Il cadavere di piazza Banchi
Un misterioso omicidio a Genova
 
di Gian Carlo Ragni


Le prime pagine del libro

 

CAPITOLO PRIMO
La morte

La notte del 28 febbraio 1682, l’alba del primo marzo
 

L’ultima notte di carnevale del 1682
Ad ogni raffica di tramontana le torce borbottano liberando effimere faville che, dopo aver volteggiato per qualche istante, si smorzano inghiottite dal buio. Il fumo dei camini, appiattito a terra, irrita la gola e gli occhi a chiunque si avventuri nei vicoli dell’angiporto. Le vicine imbarcazioni, rinforzate nei loro ormeggi, altalenano e nell’oscurità, al ritmico picchiettare delle sartie, i lampioni accesi sulle cime degli alberi maestri danzano come giocosi uccelli di fuoco.
Nel blu intenso del cielo, rischiarato dalla luna prossima al tramonto, il profilo della città pare ritagliato da un gigantesco foglio di carta nera. Svettano le torri medioevali, segno di potenza e monito delle grandi famiglie genovesi guelfe e ghibelline, come facessero a gara per vegliare la cattedrale dedicata a San Lorenzo. Su tutto vigila la mole imponente di Santa Maria Assunta, con la sua gigantesca cupola, adagiata sulla collina di Carignano. Proprio da quella montagnola, poco più di un secolo prima, Gian Luigi Fieschi con i suoi congiurati si preparava a scendere verso la sconfitta e la morte, sottovalutando la forza e l’intelligenza di Andrea D’Oria.
L’odore acre di olio bruciato si mescola ai profumi dolciastri delle gentildonne che affollano le vie: le torce, ormai esauste, cominciano a spegnersi e le facciate dei palazzi si macchiano di ombre che nascondono, uno dopo l’altro, i ricchi affreschi, opera di artisti mantovani.
Via San Luca, Canneto il Curto, via degli Orefici, le strette strade attorno a piazza Banchi sono insolitamente affollate. Tra lanci di confetti, di stelle filanti e di farina, improbabili mendicanti, turchi e cosacchi dall’accento genovese, incuranti del vento gelido che scende dalle colline innevate, si abbandonano a risate grossolane mentre corteggiano dame che, seppur avvolte in panni da villane, attraverso le raffinate movenze tradiscono origini aristocratiche.
È l’ultima notte del carnevale del 1682.

Una luce ondeggiante precede l’arrivo di una torcia, retta da un servitore in livrea e, rischiarandola, spalanca la strada a un drappello di giovani “quaccheri”, buffoni vestiti alla vecchia foggia francese, con codini e tricorno, appesantiti da un’enorme epa di cuscini legati ai fianchi. Avanzano barcollanti, ormai stremati dalle danze e storditi dalle troppe libagioni. La rossastra corona luminosa si diffonde con l’allargarsi della strada e illumina un androne dove una figura immobile, con il volto celato dalla falda di un grande cappello, è in attesa di chissà quale evento. Nessuno si accorge di lui.
