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Cacciatrici di balene
Avventure e disavventure al femminile sulle navi baleniere americane
nella seconda metà del 1800
di Annamaria "Lilla" Mariotti
Introduzione
Nel corso di uno dei miei ultimi
viaggi negli Stati Uniti, durante una sosta in un albergo, mi è capitata tra le
mani una vecchia rivista e, mentre la sfogliavo distrattamente, un articolo ha
suscitato il mio interesse e mi sono messa a leggerlo. Era stato scritto da una
giornalista neozelandese, Joan Druett, la quale raccontava che nel 1984 si
trovava in vacanza a Rarotonga, una delle Isole Cook, nell’arcipelago
polinesiano, e, insieme al marito, in una giornata molto calda, stava
percorrendo in bicicletta una pista che costeggiava la bianca spiaggia di
sabbia, al di là della quale si intravedeva la barriera corallina sulla quale si
frangevano pigramente le onde. Lei ed il marito stavano giusto osservando come
fosse ricca e rigogliosa la vegetazione, piena di alberi di frutta tropicale,
verso l’interno dell’isola che saliva a terrazze verso le montagne, e come fosse
brullo il paesaggio dalla parte in cui loro si trovavano.
Improvvisamente videro tra loro e la spiaggia un vetusto, enorme albero
abbattuto da un qualche uragano; il tronco era ormai secco e le radici si
levavano verso il cielo come braccia rattrappite e rampicanti ed erbacce erano
cresciute nella fossa una volta occupata dall’albero. Ma la cosa che più li
colpì fu vedere un giovane indigeno che sotto il sole cocente stava strappando
tutte quelle erbacce con feroce determinazione, cercando di ripulire il posto e
buttandole dietro di sé. Cosa stava succedendo? I due non potevano non chiedere,
quindi lo fecero appena raggiunto il giovane così indaffarato. Il ragazzo
raccontò che stava eseguendo quel lavoro da molti giorni, perché un suo antenato
gli era apparso in sogno e gli aveva ordinato di ripulire quel particolare
posto, perché era un cimitero. La cosa sembrò molto strana ai due coniugi; gli
abitanti di Rarotonga non lasciavano mai incustodite le tombe dei loro antenati,
il culto dei morti è antico come l’arcipelago. Il giovane finito il suo lavoro
se ne andò, la coppia, incuriosita, si mise a girare intorno alle radici
dell’albero abbattuto, ma non trovò altro che qualche resto di ossa imbiancate
dal sole ed alcune pietre tombali ormai danneggiate ed illeggibili, tutte meno
una, che era nascosta nella cavità dove una volta si trovava il tronco, ed era
rimasta invisibile fino a quel momento. La pietra tombale era in discreto stato
di conservazione e l’iscrizione, leggibile come se fosse stata appena incisa,
riportava le seguenti parole:
Alla memoria di Mary-Ann
l’amata moglie del Cap. A.D. Sherman
della baleniera americana Harrison
che ha lasciato questa vita il 5 gennaio 1850
all’età di 24 anni
Solo più tardi, tornata al
villaggio la coppia scoprì il mistero: molto, molto tempo prima, un veliero si
era fermato all’isola con a bordo un giovane marinaio morto di scorbuto ed il
comandante aveva chiesto il permesso di dare al ragazzo una degna sepoltura a
terra. I capi del villaggio erano molto riluttanti a dare il permesso, secondo
le loro tradizioni solo gli abitanti dell’isola avevano diritto ad essere
sepolti lì, ma uno straniero, ed in più un bianco, non si era mai visto. La Pa
Ariki, come la chiama la giornalista, forse una regina, pensò a lungo, poi alla
fine decise che quel luogo lontano ed appartato, sotto un antico albero, poteva
essere destinato come luogo di sepoltura per gli stranieri. Altre navi
arrivarono nel tempo, con altri corpi da seppellire, tra i quali quello della
sconosciuta Mary-Ann, ed il piccolo cimitero crebbe con le sue modeste lapidi,
finché l’epoca della vela finì e nessun vascello andò più sull’isola a
seppellire i suoi morti. Le radici e le erbacce ricoprirono le lapidi, e si
perse anche il ricordo di quel piccolo cimitero sperduto. Ecco come mai, in una
piccola isola del pacifico, che all’epoca poteva essere abitata da indigeni non
del tutto socievoli, se non addirittura cannibali, si trovavano le tombe di
marinai bianchi, lontani mille miglia dalla loro patria, sepolti lì in un
periodo storico legato alla navigazione a vela, alla baleneria e ad un mondo
finito per sempre.
