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Biglietto di sola
andata
di Annamaria Fassio
1
A scoprire il cadavere fu Tancredi, anche
se poi Lorenzo e Biscardi si presero tutto il merito, e in televisione finirono
loro e non Tancredi, che per tale motivo non rivolse mai più la parola agli
amici...
Era un vecchio di circa settant’anni. Giaceva contorto sulla massicciata, subito
dopo la stazione di Arquata Scrivia, in un tratto dove i sambuchi e le acacie
avevano formato una sorta di giungla rigogliosa e selvaggia. Più oltre si poteva
vedere il tracciato dell’alta velocità tagliare di netto la campagna.
Tancredi vide prima una scarpa, poi un’altra, poi un piede di un colore
rosso-viola, dove il bianco delle ossa si confondeva con il giallo sporco di un
calzino. Un rimasuglio di calzino sul quale si arrampicavano nere schiere di
formiche.
– Ehi, guardate un po’ qua! – aveva sussurrato come in soggezione davanti a quel
corpo che la sera imminente riempiva di ombre. Il crepuscolo stendeva i suoi
colori da cartolina sulle rotaie e dieci metri più a valle lo Scrivia scorreva
placido e inquinato come ogni giorno. – Guardate un po’ qua. – Ora la voce di
Tancredi si era alzata stridula. Aveva voglia di mettersi a piangere, di
vomitare, di correre da sua madre, di scomparire. Invece era rimasto impalato a
guardare il cadavere gonfio di gas. Un liquame nero e spesso usciva da due
osceni buchi neri che dovevano essere stati gli occhi.
Si chiamava Alessandro Dallorto, aveva settantatré anni, abitava appena fuori
Asti, in una zona residenziale sulla statale per Torino. Viveva solo, era vedovo
da almeno una decina d’anni e per tale motivo nessuno l’aveva cercato né si era
curato di denunciare la sua scomparsa. I documenti erano stati trovati in una
tasca interna della giacca, insieme a pochi spiccioli e alle carte di credito.
Tancredi prima, Lorenzo e Biscardi poi giurarono di non aver toccato nulla né di
aver visto alcun oggetto di fianco al cadavere.
E perché poi avrebbero dovuto trovare qualcosa? Alessandro Dallorto era morto
già da un pezzo quando era stato rinvenuto dai tre ragazzini.
Suicidio? Omicidio? Rapina?
Tutto era possibile, e per una settimana Dallorto era stato in prima pagina,
insieme alla guerra in Palestina. In quei giorni Tancredi era stato convocato
spesso in commissariato, almeno tre volte, poi sua madre si era stufata e
l’aveva spedito dai nonni a Pavia. E così Lorenzo e Biscardi erano rimasti soli
a raccontare di quel pomeriggio in cui risalendo la ferrovia si erano imbattuti
nel povero Dallorto.
– Era tutto rosicchiato dai vermi – continuava a ripetere Biscardi.
Lorenzo faceva di sì con la testa; s’infilava un dito nel naso e annuiva
ripetendo: – Tutto rosicchiato dai vermi.
Da Voghera arrivò anche una parente della vittima. La donna si presentò
all’Ospedale Nuovo di Alessandria accompagnata da due agenti della Polfer. Era
una mattina fredda e nuvolosa e la donna (anche lei si chiamava Dallorto) si
strinse nella corta giacchetta di lana.
– Non è un bello spettacolo – l’avvisò il medico sollevando il lenzuolo.
– Mica so se è lui... Mica so se è Alessandro – sospirò lei facendo una smorfia.
E fu tutto. Era il 15 febbraio.
2
In casa stava squillando il telefono.
Antonio Maffina, primo dirigente della Squadra mobile di Genova, lo sentì nel
momento in cui arrivò sul pianerottolo, dove una finestra lunga e stretta
gettava una luce smorta sulle mattonelle sbrecciate del pavimento. Era una
domenica di marzo ventosa con accenni di sole in un cielo slavato e pallido.
– Dottore, mi scuso – disse la voce nasale dell’agente semplice Padovani. –
Un’emergenza. Abbiamo mandato una macchina a prenderla. Dovrebbe essere lì a
minuti.
Maffina sentì il suono della sirena nel momento in cui chiudeva la
comunicazione.
In via Diaz c’erano almeno cinque macchine con i lampeggiatori accesi e un
andirivieni di agenti in divisa. L’autista che aveva prelevato Maffina non si
era sbilanciato più di tanto: c’erano stati tafferugli allo stadio, ma nulla
d’importante, i soliti esagitati della domenica. – Il puttanaio, dottore, è
successo a Castelletto. Da non crederci... Un quartiere così per bene!
