Caffaro e i suoi tempi
 
di Cesare Imperiale di Sant'Angelo

Le prime pagine del libro


La vita e le opere di Caffaro

L'alba del secolo XII si levava assai diversa da quella del secolo precedente. Una cupa rassegnazione, dovuta ad un ascetismo pauroso, preghiere che sembravano grida d'angoscia e di disperazione, avevano accolto l'una. L'altra echeggiava di inni trionfali.
L'umanità che aveva sognato prossimo il suo fine, e che piangeva la sua decrepitezza, si era accorta improvvisamente di possedere invece tutte le forze di una gioventù balda e rigogliosa. Il Cristianesimo che credeva di aver conquistato il mondo, soltanto per prepararlo alla imminente catastrofe, comprendeva che la sua missione provvidenziale era ben diversa. Una nuova civiltà stava per nascere da lui; più vera, più grande, più duratura di quante erano comparse sulla terra. Le idee di uguaglianza, di libertà, di fratellanza fra i popoli, che dovevano fecondarla e distinguerla dalle altre civiltà, gettavano appunto allora, come il grano ancor nascosto nei solchi, il loro germe.
Un sublime ideale aveva riunito, per la prima volta, dopo la caduta dell'Impero Romano, tutti i popoli dell'Occidente, li aveva fatti obbedienti ad un impulso misterioso, irresistibile, che dall'Italia, dalla Francia, dalla Germania, dalle estreme regioni del Nord, attraverso paesi sconosciuti e selvaggi, attraverso pericoli immensi, li aveva condotti in Oriente. Ogni passo era costato fiumi di sangue; ogni giorno una battaglia; ogni vittoria, sofferenze inaudite; cinquecentomila pellegrini erano rimasti per via, ma lo scopo era raggiunto - Gerusalemme era presa - il Santo Sepolcro apparteneva di nuovo ai seguaci di Gesù Cristo!
L'Europa Cristiana aveva ormai fatto le sue prime armi al cospetto del mondo e la gloria aveva arriso al nuovo vessillo e alle nuove legioni, eguali se non superiori in eroismo a quelle dell'antica Roma. I popoli, riuniti per tanto tempo nello stesso campo, dalle stesse vicende, da un'idea comune, avevano imparato a conoscersi, avevano capito che il vincolo che tutti li univa non era una parola vuota di senso, e presentivano vagamente che da questo, nuovi doveri e nuovi diritti dovevano sorgere, assai diversi da quelli che avevano informato la civiltà che il Cristianesimo aveva aiutato a rovesciare.
L'immenso spostamento di proprietà e di fortune, dovuto alla Crociata, mentre aveva rimesso in circolazione ricchezze nascoste o immobilizzate da secoli, mentre ne aveva prodotto delle nuove, aprendo nuove vie al commercio e all'ingegno umano, preparava una rivoluzione negli ordinamenti politici di tutta l'Europa.
In Francia, e altrove, le Monarchie - grazie all'indebolimento dei grandi feudatari - consolidavano ed estendevano il loro potere, mentre d'altra parte, il popolo, che aveva combattuto e preso la sua parte di gloria insieme ai nobili guerrieri, cominciava a levare il capo, a parlare di libertà e di diritti.
In Italia, allo stesso modo che al posto di un vecchio e gigantesco albero caduto, spuntano numerosi i germogli di nuove piante, sorgevano in ogni parte, sulle rovine dell'Impero, i Comuni.
Come tutti gli avvenimenti che stampano un'orma profonda nella storia, lasciando il loro nome ad un'epoca, questo rivolgimento politico non era stato il frutto di una subitanea rivolta, di un entusiasmo improvviso, ma la naturale conseguenza di una serie di fatti, la maggior parte dei quali sfugge all'esame dello storico, ma che tutti avevano concorso a prepararlo.
E in questa, come in tutte le rivoluzioni, gli elementi che naturalmente avrebbero dovuto esserle contrari, erano quelli che più avevano contribuito alla sua riuscita.
L'Impero, pallida larva di quello che da Roma aveva dominato il mondo, aveva prima preparato il campo, istituendo il feudalismo, il quale al Governo che accentrava e riassumeva in una sola città, in una sola persona, il mondo, aveva sostituito alla tirannia dello Stato quella dell'individuo.
I grandi vassalli, rendendo ereditari, nelle loro famiglie, i domini che in origine erano soltanto temporanei, avevano continuato l'opera, frazionando, a loro volta, la loro autorità, delegandone le attribuzioni ai minori vassalli, ai cittadini che essi non potevano né amministrare, né difendere dagli assalti dei nuovi barbari, Danesi, Normanni, Ungheresi o Saraceni.
I vassalli minori - visconti, capitani, militi - l'avevano compiuta. Durante le continue rivoluzioni che avevano sconvolto l'Italia e l'Impero, dopo la morte di Carlomagno, si erano abituati a considerar come proprie le città, i borghi, i castelli che il conte o il marchese aveva dato loro in feudo; avevano allargato e rinforzato il loro dominio, spesso col consenso tacito o palese del sovrano, che sperava così d'indebolire, a proprio vantaggio, i grandi feudatari, infidi o ribelli, solito sistema, quasi sempre fallace, ma sempre in onore presso i Governi deboli.
Cresciuti in numero e in potenza, per conservare nei propri discendenti i feudi e per difenderli contro il signore, si erano confederati in compagne, in gilde, in consorterie che pur riconoscendo la suprema autorità dell'Impero, ne invadevano a poco, a poco, tutti i diritti e tutte le prerogative, ed inconsapevoli forse, gettavano le basi di un reggimento nuovo che col progredire dei secoli doveva dettar leggi e statuti alla moderna civiltà.
Infatti quelle, che al principio erano state semplici associazioni di famiglie, divennero in seguito società più vaste in cui furono ammessi tutti coloro che si reputavano liberi; prima, compagne, poi, si chiamarono Comuni e Repubbliche. Prima parlarono di uomini liberi e di non liberi; poi, questa distinzione cessò, e secondo l'energica espressione d'allora, si fece il popolo.
Però al principio del dodicesimo secolo, di popolo non si parlava ancora. Soltanto coloro che avessero giurato i patti della compagna, potevano far parte del Parlamento che sceglieva i Magistrati ai quali delegava, per un tempo più o meno lungo, la cura dei propri interessi e che investiti così del potere esecutivo e giudiziario, si chiamavano, con nome romano, Consoli.
La compagna si rinnovava, ad arbitrio dei soci, ogni quattro, ogni due anni talvolta anche ogni anno; diventando, a misura che la sua potenza cresceva, sempre più vasta, chiamando nel suo seno tutte le forze vive dello Stato, costringendo colle lusinghe o colla violenza i riottosi ad osservarne gli Statuti.
A questo modo, per opera principalmente dei discendenti di un visconte Ido, che nel decimo secolo aveva governato la Marca della Liguria come vicario del Conte, si andava formando in Genova, verso la fine del secolo XI, il Comune che nel 1099 troviamo già regolarmente costituito e governato da sei Consoli eletti per un triennio:
- Amico Brusco, Mauro di Piazzalunga, Guido di Rustico di Erizo, Pagano della Volta, Ansaldo di Brasile e Bonanate di Medolico.
L'annunzio dei trionfi riportati dalle armi cristiane e dei vantaggi già ottenuti dai cittadini che ad Antiochia, a Gerusalemme avevano fatto conoscere il nome di Genova. la speranza di nuove e maggiori fortune sedavano, come per incanto, le discordie, le lotte intestine che precedono sempre lo stabile assetto della cosa pubblica in un Governo sorto da una rivoluzione e nel primo giorno d'agosto del 1100, una potente armata di 27 galere, e sei navi, con ottomila uomini di equipaggio, sotto il comando di Guglielmo Embriaco, l'eroe di Gerusalemme, salpava dal porto di Genova alla volta della Palestina.
Era il primo e formidabile sforzo del giovane Comune, ricco ancora, più che d'altro, di giovinezza e di speranze, glorioso prima ancora di esser grande. I privati cittadini avevano cominciato l'impresa; Genova intera si accingeva a compierla.

