La bussola amorosa
 
di Paolo Lingua


1.

L’alba lattiginosa e abbagliante di fine maggio invase l’interno del pullman navette diretto all’aeroporto. Le piccole luci giallo-itteriche collocate asimmetricamente sopra i finestrini rimasero accese, inutili come quando fuori l’oscurità era totale.
La vecchia aurora d’un tempo, con il sole che corteggiava la terra e la luna non esiste più, fu l’estemporaneo pensiero di Silvana. Anche i giovanotti (ma chi li definisce ancora con quel termine?) non fanno più la corte alle ragazze. Si va dritti allo scopo, subito. Si passa dalla notte al giorno senza perdere tempo.
Il bianco prepotente del mattino la indusse a stirare le braccia e a riassestare il corpo, incastrato in una poltroncina forse concepita per fondoschiena anglosassoni, asciutti e ossuti. S’era sistemata in prima fila, sola, dalla parte del corridoio. La luce batteva come un riflettore sui suoi compagni di viaggio. Silvana si girò per esaminarli. In genere, al buio, i viaggiatori non si guardano mai in faccia. Si lasciano trasportare, passivi e diffidenti, da taxi, autobus, vagoni, piroscafi od oggetti volanti, rannicchiati come feti, pronti a scattare in piedi un attimo prima di giungere a destinazione e a sciamare, sempre tenendo gli occhi semichiusi, simili a una cucciolata irrequieta, famelica di autonomia e d’indipendenza, ma al tempo stesso preda d’una reciproca, irragionevole gelosia.
Nel quieto abitacolo della navette, oltre a Silvana c’erano sì e no una decina di persone, d’età media non inferiore ai sessant’anni, tutti tenaci clienti del servizio di linea. Gente cauta, parsimoniosa, legata ancora a una cultura costruita sulla sobria saggezza che assimila il taxi allo spreco. Silvana, in cuor suo, sorrise di simpatia all’indirizzo di ognuno. Gli habitué delle navette dovrebbero essere riuniti in associazione, portare un distintivo e ricevere, magari dopo quindici anni di regolare servizio, una medaglia d’anzianità e una piccola, simbolica pensione, la stessa che spetta a chi ha preso parte a una guerra.
La pattuglia dei vicini di Silvana subiva con molta civiltà gli affronti dell’alba. A occhi bassi, chini, quasi contratti su se stessi, i dieci anziani viaggiatori sembravano animaletti da pelliccia che, concluso il tempo del letargo, indugiano, ancora assuefatti al sonno, supini in fondo alla tana, rifiutando il richiamo della primavera.
Forse (fu il secondo pensiero di Silvana) chi per tutta la vita preferisce fare l’amore al buio, ha sofferto per la mancanza di luce nell’utero materno. La riflessione non era farina della sua mente. Trascriveva la risposta d’un esperto psicologo d’una rivista di cui la ragazza era assidua lettrice.
Il settimanale le faceva compagnia anche in quel momento, arrotolato assieme ad altri confratelli, legati da uno spesso elastico di caucciù, che era come un cordone ombelicale. Silvana era quasi golosa di periodici che puntano a sviscerare i problemi di comportamento sensitivo, sentimentale e sessuale della “coppia moderna”, con riferimenti scientifici alla ginecologia. Aveva compiuto, prima d’impiegarsi presso una società d’assicurazioni, studi medi svogliati: adesso aveva, per la cultura, una curiosità morbosa. Le sue riviste preferite, però, non le leggeva a casa, mescolate con noncuranza nel gran cestino dei giornali dove pescava anche sua madre. Né le spartiva con Gino, il fidanzato che stava per raggiungere a Genova per un week-end.
Il rito della lettura era rimandato al tempo dopo il decollo, anche per sfuggire al vago senso di disagio che, sempre, le provocava un viaggio in aereo. Non aveva ancora vinta, né nella realtà, né in sogno, la paura di volare.
Da bambina era caduta, senza farsi troppo male, da una di quelle giostre volanti che hanno i sedili assicurati a un cilindro rotante per mezzo di robuste catenelle. Aveva insistito con suo padre per salirvi. L’uomo, inesperto nel tenerla in braccio, le era ruzzolato addosso, coprendola con il suo corpo. La paura e quel contatto le erano rimasti impressi sgradevolmente. Così Silvana era giunta al terzo pensiero della mattinata: non era ancora riuscita a liberarsi completamente del suo complesso edipico.
