar del Duecento. Ma se noi
riusciamo ad astrarre dal particolare per guardare le cose dall’alto, il momento
migliore della nostra economia lo dobbiamo cercare in questi anni. Prima, gli
Italiani non osavano oltrepassare in spedizioni continue e regolari le Colonne
d’Ercole e il Bosforo; l’Europa occidentale e gli Imperi dei Mongoli non erano
ancora attraversati in ogni direzione dai nostri mercanti; e l’arte, l’altro
nostro primato degli anni successivi, era ancora ai primi vagiti. Più tardi, gli
Egiziani e i Turchi arrestano lo sviluppo dei traffici di Levante, mentre in
Occidente vanno formandosi forti monarchie che presto minacceranno
l’indipendenza dei nostri Comuni; i Catalani contendono il dominio delle acque
alle Repubbliche italiane, una delle quali è agonizzante, mentre le altre due,
Genova e Venezia, si sono dissanguate nelle guerre reciproche; Firenze ha subito
il dissesto de’ suoi banchieri. L’attimo fuggente in cui l’Italia, vivendo Dante
e dipingendo Giotto, tocca il culmine della sua egemonia, si può fermare tra gli
ultimi anni del Duecento e i primissimi del Trecento.
Non a caso ho più volte citato tre sole città, la Superba, la Serenissima e la
Fiorente: la storia loro, almeno in questo fortunato periodo, è tutt’uno con la
storia del mondo, mentre le vicende delle città lombarde – quantunque i loro
banchieri siano famosi oltre monte e oltre mare – e le convulsioni del
Mezzogiorno – anche se Carlo d’Angiò può pensare che per uomo veramente forte,
poca cosa è il mondo intero – hanno un valore limitato alla breve cerchia del
loro immediato orizzonte politico.
Fra queste tre città, non v’è dubbio, negli ultimi anni del secolo XIII, Genova
ha il primato.
Ha annientato senza speranza di rinascita la potenza di Pisa, ha umiliato i
Veneziani a Curzola, ha sfidato impunemente l’ira di Carlo d’Angiò, sostenuto
dai Guelfi esuli da Genova e dalla Lega toscana. La concorrenza delle altre
nazioni commercianti è vinta dovunque, dal Nilo al Volga; nell’Impero greco i
basilei accordano ai Genovesi una egemonia che essi sapranno difendere poi
contro le cupidigie degli altri; con l’Egitto sono in ottime relazioni
d’amicizia; con i Mongoli Persiani tanto intimamente collegati che un genovese
percorre l’Europa come ambasciatore degli Ilkhan, e i Liguri si recano a
costruire le flotte dei Tartari a Baghdad; sul Mar Nero hanno il primato senza
contrasto. Nell’Occidente sono arbitri delle marine francesi e castigliane, cui
forniscono finanziatori, costruttori e ammiragli. Genova non è priva in questo
tempo neppure di poeti: Lanfranco Cigala, Percivalle d’Oria, Bonifacio Calvo,
Luca Grimaldi cantano d’amore, di politica e di guerra, mentre Jacopo d’Oria,
pur nel suo brutto latino, è uno dei migliori storici del suo tempo. E se
Venezia è giustamente altera di Marco Polo, Genova è patria dei Vivaldi.
Eppure la storia di Genova è molto meno studiata di quella delle consorelle
dell’Adriatico e dell’Arno. Dopo la storia apologetica del Canale, che ha ormai
ottant’anni, non è stata tentata alcuna narrazione organica che partendo dalle
origini ci conduca al tramonto: il lucido articolo di Vitale nell’Enciclopedia
Italiana ci fa rimpiangere ch’egli non si sia provato in una ricostruzione meno
succinta. Il Manfroni, è vero, ha ricostruito da par suo i successi navali della
Repubblica; Heyd in un’opera magistrale, ma un poco invecchiata, ha gettato le
basi di una storia degli scambi; il Caro ha tessuto sul periodo che noi
prendiamo particolarmente in esame uno studio condotto con una sorprendente
conoscenza delle fonti, edite e inedite. Ma anche l’opera del Caro – nome
italiano, ma erudito tedesco – pur con grandi pregi dal punto di vista della
storia politica, non può fornire un’idea compiuta della storia di Genova, perché
non dà adeguato sviluppo alle vicende commerciali e coloniali.
