Blessing hands
 
di Francesco Callea

 

I


Elia aveva visto Praga la prima volta il 22 agosto del 1968. Elia aveva 22 anni, a Praga era l’ultimo giorno di Primavera.
A piazza Venceslao i rari turisti assetati di Mozart ascoltavano le note clandestine dell’antico inno nazionale che dissidenti direttori d’orchestra inserivano nei passaggi delle Quattro Stagioni.
Le acque della Moldava sotto il ponte Carlo rallentavano il loro corso per lasciarsi accarezzare dalle note di Primavera. Il regime aveva allentato la guardia, Vanità e Morte si erano fermate con le lancette dell’orologio sul lato est della torre del Municipio Vecchio; quell’anno a Praga non ci fu né inverno né estate ma solo l’illusione di un’eterna Primavera.
Il vento dell’Ovest portava nelle piazze e nel palazzo (Castello) supplici preghiere di poeti lontani che già presagivano la caduta del fatidico muro: ti prego, Praga, evita effimere suggestioni e mode consumistiche, ritrova la tua vocazione, la tua identità, fatte di silenzio, raccoglimento, meditazione.
Castello: “Attenti all’Idea”.
Praga ti prego, pensa al Danubio blu che mille e più valzer di candele non sono riusciti ad annerire in più di cento anni, ed un solo giorno di umana stoltezza è bastato per tingere per sempre di rosso.
Il 21 agosto del 1968 le forze del patto di Varsavia entrarono a Praga per soffocarne la Primavera.
Durante il mese precedente, Elia aveva perso i contatti con il mondo e con la storia.
Il 21 agosto Sara non c’era più. Elia si svegliò in un letto vuoto, la radio comunicò al mondo intero che i carri armati russi avevano circondato il Castello di Praga, occupato la piazza della Città Vecchia, arrestato Alexander Dubcek, Elia rabbrividì al pensiero che il Vecchio Ghetto avrebbe richiuso le porte, il Vecchio Cimitero avrebbe riaperto i cancelli, gli intellettuali dissidenti avrebbero ripreso il loro posto nelle residenze alberghiere del regime.
Elia fu percorso da un fremito e sentì che presto un altro Jan sarebbe diventato una torcia umana dopo 500 anni.
Si attaccò al telefono, convocò a Roma gli altri leader del movimento studentesco che accorsero numerosi, dopo un’assemblea di tensione ed emozione, i più votarono sì: correre a Praga per fermare i carri armati russi.
Il ’68 fu l’anno delle convergenze astrali e delle alte maree, Mont Saint-Michel e Holy Island furono inaccessibili per mesi. A Parigi gli studenti avevano rimosso in un attimo dalla Bastiglia e dalla Sorbona la polvere dei secoli. Le cattedrali del mare (Inferno e Paradiso) dalla Costa bretone di granito rosa perforavano l’Atlantico con i loro fasci di luce. Pierre Noires puntò il tempio del conservatorismo americano per sconsacrarlo. A Berkeley, tra Fragole e Sangue, Simon e c. avevano occupato il rettorato dell’Università per protestare contro la decisione del senato accademico di trasformare il vicino parco giochi dei bambini neri in un campo da baseball per gli studenti bianchi del College.
A Madrid gli studenti sulla grande scalinata dell’Università sventolavano il libretto rosso, di fronte alla polizia che in un inutile assetto da guerriglia urbana rifiutava da giorni di eseguire l’ordine di disperdere la pacifica assemblea
Al giovane poeta Jesus Lopez Pacheco, con il braccio sinistro rivolto al cielo azzurro ed il destro alle manette grigie, fu concesso di esprimere l’ultimo desiderio prima dell’esecuzione: se una mano deve essere tagliata che questa almeno non sia la sinistra.
L’anima di Elia raccoglieva queste voci del mondo e piangeva a dirotto come fanno i ragazzi in gita scolastica, alle 5 della sera, nelle arene di Spagna quando sogni e speranze muoiono insieme alla vittima designata.
In Italia, nelle città catene di montaggio, l’ibrido connubio della futura classe dirigente con il nascente potere operaio, sotto l’ambigua pressione dei partiti di sinistra, sfociò nel terrorismo con il quale finirono anche da noi i sogni e le speranze.
In Calabria il movimento studentesco si sviluppò tardivamente. Era dalla metà degli anni ’50 che i politici continuavano a promettere l’Università della Calabria sul modello dei College americani, ma prima di ogni consultazione elettorale i partiti realizzavano che Casse per il Mezzogiorno e miraggio di posto fisso nell’apparato statale, portavano più voti. E così si favoriva l’emigrazione non solo di manodopera ma anche di giovani diplomati che migravano verso città più o meno ostili del Centro-nord per frequentare l’università o trovare un posto di lavoro.
Ritardo storico inspiegabile. La terra di Bernardino Telesio, Giordano Bruno, Giacchino da Fiore costretta a spedire i figli migliori in esilio.
I ragazzi di Calabria popolarono di lustro tutte le città del Nord, dove spesso rimanevano dopo la laurea, testimoni di una cultura sconosciuta a chi era abituato a guardare agli immigrati come cafoni in cerca di lavoro o malati disperati in viaggio per la salute.

