Black magic woman
 
di Danilo Arona
 

11 settembre 2001

Il fuoco.
Il Diavolo nel fuoco.
Il fuoco che sale e divora.
La mia testa, i miei occhi, quegli immani pilastri di fuoco e acciaio rovente che si fanno largo e si espandono negli atomi del mio sguardo.
È come un urlo, il fuoco.
Nello schermo tutto sembra dilatarsi in un gioco strano, confuso in un battito che ti spaventa. Che ti spacca il cuore e ti ottenebra il cervello.
Per questo ho stretto i pugni e ho cercato di respirare, ma non ci sono riuscito.
Il televisore e le immagini dell’inferno sulla Terra che scorrono, di continuo. Ho distolto gli occhi e li ho immersi nello schermo del computer, la posta elettronica aperta e quel titolo strano: Black Magic Woman, il file spedito dall’America senza uno straccio di mail d’accompagnamento da David, il mio corrispondente che vive a Morristown nel New Jersey, ai margini dell’Apocalisse. Un titolo che sembra riferirsi a un classico della musica pop, immortalato da Santana ma scritto da Peter Green quando stava con i Fleetwood Mac. Un titolo che adesso mi fa rabbrividire, come un elemento fuori posto, uno sprazzo di caldo bituminoso in una coltre gelida.
11 settembre, proprio quella data. Io, Manuel Blanco, giornalista spagnolo da quasi tre anni residente fisso in Italia. L’anima in subbuglio e le budella ritorte per quello che sto vedendo in televisione fra le fiamme delle Twin Towers. E un collega americano che, in un frangente del genere, intende sollazzarmi con Santana e le sue turbe amorose.
Non ho aperto quel documento subito. Ho avvertito la necessità di affrontare il dramma da un angolo differente. Di assaporare l’incubo attraverso il cuore di un altro, uno di cui mi fidavo. Un modo forse stupido ed effimero di prendere le distanze dalla confusione e dalla paura, di rimandare la resa dei conti col reale in attesa di trovare l’energia necessaria. Così ho dato la precedenza allo struggente Requiem di Alan D., il mio amico scrittore di Los Angeles, che sta scrivendo di getto dell’impatto del secondo aereo e che mi colpisce diritto al centro del petto, palpitando per la sua ex moglie Caren, salva per miracolo da Ground Zero sotto una pioggia battente di cadaverica polvere biancastra:

Mentre il fuoco sale e divora, l’intera area dell’impatto comincia a cedere. Nel cedere, trasmette crepe a tutta la struttura sottostante. Crepe che si dilatano e si allargano in progressione non lineare ma esponenziale. L’onda meccanica del collasso origina esattamente sotto l’area dell’impatto e scende in verticale. Scende a velocità prossima a quella del suono, trecentosessanta metri al secondo. Ad alcuni minuti una dall’altra, entrambe le strutture non crollano ma letteralmente si disintegrano in verticale su loro stesse. Il Lower Manhattan svanisce in una nube di fumo e detriti comparabile a quella emessa da un’eruzione vulcanica. Niente, niente in assoluto, può resistere.
Non è un film.
È reale. In diretta. Mi attacco al telefono e mi metto a cercare Caren, la mia ex moglie. Abita a New York, lavora nel Midtown Manhattan, decine d’isolati più a nord di Ground Zero, ma a New York, chi può dire? Le linee sono sovraccariche. Non riesco a filtrare. Miracolosamente comunico con i genitori di Caren, a Fort Lee, New Jersey. Mi dicono di non sapere niente. Mi dicono di non riuscire a vedere nulla della parte meridionale dell’isola di Manhattan a causa del fumo degli incendi e delle ceneri che i crolli delle Torri hanno lanciato nell’atmosfera. Passa un’ora. La madre di Caren mi telefona:
Caren ce l’ha fatta. Era andata a un meeting a pochi isolati di distanza dal wtc. Ha visto il secondo aereo che colpiva. Lei e il suo capo, un’altra donna, si sono sganciate da Ground Zero sotto una pioggia di ceneri e sono andate a recuperare la figlia del capo in una scuola elementare. Caren poi ha percorso sessanta isolati verso nord sulla bicicletta prestatale dal suo capo, lungo strade da zona di guerra. La cnn e il governo degli Stati Uniti ora hanno la certezza: è un attacco terrorista. Non so ancora se è l’inizio della terza guerra mondiale. So solo una cosa. Per il mondo così come lo abbiamo conosciuto, questo è il requiem.

