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Benedetto Zaccaria
Ammiraglio e mercante
nella Genova del Duecento
di Roberto Lopez
Prefazione
Ri-nascita dell'Europa mediterranea
di Gabriella Airaldi
Di fronte al mondo che cambia, lo storico
deve tornare a fare i conti con se stesso. Oggi, per rispondere adeguatamente
agli impulsi provenienti dalla globalizzazione incalzante, deve metter da parte
le ormai consolidate, rassicuranti microstorie. Oggi, infatti, si parla
dell’Europa e del suo rapporto con il mondo; si medita sui caratteri di una
“civiltà europea” peculiare e coerente, diversa, lontana anche da ciò che gli
europei stessi hanno costruito, proiettando i propri modelli di vita fuori dai
naturali confini. Lo storico, allora, deve farsi qualche nuova e appropriata
domanda sulle “origini”. Deve riprendere in mano il millennio medievale, momento
fondante della costruzione europea e, rileggendolo, trarne le indicazioni
necessarie a coglierne i caratteri. Deve rievocare senza timore la definizione
di “medioevo”; opinabile, se usata per misurare il tempo breve della politica o
quello medio dell’economia; compendio ideale, invece, del “tempo lungo” imposto
dalla formazione di una “civiltà”. Gli conviene ricordare, infine, che solo per
chi abita l’estremo Occidente eurasiatico il Mediterraneo può fin da allora
essere e restare il “centro del mondo”(“medium terre tenens”); mentre per chi ne
vive al di fuori, e innanzitutto nel grande impero islamico, il Mediterraneo è
invece solo la conclusione di una geografia diversa, di cui certamente non
rappresenta né il cuore né la mente.
Cuore e mente dell’Europa invece il Mediterraneo lo fu certamente, almeno a
partire dai secoli centrali dell’età medievale. E lo rimase anche quando un uomo
dell’Europa mediterranea, figlio della “più atlantica” delle città italiane,
fece saltare i limiti dell’antica geografia. Fu il viaggio di Colombo a rendere
l’Europa una realtà consapevole di sé, diversa da quello che la circondava. Ciò
non modificò il saldo rapporto che legava il continente europeo al suo mare;
anche se di fatto il genovese Colombo, uomo di cultura essenzialmente
mediterranea, avrebbe finito con il rendere il sogno di Ulisse metafora
cosciente e costante di un’identità europea più ampia. Dal mare, dalla capacità
di dominarlo oltrepassandone i confini, dal commercio e dalla moltiplicazione
delle sue formule, dall’eredità di saperi più lontani e più antichi aveva tratto
la sua linfa la “curiosità” degli Europei, in altre parole l’istanza “globale”
della loro espansione.
Il vento nuovo aveva cominciato a soffiare alla fine del Mille. Era partito dal
cuore dell’Europa mediterranea e, filtrando attraverso i precisi varchi di
alcune nuove città-stato, aveva invaso le viscere del continente europeo,
innestando sugli statici moduli terrieri il dinamismo di una nuova economia e la
vivacità di nuove spinte politiche. Alla fine del Mille era capitato ciò che mai
prima di allora era successo nella storia. Tra le Alpi e il Tevere erano
germogliate città che avevano proposto nuovi modelli di governo, nuovi modelli
economici. Gli uomini di queste città avevano scelto il mercato, imponendone
regole e strumenti prima all’Occidente europeo e poi a tutto il mondo
conosciuto. Qualcuno, come Max Weber, avrebbe ritenuto – sbagliando – le origini
del capitalismo ben più tarde e ben più radicate nel continente. Invece l’Europa
degli “orizzonti aperti” era nata già nelle menti e nei capitali degli uomini
d’affari genovesi, fiorentini, milanesi. In questo precoce modello europeo forte
e vorace; variabile e avvolgente; adattabile e penetrante; creativo e
distruttivo, trova le sue radici la “globalizzazione”.
È compito dello storico – ha detto Marc Bloch – “studiare il cammino dell’uomo
nel mondo”.Ciò significa che anche la storiografia è obbligata a compiere un suo
cammino. Di fronte al dinamismo dei tempi attuali, c’è bisogno di un vento nuovo
che, spazzando le minuzie della “local history”, torni a far riflettere sui
grandi temi. Per cercare di capire chi siamo e dove possiamo andare, dobbiamo
porre di nuovo mano ad una storiografia degli “orizzonti aperti”; dobbiamo
tornare a ragionare sulla città, culla di culture essenziali alla storia
mondiale; sui suoi uomini, individui proiettati all’esperienza e alla
“scoperta”. Dobbiamo tornare all’Europa mediterranea, bacino formatore di una
parte essenziale dell’identità europea. Dobbiamo, infine, tornare ancora una
volta a Roberto Lopez. E con lui torneremo alla città che, con maggior costanza
e pervicacia, è stata anello di collegamento tra il Mediterraneo e l’Europa e
poi tra l’Europa e l’Atlantico: a Genova, “porta” sul mondo. Torneremo ai
genovesi come Guglielmo Embriaco e Benedetto Zaccaria; uomini senza corona che
molti secoli fa, in un preciso momento della storia, hanno fatto
dell’innovazione economica e politica il loro punto di forza, adattandone
strumenti e metodi alla loro realtà, creando con i loro uomini e loro famiglie,
una rete di presenze e di investimenti destinata a superare i secoli.
Le dinamiche globali e i problemi che le accompagnano aiutano oggi gli storici
ad uscire dalle felici ma anguste nicchie protettive in cui, ansiosi di facili
certezze, si sono a lungo chiusi, perdendo infine il contatto con i grandi
cambiamenti mondiali. “Idee grandi, modelli ed esempi piccoli e stretti”, ha
detto Lopez; che, fin da giovanissimo, pensando in grande, aveva definito per
primo, con maestria ineguagliabile, l’apporto essenziale dell’area
euromediterranea alla formazione di un’identità europea, migrata poi nel resto
del mondo. Non è un caso infatti che, ancora oggi, la suggestiva figura di
Benedetto Zaccaria rappresenti – per la storiografia mondiale – un punto di non
ritorno.
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