 

II

Elia aveva mosso i primi passi e pronunciato le prime parole all’età di sei mesi. La Natura lo aveva dotato di una straordinaria sensibilità, Elia riusciva sempre a mettersi nei panni degli altri, a capirne i bisogni, e a sintonizzarsi su lunghezze d’onda impercettibili per la maggior parte delle altre persone: per esempio, ogni volta che la mamma aspettava un figlio, Elia lo capiva prima che la stessa mamma si rendesse conto del ritardo mestruale.
Ogni gravidanza della madre era per Elia un’occasione per rifare il percorso, rimaneva in apnea per lunghi periodi, muoveva ritmicamente le labbra per testare il gusto del liquido amniotico nel quale si divertiva a nuotare cercando ogni espediente per ritardare il momento del parto.
Così sviluppò una innata capacità di dilatare il tempo: la vita è breve, il tempo è lungo.
Elia aveva perso entrambe le mani all’età di sei anni.
Durante lo sviluppo fisico cambiò più volte le protesi che la bioingegneria immetteva sul mercato sempre più perfezionate e che gli consentivano lo svolgimento di funzioni elementari.
Con il tempo aveva imparato a tenere la penna tra le dita e a scrivere in modo leggibile non stilizzato, e a suonare la chitarra e spesso la sera, circondato dai compagni, suonava le musiche di Gino Paoli, Fabrizio de André e dei Beatles.
Copriva le protesi con guanti che portava con disinvoltura e se qualcuno gliene chiedeva la ragione lui non faceva fatica a rispondere.
A 18 anni fu ammesso al collegio della Facoltà di Medicina dell’Università Cattolica di Roma, in uno dei posti gratuiti riservati agli studenti bisognosi e meritevoli.
Quando lasciò la sua terra natale e la famiglia per andare all’università, volle rileggere l’addio ai monti. Circostanze diverse, ma neanche Elia riusciva ad immaginare il momento del ritorno.
È vero, Elia tornava a casa ad ogni Natale e Pasqua e per le vacanze estive, con l’eccezione dell’estate del ’68, l’anno dell’incontro di Sara e di Praga.
Sara era una ragazza ebrea, canadese, di origine italiana che si trovava a Roma per frequentare il corso di Lingua e letteratura italiana che l’Università Cattolica organizzava d’estate per studenti stranieri.
A Sara era stata assegnata la stanza del collegio che Elia doveva liberare proprio quel giorno, avendo concluso la sessione estiva di esami.
Sara ed Elia si trovarono di fronte nella portineria del collegio, i loro sguardi si incrociarono fugacemente e si abbassarono perché l’uno non vedesse il rossore dell’altro, poi un fatidico nistagmo li riportò in asse e li incollò.
Il vecchio portiere del collegio amava Elia e sapeva che la ragazza (che poi battezzò un bel pezzo di figliola) era la fortunata assegnataria della “vogel” di Elia. Non fece fatica a capire che tra i due stava nascendo qualcosa, fece un cenno al ragazzo che capì al volo e porse alla ragazza le chiavi direttamente.
Lei non riusciva a staccare il suo sguardo, così invece delle chiavi prese la mano e non ebbe mai più bisogno di chiedere o di sapere perché quel ragazzo portasse ancora i guanti alla fine del luglio più caldo degli ultimi cinquant’anni a Roma.
Il fatto che una mano così rigida potesse trasmettere tanto calore le provocò una vibrazione irresistibile.