New York, bicicletta di salvataggio, zona di guerra. La fine del mondo come lo avevamo conosciuto. I miei occhi dentro al fuoco. Il Diavolo che mi guarda. Il cuore che sembra non riuscire a fermarsi in tempo, per assaporare la quiete di un momento perduto. Le mie dita che sembrano allungarsi come serpenti e che spingono i tasti di apertura del file e poi il documento che si schiude come un fiore nero. E io che trattengo il respiro e leggo. Ancora quel titolo assurdo e fuori posto: Black Magic Woman…
Subito cerco di distrarmi. Di sentire il caldo sulla pelle.
Afferro un giornale di oggi, un altro orrore. A Londra è emerso dal Tamigi il corpicino mutilato di un bimbo nero. Era privo di testa, braccia e gambe. La Scientifica di Scotland Yard lo ha soprannominato “Adam”.
Mi alzo, volgo le spalle, voglio cancellare tutto in un sogno. Mi muovo come un automa verso il divano. Voglio provare a dormire. Mi lascio andare. Chiudo gli occhi.
Il buio.
Il Diavolo che mi guarda e ride. Un sussurro nella testa.
Black Magic Woman...

Occhi aperti, parete bianca, il vuoto. Una sensazione strana, come se avessi dormito tanto tempo e avessi sognato qualcosa di spaventoso.
Un faccia nel buio.
Guardai l’ora: cazzo, solo pochi minuti… pochi!
Scesi dal letto con la testa che mi girava e corsi nello studio, in fretta. Il documento nel computer mi aspettava, pulsava sullo schermo, come una cosa viva.
Black Magic Woman, ’fanculo!
La temperatura della mansarda e il furioso vento bollente mi riportavano alla mente un’analoga notte dell’anno precedente, giorno più giorno meno lo stesso periodo, la prima e unica volta di Monica Migliardi in casa mia. Due ore d’amore non particolarmente entusiasmanti verso la fine dell’estate dell’Anno Santo. Da quella volta non l’avevo più né vista né sentita. Forse, per colpa del Fohn che lacerava le tenebre, non avevo raggiunto la minima soglia della decenza amatoria. E dire che si lavora per lo stesso giornale, lei in redazione, io battitore libero e solitario nella mia mansarda in vetta al mondo.
Quando iniziai a leggere le parole del documento, il ricordo di quel corpo nudo acciambellato sul pavimento divenne qualcosa di mostruoso, una sostanza che sfumava in un abbraccio soffocante più di un appuntamento con la morte.
David mi aveva spedito la cronaca di un evento accaduto a Milano una settimana prima. Lui, nel New Jersey, ne era venuto a conoscenza chissà come. Io, a pochi chilometri dalla metropoli, vagavo nella nebbia.
Ecco quanto lessi.