Pier Francesco Tofano si era sempre considerato un uomo fortunato: penalista di
successo, una solida famiglia alle spalle, una moglie che era stata Miss Liguria
nei gloriosi anni Sessanta, due figlie, Federica e Alma, che sembravano il
ritratto da giovane della madre. Abitava in corso Solferino, in un superattico
di duecento metri quadrati, e a Genova era stato uno dei primi, se non il primo,
a servirsi di domestici di colore. Una vita fortunata, pensava spesso Pier
Francesco. Amava molto la vita, la sua professione, scopare con la moglie
nonostante tutti quegli anni alle spalle, dare del tu ai potenti della città.
Tutto questo si spezzò una domenica di marzo. Erano le sei di sera quando Pier
Francesco Tofano uccise un domestico, le figlie Federica e Alma, e poi si
barricò nella camera da letto insieme alla moglie e al fucile a canne mozze.
Il questore Luzzi aveva chiamato in sede i dirigenti e i commissari (oltre a
Maffina erano presenti Pisani, Lucenti e Viacava) e parecchi agenti del NOCS, e
ora se ne stavano tutti ammucchiati intorno alla sua scrivania in attesa di
istruzioni. Quelli del NOCS, in bomber nero, passamontagna e giubbotto
antiproiettile, avevano un viso impenetrabile, come a voler rimarcare la loro
diversità.
– Il portinaio ha un mazzo di chiavi, naturalmente. Lo ha già consegnato ai
nostri agenti – stava dicendo Luzzi.
– Chi c’è laggiù? – chiese Maffina.
– La Franzoni. È brava, no? – Il questore spiegò che era stata Erica a ricevere
la segnalazione. Erica era da pochi mesi commissario capo. Aveva superato il
concorso a pieni voti ma, nonostante fosse abilissima nel negoziare e nel
rilasciare interviste equilibrate ai media, la sua carriera stentava a
decollare.
– La Franzoni ha chiesto subito rinforzi. Dobbiamo studiare una linea d’azione,
e alla svelta. – Luzzi guardò l’orologio. – La telefonata è arrivata non più di
venti minuti fa. Siamo ancora in tempo a fermare quel folle o no?
Maffina si strinse nelle spalle. – Chi ha chiamato?
– I vicini del piano di sotto. Hanno sentito le urla delle ragazze e subito dopo
gli spari.
– Quanti spari?
– Non lo sanno.
– Come non lo sanno?
– È un tormentone. Qualcuno ha parlato di due spari, altri di tre.
– E la Franzoni che dice?
– Ha già chiamato i pompieri e la Croce, naturalmente, e ha allertato gli
ospedali.
– Quante persone ci sono in casa?
Luzzi scosse la testa. – Non lo sappiamo con esattezza. Le figlie, la moglie,
probabilmente qualche domestico...
Maffina spense la sigaretta con un gesto brusco. – Dobbiamo trovare qualcuno
disposto a entrare in casa, capace di negoziare. Non voglio lasciare Erica da
sola.
– È un ottimo elemento, ma tra il dire e il fare... – E il questore gli lanciò
uno sguardo eloquente.
Dieci minuti dopo erano davanti alla casa di Tofano. Sul marciapiede si era
radunata una folla consistente; c’era pure un sacerdote che guardava ansioso le
grandi vetrate dell’edificio. Alcuni pompieri si stavano arrampicando lungo una
scala. Nonostante fosse ancora chiaro, potenti riflettori illuminavano la
facciata del palazzo dove gli stucchi e i decori Liberty sembravano ingigantiti.
– Ho dato io l’ordine – disse Erica senza nemmeno salutare. Il suo viso era
pieno d’ombre.
Maffina notò che aveva il giubbotto antiproiettile slacciato. – Il giubbotto –
disse facendo un gesto con la mano.
Erica lo allacciò automaticamente, il viso proteso verso l’alto, i piedi che
battevano nervosamente sul selciato. – Ora che siete arrivati possiamo tentare
anche dalla porta. – Indicò i vigili del fuoco che avevano quasi raggiunto la
terrazza. – Da quella parte si affacciano tutte le stanze di rappresentanza,
almeno così mi ha detto il portinaio.
– Speriamo che Tofano sia in qualche altra stanza.... Io salgo con loro. –
Maffina alzò lo sguardo verso l’attico, dove una selva di piante esotiche si
stagliava contro le ombre della sera.
Fu in quel momento che sentirono altri spari.