Tornò a osservare i compagni di viaggio. Erano curiosamente assiepati verso il fondo, disposti come i pezzi d’una scacchiera, alla fine della partita, quando mancano poche mosse al matto. L’autista appariva isolato e lontano, simbolo del Re del colore vincente. Autista-Re, Re-Padre, Padre-Edipo. E poi ancora: Partita-Competitività, Guerra-Scontro, Corpo-a-Corpo, Odio-Amore: Rapporto Sessuale? Volendo, era possibile spiegare tutto.
Silvana incominciò a prevedere i propri gesti e il proprio comportamento nella successiva ora di volo. Avrebbe scelto con cura un sedile di corridoio, per via del timore di guardare fuori del finestrino; avrebbe dosato la manetta dell’aria, si sarebbe allacciata con pignoleria la cintura, badando a non lasciarla troppo stretta o troppo larga. Infine, avrebbe smazzato la prima delle sue riviste. In un’ora, disinteressandosi della trasvolata, le avrebbe divorate, in modo da poterle abbandonare, senza rimpianti, sul sedile. Non voleva che Gino gliele vedesse tra le mani. Coinvolgevano fatti personali, dai quali lui doveva restare escluso. Una volta, un uomo anziano e assai distinto l’aveva rincorsa per restituirle le riviste dimenticate. Rossa in viso, lei ne aveva fatto dei cilindri strettissimi che era riuscita ad incastrare tra le poltrone della sala d’aspetto.

Si trovò con il naso schiacciato nella spessa felpa dello schienale dell’autista Re degli Scacchi. La frenata, lo scarto e l’urto s’erano succeduti in un lampo. Il ciclista, emerso come un fantasma dietro l’unico albero sopravvissuto sul ciglio della strada, si dileguo a zig zag, come una biscia che si perde tra le rocce. Troppo pallido per inveire, l’Autista-Re chinò il capo sulla ruota del volante, respirando profondamente. La sterzata aveva costretto il veicolo a raschiare la parte inferiore d’una fiancata contro quell’unico, sinistro albero e la ruota posteriore destra s’era incastrata in una radice centenaria che aveva umiliato, perforandolo, persino il manto dell’asfalto.
Il tronco s’era irrimediabilmente incrinato, ma la gomma, incappata nell’indistruttibile radice, sembrava un palloncino di liquirizia esploso. Sbrendoli di copertone liquefatto avevano dato vita, per buona parte della carreggiata, a bizzarre ed oscure efflorescenze.
Silvana, scendendo dalla navette, ondeggiante a causa del suo bagaglio mal bilanciato (tutte sacche e sacchette dalle lunghe tracolle), cercò di ricordare il nome di quelle macchie che gli psicologi usano per suggerire associazioni d’idee. “Ah, le macchie di Rorschach!”.
La ragazza avvertì sotto i piedi il refrigerio dell’asfalto duro e umido. La navette era un relitto, una carcassa puntellata alla stampella del vecchio platano. Avrebbe perduto l’aereo, questo era sicuro. Ma non era quel disguido ad irritarla. Era il pensiero di Gino, la previsione di mancare all’incontro con lui.
Silvana aveva vent’anni, era alta un metro e settanta, aveva occhi azzurri cristallini, capelli biondi e lisci da giumenta dal pedigree infinito, gambe lunghissime. Era vibrante come una colonna ionica sospesa su un’acropoli contro un cielo di fiordaliso. Quel corpo non poteva restare recluso per quarantott’ore in un appartamento di città, l’ultima settimana di maggio.
S’accorse di camminare di buon passo.
S’era lasciata indietro la navette in avaria di oltre cinquecento metri, forse anche di più. Qualcuno chiamava a voce alta, nella sua direzione. L’Autista-Re? Non ricordava più il suo viso. Solo la schiena le era rimasta impressa che sussultava, ansando, sul volante, dopo la frenata. Era fuori dei confini, ormai, non era più il suo Re. Ma lei dove andava? Perché allungava il passo? Era una marcia d’impotenza o di collera?
Avvertì un fruscio all’altezza della coscia sinistra e una sensazione molto simile a un brivido di freddo le risalì lungo il corpo. Una BMW coupé, dalla carrozzeria grigio-azzurra metallizzata, vetri fumé, rifiniture e sellerie in pelle, le si era fermata accanto silenziosa.
 

2.

L’uomo al volante le diede immediatamente l’impressione d’un individuo che ha un solo scopo nella vita: aver cura di se stesso. Lo intuì dalla distanza, calibrata e meditata, degli spazi compresi tra mano, polsino della camicia e giacca, nonché dall’armonia quasi greca che informava il rapporto pantaloni-risvolto-calzini-scarpe. Sono i particolari che distinguono l’uomo elegante dall’uomo qualsiasi. Chiunque, infatti, con un portafogli fornito, può procurarsi dei buoni capi, ma solo un esteta consumato può curare, quasi all’esasperazione, gli accessori.