BLACK MAGIC WOMAN, una testimonianza da Milano di Maria Malave.
In seguito a una telefonata anonima la polizia ha fatto irruzione, durante la notte fra l’8 e il 9 settembre, in un elegante appartamento al n. 17 di via De Castro, all’ultimo piano. Pare che il proprietario, un imprenditore italo-messicano di una quarantina d’anni, fosse irreperibile da più di una settimana. Gli agenti, una volta aperta la porta, si sono trovati di fronte a uno spettacolo terribile. Sul pavimento dell’ingresso, fra teschi, ossa e statue di demoni, i poliziotti hanno scoperto una grossa giara piena di formaldeide liquida sulla quale galleggiava, a testa in giù, il corpicino di una neonata, pienamente formata e perfettamente conservata. Pelle olivastra, capelli neri, forse nata da pochi giorni se non da poche ore. La polizia italiana ha ritenuto di non dare all’evento la minima risonanza. Anche se la speranza è quella che la bambina sia nata morta, si stanno comunque vagliando altre impensabili ipotesi, come quella del sacrificio umano volontario. Oltre all’intestatario dell’appartamento, la polizia sta cercando una donna settantenne di nome Teresa Ramirez, assidua frequentatrice dell’ultimo piano al n. 17 della strada milanese. Molto conosciuta negli ambienti latino-americani, Teresa Ramirez, da pochi mesi in Italia, è in realtà una vecchia conoscenza per gli investigatori del 33° distretto a New York, dov’è stata più volte indagata e fermata per avere turpemente usato, assieme al figlio Michael Grajales, dei reperti umani in orripilanti pratiche di Palo Mayombe, antica religione afro-cubana imparentata molto alla lontana con la Santeria. I sacerdoti di tale forma di magia nera, chiamati paleros o nganguleros, sono convinti che, usando e manipolando certe parti di un corpo umano, si possa entrare in contatto con lo spirito di un morto e renderlo schiavo. Gli spiriti sarebbero così completamente assoggettati al volere dei paleros e quasi esclusivamente al servizio del male.
Il 17 luglio scorso Michael, veterano del Vietnam con un carattere descritto come “estremamente instabile”, fu investito mortalmente sulla 164a Ovest mentre attraversava la strada per recarsi al suo appartamento. Poche ore dopo la Ramirez partiva per l’Italia, destinazione Linate. Qualche giorno più tardi gli agenti del 33° distretto, Charles Wetli e Luis LaPena scardinavano la porta a doppia mandata di casa Ramirez. “Quei due parlavano con il Diavolo e in quel tugurio sembrava avessero ridefinito lo stesso concetto di Male”, fu il commento a caldo di Wetli in calce al rapporto sull’azione.
In quelle due misere stanze, puzzolenti come un cadavere decomposto, dalle quali provenivano di solito spropositati effluvi d’incenso che filtravano in tutto il palazzo dalla fessura sotto la porta, Wetli e LaPena repertarono quanto segue:
a) Due quaderni con appunti scritti a mano, verosimilmente vergati dalla Ramirez, con complicati riferimenti all’uso rituale di teschi, croci e simboli paleros conosciuti come Nkisi.
b) Un centinaio di bacchette d’incenso.
c) Una grande pentola “cerimoniale” chiamata nella pratica del Palo Mayombe Nganga, contenente un’immonda mistura di sangue animale, una testa di cane, pezzi di carne decomposta (forse il frutto di una profanazione cimiteriale), due teschi (uno di persona adulta, l’altro di un bambino presumibilmente sui tre anni) e cera disciolta, probabilmente di candela.
d) Cinque immagini di santi e sette statue in terracotta raffiguranti mostri dalle fattezze demoniache.
e) Ritagli di giornali, risalenti a una settimana prima dell’investimento mortale di Grajales, che riportavano le premonizioni di tre sensitivi, Louis Turi (Dallas), Valerie Clarke (Lancashire, Gran Bretagna) e Steve Judd (Londra) intorno a probabili, futuri e disastrosi avvenimenti nella città di New York.
Stando alle dichiarazioni dei vicini, madre e figlio vivevano come reclusi in quell’appartamento da un sacco di tempo e, a detta di tutti, mai sono stati effettuati lavori d’imbiancatura o verniciatura. La donna teneva sempre le finestre sbarrate e si dimostrava molto riluttante a servirsi dei bidoni della spazzatura fuori dell’edificio, trasportando invece nottetempo i suoi piccoli sacchi a qualche isolato di distanza per buttarli nei contenitori di altri palazzi. A chi la osservava per qualche secondo più del dovuto, la Ramirez urlava con astio parole per lo più incomprensibili.
Risulta che la polizia italiana abbia fatto inchiostrare le mani e i piedi della neonata trovata nell’orcio per rilevare le impronte digitali. Non sappiamo se sia stata effettuata un’autopsia sul piccolo corpo. Un esperto italiano di Palo Mayombe, interpellato dalle forze dell’ordine, ha dichiarato, pare, che “un bambino, di solito, non è un ingrediente del Nganga” e che “quella di via De Castro è un’insolita quanto turpe variante”.
Un sacerdote palero di Astoria, nel Queens, svelò ad alcuni giornalisti, pochi giorni dopo l’investimento di Grajales, che la Ramirez era molto conosciuta negli ambienti esoterici della città. “Chiunque a New York praticasse il Palo prima o poi incrociava il suo cammino. Esteriormente appariva per quello che effettivamente era: una pazza pericolosa che minacciava la gente per strada. Secondo me la morte violenta del figlio potrebbe essere stata causata, involontariamente, proprio da lei. Gli spiriti contenuti nel suo disgustoso Nganga le si potrebbero essere rivoltati contro e Michael Grajales ha pagato con la vita le sue pratiche contro natura”.


