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Brujas
Storie di streghe
di Natalino Piras
Primo capitolo
Le brujas che arrivano sino a noi
La parola “bruja”,
al plurale “brujas”, figura in 2 milioni e mezzo di siti internet. Da bruja a
brussa, una parola pesante. Vuol dire strega e puttana. Ancor più forte: “bagassa”.
Che ha poi lo stesso significato di “poledda”, letteralmente asina. Tale era
nella concezione dei nuoresi Grazia Deledda, la scrittrice cui fu assegnato il
premio Nobel nel 1926. Grazia, contraddizione nominale, era brussa e poledda
perché con i suoi romanzi si era permessa di dire quanto non andava né detto né
scritto. Ed era donna. Grazia Deledda fu quindi per un certo tempo, nel pensare
comune della sua stessa gente, una specie di bruja, in commercio con cose
dell’illecito. Non “brussa” come una che vendeva il proprio corpo, ma a Nuoro se
avessero potuto l’avrebbero bruciata.
Anche se non era più tempo d’Inquisizione.
“È risaputo che numerose persone in Italia furono arse vive nel periodo
dell’Inquisizione: i capi d’imputazione riguardavano in genere casi di eresia,
sabba notturni, adorazione di Satana”. L’Inquisizione bruciò le brujas. Nella
parola “bruja” c’è l’idea del fuoco, il rogo delle streghe, ma anche il senso
del fuoco del demonio ché anche qui da noi il diavolo ha una bella serie di
appellativi. È nero come la pece, coixedda per via della coda, tentabis,
fomentatore di discordia, putente sette terre, butta-giù-case, balente a
rovescio, stenditore di e attizza inganni. Tutta una terminologia che rivela
mascheramenti e torna sempre al fuoco: più che il rosso vivo quanto resta di
nero, di usto, cenere da spargere al vento, come quella di Auschwitz, cenere
grassa per concimare nuovi terreni per nuovi roghi. Il diavolo è purpurillo,
rosso come la fiamma.
Il diavolo delle brujas molto somiglia a quello trattato da Leonardo Sciascia in
Todo modo. Per certi aspetti è proprio don Gaetano, il prete protagonista
del romanzo, che somiglia agli inquisitori, quelli che facevano torturare e
condannare le brujas. Il diavolo di Todo modo, “todo modo para buscar y
hallar la voluntad divina” diceva Sant’Ignazio di Loyola, fondatore dell’ordine
dei Gesuiti, si colloca in mezzo ai naufraghi della Zattera della Medusa,
famoso dipinto di Gericault: cannibali che si mangiano tra di loro per
sopravvivere. Sono cruda rappresentazione di altra gente di “malversazione,
peculato, interesse privato in atti d’ufficio, di ricchezza torbida”. Le brujas
che arrivano sino a noi, così come ce le hanno dipinte, è tutta gente della
zattera di Géricault. Fanno tutt’uno con il diavolo e con le sue diverse forme
di manifestazione.
Ma furono così per davvero, le brujas? E il diavolo come è che pensa e agisce?
Accade in Todo modo una situazione analoga a quella narrata nel film I
soliti sospetti dove c’è un Keyser Soze, rappresentazione dell’ambiguità e
della terribilità del Male. Keyser Soze rivelerà a posteriori la sua vera
essenza di diavolo. Il commissario che lo ha interrogato credendolo un altro si
accorgerà della vera identità del diavolo quando Keyser Soze è già lontano,
ormai imprendibile. E bisogna vedere, nel film, con che sveltezza il falso zoppo
si libera dall’apparente zoppìa. Per farsi un’idea di chi sia il diavolo zoppo
in tempi di guerre e carestia, tempo di brujas, c’è un’incisione di Urs Graf,
mercenario nell’Europa del Cinquecento, secolo di roghi. Il diavolo è repellente
però suadente, nudo, con un membro spropositato che gli si ritorce. Un diavolo
che più brujo non si può.
In questa indagine c’è anche la parola “bruju”, fondata sul femminile “brús´a”.
Vuol dire “linea, confine, sponda, estremità, precipizio, tentazione al gorgo.
“Non mettere il piede in bruju”, “quanti passi ho messo in bruju, in fallo”.
Nella copertina della prima edizione di Todo modo c’è un particolare di
un dipinto del Seicento, epoca di Inquisizione. Il dipinto è del senese Rutilio
Manetti e raffigura Sant’Antonio Abate tentato da un diavolo che porta gli
occhiali. “Un santo scuro e barbuto, un librone aperto davanti, e un diavolo con
espressione untuosa e beffarda, le corna rubescenti”. Questo diavolo porta gli
occhiali, a pince-nez e con la montatura nera. Una leggenda voleva che le lenti
avessero “una diabolica qualità” e che “se il santo le accetterà attraverso di
esse leggerà il Corano, sempre, invece, che il Vangelo o Sant’Anselmo e Sant’Agostino”.
