Blu come il mare
Guglielmo e la saga degli Embriaci
 
di Gabriella Airaldi
 

1. Il primo cavaliere. Un’autobiografia ideale


“La città era assediata da un mese, quando giunsero a Giaffa Guglielmo Embriaco genovese e suo fratello Primo…”. Incontriamo per la prima volta Guglielmo Embriaco il 17 giugno 1099 nelle acque di Giaffa, dove compare quasi di sfuggita, in compagnia del fratello Primo. Secondo il genovese Caffaro, sodale in altre avventure oltremarine, i fratelli comandavano due galee; secondo Raimondo di Aguilers, cappellano e cancelliere di Raimondo conte di Saint-Gilles, ottimo amico dei genovesi, le galee erano sei.
Qualunque sia stato il numero delle navi, l’apparizione di Guglielmo si colloca al culmine della prima crociata, a un mese dalla conquista di Gerusalemme; precede immediatamente l’evento, al quale tutto il mondo guarderà; in primo luogo la dirigenza politica genovese, che, attraverso le parole del suo primo cronista, troverà modo di farne buon uso propagandistico. In ogni caso, tutte le testimonianze coincidono nel sottolineare che, incombendo il pericolo di un assalto islamico da Ascalona, i due fratelli procedettero rapidamente alla distruzione delle galee e, con il legname trasportato sotto le mura di Gerusalemme, costruirono le macchine da guerra destinate a favorire la vittoria.
Racconta ancora Raimondo di Aguilers, che ama diffondersi in particolari quando la situazione riguarda il suo signore, che, subito dopo il loro arrivo, il conte inviò loro incontro due distaccamenti: uno formato da venti cavalieri e cinquanta fantaccini, sotto la guida di Geldemaro Carpinel, subito seguito da un altro di cinquanta cavalieri, al comando di Raimondo Pilet e Guglielmo di Sabran. Mentre il primo contingente attraversava la pianura di Ramlah, venne attaccato dal nemico, superiore in forze. Fortunatamente arrivò il secondo, i turchi fuggirono e i crociati proseguirono per la loro strada. Furono accolti dai marinai genovesi con un festino a base di pane, vino e pesci; ma, avendo trascurato di mettere sentinelle, il giorno dopo si risvegliarono circondati da una flotta nemica. Una delle navi riuscì a forzare il blocco, e, grazie al vento favorevole e alla bravura dei rematori, guadagnò Laodicea. Altri marinai abbandonarono le navi e raggiunsero il campo crociato. L’arrivo dei genovesi guidati da Guglielmo Embriaco ebbe un effetto rincuorante; molti crociati, già rientrati dalla tradizionale escursione al Giordano, speravano ora di poter riguadagnare il loro paese su quelle navi; ma ogni via di fuga era chiusa. Si approntarono dunque le torri lignee per l’assalto finale. Il conte di Tolosa affidò la costruzione della sua alla perizia dei genovesi, famosi per questo loro talento e noti anche per essere valenti balestrieri. Insieme ai prigionieri saraceni lavorarono sotto la guida di Guglielmo. Fu lui a condurre l’attacco finale da sud entrando in città dalla porta di Davide.
Asciutto e distaccato secondo le buone tradizioni genovesi, Caffaro lascia invece cadere, con apparente noncuranza, il ritratto del suo eroe in mezzo ad un racconto che prende le mosse da lontano: “La città era assediata da un mese, quando giunsero a Giaffa Guglielmo Embriaco genovese e suo fratello Primo e, per timore dei saraceni di Ascalona, non poterono tenerle; perciò le distrussero e tutto il legname delle galee, utile alla costruzione delle macchine da assedio per la conquista della città, fecero portare a Gerusalemme. I cristiani, che si erano molto rallegrati per l’arrivo dei genovesi, li ricevettero con onore e si consigliarono con loro sul modo di assalire la città. I genovesi costruirono le macchine e tutto il necessario…”.