Restai a guardare lo schermo. Quelle ultime parole, contro natura, mi riecheggiavano nella testa come un sussurro pensato da un altro.
Un altro… Un altro… Non sono io!
Ma io chi sono? In parte l’ho già detto. Un giornalista, forse non del tutto vecchio ma che si considera tale. Ho oltrepassato i cinquanta e ogni tanto incappo in giornate in cui mi sento morto. Non ho quasi più capelli in testa perché ho prodotto troppo testosterone, almeno così sostiene un mio amico endocrinologo con cui spesso improvviso delle jam session, io alla chitarra e lui al piano.
Mi guadagno il pane, ragionando e scrivendo del Lato Oscuro della Realtà. Spedisco articoli a una rivista di Madrid che si chiama “Mundo Misterioso”. Qualche libro di tanto che mi attira velenose critiche al vetriolo in cui mi si accusa di non temere il senso del ridicolo. Ebbene, sì, per vostra informazione non lo temo. Credo ai demoni. Li ho visti. Uno in particolare. Anzi, una. Se ammetterlo senza fronzoli significa esporsi al ridicolo, va benissimo. Non è un problema mio.
Da quando sono giunto in Italia, vivo e lavoro a Bassavilla, la Città Grigia per eccellenza nella mitologia della così chiamata “Padania”. Provincia di pianura, opprimente e afrorosa. Umida come le paludi della Louisiana, per chi c’è stato. Zanzare e calabroni, anche in città e anche di giorno. Scrivo per due giornali locali più qualche collaborazione esterna, a volte importante, con i magazine di tendenza. C’è così tanto da scrivere, vi state chiedendo, se l’argomento è l’altra faccia del reale? Oh, sicuro. Per quanto razionale e ipertecnologica, la società italiana del nuovo millennio ormai vecchio presenta aspetti primitivi, pulsionali e, soprattutto, misteriosi e poco spiegabili. In questo è uguale a quella spagnola. La maggioranza, anche quella non silenziosa, preferisce evitare l’argomento, anzi gli argomenti perché sono più di uno. Sono temi imbarazzanti perché non appartengono, secondo qualcuno, alla Cultura, quella con la maiuscola. Peccato per qualcuno, perché è vero tutto il contrario. Comunque va da sé che non sono un giornalista soltanto teorico che trascorre il proprio tempo con il naso incollato allo schermo del pc, ma pure un ricercatore sul campo, di quelli che non hanno paura di sporcarsi la camicia. Di sicuro i luoghi che sono sede di misteri irrisolti sono luridi, ragnatelosi e maleodoranti. Quasi sempre è così. Ma non sempre. I confini tra il mondo visibile e quell’altro possono ubicarsi anche in un lindo appartamento di un quartiere residenziale. È raro, ma capita.
Adesso dovrei parlarvi di Quirino Calderone e mi sento inadeguato. Descriverne in poche righe la complessità non è soltanto una missione impossibile, ma una vera e propria assurdità. Comunque lui, docente di antropologia culturale alla Cattolica di Milano e cultore di riti satanici per approfondimento professionale (e per purissimo piacere, come avrete modo di scoprire), è la mia guida attraverso le tenebre di quell’altra dimensione. Uno straordinario intellettuale sulla sessantina, magro e minuto, pieno di energia, che più di dieci anni fa ha cambiato le mie prospettive sul modo di decifrare la realtà. Un’intervista di un’ora circa a proposito di demonologia islamica ed ero uscito da casa sua, in via Montecatini a Milano, guardandomi alle spalle, all’istante diffidente di ogni persona con la barba e i lineamenti alla Bin Laden. Con alcune sue parole, essenziali e indimenticabili, che mi risuonavano nella mente a cinquemila metri durante il volo di ritorno per Madrid e ancora oggi, spesso, si fanno udire:
La conoscenza, l’esplorazione dell’imponderabile trasmette al mio essere una forma di eccitazione più coinvolgente dell’atto sessuale. È l’interesse verso il demoniaco mi provoca questa straordinaria, inestimabile ebbrezza conoscitiva. Una titanica felicità. In questa forma di turbamento intellettuale esiste un elemento di astrazione, di adescamento, qualcosa che ammicca, che occhieggia e che socchiude una porta. Una voce che sussurra invitante: entra dentro, se hai coraggio. Al di là di questa porta, c’è ancora qualcun altro che apre un’ulteriore porta. E così via. Ogni volta non accade mai nulla di veramente definitivo”.