L’articolo continuava, non so in quale tono, io ho dovuto tralasciare la rivista
per andare da qualche parte e non l’ho più ritrovata, ma si era accesa la mia
curiosità. La storia poteva andar bene per i marinai, ma cosa ci faceva in
quell’angolo sperduto di mondo la tomba di una giovane donna imbarcata su una
nave baleniera? Quello era un mondo esclusivamente maschile, e poi, si sa, per
superstizione i marinai non hanno mai visto di buon occhio una donna a bordo,
cosa che rendeva ancora più fitto il mistero. Io avevo visitato, anni addietro,
Mystic Seaport nel Connecticut, un’antica base per le navi baleniere, tanto nota
che era stata usata come location per il film Moby Dick, con Gregory Peck,
tratto dall’omonimo romanzo di Herman Melville, che io avevo letto, ed avevo
anche avuto l’opportunità di salire sull’ultima baleniera americana rimasta, la
Charles W. Morgan, costruita nel 1841 ed ora ancorata alla banchina di
quel porto come un museo all’aperto, ma la mia esperienza sulle baleniere e sul
mondo della baleneria era tutta qui. Avevo anche letto molti romanzi ambientati
in mare, di vari autori, ma mai avevo letto di una donna a bordo di un veliero.
Così ho iniziato le mie ricerche visitando musei, biblioteche, archivi,
documentandomi con letture varie, e mi si è aperto davanti agli occhi un mondo
di cui neanche sospettavo l’esistenza.
Si sapeva già che nel 1800 alcune donne navigavano con i loro mariti comandanti
su navi mercantili, ma si trattava di viaggi abbastanza brevi, la nave arrivava
in un porto, scaricava e caricava merci, la rotta era già stabilita in partenza,
poi le navi mercantili erano abbastanza grandi, intorno alle mille tonnellate,
contro le trecento di una baleniera, l’alloggio del capitano ampio e
confortevole, adatto ad ospitare una donna, c’era un medico a bordo e gli
equipaggi erano formati in media da una quindicina di uomini, tra ufficiali e
marinai. Io sono nata e cresciuta a Camogli e ricordo di aver sentito dire che
nel 1800, quando la mia città veniva chiamata “la città dei mille bianchi
velieri”, perché tanti ne possedevano gli armatori locali, alcune signore
usavano imbarcarsi con i loro mariti comandanti e si diceva che qualcuna avesse
anche coraggiosamente affrontato Capo Horn, i “quaranta ruggenti” come vengono
chiamati i forti venti che soffiano da ovest al di sotto del quarantesimo grado
di latitudine sud, e che rendono quel passaggio estremamente pericoloso,
obbligando le navi a lottare, anche per settimane, se non per mesi, prima di
riuscire a doppiare quell’infernale Capo. Nel nostro Museo Marinaro, sopra una
vetrina, sono esposti due oggetti particolari che risalgono al 1880: si tratta
di due composizioni floreali fatte di conchiglie, messe sotto due campane di
vetro, e chi, se non una di queste intrepide navigatrici avrebbe potuto
comperare due simili oggetti esotici, magari per metterli in bella mostra sulla
credenza del salotto? Comunque quelle presenze femminili non erano ben viste dai
marinai, superstizione a parte, che in America chiamavano quei velieri “hen
frigates”. Hen significa sia gallina che sottana, quindi si capisce che questa
definizione non era certo usata in senso positivo.
Nel 1800 la baleneria era
praticata in tutto il mondo, e negli Stati Uniti in quasi tutti i porti del nord
est si armavano navi baleniere. Per non disperdere le mie ricerche ho
focalizzato la mia attenzione sulla città di New Bedford, nel Massachusetts,
poco più di 50 miglia a sud di Boston, affacciata sull’Oceano Atlantico, la
stessa da cui inizia l’avventura di Ismaele, la voce narrante del romanzo
pubblicato da Herman Melville nel 1851: Moby Dick, la Balena Bianca. È
proprio Melville a darci una bellissima descrizione di questa città in un passo
del suo libro “…In nessuna altra parte, in tutta l’America, potrete trovare più
case dall’aspetto patrizio, parchi e giardini più opulenti che in New Bedford...
tutte queste belle case e giardini fioriti…”.