Nel rapido ritratto inserito all’interno del “memorandum” dedicato ai rapporti tra Genova e l’area mediorientale, emerge chiaramente l’ambivalenza insita nella figura di Guglielmo, proposto nella sua naturale metamorfosi da uomo di mare e d’affari in guerriero capace di trasformare le sue galee in torri da guerra destinate all’assedio di una città. Ma non si tratta di una città qualunque. Uomo giusto al posto giusto, tra Giaffa e Gerusalemme l’Embriaco diventa il simbolo del cavaliere che, messi da parte i tornei, sa impegnarsi, con uguale baldanza ed uguale disinvoltura, in operazioni marittime e commerciali, piratesche o di guerra, come dimostra l’ambiguità di quella sua apparizione, così pronta e così efficace nel momento decisivo. Con un improvviso fascio di luce Caffaro illumina la nuova inclinazione “mediterranea” dell’Europa; e sul tema emergente della “guerra giusta”, l’icona genovese si allinea con naturale semplicità alle immagini dei cavalieri, che illustrano canzoni di crociata e facciate di chiese; anch’essa metafora di una nuova età, in cui la sacra figura del Santiago “matamoros” e quella di Roland che muore a Roncisvalle esprimono i lineamenti di una nuova cavalleria, al servizio dell’Europa cristiana. Come accade in tutto l’Occidente anche il Comune genovese ha bisogno di costruire il suo “mito delle origini”; e per questa via passa la testimonianza di Caffaro.

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Qualunque sia stata la ragione che ha portato i due fratelli e le loro galee nel Mediterraneo orientale, Caffaro, sottolineandone il carattere non ufficiale, ci propone qualcosa di più. Fa altrettanto nell’ouverture della Lyberatio civitatum Orientis, quando segnala il presunto viaggio di Goffredo di Buglione, da Genova ad Alessandria d’Egitto, compiuto sulla “Pomella”. Descrive cioè la tranquilla, naturale abitudine genovese di navigare in quel mare; dimostra la frequentazione della sua sponda meridionale, confermata da scarne, ma sicure notizie fornite da testimonianze ebraiche ed arabe, rivelatrici di una pallida attività commerciale genovese già alla metà dell’XI secolo. Anche se poi, per celebrare la sua gente e per fedeltà alla tradizione colta, preferisce proporre invece una sequenza di imprese guerresche, collocate subito all’inizio degli Annali.
Capita altrettanto per la Lyberatio civitatum Orientis e per l’Ystoria captionis Almarie et Tortuose, operette destinate ad esaltare l’impegno genovese nel Mediterraneo orientale e occidentale: Caffaro impone alla ricostruzione delle vicende un profilo “crociato”, che segnala la partecipazione genovese ad azioni di guerra nelle due zone. L’importanza degli Annali, tuttavia, richiede qualcosa di più: un modello storiografico nuovo per forma e contenuti, che gli consenta di costruire l’immagine di un “popolo eletto”, predestinato a svolgere un ruolo decisivo in ambito internazionale, senza occultare gli “accidenti” del nuovo corso politico ed economico, al quale può senza fatica attribuire fattezze epiche. Gli eventi di guerra sono infatti naturale supporto dell’aggressività espansiva implicita nell’economia di mercato. Gli Annali, conservati nel pubblico archivio per decreto consolare dal 1152, gesto che colloca l’annalistica genovese su un piano totalmente diverso rispetto a ciò che avviene in altre città, da quel momento diventano testimonianza ufficiale; sono quindi l’unica “verità”. L’élite genovese cerca il riconoscimento della sua nuova formula oligarchica fornendo una chiave di lettura accessibile, diversa ma non troppo distante dalle coeve storiografie normanna o francese. Caffaro deve mettere per iscritto una storia che, senza sconvolgere la tradizione, disegni il profilo della vicenda euromediterranea nel suo complesso e non offrire un’immagine solo cittadina o solo mediterranea. È lui dunque il primo a sottolineare che i genovesi sono e vogliono esser considerati uomini dell’Occidente.
La coscienza di appartenere ad un blocco politico, di esserne parte essenziale per il preciso ruolo dettato da una funzione portuale, molto considerata sul piano militare e commerciale dagli europei, non è certo l’ultima delle ragioni che spingono la dirigenza genovese a confrontarsi, alla metà del secolo XII, con le altre potenze internazionali sul piano dell’immagine. Particolarmente inclini a valorizzare la scrittura non per lasciar trapelare qualcosa di sé, ma per testimoniare concrete volontà, i genovesi dimostrano qui per la prima volta una loro particolare predilezione per la storia. Anche in questo caso però la finalità che li anima è conforme alla loro natura, votata sempre e comunque al pragmatismo. La storia come registrazione di eventi, immagini, documenti, ricordi, con la sua illusione di ricostruzione oggettiva e la conservazione perpetua del testo nei pubblici archivi, che ne accentua valenza durevole e funzione esemplare, è strumento perfetto. Tuttavia non è facile, né per l’esperto Caffaro né per il dotto notaio che lo aiuta, seguire questo percorso.