La strada torna nella penombra, appena illuminata dalle ultime fiaccole che ardono sulle facciate dei palazzi. Il vociare dei giovani ussari ubriachi si è ormai allontanato, trascinato dall’alone della torcia. Un cane, un bastardino pezzato dalla lingua penzoloni, avanza trotterellando per poi fermarsi e voltarsi in attesa di due giovani che procedono allegramente. Uno, mascherato da saraceno, con l’abito gonfiato da vigorosi sbuffi di vento, ridendo si rivolge a voce alta a un contadino.
– E così la bella figlia del padrone di casa ti ha detto no! Tutta Genova deve sapere che Isidora Brignole Sale ha rifiutato le grazie dell’Adone della Repubblica! Ti sei stropicciato guancia a guancia, l’hai riempita di attenzioni, di premure, ma alla fine ti ha detto no! Ma non adombrarti, un cuore l’hai trafitto!
Il contadino brandisce l’ascia di legno, che completa il travestimento.
– Cosa vorresti insinuare?
– Allora neghi l’evidenza? Neghi di aver conquistato il cuore della soave danzatrice che elargiva sorrisi e dolcini a tutti i maschi della festa?
– Abbassa quel vocione da cornacchia e piantala di mettere in giro certe voci... sai benissimo che la soave danzatrice era il fratello di Isidora camuffato!
Il saraceno insiste.
– Neghi che ti era sempre attorno? Neghi che ti ascoltava in estasi mentre cantavi? Non ti sei accorto che ti ha seguito per tutta la serata? Che è innamorato di te!
Il contadino s’avventa sull’amico simulando un’incontrollabile rabbia.
– Tu non sei una maschera... sei proprio un levantino... un maldicente... un impostore! Ti impedisco di continuare.
Il saraceno, inseguito dal contadino, fugge verso la Loggia, ai piedi della scalinata della chiesa di San Pietro, dove viene raggiunto dall’amico che lo trascina a terra scatenando una lotta incruenta e giocosa, piena di urla e risate.
Le strade sono ormai deserte, le voci delle allegre compagnie risuonano lontane, le fiaccole dei palazzi sono quasi tutte spente. L’oscuro personaggio a viso coperto, avvolto da un tabarro, esce silenziosamente dall’androne e passando rasente i muri si dirige verso piazza dei Banchi.
Pochi istanti, e tra i lamenti del vento e il gagnolare del cane un urlo lancinante rompe il silenzio che aleggia, cupo, tra le vie ormai deserte.