Sembravano tutti morti quando Maffina riuscì a entrare in casa. Le due ragazze
giacevano a pochi metri una dall’altra nel bel salone le cui finestre si
affacciavano sulla terrazza. La più giovane delle due, seppe poi che si chiamava
Alma, aveva cercato di fuggire e probabilmente non era morta subito, vista la
scia di sangue che si era lasciata alle spalle. In cucina, riverso in una pozza
di sangue, c’era un domestico. Tofano gli aveva sparato in pieno viso. Infine
Maffina trovò la moglie di Tofano in camera da letto. Il penalista l’aveva
legata alla spalliera del letto, l’aveva sodomizzata con una bottiglia rotta (i
frammenti di vetro erano sparsi in ogni dove) e infine le aveva sparato alla
testa.
Poi aveva ricaricato l’arma e aveva cercato di farla finita.
Il pronto soccorso del Galliera era intasato di giornalisti, poliziotti e
personale paramedico. Maffina si fece largo tra la folla cercando, per quanto
possibile, di passare inosservato. Finalmente intercettò Erica. – E allora? Hai
saputo qualcosa?
– È ancora vivo. L’hanno portato in sala operatoria proprio adesso.
– Cosa dicono i medici?
– Non si sbilanciano.
Maffina si guardò intorno. – Non vedo Luzzi.
– È giù all’obitorio insieme a Beneventi. Volevano dare un’occhiata alle
vittime.
– Perché tanta fretta?
Erica si passò una mano sugli occhi. Parlò con voce raschiante. – Non lo so e
nemmeno voglio saperlo. Non dimenticherò mai quella scena, mai! Che mestiere di
merda, il nostro.
E Maffina non seppe cosa risponderle.
3
Gli anfibi nuovi le avevano procurato una
grossa vescica sul calcagno. Un piede appoggiato alla vasca da bagno, l’altro
saldamente ancorato al tappetino di spugna, Erica osservava con aria critica la
pelle rossa e infiammata. C’era anche del pus, una macchiolina gialla e spessa
venata di rosso.
– Merda! – imprecò. Prese del cotone e dell’acqua ossigenata e incominciò a
pulire la ferita; poi applicò il Cicatrene e mise il cerotto. Zoppicando andò in
camera da letto alla ricerca di un paio di calzini puliti. Infine rimase in
maglietta e mutandine, ferma davanti allo specchio a guardarsi con aria critica.
Ultimamente era ancora dimagrita e sul viso erano comparse nuove rughe,
soprattutto intorno agli occhi e alla bocca. I punti dolenti.
– Dovrei scopare di più – disse a voce alta. Fece una smorfia allo specchio. – E
dovrei smetterla di parlare da sola come una demente. – Altra smorfia che le
deformò i lineamenti. Scrollò due o tre volte la testa con forza, sino a quando
i capelli non incorniciarono il viso come piaceva a lei. Gel sulla frangia e su
un ricciolo vicino alla tempia. Dall’armadio scelse un paio di pantaloni
elasticizzati e una maglia verde militare. Si guardò con aria critica, buttò via
la maglia e prese una camicia bianca con il colletto di pizzo.
– Non sono tagliata per fare soldato Jane – disse alla propria immagine. La
camicia era di una stoffa morbida e leggera e le illuminava il viso. Infilò la
Beretta nella borsa, prese una felpa e uscì di casa.
Il treno di Daniele sarebbe arrivato solo di lì a un’ora.
Appoggiato alla cancellata di ferro, Maffina osservava la gente ciondolare lungo
corso Galileo Ferraris con la svogliatezza tipica di chi non ha nulla da fare.
Nonostante il cielo fosse coperto, era una giornata calda e afosa, come spesso
capita a Torino a maggio. Era domenica e lui aspettava Annalisa, ma come sempre
lei era in ritardo. Finalmente comparve da via Magenta, camminando spedita
com’era sua abitudine. Indossava una lunga gonna di seta indiana e si era
tagliata i capelli. Al posto della treccia sfoggiava un caschetto liscio e
compatto che a Maffina ricordò quello della Valentina di Crepax.
– Come sono contenta che tu sia venuto! Finalmente una domenica insieme – disse
Annalisa quando fu davanti a lui. Poi la sua bocca si tese in un sorriso, ma gli
occhi rimasero seri e assorti.
Anche Michelino quella domenica guardava la strada. In piedi sulla sedia, con i
vetri ermeticamente chiusi perché sua madre aveva paura che cadesse, il bambino
osservava il flusso dei passanti che curiosavano tra le bancarelle dei
robivecchi, sciamando lungo Borgo Dora come un esercito di disciplinate
formiche.
Michelino guardava la strada e sognava il mare...
Il cielo della pianura non è un cielo normale: la sua consistenza è diversa,
com’è diverso il passaggio delle nuvole. Talvolta sembra che ti frani addosso,
altre è lontano e la sua presenza è qualcosa di astratto. Altre, infine, è come
assente, nascosto da un gran biancore che sembra annullare le distanze.