Cosa immonda il libro dei maomettani! Opera di Lutzeddu, che è un altro
appellativo del diavolo, una sardizzazione di Lucifero.
Tra il 1570 e il 1640, in Sardegna, l’Inquisizione emanò 816 condanne. Di
queste, 342 erano per “mahometismo”.
Il diavolo è il signore delle tenebre, padrone del fuoco nelle sue varie forme:
pire ardenti, colate di lava, altiforni, forni crematori. Ma c’è pure una parte
di acqua, nella “valle della morte”, che appartiene al diavolo. “L’acqua morta
del diavolo” genera “l’artiglio del diavolo”: luoghi del sabba, “l’abisso
risucchiante e irredimibile, la palude putredinosa”.
Le brujas, per l’Inquisizione, furono opera e operatrici del demonio. Viravano
al nero, prima che il fuoco le quemasse. Un nero a vasta gamma di rifrazioni.
Tale Isabella Contena calaritana fu classificata in sede di giudizio “cristiana
nueba de moros” in quanto la di lei famiglia era di origini moresche poi
convertita al cattolicesimo. L’essere “moro” era segno marcante tanto quanto il
mahometismo. Si entrava in campo brujo così come entravano nel pericolo
juadaizantes, luteranos, bigami e bigame, diversos, omosessuali, bulgaras e
bulgaros di varia genia, che poi erano legna per il fuoco in quanto sodomiti.
L’Inquisizione guardava anche l’inguardabile. “Aveva praticamente un casellario
giudiziario storico dal quale risultavano non solo i peccati attuali ma anche
quelli degli antenati”. Isabella Contena sopra nominata finì nelle maglie del
Sant’Uffizio e durante gli interrogatori venne minacciata di torture. “Allora
confessò che una domenica aveva digiunato, ascoltato la messa e recitato sette
Pater Noster in onore del Signore delle Tenebre, affinché questi le concedesse
la grazia di far ritornare il marito fatto schiavo”, portato dai Mori in
Berberia. Isabella “si guadagnò 100 frustate e venne bandita dal territorio di
Cagliari”. Solo in seguito, per intercessione dell’arcivescovo ottenne il
permesso di poter vivere in un paese vicino, insieme al marito nel frattempo
ritornato libero dalla schiavitù. “Probabilmente se avesse officiato in onore di
Maometto avrebbe avuto una punizione ben maggiore”.
Per poter essere bruciate, alle streghe si doveva dare la caccia. Come alla
volpe, marjana è la bruja, come alle fiere o a più mite selvaggina.
La caccia alle streghe ci fu in tutti i luoghi-tempo che l’Inquisizione occupò
nel vecchio e nel nuovo continente, in Europa nelle Americhe. Non solo
l’Inquisizione cattolica, pre e post tridentina, ma anche luterani e calvinisti
fecero molte brujas. Da fare ardere con legna verde, come quella usata per
Michele Serveto, a Ginevra, il 27 ottobre del 1553. Calvino fu il suo più
spietato accusatore. Un secolo e mezzo dopo, nel 1692, ci fu Salem, nel
Massachusetts. È lo stesso XVII secolo, seguìto al Cinquecento delle guerre di
religione e dell’intolleranza per antonomasia, che si apre con i roghi di
Giordano Bruno e con quello di Menocchio, mugnaio friulano che davanti al Sant’Uffizio
sostiene essere il mondo una forma di formaggio e gli angeli e gli uomini sono
come dei vermi che ne fuoriescono. Intollerabile eresia. Bruciarono, Giordano
Bruno e Menocchio. Quasi cent’anni dopo, a Salem, altre “vergini-streghe”
vennero accusate di commercio con il demonio. Quell’episodio è arrivato sino a
noi nei fogli e nei libri del tempo, narrato pure al cinema, tratto dal testo
teatrale di Arthur Miller Il crogiuolo che è sua volta una metafora della
caccia alle streghe durante il maccartismo. Le streghe, in quell’America degli
anni cinquanta del Novecento, erano i comunisti e come al tempo
dell’Inquisizione si formò e crebbe uno stuolo di brujas e brujos, verminò una
fitta rete di delatori e spie, “tempo dei furfanti” lo definì Lillian Hellmann,
compagna di vita di un brujo, lo scrittore comunista Dashiell Hammett.