L’alba del giorno delle Ceneri
Il vento gelido s’incunea nelle viuzze, prendendo vigore negli stretti passaggi da un vicolo all’altro. Sembra acquietarsi per un attimo, ma subito aggredisce il viandante che svolta l’angolo, trafiggendolo con una pugnalata di ghiaccio e obbligandolo ad accelerare il passo alla ricerca di un momentaneo riparo. In quest’alba del primo giorno di marzo, il sole non porta tepore ma illumina, impotente, la piazza dei Banchi affollata da un’umanità multicolore e incurante del gelo.
Questi mesi verranno certamente ricordati come i più freddi del secolo. I cumuli di neve annerita ne sono la conferma. A Genova solitamente l’inverno è mite, e questo gelo è accolto con grande preoccupazione. È ancora vivo il ricordo del 1657, quando ad una stagione particolarmente fredda seguì una primavera di carestia che indebolì tutti, gettando il germe di una pestilenza che dimezzò la popolazione della città.

In quest’alba ghiacciata e ventosa, nel chiassoso angiporto popolato dagli emarginati della città, due giovani attirano l’attenzione per la loro raffinata eleganza. Sono avvolti in mantelli di stoffa pregiata, bordati di morbide pellicce. Dalle culottes, fissate appena sotto le ginocchia da fiocchi di seta, spuntano calde calze di lana. Ai piedi, morbide scarpe con vistose fibbie d’argento. I cappelli piumati e le parrucche dai lunghi boccoli confermano la loro appartenenza a un alto rango. Diego e Ferdinando Ponce de León, spagnoli, poco più che ventenni, avanzano tra la folla di venditori e questuanti, accompagnati da tre forzuti servitori che trascinano a fatica bauli ingombranti.
Quando un venditore si avvicina a Diego appoggiandogli una vaporosa piuma di struzzo sul cappello di feltro verde, il servo interviene bruscamente, spintonandolo e facendolo ruzzolare a terra.
L’assalto dei postulanti non si placa. Un giovane vestito di stracci si avvicina a Ferdinando agitando il moncherino fasciato da un panno nero.
– Ho fame, non posso lavorare, i pirati mi hanno tagliato la mano... fatemi la carità...
Il secondo servo, posato il pesante baule, lo affronta energicamente.
– Vattene, bugiardo! La mano l’hai lasciata ai Turchi perché sei un ladro! Via! via!
Il monco si allontana urlando minaccioso, ma subito un gobbo che regge sulle spalle alcuni teli di stoffa variopinta si appiccica a Diego.
– Signóre... mìo nobbele signóre, io nun saccio parlà ’a vuosta lengua... sunno ’e Napule. Voi conascite Napule?
– Paisà, noi simmo nasciuti proprio a Napule!
Diego risponde gentile e sorridente indicando il fratello poco distante.
– E allòra mìo nobbele signóre guardàte ’e mìe stòffe! Aggiate ’a ammirà i culori. Toccate, sentite ’a finezza, accattatele pa’ vuosta femmena!
Divertito per l’incontro, Diego allunga una moneta al compaesano, che si allontana felice. Il generoso gesto non passa inosservato, e decine di mendicanti, che neppure i servi riescono più a tenere a bada, sommergono, con le mani tese, i due nobili.
Un giovane avvolto in un mantello rosso con un vistoso stemma, sotto il quale spunta una lunga spada che sfiora gli stivali, si avvicina ai fratelli ormai inghiottiti dalla folla, e con voce imperiosa si rivolge ai mendicanti.
– Lasciate in pace i miei amici!
Accenna a sguainare la spada e lentamente, molto lentamente, il gruppo comincia ad arretrare.
– Via! Ho detto via!
Quando finalmente si fa il vuoto attorno a loro, il cavaliere, togliendosi il cappello, si inchina pomposamente di fronte ai due spagnoli.
– Sbaglio o voi siete Diego... Po... Pon...
– Diego Ponce de León. E lui è mio fratello.
Sistemandosi il mantello tormentato dai ripetuti assalti, Ferdinando stringe la mano allo sconosciuto soccorritore.
– Vi ringraziamo per il vostro intervento, ma non mi ricordo di voi, nobile signore.
– Ci siamo conosciuti a casa del marchese Pallavicini. Ma non sono nobile. Permettete che mi presenti: Battista Ansaldo Devoto. Sono architetto e sto scendendo al porto per seguire i lavori del nuovo molo. Ma lor signori cosa fanno in questo postaccio, con questo freddo?
Diego ordina con un cenno ai servi di proseguire con i bauli per soffermarsi con l’architetto.
– Stiamo per imbarcarci per Barcellona. il nostro soggiorno italiano è finito.
– Mi spiace di non potervi scortare all’imbarco, ma gli operai mi aspettano. Comunque, signori, vi auguro un eccellente viaggio.
Battuti i tacchi in un saluto militaresco, arretra di un passo senza voltare la schiena ai due fratelli, che lo guardano incuriositi mentre si allontana. Non resistendo al desiderio di sapere come due spagnoli possano parlare il napoletano, dopo pochi istanti l’architetto è nuovamente al loro cospetto. È Diego a rivelargli il segreto:
– Nostro nonno, il conte Rodrigo, è stato viceré di Napoli. Noi siamo nati lì e abbiamo studiato con un precettore di Portici.