Per molti aspetti analoga ad altre “microstorie” comunali, la vicenda genovese ne diverge profondamente nella sostanza. La differenza non si coglie nel sistema politico, ma semmai nel paradigma comportamentale che alimenta le istituzioni. La formula corrisponde all’ampiezza e all’elasticità di un’azione espansiva, che, fin dal Mille, spazia dall’Atlantico al Levante, proponendo un modello peculiare e inconfondibile. Come è stato giustamente sottolineato da Fernand Braudel, esso rappresenta il volto precoce del capitalismo. Su questo modello i genovesi basano i loro primi successi e baseranno quelli futuri.
Si tratta dunque di storia dei genovesi e non di Genova. Quasi un secolo fa lo ha segnalato Roberto Lopez, sciogliendosi dal pervicace abbraccio di un’età comunale letta come paradigma “rivoluzionario” nella storia delle città italiane, sollecitato già dalle cronache coeve e perpetuato dall’ideologia ottocentesca fino ai giorni nostri; nel quale la serializzazione del genere finisce per cancellare i “caratteri originali”. Caffaro, costruendo la sua “genealogia” della città come quella di una dinastia e cantandone le glorie come quelle di un cavaliere o di un re, forse vuole davvero condurci in quella falsa direzione. Ma le sue parole, pesate una per una come egli stesso le pesò prima di passarle all’archivio pubblico e cioè prima di consegnarle deliberatamente alla memoria, raccontano altro. Descrivono una mutazione, quasi una trasformazione compiuta all’interno di un sistema; una rottura lì per lì traumatica, ma in breve riassorbita e metabolizzata da più ampie strategie, da più grandi interessi vicini e lontani. Con altre parole, ma non diseguale armonia, parlano gli atti del notaio Giovanni Scriba e tutte le testimonianze del tempo, raccolte nel Liber Iurium e nel Liber Privilegiorum della Chiesa genovese. Attraverso storie individuali, che sono comunque sempre storie familiari e si inquadrano nel grande spazio euromediterraneo, si chiarisce la singolarità di quella storia, la sua unicità.
Rivoluzione o no, non è facile nobilitare il cambiamento, rendendo accettabile ai grandi poteri monocratici l’esistenza di un sistema comunale, guidato da un’oligarchia di guerrieri che sono anche mercanti. Impossibile limitarsi al racconto di un mutamento politico, sostanzialmente incompreso da chi guarda alle vicende del grande porto genovese vivendo in “habitat” del tutto diversi. Caffaro però propone la sua soluzione; e la trova in un tema di grande respiro, perfettamente adattabile a chi, vivendo l’esperienza comunale sulle rive dell’Europa mediterranea, occidentale e cristiana, desidera comunque allinearsi al resto del mondo europeo. Ed è così che, per consacrare i “padri della patria”; per fondare un “mito delle origini”, lega la nascita del Comune alla prima crociata.
Ancora una volta, tra i cantori delle glorie cittadine, Caffaro è il solo a percorrere questa strada. È ovvio che la scelta non è solo sua, ma appartiene a tutto il gruppo dominante, che intende muoversi alla sua maniera in armonia con un Occidente europeo inteso al recupero del Mediterraneo, il “medium terre tenens”, il “mare nostrum” della Roma imperiale e di quella cristiana. Da quel momento Gerusalemme e Roma rappresenteranno un punto fermo nella storia dei genovesi. Passando per un asse ideale che collega Genova, Roma e Gerusalemme, il Mediterraneo entra per la prima volta prepotentemente nella storia dell’Europa, rivelando di esserne componente essenziale. Questa è la grande novità, colta da un genovese che, pur essendo un guerriero, non vuole stendere soltanto la cronaca di una crociata; pur essendo un cavaliere, non intende scrivere una memoria di stampo cavalleresco, una storia per baroni e teste coronate. La formula di Caffaro ha successo: da allora in poi, ogni volta che dovranno dichiarare la loro identità ufficiale, utile a travestire comportamenti in realtà assai più elastici, i genovesi riproporranno la stessa ricetta. Quattrocento anni dopo Colombo dichiarerà, infatti, che Gerusalemme è il fine ultimo della sua avventura.
A completare l’operazione sul piano ideologico si muove tuttavia un apparato più ampio. Un grande affresco nella cattedrale di San Lorenzo esalta le spedizioni condotte su Almeria e Tortosa; epigrafi celebrative dei successi genovesi, stese in versi leonini, sono collocate sulla porta di Sant’Andrea, la cosiddetta “Porta Soprana”, che chiude la nuova cerchia di mura alzata in tutta fretta – dice sempre Caffaro – nel timore di un assalto del Barbarossa (con il quale però, fatti i debiti conti, i genovesi ebbero tutt’altro che cattivi rapporti).