Ho avuto in più di un’occasione modo di verificare, da dieci anni a questa parte, che Quirino ha ragione e che, proprio per questo, la realtà che ci circonda è relativa. Relativa al punto di vista, all’interpretazione dei dati e al potere della visione individuale. Entra dentro, se hai il coraggio, entra dentro la realtà… E qualche volta abbiamo sul serio corso il rischio di perderci in quelle Tenebre che, da sempre, tentano di perforare la Luce. Ma con lui, per certe alchimie che non mi sono ancora del tutto chiare (non lo saranno mai, temo), ci si sente al sicuro. Si è al sicuro.

Così, quella sera dell’11 settembre, compresi di non avere alternative e spedii subito il file di David a Quirino, il mio cicerone attraverso il buio pesto del Lato Oscuro.
Al file allegai poche parole di messaggio:

Fammi sapere quando posso venire a trovarti.

Dieci minuti dopo, Quirino, come sempre insonne, mandò la sua risposta.
Così, la notte tra l’11 e il 12 settembre 2001, iniziò la nostra nuova discesa negli Inferi.

Mi presento in via Montecatini, a Milano, all’ora che mi ha indicato il professore: vieni a casa mia alle dieci del mattino, ha scritto nella sua mail.
Lui mi riceve in vestaglia. Sembra invecchiato dal nostro ultimo incontro. Per quanto appagabile sotto il profilo intellettuale, la frequentazione del Lato Oscuro lascia indelebili segni.
Mi fa accomodare sulla solita poltrona nello studio e affonda senza preamboli.
“Chi è questo David?”, chiede.
“Dev’essere un free-lance”, rispondo. “Un giornalista investigativo che si occupa di sette e di occultismo, divulgando parecchia e sana controinformazione. Ha un’ottima pagina web e corrispondenti da tutte le parti del mondo. Maria Malave potrebbe essere la sua quinta colonna in Italia. È quasi naturale che io sia in contatto con un tipo simile”.
“È piuttosto bene informato, a quanto leggo”.
“Sì. La sua organizzazione mi sembra capillare e funzionante. Dov’è il problema, Quirino?”.
“Come sempre, nei particolari che all’apparenza non ci azzeccano, come dice quel Di Pietro”.
“Spiegati meglio”.
Quirino si alza dalla sua sedia e prende a passeggiare nervosamente per la stanza. Sembra un pugile pronto a colpire un avversario invisibile che lo spia dall’angolo più buio della casa.
“I ritagli dei giornali sui sensitivi: è materiale autentico. E due di loro, per quanto ne so, sono personaggi inattaccabili, non ciarlatani venditori di fumo che vanno a caccia di pubblicità”. Mi guarda con occhi sgranati. “Ma perché mai degli squinternati mayomberos dovevano dimostrarsi così attenti alle loro premonizioni sugli attentati di ieri? Ho un terribile sospetto”.
“Che cosa vuoi dire?”.
Quirino annuisce e si avvicina alla scrivania. Prende un foglio dal ripiano: con cautela, come se bruciasse.