Lo sconosciuto era freddo, sobrio e perfetto come la macchina. “Questo non fa all’amore per paura di spettinarsi” sogghignò Silvana fra sé, salendo in macchina e scaraventando sui sedili posteriori, con una mossa poco elegante, i suoi fardelli. Lui non aveva parlato. S’era espresso a cenni, a minime contrazioni degli angoli della bocca. Aveva fatto scivolare, con un sorriso anglosassone, i fulgidi Ray-Ban sulla punta del naso, scotendo leggermente la fronte. Si inchinò ancora, sporgendosi di lato, ma solo per richiudere, con una spintarella calcolata, la portiera che girò sui cardini lubrificati in un silenzio da cassaforte svizzera.
L’uomo e la vettura apparivano un tutto unico, gelido e carico di antipatia.
Pure, quella perfezione asettica dava a Silvana una garanzia di sicurezza, quella che viene dalla ricchezza e che, sovente, fuga anche nobili inquietudini. Non ci furono presentazioni. Si parlarono a frasi smozzicate, evitando di affrontare direttamente il fastidioso problema del “tu” o del “lei”.
Silvana udì, impercettibilmente, aggettivi meteorologici (sul tipo di “bello”, “caldo”) e mugolii di approccio accompagnati da vaghi gesti della mano sinistra che sembrava riottosa a spostarsi dal volante. Lo sconosciuto, che non aveva perduto in quel primo tratto di strada, forse un chilometro, la compostezza iniziale, al punto di indurre il sospetto che le pieghe armoniose del suo abito fossero inamidate, accennò alle frecce smeraldine che tracciavano la direzione dell’autostrada Roma-Firenze.
Silvana schiuse le labbra per rispondere una sola parola: “Genova”.

La BMW, agile come una pantera, si piegava appena sulle curve poco rapportate, seguendo sempre l’ideale ordito delle frecce verdi. Man mano che i cartelli s’infittivano, in Silvana s’accentuava la sensazione di trovarsi sulla rampa d’un trampolino, pronta al salto. Nell’attesa d’imboccare la tangenziale, accese una sigaretta, infilandola prima in un cannello d’argento a bocca di leone, all’interno del quale scattò il marchingegno del “briquet” elettrico. Ogni gesto, su quella vettura d’argento, sembrava un fotogramma tolto da un fotoromanzo o da un cortometraggio televisivo, poi staccato e fissato in una cornicetta di fibra di vetro, o fra le strisce di carta gommata, come le immagini appese all’ingresso di una sala cinematografica.
Silvana guardava fuori del finestrino, fumando. Si abbandonava all’immagine trasognata di se stessa, senza rendersi conto che le frecce verdi, sentinelle vigili del suo itinerario, erano scomparse dal ciglio della strada. L’aristocratico coupé sculettava ora tra muraglie di siepi, in una rete intricata di vialetti il cui fondo si sfaldava come borotalco.
“La Fata Morgana!” si sorprese ad esclamare.
L’altro, impegnato nello sterzo docilissimo, non fece commenti. Silvana schiacciò la sigaretta appena incominciata nel posacenere, si sollevò aggrappandosi alla maniglia di pelle che le stava sospesa sopra il capo e aguzzò lo sguardo a forare il bosco. L’azzurro scivoloso, il riflesso acqueo, era il Tevere che baluginava, a seconda dei varchi della vegetazione e dei capricci del sole. Poi, anche il fiume fu inghiottito dalla macchia più fitta. Silvana si rivolse, interrogandolo con gli occhi, allo sconosciuto che conservava la sua espressione. Soltanto le pupille brillavano un po’ di più.
A tratti, riuniva quasi del tutto le sopracciglia, contraendo il viso o stirando la bocca.
Silvana capì e restò paralizzata. Non disse nulla, non si mosse, mentre l’uomo sterzava ancora, prendendo le curve larghe, con eccessiva disinvoltura e lasciando stridere i pneumatici sull’asfalto scorticato. Alla fine, imboccò un viale cieco, bloccandosi con il cofano appena affondato – era il muso d’uno stallone che brucava, dopo una scorazzata nella prateria? – in un cespuglio che mormorava insistente, quantunque non tirasse vento.
Non ci fu una frenata di contraccolpo, ma solo la cessazione del moto; quieta, automatica, senza scosse.