Melville aveva fatto una breve esperienza sulla baleniera Acushnet
partendo proprio da New Bedford e sembra che il suo romanzo si sia ispirato ad
un fatto veramente accaduto, perché non era insolito che una balena, o meglio un
capodoglio, assalisse e addirittura affondasse una nave. È famoso il naufragio
della baleniera Essex distrutta da un capodoglio nell’Oceano Pacifico il
20 novembre del 1820. Il primo ufficiale, Owen Chase, ha pubblicato un resoconto
dettagliato del lungo e tragico viaggio verso la salvezza, 3500 miglia in
novanta giorni, dei venti sopravissuti, affidati a quattro fragili lance, dei
quali solo otto arrivarono vivi sulle coste del Cile. Il racconto è di una
crudezza impressionante, perché non viene nascosto che gli uomini si diedero al
cannibalismo pur di sopravvivere.
Recenti studi sostengono che la balena è l’animale più pacifico del mondo, ma è
anche il più misterioso, quindi questi episodi sembrano quasi più racconti
leggendari che reali, eppure avvenivano. forse con il termine balena veniva
indicato genericamente il mammifero marino, che si suddivide in diverse specie,
e forse, quello che attaccava le navi era più probabilmente il capodoglio, che
ha un’aria più aggressiva e che con la sua testa enorme e squadrata poteva più
facilmente sfondare il fasciame di una nave, soprattutto se vecchio e fradicio.
sta di fatto che nel corso degli anni in cui è stata praticata la caccia alla
balena questi non erano eventi insoliti.
New Bedford, nella seconda metà del XIX secolo è stata la capitale mondiale
della baleneria, acquistando notorietà e ricchezza, con una flotta di più di
trecento baleniere ancorate in porto o in giro per il mondo a caccia del
prezioso olio. La città, nel 1800, era abitata per la maggior parte da una
società quacchera e bigotta, discendente in parte da quei Padri Pellegrini che
nel 1620 erano sbarcati a Plymouth, in quella che avrebbero chiamato New England,
Nuova Inghilterra, solo per nostalgia, perché il loro scopo era stato quello di
allontanarsi dalla natia Patria dove le loro idee religiose non erano ben viste.
Il terreno su cui sarebbe sorta New Bedford era stato “acquistato” dagli indiani
locali intorno al 1652 da alcuni componenti della Colonia dei Pellegrini,
pagando la stratosferica cifra di dieci scellini, con la giunta di alcuni metri
di stoffa, qualche pelle di animale, qualche ascia, alcune paia di pantaloni,
scarpe e calze, altre cianfrusaglie e, soprattutto, del tabacco, forse la cosa
più preziosa agli occhi degli indiani Wampanoag. Una volta stabilitisi, i coloni
cominciarono a cacciare balene, prima direttamente dalla costa, gettando le
lance in mare ad ogni avvistamento dalla riva, e poi, verso il 1750,
cominciarono ad armare le prime navi che si misero a rincorrere sugli oceani il
grande leviatano.
La città prosperava sempre di più, tutta la vita di New Bedford gravitava
intorno al porto, dove le grandi baleniere erano ormeggiate ai moli, circondate
dai fusti del prezioso olio ricavato dai grandi cetacei, e l’economia cittadina
cresceva, insieme alla prosperità delle ditte che lavoravano l’olio e
fabbricavano candele di spermaceti, una materia grassa ricavata dalla testa dei
capodogli, con cui si potevano produrre candele raffinate e costose, che non
facevano fumo e che, ovviamente, erano destinate ad un mercato selezionato. Per
New Bedford il mare era la vita, su 20.000 abitanti circa 10.000 erano marinai.
Questa città mantiene vivo ancora oggi il ricordo di questo antico retaggio,
ospita un bellissimo museo della Baleneria e, soprattutto, un antico e
fornitissimo archivio su questo argomento. Molte delle notizie contenute in
questo volume provengono da questa fonte.