Appena l’architetto si allontana riprende ancor più assillante l’assalto dei venditori. Diego si avvicina al fratello, intento ad allontanare un giovane dagli occhi a mandorla che gli offre insistentemente una collana di corallo.
– L’idea di lasciare questa città non mi dispiace neanche un po’. A Roma, a Milano, a Firenze siamo stati accolti con tutti gli onori, vezzeggiati, invitati a feste, spettacoli e cerimonie. La nostra passione per la musica è sempre stata rispettata e premiata. Persino Maria Cristina di Svezia ci ha chiesto di esibirci presso la sua corte di Roma. Qui a Genova sì, ci hanno accolto bene, ma in maniera sempre formale. Quante volte ci siamo sentiti dire: “Ma come, due Grandi, due nobili, avete lasciato la Spagna per suonare quei due cosi lì di legno... quei due violini”? I Brignole Sale, i Pallavicino, i Negroni, i Sopranis hanno fatto a gara per invitarci nei loro palazzi... ma hanno sempre manifestato distacco, freddezza, affettata gentilezza! Ho sempre sentito un gran gelo anche nelle loro manifestazioni più affettuose. Non li reggo proprio! Con quegli occhi lacrimosi da pesci bolliti ti guardano con diffidenza, quasi temessero richieste di denaro, soppesando la tua ricchezza, il tuo potere... E hanno anche chiamato dall’Olanda quel Van Dyck e quel Rubens per immortalare le loro ridicole facce!
Le parole di Diego vengono interrotte da un nuovo postulante che si aggrappa implorante a un braccio del fratello, agitando un candido ossicino.
– È un dito di San Giovanni... una piccola offerta e la reliquia è tua!
Un servo si avvicina premurosamente.
– Don Diego, fate attenzione! È un osso di coniglio!
Il giovane sorride divertito ma, poiché non scorge più Ferdinando al suo fianco, comincia a guardarsi attorno preoccupato. Il servitore gli indica il fratello che si sta allontanando a passo lesto tra la folla. Cerca di chiamarlo indietro urlando a gran voce:
– Torna qua! Il vascello non aspetta!
Ma Ferdinando si allontana sempre più, ignorando la raccomandazione.
– Vado a cercare un ricordino da portare alle mie amiche!
Laggiù, attraccato al molo vicino alla piazza, il vascello spagnolo svetta imponente tormentato dal vento. Le bandiere sembrano volersi strappare da un momento all’altro mentre il sartiame, teso sotto le raffiche, vibra come le corde di una gigantesca arpa. Gli alberi, con le vele ben legate, dondolano simili ad allegri giganti protesi sulle case vicine.
Diego, infastidito per la fuga del fratello, si rivolge ad Agostino, il più dinamico dei tre servi:
– Voi tre andate avanti e caricate i bauli sull’Eloisa.
L’espressione interrogativa e vagamente ottusa con cui viene accolta la richiesta rivela che nessuno dei tre servi ha la più pallida idea di dove debba andare.
– Eloisa... chiedi dell’Eloisa, il vascello per Barcellona. Se allunghi il collo lo vedi, è quello in fondo. Ha la bandiera spagnola.
Un poco convinto cenno del capo e Agostino, seguito dagli altri due, si avvia. Ma viene subito bloccato.
– Aspetta, caprone, dove vai? Cosa vai a dire al comandante, se non ascolti prima i miei ordini?
Il servo allarga le braccia e abbassa gli occhi remissivo.
– Fa’ sapere al comandante Alfonso Turibio che Diego e Ferdinando Ponce de León sono pronti per l’imbarco. E quando portano i bagagli a bordo, sta’ ben attento ai violini. Dillo anche a Bastiano e a... a quell’altro piccolino.
I tre servi trascinano indolenti i bauli e borbottando si avviano verso il molo.
– Due pezzi di legno con quattro corde... dobbiamo stare attenti a due gingilli pieni di buchi! Fa’ un po’ vedere...
Lino prende in mano la custodia di cuoio, la rigira tra le mani, la apre, accarezza il velluto che la riveste e, con uno scatto fulmineo, bloccato in tempo da Agostino, accenna a gettarla a mare!
– Ma sei matto? I due spagnoli si sono raccomandati proprio i loro violini... e poi chi ci paga? Quelli ci fanno tagliare la testa!
Il servo ribelle desiste, ma non è convinto.