Negli ultimi istanti, Silvana aveva cercato di raccogliere tutti i propri ricordi a proposito dei rapporti, i più sgradevoli, con gli uomini. Non aveva mai subito gravi forme di violenza, a eccezione di epiteti, piccole volgarità spicciole, andando per strada. Oppure fugaci pizzicotti o palpate sull’autobus. Tutto sommato, abbastanza poco per una ragazza vistosa come lei. Una sola volta, aveva pianto quando era scesa per non aver avuto il coraggio di reagire a un lazzarone insopportabile che continuava ad alitarle sul collo il suo fiato caldo e pesante, dopo averla quasi brutalizzata, approfittando della ressa. Non era stato il solito pizzicotto, sovente arrischiato, messo a segno da dita esitanti e mollicce di vecchio o d’impotente. Era stato un gesto sadico, crudele e violento, teso unicamente a far male, senza procurare un’ombra di piacere, quel bene-male in precario equilibrio fra il proibito e l’accettabile. Era stata una torsione, una strappata, più simile a un colpo di punteruolo inferto da un aguzzino, con tutti i crismi della tecnica.
“Il sadismo sessuale è piacevole solo quando è finto, quando è patinato, quando le linee degli abiti e dei corpi cadono plasticamente”. Come i pantaloni dello sconosciuto? Si sentì invasa da un terrore incontrollabile. Sull’autobus aveva vissuto un minuto di disperazione tra l’insulto e la fuga, alla prima fermata. Era corsa via, scartando i passanti un po’ sorpresi, voltandosi di tanto in tanto per controllare se il mostro la seguiva. Ma ora non le era più possibile comportarsi così. Il suo vicino, infatti, salvo la luce spenta delle pupille che s’erano tinte d’un nero torbido, simile all’inchiostro untuoso di certi pennarelli, era puntigliosamente normale: impensabile immaginargli la carica feroce di violenza scattata fra l’indice e il pollice del maestro dei pizzicotti.
Il proprietario della BMW stava pulendosi gli occhiali con un panno di daino, prima di riporli, dopo averli osservati meticolosamente controluce, in una custodia di coccodrillo. Sorrise a Silvana, si aggiustò una ciocca sottile, si sfilò la giacca, badando di adagiarla sul sedile posteriore, accuratamente piegata.
Con il gesto sicuro di chi sa dove trovare un oggetto senza guardare, l’uomo della BMW, allungando una mano all’indietro, pescò due cuscinetti, imbottiti di gommapiuma dilatabile, soffice ed elastica. Li dispose, in assoluto silenzio, sotto la propria nuca e quella di Silvana. Quindi, sempre tenendo lo sguardo fisso dinanzi a sé, sfiorò una levetta sotto il sedile e fece flettere lo schienale in posizione orizzontale. Con una mossa pigra della mano destra, quasi perduta nell’aria, invitò la ragazza a fare altrettanto, ma lei rimase immobile, con tutti i muscoli contratti.
Lo sconosciuto si molleggiò supino, respirando lentamente. Intrecciò le mani dietro il capo e chiuse gli occhi, distendendo gradatamente i muscoli del volto. Il suo viso si fece liscio e sereno. Silvana, invece, non avvertì alcuna sensazione: era solo rabbrividita, quando, nel collocarle il guanciale dietro la testa, lui le aveva sfiorato, indugiando con l’indice, il filo della spina dorsale.
Era stato un brivido di piacere? Forse sì, ma lei continuava ad essere preda del terrore. Trascorse un altro minuto prima che l’uomo aprisse gli occhi, fresco come uno che si sveglia dopo otto ore di sonno. Si sollevò e s’accese una sigaretta. Sempre sdraiato, tirò lentamente alcune boccate.
Silvana si chinò su di lui, ma senza toccarlo.
Desiderava osservarlo più da vicino. La pelle di quel viso le apparve di colpo disgustosa. Intanto l’abbronzatura era precaria, recente, forse ottenuta con la lampada al quarzo. Sotto quella sottile vernice di bruno solare, che di certo si sarebbe squamata a raschiarla con l’unghia, s’intravedeva ai bordi del collo e vicino alle orecchie una pelle giallastra, già vizza, ormai cartapecora. Le labbra erano sottili ed esangui, i denti ben limati, ma irrimediabilmente radi.
Gli occhi erano grigi, acquosi, senza iride. La colpirono anche le mani lunghe, ma ossute e d’un bianco anemico. Si capiva che l’uomo aveva una cura minuziosa, ossessiva del proprio aspetto, ma tutto ciò che doveva suscitare piacere alla vista, in lui assumeva un alone sinistro. Il bell’uomo, elegante e giovanile, era repulsivo come il cadavere imbellettato d’un vecchio.