Sulla flotta genovese era imbarcato un giovinetto, parente degli Embriaci - Caffaro di Caschifellone. Figlio di Rustico, signore di Caschifellone e - come vogliono alcuni - di una Giulia della Volta, apparteneva ad una famiglia, che, come quelle degli Embriaci, degli Spinola, dei della Porta, ed in genere di tutti i primi Consoli del Comune, riconosceva per ceppo, il visconte Ido.
Queste famiglie confederate insieme, dopo aver sottratto Genova e se stesse dalla dipendenza del conte, avevano formato naturalmente il primo e più forte nucleo delle compagne, ottenendo una tale prevalenza nel governo del Comune, che per molti anni il consolato e il vescovato, come osserva il prof. Belgrano, parvero divenuti - l'uno, loro patrimonio - l'altro, loro privilegio.
Questi discendenti dei Visconti e di altri minori vassalli, mentre avevano ereditato, dagli antichi signori una certa fierezza di propositi, il sentimento alto di sé e della propria dignità, l'audacia avventurosa, ed il valore incontrastato nelle armi, avevano dal clero, al quale si erano appoggiati al principio, appreso la dottrina, compatibile con quei tempi, la pratica nei maneggi politici, la versatilità nelle contestazioni diplomatiche, un concetto più esatto del giure.
Di proprio, della razza ligure, dalla quale forse in gran parte prendevano origine, avevano l'operosità infaticabile, la pratica dei commerci e della navigazione, il desiderio di lucri.
Forse mai al mondo, opera umana fu più gloriosa nel presente e più feconda nell'avvenire, mai aristocrazia ebbe origini più degne di memoria, più pure.
Non aveva storia e l'ebbe, in breve, eguale a quella delle più nobili stirpi e delle più antiche dinastie; non aveva forze ed in pochi anni crebbe a tanta potenza da poter trattare da pari a pari coi Sovrani d'Europa. Non aveva feudi ed allargò le sue conquiste in modo che ebbe possessi e colonie in tutto il mondo conosciuto. Non aveva ricchezze e tutto il mondo gliene procurò tante che nessuno né prima, né poi, seppe, in queste, uguagliarla, tanto che privati cittadini, in seguito, furono i banchieri dell'universo. E questo in poco volger di tempo - in due o tre secoli al più - in mezzo ai maggiori rivolgimenti che registri la storia, in mezzo a continue guerre, a discordie ferocissime che ne ponevano in pericolo la stessa esistenza.
Ebbe molti difetti che crebbero coll'andare dei secoli e colle cresciute fortune, ma conservò quasi fino agli ultimi tempi, come ricordo delle sue origini, una certa fierezza di carattere che la rendeva schiva dai titoli ampollosi e dalle cortigianerie servili, gelosa dell'indipendenza e della libertà della patria.
Ma il suo vanto più grande - che poche altre aristocrazie possono contenderle - è di essersi così connaturata al paese donde traeva origine, che i suoi difetti e i suoi pregi furono e sono tuttora quelli del popolo genovese, ed i suoi fasti e la sua gloria sono i fasti e la gloria di Genova.