– Sarà, ma quei due mi sembrano bambocci viziati. Li ho sentiti, non fanno altro che lamentarsi di noi genovesi, ma ho l’impressione che le loro braccia siano più corte delle nostre e che monete ne vedremo ben poche! E poi quell’arrogante, come si permette di chiamarti “caprone” e dire a me “piccolino”? Sarò un poveretto, ma anch’io ho un nome! Chi si crede di essere?
Mentre il trio con gli ingombranti bauli affretta il passo, Ferdinando torna di corsa dal fratello, travolgendo venditori e accattoni e gettando a terra una bambina, sua madre e una cesta di cavoli, che si sparpagliano per la piazza scomparendo subito sotto le grinfie dei questuanti affamati. Il nobile spagnolo ansima per la corsa, quasi rantolando accenna a parlare, ma la contadina, con la figlia piangente per mano, gli si piazza dinanzi pretendendo il risarcimento del danno. È giovane e bella, di una bellezza prematuramente sfiorita nei campi. La pelle bruciata dal sole e dal gelo, i capelli stopposi malamente raccolti sulla nuca, brandisce minacciosa uno zoccolo.
– Senti, bel giovane, tu sei ricco, ho visto che hai con te dei servi, ho sentito che ti chiamano don, ti chiamano signore.
Ferdinando, sconvolto, gli occhi lacrimosi, ignora la donna che rabbiosa gli si attacca al mantello.
– Allora hai capito? Devi pagare il danno che mi hai fatto!
L’altro è talmente preso dall’ansia di comunicare con il fratello che cerca di cacciare la contadina, ma la bambina, con il viso sporco e segnato dalle lacrime, gli si aggrappa a una gamba, mentre la madre, roteando lo zoccolo davanti agli occhi, minaccia di spaccarglielo sulla testa.
– Devi avere rispetto per il lavoro di noi contadini! Sai cosa significa stare ore e ore piegati per raccoglierli, camminare tutta notte con il gelo per arrivare all’alba qui, al mercato, con la speranza di tornare a casa con qualche moneta? O paghi o ti rompo la testa!
Ferdinando è stordito, ma Diego, intuita la situazione, con una moneta d’argento sistema cavoli, contadina e bambina e, finalmente, può ascoltare il fratello che appare sempre più agitato, trema, suda, non riesce a parlare, balbetta.
– Vi... v-v-viii... vieni a vedere, vieni l-l-l-là dietro!
Attraversano di corsa la piazza tra lo stupore dei venditori e dei questuanti. Ferdinando, grassottello e impacciato, ha il fiatone. Si muove goffamente, premendo il cappello minacciato dalle folate di vento, ma non riesce a trattenere il mantello, che vola a terra tra le risate generali. Diego, visibilmente imbarazzato, lo segue borbottando.
Un capannello di persone, che si ingrossa a ogni istante, sta rivolgendo lo sguardo in silenzio nella stessa direzione. Ferdinando, sempre più goffo e affannato, cerca di farsi largo spintonando malamente un marinaio con una sacca in spalla, che reagisce sbattendolo a terra. Ancora risate di scherno e commenti sarcastici.
Mentre Ferdinando ignora le provocazioni e sempre più agitato continua a farsi largo, un vecchio si volta e, con un ghigno incorniciato da due soli denti per di più storti, profondendosi in un inchino si rivolge ai due fratelli con modi ironicamente raffinati.
– Giovani belli e nobili, giovani dalle educate maniere, è inutile spingere, intanto quello lì non può scappare!
Tutti i presenti, guardando i fratelli, ridono beffardi e ripetono in coro:
– No, no, quello lì non può proprio scappare!
Ferdinando non sembra nemmeno udirli: immobile, gli occhi sbarrati, la bocca silenziosamente aperta come se le parole non riuscissero ad uscire, indica un corpo disteso a terra in un lago di sangue. Diego dà un’occhiata distratta e non nasconde il suo disappunto.
– Sei impazzito? Mi hai portato fin qui per un cadavere? Dobbiamo imbarcarci e mi porti a vedere questo povero villano?
– Guarda meglio, non farti trarre in inganno dal vestito. Quello è un costume di carnevale.
Ferdinando si inginocchia a terra invitando il fratello a fare altrettanto:
– Guarda bene. Guarda bene la faccia.
Diego, sbigottito, trattiene a malapena un urlo. Abbassa gli occhi e sussurra:
– È Alessandro Stradella! Il maestro Alessandro Stradella! Ma... ma non è possibile...