In realtà, al di là di eventuali ragioni contingenti, rendere “attuale” un passato ormai lontano attraverso l’operazione magistralmente condotta sulla figura di Guglielmo Embriaco, ha il sapore di un repêchage inteso a sostenere l’attualità di un contesto politico, di cui l’autore stesso, Guglielmo, la sua famiglia sono stati da più di mezzo secolo parte essenziale. Non si tratta solo del fermento interno alla città, ma di un quadro internazionale in cui le città-stato, germinate tra le Alpi e il Tevere, appaiono comunque disobbedienti all’Impero e comunque diverse rispetto alle emergenti Corone, che pure degli uomini dei Comuni italiani hanno molto bisogno. Lo esprime con chiarezza Ottone di Frisinga, sprezzante e incredulo di fronte al governo dei “meccanici”. Nei secoli successivi, molti saranno gli europei che avranno buon gioco a tacciar di “mercanti” e “usurai” quegli incomprensibili individui che, artisti della guerra per mare e per terra, sanno anche far fruttare i loro capitali nel commercio e nella finanza, sfidando la sorte in ben calcolati rischi, reinvestendo i profitti in modi, tempi e spazi diversi, senza disperderli mai nel magnifico, ma sterile consumo.
Il fatto è che le galee, gli uomini e i capitali dei genovesi sono sempre più necessari alla gente di un Occidente di fronte al quale si aprono continuamente nuove prospettive. Ed è su questa domanda che Caffaro gioca tutte le sue carte, inventando un puzzle, atto a dimostrare che Genova è davvero la “porta” dell’Europa. D’altra parte non tocca solo a lui decidere che la porta diventi il simbolo del sigillo e della moneta della città. L’artifizio retorico, basato sul toponimo “Ianua” invece che “Genua”, diventerà il facile Leitmotiv della pubblicistica locale e internazionale insieme alla ben nota endiadi “Ianuensis ergo mercator”.
Indispensabili all’Europa continentale nel mantener viva la circolazione di beni importanti (le cosiddette “spezie”, le gioie, le sete) e la rinnovata esperienza di saperi mercantili e finanziari, di tecniche notarili, cartografiche e navali, i genovesi si distinguono dagli altri operatori dell’epoca, ovviamente dai loro “nemici” veneziani o pisani, per una maggiore e disinvolta ampiezza di movimento. Il Mediterraneo occidentale e l’area atlantica sono precocemente frequentati, con un’aggressività costante e bilanciata in tutte le direzioni. Controllando il più importante porto del Mediterraneo, esercitano il loro diritto di passo con bieca e piratesca fermezza. La posizione geografica nell’estrema area occidentale dell’Eurasia consente loro di esigere importanti privilegi sia da chi muove le fila della strategia militare internazionale sia da chi controlla le aree di espansione, che essi collaborano costantemente ad allargare. Dalla penisola iberica fino al vicino Oriente, da una parte o dall’altra del Mediterraneo, i comprimari dei genovesi sono ben consapevoli della loro determinazione – sempre sottolineata in tutte le testimonianze d’epoca – e non ne sono particolarmente lieti; ma evidentemente devono stare al gioco.
Celebrare la vicenda di gente chiusa, aggressiva, ma attenta a dissimulare le sue scelte piuttosto che ad esaltarle (ciò che rende sempre un po’ monocorde la sua storia), è faccenda quanto mai delicata. Con l’abituale prudenza – virtù primaria per chi esercita l’“ars mercatoria” – il gruppo dirigente sceglie al suo interno. Infatti, tra i “meliores” dell’élite consolare, che, come capita a quei tempi, non ha certo troppa confidenza con la penna, ce n’è uno che sembra fare al caso. Di Caffaro sappiamo molto e sappiamo poco. Sappiamo soltanto ciò che l’ufficialità dei suoi molti ruoli lascia trapelare o poco più, come capita quando si tenta di scavare nella vita della gente di quel lontano passato.