Quella domenica di maggio il cielo sopra Felizzano si negava agli sguardi. La
campagna era affogata sotto la calura precoce, e dalle strade a monte della
stazione si alzava una nuvola di polvere bianca. Tutto era silenzioso e
addormentato.
“Un paese di morti” pensò Paola Carpi attraversando la piazza e infilandosi
nella piccola stazione, dove due vecchie aspettavano il treno sedute sull’unica
panca disponibile.
Paola rimase in piedi. Era una donna ancora giovane, di corporatura robusta, con
un viso largo e piatto da orientale. Indossava una gonna grigia e una lunga
camicia che cercava di nascondere, senza troppo successo, i fianchi abbondanti.
Paola guardò l’orologio della stazione (il treno era già in ritardo) e poi si
protese lungo il binario, casomai le riuscisse di scorgere qualcosa.
Quando lo squillo insistente della campanella annunciò l’arrivo del treno, Paola
sorrise e si aggiustò la camicetta sui fianchi.
– La luce in Morbelli è tutto – stava dicendo Maffina ad Annalisa. Erano seduti
nella piccola caffetteria della GAM, davanti a due tazze di caffè. Annalisa si
gingillava con il cucchiaino e l’ascoltava in silenzio. Maffina fumava e intuiva
che stava parlando a se stesso. – C’è qualcosa di magico e nascosto nella sua
pittura. Qualcosa che m’inquieta... Mi piacerebbe sentire il tuo parere – disse
guardandola.
Annalisa finì di bere il suo caffè. Quando parlò la voce conteneva a stento
l’amarezza. – Questo quadro l’abbiamo visto una dozzina di volte, Maf. Non ti
sembra di esagerare?
Lui la fissò imbarazzato. – No, perché?
Annalisa si strinse nelle spalle. – A me sembra una pittura morbosa e
crepuscolare... Non è da te, Maf. Cosa ti succede?
Lui le prese la mano in silenzio.
Prima di Baldichieri il treno incominciò a rallentare sino quasi a fermarsi.
Appoggiata al finestrino, Paola Carpi guardava la campagna deserta sotto quel
cielo bianco e inclemente.
“Forse verrà a piovere” pensò scartando una caramella. Torino sotto la pioggia
doveva essere molto decadente, si disse. Sorridendo tra sé, pensò che lei era un
po’ come la donna descritta da Pavese in quella poesia che le piaceva tanto...
Si chiamava Deola, la ragazza? Di certo era uno spirito libero come lei, di
certo avrebbe amato quella sosta in aperta campagna, in mezzo a colori che la
foschia rendeva smorti e...
Paola capì di non essere più sola.
Il paesaggio per un attimo le ondeggiò davanti, le sembrò che per uno strano
scherzo le si precipitasse incontro. Paola era una donna robusta e lottò a
lungo, tirando calci e graffi dove capitava. Ora le mancava l’aria e faceva
fatica a respirare; anche lo sguardo si era offuscato, ed era come se una spessa
nebbia rossa fosse dilagata nello scompartimento.
Si dibatté ancora alcuni secondi prima di restare immobile, lo sguardo vitreo
spalancato su qualcosa che non poteva più vedere.
Il quadro che aveva irritato Annalisa s’intitolava Un Natale al Pio Albergo
Trivulzio e Morbelli l’aveva dipinto nel 1909.
Maffina e Annalisa rientrarono nella sala e si misero davanti al dipinto
cercando entrambi di guardarlo con gli occhi dell’altro. Rappresentava una
stanza spartanamente arredata con panche messe in fila una dietro l’altra.
Attraverso la distribuzione del colore, Morbelli era riuscito a dilatare lo
spazio, dando l’idea della vastità e della solitudine. Un vecchio era appoggiato
al muro e un altro sembrava dormire su una panca. Il corpo di quest’ultimo era
scomposto, la testa rovesciata all’indietro, oscenamente abbandonata a un sonno
simile alla morte. Una lama di luce guizzava sulle panche e tagliava il quadro
in due.
“Questa luce è perfetta” considerò Maffina. Guardò Annalisa cercando di capire
quale fosse stato il senso profondo della loro discussione.
– Non voglio perderti, Annalisa – disse piano.
Lei sorrise.
Michelino vide sua madre lasciare via delle Orfane e infilarsi nel piccolo
archivolto che portava alla loro casa. Quando sentì la chiave girare nella
toppa, corse tutto contento nell’ingresso. – Quand’è che mi porti al mare? –
domandò tuffando il viso nella gonna della mamma.
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