Il ribrezzo provocò in Silvana un’onda di nausea. Forse aveva a che fare con il Diavolo. Si vergognò immediatamente del pensiero. Non si possono rimuovere i concetti di morale e di peccato, non si può irridere ogni forma di superstizione anche nelle più innocenti e tradizionali liturgie, per poi scivolare banalmente nell’evocazione del Maligno, al momento di subire un fatto spiacevole. Il Diavolo è o no l’equivalente dell’Avventura? Oppure è l’Incognita dell’equazione che dovrebbe darci, come risultato definitivo, la dimensione del Bene e del Male?
Insomma, voleva o non voleva concludere in un certo modo la vicenda di quel passaggio accettato per caso e, in fondo, non sgradito? Se avesse studiato il latino, eterna lingua internazionale dei prestigiatori dell’umanità, preti, filosofi e giuristi, se la sarebbe cavata con la massima: “Coactus volui, sed volui”. Vale a dire: me l’hanno fatto fare con la forza, ma, tutto sommato, non m’è dispiaciuto. Ma Silvana aveva un’idea molto nebulosa dei brocardi. Paralizzata contro lo schienale, seguì gli altri gesti ieratici del suo partner (pronunciò, nel pensiero, per la prima volta, quel termine più confidenziale e le parve già un cedimento). Lui schiacciò con lo stile d’un meticoloso collaudatore il pulsante elettronico che consentiva al finestrino d’abbassarsi e gettò il mozzicone di sigaretta. Manipolò altri tasti e bottoni, regolando l’aria condizionata, nonché il volume d’una musica soffusa – un concerto di free jazz? – che doveva provenire dalla radio o da una cassetta ben dissimulata fra i mogani e le cromature.
Adesso le mani da strega dello sconosciuto galleggiavano nell’abitacolo. La sfioravano con tocchi e strisciate leggerissime, arrivando dalle direzioni più impensate, esattamente come la stereofonia che invadeva l’interno della BMW. Era una violenza non bruta, ma satanica. Silvana si sentiva sfiorata sulle ginocchia, sui fianchi, sulle guance dalla punta di quelle dita prive di polpastrelli. Le mani dell’uomo erano profumate. Emanavano un aroma resinoso che la stordiva, mentre, ondeggiando, cercava di evitare le aeree carezze. Il peso di quelle mani si fece, via via, più greve. Non si trattava propriamente di ceffoni, ma di colpetti maligni, “tagliati”, che le facevano bruciare la pelle come scudisciate.
Forse il Diavolo aveva in animo di ipnotizzarla con una danza sabbatica, prima di possederla. Istintivamente la ragazza alzò le palme aperte, a proteggersi il viso. Con un sorriso di stupore, senza perdere la sua espressione feroce, lui prese a colpirla su quello schermo di carne, parodiando un gioco infantile. Qualche goccia di sudore scese a rigargli la fronte. Respirava a bocca aperta e pareva disidratato. Voleva dirle qualcosa? Aprì la bocca due o tre volte e gorgogliò, senza formulare una parola intelligibile. Già stanco? si rallegrò in cuor suo Silvana.
L’uomo l’afferrò per la vita, di scatto, facendole sbattere la testa contro la portiera. La strinse sino a soffocarla e intanto la mordeva sul collo e le addentava i lobi delle orecchie, con l’insistenza d’un cane che cerchi di trattenere una palla di gomma. Dimenava il capo in continuazione, per assestarsi nella posizione meno incomoda.
Durante il primo assalto aveva tenuto le mani intrecciate dietro la schiena di Silvana, per rafforzare la morsa soffocante. Mantenendo la presa con la sinistra, fece scivolare più in alto la mano destra, cercando a tentoni sotto la stoffa leggera della camicetta il gancio del reggiseno. Non era un’operazione facile e l’uomo s’impuntò. Silvana ne approfittò per divincolarsi, allentando la stretta. Allora lo sconosciuto si chinò nuovamente e, agguantandole un lembo della gonna, la rialzò scoprendole le cosce. Le smagliò i collant con malgarbo e Silvana fissò come abbacinata il buco prima tondo, poi ovale, che correva dalla rotula al resto della gamba. Scattò avanti con il ginocchio piegato e colse l’aggressore all’inguine.
Fu una sorpresa per l’uomo che aprì la bocca per emettere un gemito sordo. Poi si piegò su se stesso, ansando. Lei, fiera e un po’ rinfrancata, si ritirò più lontano possibile dallo sconosciuto, raccogliendo le gambe sotto di sé. Trovò ancora al suo posto, incredibilmente, il cuscinetto di gommapiuma. Lo adattò nel punto della schiena che più le doleva.
E infilò, stavolta spavalda, una sigaretta fra le fauci dell’accendino-leone.


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