– Non c’è alcun dubbio – mormora Ferdinando singhiozzando.
Mentre una folla sempre più numerosa dilaga nella piazza, lo scalpiccio dei cavalli al galoppo annuncia l’arrivo di un drappello di guardie, racchiuse in corazze luccicanti sotto il sole ormai alto. Con un fuggi fuggi generale, tutti coloro che hanno conti in sospeso con la giustizia, truffatori, contrabbandieri, grassatori, in pochi istanti spariscono. Resta solo un gruppetto di donne, vecchi e bambini.
Un gendarme, dall’alto del cavallo che, impennatosi, sgamba minaccioso rischiando di travolgere i presenti, urla arrogante.
– Via! Via tutti, non c’è un bel niente da vedere!
Un altro gendarme, sceso di sella, s’avventa su una giovane, che tra le risate dei soldati finisce a terra su un mucchio di sterco. Diego la aiuta a rialzarsi, cercando di confortarla mentre si allontana piangente.
– Via! Via, andatevene! Che cosa c’è di tanto interessante, non avete mai visto un morto? E poi guardate, è solamente un contadino, un disgustoso animale della terra, chissà da quale grotta è uscito.
Con un piede rivolta il cadavere a pancia all’aria, facendo schizzare il sangue sui curiosi più vicini e sussultare i fratelli di Spagna. Il volto è perfettamente integro e riconoscibile. Nel mezzo del torace, il segno delle coltellate che l’hanno schiantato.
Diego, avvicinatosi al gendarme appiedato, gli si rivolge con toni estremamente gentili:
– Scusate, credo di conoscere il... il contadino.
Ma subito interviene il primo gendarme dall’alto del suo cavallo bianco pezzato.
– Chi sei giovanotto? Via, vattene, non puoi stare qui.
– Sono don Diego Ponce de León, e questo è mio fratello don Ferdinando! Siamo due nobili di Spagna.
– Due nobili di Spagna? Ma quale onore, volete l’inchino?
Il gendarme, sceso da cavallo, passa bruscamente le redini ad un vecchio accanto a lui e, con tono beffardo che contrasta con quello enfatico di Diego, si rivolge ai fratelli accennando un goffo inchino.
– Ossequio i due nobili. E com’è che due nobili di Spagna parlano così bene la nostra lingua?
Ferdinando si avvicina al fratello, intuendo che le cose si stanno mettendo male.
– Lascia perdere, non vedi che ci sta provocando?
Diego coglie al volo il suggerimento.
– Scusateci, signore, mio fratello mi ha detto che ci siamo sbagliati. Pensavamo di conoscere l’assassinato...
– Assassinato? Lì c’è solamente un morto, chi ha detto che è stato assassinato? Cosa ne sapete voi altri di assassini? Forse ci dovete delle spiegazioni: l’avete assassinato voi?
Di fronte al tono minaccioso assunto dal gendarme, Ferdinando cerca di troncare la discussione.
– Scusateci signore, scusateci per il tempo che vi abbiamo fatto perdere, ci siamo sbagliati! Il vino di questa notte ci ha offuscati. Lasciateci correre alla nave che sta salpando.
Sopraggiunge un barroccio cigolante, trainato da un ronzino svogliato. Lo conduce uno sbirro che, aiutato dai colleghi, carica velocemente il cadavere di Alessandro Stradella come fosse un sacco. Prima che il carro riparta a tutta velocità, una giovane fa in tempo ad avvicinarsi piangente:
– Com’era bello, e come l’hanno ridotto! Che il Signore l’abbia in grazia!
Ferdinando prende sottobraccio il fratello:
– Andiamo, è tardi. Il sole è alto e l’Eloisa è pronta a salpare.
Ma Diego si divincola dalla presa:
– Non possiamo andarcene così!
– Perché? Chi ce lo impedisce?
– Ascoltami bene: visto che non ci sono dubbi che quel poveraccio è Alessandro Stradella, non possiamo più partire. Dobbiamo scoprire chi l’ha ammazzato e perché. Per prima cosa corri in porto, fa’ scaricare tutto, ordina al servo di cercare una buona locanda e raggiungimi al più presto davanti al Palazzo Ducale.
Diego si allontana senza dare il tempo di replicare a Ferdinando, che sempre più preoccupato cerca di ottenere qualche spiegazione in piu:
– Ma dove stai andando?
Diego, ormai lontano, alza la voce per farsi sentire dal fratello:
– Dal nostro ambasciatore!


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