All’inizio del 1800 il petrolio, anche se noto in altri paesi fin
dall’antichità, era ancora poco conosciuto in America; il primo pozzo sarebbe
stato trivellato solo nel 1859 in Pennsylvania, e prima di arrivare alla sua
raffinazione ed ai suoi derivati ci sarebbe voluto ancora un po’ di tempo.
L’olio di balena era il combustibile più usato, soprattutto per l’illuminazione,
ma anche nell’industria. La moda femminile, inoltre, imponeva alle donne di
avere una vita sottilissima ed allora esse si chiudevano in corpetti attillati
che avevano all’interno le flessibili “stecche di balena”, che altro non erano
che i fanoni di quei cetacei, e sulla parte posteriore dei lacci che
permettevano appunto di modellare la loro vita fin quasi a farle svenire. Questi
fanoni venivano impiegati per molti altri usi, come ad esempio le stecche degli
ombrelli, o l’intelaiatura delle valigie, per citarne alcuni, per i quali oggi
vengono impiegati materiali diversi tra cui la plastica.
Naturalmente quando si parla di balene in generale si intende anche parlare di
capodogli, che erano i più ricercati, in quanto la loro enorme testa, oltre a
contenere una notevole quantità di olio finissimo e puro, forniva anche una
materia grassa, chiamata “spermaceti” con la quale si confezionavano delle
preziose candele. Queste candele venivano usate nelle case delle persone più
abbienti e anche per illuminare le lanterne di alcuni fari. Inoltre il
capodoglio forniva anche un altro preziosissimo elemento, molto ricercato,
l’“ambra grigia”. Questa sostanza, prodotta dall’intestino dell’animale, allo
stato naturale aveva una consistenza gommosa e non aveva esattamente un buon
odore ma, una volta lasciata all’aria, esalava un aroma di tabacco e di ambra,
da cui il nome, e assumeva un aspetto simile alla cera. Era usata, e lo è tutt’ora,
sia pure prodotta sinteticamente per ovvii motivi, nell’industria profumiera in
quanto ha la capacità di fissare qualsiasi tipo di profumo.
In questa ricca città la buona borghesia era rappresentata soprattutto dalle
famiglie degli armatori e dei capitani che vivevano con le loro mogli in grandi
case nella zona più elegante della città. Ma questi capitani partivano per
viaggi lunghissimi, che potevano durare dai due ai cinque o sei anni, lasciando
a casa le loro spose, spesso giovanissime, occupate solo ad allevare i figli ed
aspettare. Non era sempre stato così, una volta i viaggi delle baleniere erano
più brevi, ma già nel 1800 le balene cominciavano a scarseggiare. una volta
venivano seguite nei loro viaggi migratori verso i caldi mari del Sud, dove si
spostavano nel periodo della riproduzione, dal nord al sud Atlantico, fino alle
Indie Occidentali ed al Golfo del Messico, ma nel periodo storico di cui ci
stiamo occupando la caccia alle balena andava avanti da almeno 300 anni, e le
navi baleniere erano costrette a muoversi per tutti gli oceani del mondo alla
ricerca del miglior “territorio di caccia”, dall’Atlantico al Pacifico, fino
alla Nuova Zelanda, ed al Mar del Giappone, per arrivare fino all’Artico durante
l’estate. Queste lunghe assenze hanno finito per stancare le pacate signore
della buona borghesia che alla fine si sono ribellate e, con la scusa della loro
devozione all’amato sposo, si sono armate dei loro bauli e della Bibbia, e si
sono imbarcate in questa avventura, spesso portando con loro anche i figli.
Le navi baleniere erano piuttosto piccole, lunghe al massimo 30 metri, e
sovraffollate. erano necessari molti uomini a bordo e non solo marinai, ma
fabbri per produrre nuovi ferri – così venivano chiamati gli arpioni –
carpentieri per riparare le barche che inseguivano i cetacei, falegnami per
costruire le botti per il prezioso olio, e poi i ramponieri, i migliori dei
quali alla fine erano pagati meglio del comandante.