L’uomo giusto appartiene all’aristocrazia viscontile e consolare; otto volte console, diplomatico, guerriero e uomo d’affari, ha vissuto e vive in prima persona molte delle più importanti azioni politiche ed economiche. Dopo mezzo secolo ininterrotto di governo, si presenta la necessità (o il desiderio?) di rinsaldare l’immagine genovese. Caffaro, aiutato da un notaio, il “colto” rincalzo al quale i genovesi mai rinunciano in nessun momento privato o pubblico della loro vita, si accinge al non facile compito. Decide di tenere una via intermedia: non tradire il vecchio mondo al quale lui stesso appartiene, ma scialbarlo quel tanto che basta a garantire la novità. Caffaro sa che il Comune genovese è ammesso tra i “grandi” solo in ragione della sua potenza. Sa che, nel fondo della loro scostante, taciturna antropologia, i genovesi sono fedelissimi al modello archetipico europeo; sa che il loro successo nel mondo si misura sulla loro capacità di mantenersi rigorosamente devoti, entro e fuori le mura della città, alla “grande famiglia” e alle sue alleanze. Non per nulla il Comune s’innerva sulla “Compagna”, istituzione laica, formata dai capi delle famiglie che contano, ma naturalmente alleata della Chiesa locale. Una Chiesa a sua volta rinnovata, nel solco della “lotta per le investiture”. Un fenomeno centro-europeo che a Genova si coglie soltanto nel variare dei nomi dei vescovi di quel tempo, che si rinnovano a partire dal mortariense Airaldo Guaracco o nella presenza precoce e assidua di Ordini religiosi, che quella riforma religiosa patrocinano.
Il rapporto che l’élite stringe con la Chiesa locale non riguarda soltanto le strategie per il controllo delle vie di comunicazione; le operazioni immobiliari condotte da monasteri, chiese e istituzioni ospedaliere, che precedono e accompagnano operazioni pacifiche o guerresche. L’oscura nascita del Comune genovese si percepisce più facilmente nella funzione di rappresentanza che il vescovo svolge in sede internazionale. Lo dimostrano i primi privilegi oltremarini, non casualmente raccolti soltanto nel Liber Privilegiorum Ecclesie Ianuensis, quasi a segnalare una, seppur transitoria, funzione semipubblica della cattedrale. A Genova, c’è sempre un’organico scambio tra Chiesa e Comune. Qualcosa che va al di là delle questioni politiche e investe l’identità cittadina. Il culto delle reliquie, molto sentito in una società che ne farà particolare oggetto di venerazione e non solo di scambio, assume una chiara connotazione civica, fortemente innestata sull’ideologia di stampo euromediteraneo che il potere disegna. Le ceneri di San Giovanni Battista e la prima chiesa del Santo Sepolcro, il “Sacro Catino” e la gerosolimitana San Giovanni di Pré; più tardi il “Sacro Mandillo” e la croce degli Zaccaria giocano un ruolo determinante nel costruire un’identità genovese, incline a legare la sua città e la sua chiesa al Mediterraneo. Lo dimostrerà in massimo grado il beato arcivescovo Jacopo da Varagine nella gran copia delle operine dedicate alle reliquie e nell’impianto della sua Cronaca, in cui Genova diventa addirittura punto di eccellenza della cristianità.
Tutto è spiegato con chiarezza nei primi simboli cittadini. Nel manoscritto parigino degli Annali il vessillo a tre fiamme, con la croce rossa in campo bianco, riprende il “vexillum Sancti Petri”; il vessillo a quattro fiamme, di solito innalzato sulla galea ammiraglia, porta l’immagine di San Giorgio che uccide il drago. Da analoga suggestione orientale deriva certamente il grifo bifronte che, insieme con il Giano bifronte, dio delle porte, compare negli Annali. Animale fantastico, ibrido di aquila e leone, il grifo difende i tesori. Giano è anche il simbolo di Cristo. La “porta”, che fa la sua comparsa sul recto delle monete, quando, nel 1138, Corrado III concede ai genovesi il diritto di zecca, sembra riproporre la valenza di “passaggio”, che il grifo e Giano a loro volta possono richiamare. Sul recto del più antico sigillo genovese compare l’immagine di San Siro; sul verso c’è l’immagine della porta: i simboli s’intrecciano a indicare la forza indissolubile del rapporto che lega potere temporale e potere spirituale, ragione non ultima delle fortune genovesi.
L’alleanza spazia, infatti, ben oltre la Chiesa locale: le ambizioni dei genovesi sono grandi. La loro politica, spesso altalenante e legata alle problematiche del tempo, di solito collima con quella della Chiesa di Roma. Ne sono testimonianza più che i rapporti istituzionali, legati al contingente, le politiche sotterranee dei grandi clan familiari. Si comincia proprio nell’età di Caffaro e di Guglielmo. Così la Chiesa genovese acquisirà nel 1133 la dignità metropolitana; alla quale aggiungerà, trent’anni dopo, la legazia oltremarina. D’altra parte la Curia romana offrirà quasi sempre un saldo sostegno alla soluzione delle problematiche oltremarine, in cui, con frequenza sempre maggiore, i genovesi saranno coinvolti.


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