“Louis Turi è un astrologo professionista che lavora su Internet” spiega. “A luglio sul suo sito ha fatto una predizione”. Mi allunga il foglio. “Ecco la stampata”.
Gli getto un’occhiata. Un messaggio enfatico, paranoico. Puro stile Nostradamus sotto acido.
L’energia che si sta diffondendo per tutto il pianeta è la stessa che nel 1998 provocò in Vaticano un assassinio e un suicidio. Molte bombe in Medio Oriente. È un’energia particolare, nettuniana, che può ingannare e produrre terribili incidenti aerei. Il suo apice sarà all’inizio della seconda decade di settembre. Molte anime disperate cederanno alle tendenze suicide di Nettuno, gettandosi nel vuoto. La stessa energia nettuniana ha provocato l’affondamento del Titanic. Complotti segreti, inganni, magia nera e false notizie sono in agenda.

Scuoto la testa e guardo il mio interlocutore con espressione interrogativa: “Cosa significa?”, chiedo.
“Una certa Valerie Clarke, casalinga inglese, dotata di poteri paranormali, lo scorso giugno partecipa a un talk show della bbc e confessa di avere sognato un’immensa esplosione causata da un aeroplano che si abbatte su una torre del World Trade Center”.
“Ed è attendibile?”.
Quirino inarca un sopracciglio.
“Io conosco Valerie, ha un potere di premonizione fortissimo, cade in trance e ha delle visioni. Impressionante, credimi”.
“Forse si tratta solo di una coincidenza”, incalzo.
“Steve Judd, che fa l’astrologo per il ‘Mirror’, il 6 luglio aveva scritto un breve pezzo sull’opposizione tra due pianeti, Saturno in Gemelli e Plutone in Sagittario. Un quadro astrale che, secondo lui, è apparso in questo secolo soltanto in occasione di Pearl Harbor e poco prima della guerra in Vietnam. Il pezzo lo ha concluso così: ‘Ci sono forze oscure che stanno cambiando le carte astrali del mondo’”.
“Quindi che conclusioni hai tratto da tutto questo?”, domando con il desiderio recondito di non volere sapere più niente e di correre a rifugiarmi in un altro posto, lontano da quel che sta succedendo.
“Non c’è che una spiegazione amico mio: un unico collegamento”.
“Con che cosa?”.
“Con le Torri Gemelle”.
Lo scruto con un sorriso poco convinto.
“Quirino, andiamo… L’evento è stato mostruoso. Ma quella di ieri è guerra. La pura e semplice guerra del ventunesimo secolo, il terrorismo”.
“Tu credi?”.
Si avvicina al suo personal computer sul cui schermo campeggia come sfondo un’immagine tratta dal film L’esorcista in cui si vede padre Merrin al cospetto del demone Pazuzu. Digita qualche tasto e compaiono parecchie istantanee dell’attentato.
“Avvicinati e guarda bene tra le fiamme e il fumo. Osserva soprattutto la terza. L’ho scaricata da un filmato della cnn. L’esplosione a pochi secondi dal secondo impatto. Quella faccia”.
Il Diavolo nel fuoco.
Il fuoco che sale e divora.
Il Diavolo che mi guarda.