Gli equipaggi erano dei più eterogenei; alcuni dei componenti erano marinai di
professione che tentavano una carriera nel mondo della baleneria, ma i più
venivano reclutati con la prospettiva di un viaggio avventuroso e remunerativo,
mentre in realtà venivano pagati con una percentuale sui guadagni derivanti
dalla vendita dell’olio di balena: ai marinai toccava la quota più bassa, che
poteva variare da 1/160 per un marinaio a 1/225 per il mozzo. Al capitano veniva
riservato 1/14 o 1/16, mentre il primo ufficiale poteva contare su 1/24, ma le
quote variavano da viaggio a viaggio e da armatore ad armatore e se la caccia
non andava bene, poteva succedere che al ritorno ci fosse ben poco da spartire.
C’era anche un’usanza, favorita spesso dagli armatori: un marinaio spesso
chiedeva un anticipo sulla sua parte per lasciare un po’ di soldi alla famiglia
e per comperare l’abbigliamento adatto per il viaggio, abbigliamento che veniva
acquistato in empori spesso gestiti dagli stessi armatori a prezzi non certo
convenienti, per cui, se la caccia non era stata proficua, il pover’uomo si
trovava costretto ad imbarcarsi di nuovo per ripagare il suo debito. In più, il
comandante portava a bordo una cassa, affidatagli dai proprietari della nave,
contenente vestiario, tabacco, rum, o altri generi di conforto, che venivano
venduti agli uomini su richiesta o in caso di necessità, sempre ai prezzi
fissati dagli armatori. Spesso i capitani non erano d’accordo su questo tipo di
speculazione, ma non c’era niente da fare, gli armatori, quasi tutti quaccheri,
erano troppo legati al denaro. In quanto ai capitani, partivano con una o più
casse piene di oggetti da poter commerciare con gli indigeni, o anche con gli
abitanti bianchi delle isole che incontravano durante il loro percorso. era un
modo per arrotondare la loro quota nel caso il viaggio non avesse dato i frutti
desiderati. spesso i capitani erano comproprietari della nave su cui
viaggiavano, avendone acquistato una o più quote, e anche questo contribuiva a
rendere tale categoria abbastanza benestante da poter condurre una vita agiata
nella loro città.
I marinai delle baleniere venivano dagli ambienti più disparati, contadini,
ubriaconi, avanzi di galera, uomini di colore che si imbarcavano per sfuggire
alla schiavitù o nativi americani che volevano sperimentare una nuova avventura,
ed anche indigeni provenienti da tribù lontane, uomini che si erano imbarcati
mentre la nave si trovava vicino a qualche strana isola per rifornirsi e
sostituire marinai malati o disertori. Questi indigeni rimanevano a New Bedford,
finché trovavano un imbarco per tornare allo loro terra, e alcuni di essi erano
diventati talmente abili con gli arpioni da essere molto richiesti a bordo. Se
l’equipaggio non era al completo gli arruolatori raccoglievano in qualche
taverna degli uomini completamente ubriachi, addormentati sui tavoli, che
avevano la bella sorpresa di risvegliarsi la mattina dopo nella cuccetta di una
baleniera che il più delle volte era già salpata e non c’era altro da fare che
adeguarsi alla situazione.
Non c’era un medico a bordo; per cucire una ferita o “rattoppare” una testa
dovevano bastare quelle poche nozioni di medicina del comandante, ma poteva
capitare anche di dover ridurre fratture, amputare arti ed estrarre denti, ed
anche in questo caso era sempre il capitano ad operare. A bordo c’era anche una
cassetta di medicinali, ma il suo contenuto non era a disposizione gratuitamente
di chi ne avesse avuto necessità. Nella cassetta si trovavano alcuni strumenti
chirurgici e diverse boccette, ognuna contrassegnata con un numero. non era
pensabile che un capitano di quell’epoca, che forse sapeva a malapena leggere e
scrivere, fosse in grado di leggere delle etichette scritte in latino, come era
in uso per le medicine, così in un quaderno, vicino ad ogni numero, era
riportato il tipo di rimedio che conteneva la boccetta ed in questo modo il
capitano non poteva sbagliarsi nel prescrivere quello giusto. Una leggenda
marinara racconta che un capitano doveva somministrare la medicina numero 11 ad
un marinaio per un qualche disturbo, ma questa era terminata, così diede al
malcapitato un po’ della 6 e un po’ della 5, ma questa può essere mera fantasia,
frutto delle fole che i marinai si raccontavano sul ponte durante le lunghe ora
di inattività. Tra i medicinali non potevano mancare alcuni derivati del
mercurio ed una siringa per iniettarlo. Il mercurio, infatti, era l’unico
rimedio conosciuto a quei tempi per curare le malattie veneree e su una nave con
tanti uomini a bordo e le isole del Pacifico piene di giovani donne sempre molto
disponibili verso i marinai, questo medicamento era molto prezioso. In più ogni
bravo Capitano aveva i suoi propri personali rimedi per ogni tipo di malattia o
ferita, che non esitava ad applicare ogni volte che fosse necessario.