Quella sera Elia e Sara si ritrovarono a passeggiare nei viali dell’Università e da quel giorno trascorsero insieme tutti i giorni e tutte le notti fino a quando con stillicidio occulto arrivò il giorno della partenza. Prima del ritorno in patria Sara visitò Firenze e Venezia.
Non si rividero più. Sara gli scrisse una cartolina dalle due città che lei non esitò a definire le seconde cose più belle della sua vita, e, poi una lettera dal Canada per dirgli che aveva ritenuto giusto archiviare la storia che aveva preceduto il loro incontro, che si sarebbe trasferita da Toronto ad Edmonton per frequentare la scuola di giornalismo.
Forse è ancora là.
Negli anni successivi Elia andò in Canada per studi e congressi almeno dieci volte ma non la cercò mai.
Tutto quello che accade, credeva Elia, viene da molto lontano ed è scritto da sempre: lui andò contro il destino e non ne capì mai la ragione.
Prima della partenza i due ragazzi trascorsero un intero pomeriggio a Villa Borghese, che allora era uno dei posti dove tutti gli innamorati del mondo si erano dati appuntamento almeno una volta nella vita.
Al Museo Borghese sostarono in silenzio a lungo davanti ad Apollo e Dafne. Sara gli chiese di abbracciarla e di stringerla forte, più forte perché quella non fosse l’ultima volta.
Con i gomiti appoggiati alla balaustra che fa da belvedere a piazza di Siena, la grande palla di fuoco si era fermata all’orizzonte e per tutta la notte tinse di rosso il blu del cielo punteggiato da miriadi di invisibili stelle.
La luna per una volta si ritrovò a guardare il sole dall’alto in basso; nel corso dei millenni i due si erano invaghiti l’uno dell’altro ma le leggi astrofisiche ne avevano sempre impedito gli incontri; quella volta il sole era in ginocchio davanti al suo amore impossibile.
Sara ed Elia erano seduti su una panchina, Sara volle vedere le mani di Elia, gli sfilò i guanti e disegnò sul palmo di entrambe le mani una serie di solchi a ciascuno dei quali assegnò un nome, tracciò anche le pieghe tra le falangi e vortici concentrici sui polpastrelli delle dita che gli restituirono le impronte digitali.
Poi gli prese la mano sinistra, la strinse al suo collo accarezzandola tra la mandibola e la clavicola, e la baciò teneramente.
Il palmo della mano di Elia si bagnò di lacrime che scorrevano lungo i solchi.
Elia capì cos’è l’amore, non il primo amore, non c’è un primo amore, ogni vero amore è il primo amore. Poi raccolse con morbide labbra le ultime lacrime che scendevano lungo le guance di Sara e se le portò sotto la lingua dove le trattenne fino all’arrivo delle sue che avevano preso la via naturale del canale nasolacrimale.
La mucosa sublinguale assorbì l’amalgama suggellando l’alleanza.
Elia si portò sempre dietro la dolcezza e l’innocenza di quell’incontro ed ogni volta che gli tornava in mente, sentiva Sara camminargli dentro.
Oltre Oceano Sara in quegli stessi momenti avvertiva le stesse sensazioni.
Entrambi ebbero altri incontri, altri amori, altre vibrazioni che a volte giudicarono più forti solo perché disponevano del comune originario termine di paragone.
 


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