Allungo il collo, sentendomi abbastanza patetico. Lo so bene, fino da ieri, che si vede una faccia di fumo. Orbite vuote, le corna, il ghigno diabolico. L’eterno compagno di strada di Quirino. È quasi ovvio che lui se lo ritrovi dappertutto.
“Avanti, Quirino, è solo un effetto ottico”.
Lui mi squadra serio.
“Non penso. Ci sono decine di questi effetti ottici in tante altre istantanee riprese da angolazioni e distanze diverse. Nessuno ne parla ancora, è giusto. Soffermarsi su questi particolari a poche ore dal dramma suonerebbe irriverente e offensivo. Tra due o tre settimane non sarà più così. Molti cominceranno a notarle e ad analizzarle. Invece noi abbiamo il dovere di giocare d’anticipo”.
“Permetti?”, dico, mentre m’impossesso del mouse. Faccio scorrere le istantanee in slide show. Visionate in quel modo, tutte di seguito, a pochi secondi l’una dall’altra, le foto dell’apocalisse di New York offrono una prospettiva a dir poco orripilante. Possibile che in ventinove fotografie diverse, molte delle quali scattate da fotografi professionisti comprese due provenienti dai filmati della cnn, siano stati immortalati altrettanti effetti ottici tutti con una faccia diabolica differente, per quanto il Diavolo possa differire da se stesso?
“In effetti è assurdo”, mi lascio sfuggire.
“Non tanto”, rimbomba alle mie spalle la voce di Quirino. “Sono larve demoniache e non si trovano lì per caso. È la loro quantità a essere straordinaria. Come se decine e decine di potentissimi rituali magici avessero favorito l’azione degli attentatori. Stamattina ho sentito l’intervista di un anziano comandante dell’Alitalia. Assicurava che a quella velocità e con quel tipo di aerei prendere in pieno le Torri è come centrare un fiammifero al centro del Sahara”.
Mi giro. Il viso scarno del mio maestro mi appare ancora più triste e vecchio.
“Quirino, ma cosa stai ipotizzando?”, chiedo, senza riuscire a mantenere ferma la voce.
La risposta è di quelle pesanti.
“Ritengo si tratti di una sorta di guerra psichica che fiancheggia invisibilmente il terrorismo tradizionale. Io temo che qualche scheggia impazzita dell’esoterismo islamico si sia alleata con la più letale forma di magia nera esistente sulla Terra: il Palo Mayombe. E mi auguro vivamente che la scheggia impazzita non sia la setta dei ghouls, i discendenti di Al-Moqanna!”.
Al-Moqanna. Metatron. La Madre dell’Oscurità. È da più di un anno che sto tentando di dimenticarmene. Ma lo sapevo, lo sapevo sin troppo bene che, quando sarebbero tornati, il mondo avrebbe dovuto affrontare la prova più crudele.
L’Eone della Catastrofe.
“Ho bisogno di altri dati per affermarlo con certezza”, sta enunciando Quirino. “Sarebbe molto utile visionare i reperti di via De Castro. Tu puoi avere qualche possibilità di accesso?”.
“Non qui a Milano. L’inchiesta è top secret e poi la conduce la polizia”.
“Quindi quel tuo amico colonnello non può fare niente?”.
“Sta nei carabinieri. Ed è comandante della Legione di Bassavilla. Il mondo è in subbuglio e c’è chi parla di terza guerra mondiale. Non penserai davvero di trovare qualcuno disposto ad ascoltare queste storie!”.
Quirino mi fissa serio, una ruga profonda al centro della fronte.
“Lo sai, la curiosità per me è come una droga. Riuscire a capire queste realtà demoniache è come una regola di vita”. Fa un gesto vago con la mano. “Ricordi quello che ti spiegai quando entrasti qua la prima volta per intervistarmi: la conoscenza, l’esplorazione dell’imponderabile trasmette al mio essere una forma di eccitazione più coinvolgente dell’atto sessuale”.
Nella mia testa si fa udire un sussurro, il ricordo delle sue parole. Quello che mi aveva confessato allora.
L’interesse per il demoniaco mi provoca una straordinaria, inestimabile ebbrezza conoscitiva. Una titanica felicità… Una voce che sussurra invitante: entra dentro, se hai coraggio!