Anche la Sardegna fu sotto il dominio spagnolo dalla fine del Quattrocento sino
al Settecento. Tre secoli di Inquisizione su cui si sono innervate e hanno
sedimentato molte altre forze e forme provenienti dal tempo dei nuraghi, passate
attraverso altre dominazioni: i cartaginesi adoratori del dio Baal cui
immolavano bambini, i romani, i vandali, i bizantini, i genovesi e i pisani e,
prima della Spagna, l’“autonomia giudicale” che ha la sua massima,
contraddittoria espressione nella giudicessa Eleonora d’Arborea: era rejna per i
sardi, bruja per i catalano-aragonesi.
Le brujas e i brujos della Sardegna presentano qualche particolarità rispetto ad
altri di altri luoghi. Forse ne bruciarono di meno. “In Sardegna non vi fu una
vera e propria caccia alle streghe, forse perché il mago e la strega sardi si
discostavano nel loro operare dallo stereotipo delle streghe perseguite
dall’Inquisizione. Le loro caratteristiche più che a fattori eretici, sembravano
condurre a credenze antichissime, facenti parte di un sottofondo religioso
eurasiatico e mediterraneo a sfondo sciamanico”. Ma non per questo le streghe
cessarono di essere inquisite. La parola “bruja” è terribile ancora oggi, pur
divaricata tra fascino e insulto. Bruja-brussa-bagassa, fattucchiera, maga,
donna di cattivo affare, meretrice, egua, garronera, trujota, cioè cavalla,
vagabonda, perdigiorno, troia. Parole pesanti, al massimo grado del ferire, come
quelle che in Diceria dell’untore un malato di tisi butta addosso alla
donna amata, anche lei condannata a morire presto: cajorda, malacunnuta,
panzaiarsa. Bruja, in diminutivo quasi vezzeggiante fa brúsotta-bruixota,
colei che opera brúsería-brujería-bruixería. In certe zone, bugería
sta per “sciocchezze”, “ridicolezze”. Brúsa è anche il nome di un piccolo
ragno campestre, senza localizzazione.
Significativo il richiamo al ragno. La bruja visualizza l’argia, ragno velenoso
(latrodectus tredecimguttatus). Chi veniva morso dall’argia cadeva in uno
stato di prostrazione e catalessi. Stava al confine, bruju che aveva messo il
piede in fallo, tra la vita e la morte. Bisognava ravvivarlo. Allora si
inventava il ballo dell’argia. Intorno al morsicato, immerso fino al collo nel
letame, danzavano sette vergini, sette maritate e sette vedove. Danzavano e a
tratti mostravano il culo nudo all’immerso nel letame. Le sette vergini, le
sette vedove e le sette maritate non erano brussas-bagassas ma era come se
entrassero, con il ballo terapeutico rituale, nel loro ambito. Dovevano guarire
il morsicato, provocargli riso e altra sensazione forte. Dovevano produrre lo
stesso effetto di guarigione di pungas e rezettas, fatture, scapolari e amuleti.
Opera di streghe e di maghe. Strega viene dal latino strix, striges al plurale.
In sardo strix, che è il barbagianni, animale notturno, fa stria. Stria-lamia,
mostro mitologico che divorava uomini, bambini in particolar modo.
A tal proposito la bruja è una coga. “La coga-súrbile, secondo la tradizione
popolare, è quasi sempre un essere inconsapevole delle sue azioni: di giorno
ignora l’istinto vampiresco e durante la notte la spinge verso case in cui si
trovano dei neonati”. Gli succhia il sangue, li uccide. Koga e kogu sono così
chiamati perché “le streghe e gli stregoni sogliono cuocere erbe e preparare
filtri d’amore”. A Lanusei kógu era il geco, “questo rettile notturno in fondo
innocuo, all’apparire del quale tutti fuggono con ribrezzo, oggetto di molte
superstizioni, di modo che non può sorprendere che lo si tacci di stregone”.
Akkogai significa ubriacarsi, stregare, ammaliare con il vino, kogéddu era
l’avaro, il sordido.
Le cogas passarono ad essere brujas proprio durante il cristianesimo, le cogas
che pure originavano dal tempo delle janas, minuscole fate che tessevano in
telai d’oro più morte che vita. Janas-cogas-brujas, come le pensa la gente,
hanno un continuato commercio con l’aldilà. Sono imparentate alle panas, i
fantasmata delle morte in parto che vanno a lavare nel fiume i panni dei loro
neonati e si confondono con le vere lavandaie. Entrano così in campo brujo altre
femminilità mostruose: musca macedda, mosca macellaia scatenatrice di peste,
guerra, fame e carestia, surbiles, maria pettena-pettenedda, luxia rabiosa,
maria mangrofa, la mamma del sole, la mamma del pozzo. Sono varianti di mammotis
e baballotis, anche questi retaggio della presenza inquisitoriale. A Iglesias is
baballotis sono gli incappucciati con il copricapo a punta, come quello delle
streghe e di altra gente degli autodafè. Si muovono nella processione del
Venerdì Santo, portando in processione il Cristo morto, deposto dalla croce.