Perché questa è una delle maggiori difficoltà che si presentano allo storico
della città ligure: la storia di Genova va fatta più dal di fuori che dal di
dentro; i suoi abitanti vivono, lottano, si illustrano più fuori le mura, oltre
il porto, che non nell’arco delle Riviere. Fra la vita dei Genovesi d’oltremare,
interessante, vasta, gloriosa e le vicende interne, grette e turbolente, si nota
il più stridente contrasto. Una città che ha osato sfidare i due Federichi e
Carlo d’Angiò, accoglie più tardi la signoria del «re da sermone» e del pazzo
Carlo VI di Francia! Causa di questo è soprattutto l’individualismo
irrefrenabile, intenso più che in ogni altra città, in un’epoca individualista
per eccellenza: tale che Genova non può mai avere un governo ordinato fino al
Cinquecento, e anche allora il cappello biennale di doge è – più che un onore –
un carico dispendioso e sprovvisto d’autorità, da cui molti cercano
disimpegnarsi.
Da tali caratteristiche nasce la conseguenza che, meglio che una storia di
Genova, occorre tessere una storia dei Genovesi: che le vicende della città
appariscono povere e scialbe, mentre nella rievocazione tutta frammentaria dei
personaggi e delle colonie sta la vita e la gloria della città di Colombo. Si
moltiplichino dunque le biografie e i regesti degli empori levantini e le
ricostruzioni dell’attività genovese nel Ponente: solo quando questo lavoro sarà
compiuto, potremo costruire la storia della Superba senza immiserirla.
Uno studio come questo, che riguarda un personaggio la cui attività si è estesa
dal Mare d’Azov allo Stretto di Gibilterra, dalla Fiandra all’Egitto, non può
pretendere d’essere esauriente. Forse gli Archivi di Spagna e di Francia ci
riserbano per l’avvenire qualche preziosa notizia; forse qualche diploma
bizantino verrà nuovamente trovato e salvato dalla dispersione. E soprattutto
l’Archivio di Genova potrà procurarci ancora molti e molti particolari.
Esplorarlo a fondo è un compito che supera una vita umana; ma quando gli sforzi
concordi degli studiosi avranno portato a conoscenza del pubblico la massima
parte dei quaderni notarili, senza dubbio verranno eliminate molte incertezze
anche sulla vita di Benedetto Zaccaria, soprattutto per il periodo della
giovinezza.
Se questo libro, nonostante la difficoltà di riunire un materiale vasto e
disperso, non sembrerà soverchiamente frammentario e incompiuto, lo si dovrà
anche alla cortesia di tutti coloro i quali hanno favorito l’autore del loro
appoggio.
Debbo ringraziare prima d’ogni altro il professor Romolo Caggese, mio Maestro, e
il professor Giuseppe Gallavresi, i quali mi hanno sorretto coi loro consigli e
testimoniato per primi la loro benevolenza; e devo al senatore Manfroni una
ricca bibliografia, che insieme coi suggerimenti del prof. Caggese, mi ha
servito di guida.
Ho trovato a Genova la più cordiale accoglienza dagli studiosi di quella città.
Il prof. Revelli dell’Università; il prof. Valle della Biblioteca Brignole-Sale;
il prof. Di Tucci, il marchese Pessagno e i signori Piccardo e Passaggi
dell’Archivio di Stato mi sono stati larghi di consigli e di informazioni. Ho
avuto col signor Rosina molti colloqui, proficui a entrambi: il volume che egli
prepara sugli Zaccaria De Castro, rispecchierà certo la profondità delle sue
ricerche, e mi spiace di non aver fatto in tempo a giovarmene. Ma soprattutto mi
è caro professare la mia gratitudine al prof. Vitale, che mi ha aperto i tesori
della sua esperienza.
Le mie ricerche poco fruttuose a Venezia, a Roma e a Marsiglia mi hanno però
dato modo di apprezzare la cortesia dell’on. prof. Pietro Orsi, di mons.
Mercati, del prof. Raoul Busquet. Ho avuto da Parigi l’assistenza degli eminenti
storici Carlo de La Roncière e Andrea Sayous; da Barcellona il chiarissimo prof.
Soldevila mi ha favorito il suo benevolo concorso; da Madrid la signora Gaibrois
de Ballesteros mi è stata gentile informatrice; da Bucarest l’illustre prof.
Bratianu mi ha chiarito alcuni punti oscuri; infine il prof. Posthumus della
Università di Amsterdam mi ha fornito alcuni dati sul commercio dell’allume nel
Settecento.
A tutti questi insigni studiosi desidero ancora una volta esprimere la mia
devozione e la mia riconoscenza.
R. L.
Milano, novembre 1932
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