Il mio viaggio nell’inferno è cominciato allora, e non si è ancora concluso. Non si concluderà mai, temo.
“Risentiamoci fra due giorni, al massimo tre. Devo verificare altre notizie”, sta dicendo. “Tu raddrizza le antenne. Come ben sai, la tua città, Bassavilla, è stato costruita su una Sincronica Maggiore, la linea più importante della Schiena del Drago. I rituali, nella tua città, corrono il rischio di essere tra i più potenti della Terra”.
Annuisco. E cerco di andare via in fretta. Non voglio ascoltare più niente. Desidero prendermi una pausa. Saluto Quirino ed esco con un senso di oppressione alla gola. Come sempre mi capita, una volta fuori della casa di quell’uomo, sento la necessità di respirare a pieni polmoni una disintossicante boccata d’aria pura. È tutto così irreale. Le parole sentite, le considerazioni sui fatti accaduti… E pensare che mi trovo in via Montecatini, a Milano. È giorno, è realtà.
Quando apri una porta, se ne apre un’altra. E un’altra ancora. Accessi disposti lungo una discesa lungo la quale inizi a scivolare e non trovi modo di frenare la caduta. Come in quegli incubi orribili, dai quali non riesci a svegliarti e tenti di urlare, ma scopri di non avere più la bocca.

Scivolare nel buio, senza fiato.
Una volta dentro l’auto, accendo il motore e parto. Subito suona il cellulare. Con mano incerta attivo il risponditore del vivavoce. Riconosco al volo chi mi sta chiamando.
Sento di scivolare sempre più.
È Francesco Maddalena, il tenente colonnello dell’Arma a cui faceva riferimento Quirino. Uno con cui ho lavorato più d’una volta in inchieste non ufficiali piuttosto imbarazzanti. Fantasmi, paranormale, sette sataniche, quei guazzabugli che il cicap bolla come “abuso della credulità popolare”, ma sui quali i carabinieri lavorano seriamente e nell’ombra, producendo dossier documentatissimi. Poi ci piombò addosso, l’estate scorsa, la storia del Monte Stregone.
Saluto il mio amico con genuino piacere. Francesco è un cinquantenne, romano, che ricorda un poco George Clooney. Un tipo tosto e preparato. Fox Mulder, al suo confronto, è un imberbe adolescente.
“Come stai, colonnello?” gli chiedo, fingendo un entusiasmo che non provo.
“Un casino da non credere”. La sua voce risulta metallica e distorta, irreale pure lei. “Sono scattate tutte le misure di sicurezza anti-terrorismo. E a Bassavilla non abbiamo uomini a sufficienza”. Fa una breve pausa, poi riprende a parlare. “Hai visto che botta?”.
Non so cosa dire. Quale parola usare per dare l’idea di come la penso. Alla fine scelgo un aggettivo, il più scontato: “Orribile”, dichiaro.
Ancora una pausa. Così lunga stavolta, che mi fa pensare sia caduta la linea. Ma poi il mio amico fa risuonare di nuovo la voce. “Ti devo parlare”, dice. “Devo condurti in un certo posto. Ti avrei chiamato ieri, ma l’attentato ha avuto per forza di cose la priorità. Dove sei? Cosa stai facendo?”.
Sto solo scivolando, cosa credi?
Mi schiarisco la voce e spiego: “Sto dirigendomi verso l’autostrada. Sono a Milano. Tra poco più di mezz’ora dovrei tornare a Bassavilla”.
“Ti aspettiamo al casello, io e Torreggiani. Bassavilla sud. A dopo”.
Chiude la comunicazione. Resta il silenzio, pesante e denso di apprensione. È successo qualcosa, non esistono dubbi. Abbiamo aperto la prima porta.
Il cuore mi batte all’impazzata.


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