Jana, coga, bruja, varzia, bruscia. “È una varzia rimasticata, falsa da cima a
fondo, non ha abortito”. E ancora: “Ruggero conosce i venti, i profumi, i
predoni. Si crede principe di antica stirpe, è figlio di un fabbro e di una
bruscia, è ignobile e folle come un muflone”. Ancora in campo brujo entrano la
peste nera, il castigo de Dios, le cavallette tzilipirkes. Inquisitori e untori.
Incantadoras dentro il turpe. Cogas e dimonios-cani bianchi, cristallizzati dal
vento caldo. E mariposas-brujas, farfalle-bagasse, dentro gli inferni quotidiani
di strettoie paesane e castratoi periferici di Genova, Cagliari, Napoli, Palermo
e altre marine dei sud del mondo. Brujas-mariposas senza Spirito Santo.
Coga è “l’accabadora”, sempre dallo spagnolo “acabar”, mettere fine. L’accabadora
non è bruja in quanto il suo ruolo è se non istituzionalizzato perlomeno
accettato. Nella società antica dei sardi arrivata fin alle soglie
dell’Ottocento, accabadora era colei che doveva finire un malato terminale,
sofferente. Una delle ultime accabadoras “aveva grandi mani brune come di chi le
usa per lavorare anche fuori casa”. Il suo strumento da lavoro consisteva in “un
pesante martello di legno, lucido per l’uso. Non era altro che un ramo di
olivastro secco, tagliato ai lati di un ramo più piccolo che fungeva da manico”.
L’atto dell’accabadora che abbatterà il martello sulla testa di un vecchio è un
atto da bruja, però necessario. L’accabadora ha come un ruolo sacerdotale,
nell’utilizzo del suo strumento di morte che è il ribaltamento del malleus
maleficarum, il martello delle streghe, il primo testo canonico usato dagli
inquisitori, pubblicato nel 1486 e usato dai due domenicani tedeschi Heinrich
Kramer e Jacob Sprenger. Il malleus funzionò anche in Sardegna. Ancora perdura
nel lessico il “colpire a libro” degli esorcisti. Altre accabadoras non usavano
il martello, ma un acuminato spillone.
Questo della morte necessaria per togliere dal mondo i vecchi inutili è un
elemento insito nella storia e nel mito dei sardi. In anticoriu, i vecchi che
non servivano più venivano accompagnati dai figli sino a un baratro e qui
precipitati. Oppure gli si faceva bere del veleno ottenuto pestando radici
d’euforbia, lo stesso che serviva ai pescatori di frodo per avvelenare le acque.
I vecchi bevevano il veleno e il loro volto si torceva in un ghigno, un sorriso
tragico, da agnello scannato, il riso della melagrana aperta, il riso sardonico.
Tutto questo durò fino a che non venne Gesù Cristo a comandare che d’ora in
avanti i vecchi li avrebbe uccisi il tempo.
Brujas-bagassas sono anche le cose. In Paese d’ombre, a un certo punto il
mercante bosano signor Manno impreca contro un nero landeau perché la vecchia
carrozza nera e sgangherata gli era sembrata di malaugurio come un carro funebre.
“A s’inferru, a s’inferru, bagassa ezza!” urlò, tagliando l’aria con la mano.
“All’inferno, all’inferno, vecchia bagascia!”. A Norbio, il paese d’ombre, uno
dei tanti punti dell’universo dentro cui si aggiravano la mamma del sole e altre
anime lunghe, c’erano le usuraie Attilia Pontilla e Potenzia Moro, viperas et
brujas, esercizio del sesso unito a capacità imprenditoriale, streghe maracandas
e streghe macondiane, rulfiane, pedro-paramiane, Petra Cotes e ancora Potenzia
Moro, figlia e sorella. E zingare. “Si chiamava Feliciana Spanedda, figlia di
Amedeo Spanedda e Lica Piras, due vecchi di statura così piccola che sembrava
impossibile avessero messo al mondo una donna così alta come Feliciana. Per
questo si era diffusa in paese la voce che fosse stata abbandonata da una tribù
di zingari ch’era passata nelle vicinanze di Norbio una cinquantina d’anni
prima. Di zingara aveva l’aspetto. Vestiva come se fosse vissuta sempre nella
tribù, portava i capelli legati con fili di lana colorati ed era carica di
braccialetti, collane e anelli di cui nessuno conosceva la provenienza, e, come
una zingara, chiedeva l’elemosina, benché i genitori fossero benestanti. Leggeva
anche la mano e vedeva nel futuro in concorrenza con le streghe professioniste
di Norbio, le protette di san Sisinnio”.