Come si poteva pensare che una signora della buona società, come la moglie di un
comandante, potesse imbarcarsi su una di queste navi, piccole e sporche, per un
viaggio che sarebbe durato qualche anno? La cosa non era certo ben vista, anzi
veniva considerato sconveniente e scandaloso fin dall’inizio che una donna per
bene e raffinata, potesse passare tanto tempo in mezzo a degli uomini rozzi,
analfabeti e non certo bene educati. Alcuni missionari o consoli americani
insediati su qualche isola del Pacifico o in Nuova Zelanda usavano definire le
baleniere con epiteti quali: “Bordello galleggiante” o anche “Il peggior angolo
d’inferno che mai si sia visto in terra", fino a “prigione galleggiante”.
Questo succedeva per l’abitudine inveterata dei marinai di ubriacarsi
brutalmente quando sbarcavano in qualche porto, dove poi caricavano rum da bere
a bordo, nascondendolo nelle botti per l’acqua, per continuare con
l’ubriacatura, e soprattutto per il fatto che si portavano bordo le giovani
indigene che incontravano durante le soste in qualche isola del Pacifico. Si è
visto spesso nei film di avventura – si pensi a L’ammutinamento del Bounty
fra i tanti – un veliero che si avvicina ad un’isola del Pacifico, in un’epoca
ormai passata, e orde di canoe piene di nativi, tra cui molte belle fanciulle
vestite solo con una collana di fiori ed un pezzetto di stoffa, che, arrivate
sottobordo, si arrampicano sulle fiancate fino a raggiungere il ponte accolte
allegramente dai marinai. Può sembrare una finzione cinematografica, una
coreografia per dare colore al film, invece è tutto vero. Queste giovani
vivevano una vita a contatto con la natura, non conoscevano quella che allora
veniva chiamata civiltà e non avevano certo l’educazione e le remore morali
delle donne che erano rimaste a casa, per cui i marinai si davano alla pazza
gioia, e le ragazze si istallavano a bordo finché la nave non ripartiva, felici
di ricevere in cambio delle loro attenzioni un po’ di tabacco o qualche pezzo di
stoffa per i loro uomini, che non avevano nulla da obbiettare su questo
comportamento. Addirittura i marinai arrivavano a chiedere a qualche ufficiale
di celebrare dei matrimoni, naturalmente fittizi, che poi venivano sciolti, per
celebrarne altri con altre fanciulle. Il risultato era un comportamento sfrenato
da parte dell’equipaggio e spesso anche degli ufficiali e dello stesso capitano
che, o chiudeva un occhio, o prendeva parte al divertimento, dimentico delle
fedele sposa che lo attendeva a casa. Spesso quando la nave ripartiva, però, il
capitano era obbligato a fare ricorso alla famosa cassa di medicinali che
conteneva quel certo quantitativo di derivati del mercurio da usarsi per curare
i ricordi che quelle fanciulle lasciavano all’equipaggio.
È in questo mondo che ad un certo punto si inseriscono le donne, le mogli dei
capitani, stanche di lunghe attese, stanche delle responsabilità, soprattutto
stanche di sposare uomini che alle volte partivano pochi giorni dopo le nozze,
che al loro ritorno restavano con loro solo poche settimane, che avevano dei
figli che conoscevano appena, che diventavano vecchi prima di sbarcare da una
baleniera per finire i loro giorni in una casa quasi sconosciuta, vicino ad una
donna che quasi non sapeva chi fosse l’uomo che le dormiva accanto. Così hanno
detto basta, non tutte insieme, ma piano, piano, quasi in silenzio, si sono
trasformate in donne di mare, per stare al fianco del loro sposo, ed ora noi
andremo a scoprire le loro storie e le loro avventure.
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