In altre Norbio, le brujas stavano sempre in vicinati del basso, i più antichi,
rosi dal tempo, di epoca fenicia e romana, che avevano nome Cadone, la
mercurialis annua, erba putrida, oppure Castrum. Brujas e ladri da poco,
cipollari, ladri di cipolle e altre cose vili. Mercuria è la bruja che dà inizio
al processo alle streghe di Nogaredo, Trentino Alto-Adige, nel 1646, accusando
Domenica Chemelli. Ancora a proposito di erbe, sono sempre presenti nel
commercio tra stregoneria e magico. A Triora, provincia di Imperia, sul finire
del Cinquecento imperversarono gli inquisitori genovesi, autentici criminali.
Anche a Triora le erbe avevano enorme significato, in campo normale, e in campo
magico-brujo. “Per la donna triorese quell’insignificante pianta, chiamata erba
della Madonna, rappresenta un vero toccasana dall’insonnia e dal mal di pancia,
dal raffreddore e dai disturbi nervosi”. Era una concezione atavica. Per l’erba
della Madonna, volgarmente chiamata “strigonella” o erba stregona, si finiva
torturate, smembrate dalla corda, impiccate a grappoli. Erano tempi di fame, di
carestia, di continuata peste.
In altri posti ancora, le brujas le chiamavano brassanas. Brassana fu una tale
bruja, “l’unica puttana dichiarata, una povera donna”. La desideravano il
sacrista Catzillo e il bracciante-muratore Diadoro, della stessa casta dei
cipollari del Castrum e dei remitanos di Cadone. Ebbe molti figli la brassana,
tutti da diverso uomo, lei che si faceva pagare in moneta dagli amatores. Però,
contraria all’usanza, “non andò a Tripoli” a partorire, a nascondere i frutti
del peccato. Era come una nuorese Tataja, che vuol dire balia, “il cui nome
diceva che aveva avuto figli e aveva allevato figli altrui, ed era stata tre o
quattro volte a Tunisi, dove le donne del popolo scappavano quando restavano
incinte, per farsi il bastardo”. La brassana di paese, gli illegittimi se li
teneva: tutti a lei somiglianti, occhi e capelli chiari. Non ricorreva alla
ruota degli esposti. Né mai alle donne che portavano lontano i figli burdi,
bastardi. A volte li sopprimevano.
Dice l’antropologo-psicanalista: “Quando una donna di gente media, medio-buona
genera un figlio illegittimo, si crea una metafora, che rispetto al fare il
burdu nella classe bassa, è attenuante, non brutale”. La metafora è legata al
fantasma del nascondimento. “Ehi, anche se ve lo nascondete non è cosa da
nascondere”. Magari si cerca di addossare tutto sull’uomo, sul maschio: “Perché
l’ha ingannata la poveretta. Si poteva combinare l’unione. Invece l’uomo ha
ingannato”. È questo inganno quanto salva la donna della classe alta dall’essere
bagassa. Su burdu fatto dalla donna della classe alta è meno burdu, meno
illegittimo, quasi più legittimo. Ci si appiglia al concetto di errore. “Culi
caente, culo caldo ma il tanto glielo hanno dato”. Nella vera povertà invece,
per quanto riguarda le brussas, che sono remitanas, cioè della classe più bassa,
reietta, non c’è mediazione linguistica, non c’è concetto di errore. Bagassa e
basta. È nel destino della bagassa di Cadone, che fu a Bitti luogo di brussas,
non avere altro destino.
Gli altrove sono ripetizioni di una condizione di basso. Muovono dal cuore di
tenebra e a questo ritornano lungo acque a tratti stagnanti e putride. A volte,
le ripetizioni arrivano al limine del mare. Qui le bruje erano brussonazzas,
“donne di poca moralità”.
Confini e orizzonti si contattano per poi riallargarsi e ancora ritoccarsi. Il
focus resta comunque l’Inquisizione, tempo di embusteras bugiarde, “così furono
considerate nel ’600 le streghe”. Il tempo delle embusteras è uno dei cerchi
concentrici del discorso, immanente e incombente in questa nostra storia che
tante altre ne comprende: mappe reali e geografia dell’immaginario.
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