Se è vero che, spesso, un personaggio compendi in sé i caratteri salienti di una razza e di un'epoca, Caffaro, a volta, a volta, guerriero, console, ambasciatore, ammiraglio, banchiere, magistrato, scrittore, fu certamente il tipo più completo di quest'aristocrazia nuova, sorta dalla lotta contro il feudalismo.
A vent'anni aveva preso la croce, seguendo l'esempio dei suoi maggiori, e l'indole avventurosa dell'età sua; ma sulla galera che lo portava in Oriente, il suo pensiero non era volto soltanto alle future battaglie.
La rivoluzione che aveva dato la libertà alla sua patria ed il potere alle famiglie colle quali era stretto da vincoli di sangue e di affetto, le imprese gloriose compiute da persone che a queste appartenevano, la coscienza di assistere ad uno degli avvenimenti più grandiosi della storia, avevano fatto nascere in lui il desiderio di ricordare ai posteri i fatti gloriosi dei quali era spettatore e parte.
Il generoso proposito dell'adolescenza, divenne il còmpito di una vita intera.
E quale vita! Crociato, in quell'età in cui i giovinetti, malgrado la vantata precocità della nostra epoca, non sono ancora usciti dal nido, assiste e prende parte a quegli avvenimenti che rimarranno nei secoli come un esempio dei prodigi che un'esuberanza di vita e di gioventù può, sola, produrre e che non si ripetono.
Nell'età più facile ad imparare e ad imitare, ha per compagni Tancredi, Balduino, Embriaco, tutti gli eroi di quella epopea che trovò nel Tasso un poeta e che è per noi, come per gli antichi Elleni, la guerra cantata da Omero, il primo e più glorioso titolo di nobiltà dell'Europa moderna.
Nell'età in cui l'entusiasmo è facile perché è istintivo, assiste al trionfo di Embriaco che è la prima consacrazione del nuovo governo sorto per opera dei suoi consanguinei, e parte per quelle terre il cui nome, ancora in questi giorni di scetticismo, provoca nell'animo un fremito che è un misto di simpatia, di amore, di rimpianto; parte mentre echeggiano ancora gli inni di trionfo per la più grande, la più meravigliosa vittoria che l'Europa avesse ottenuto da secoli e parte per mare!
Molti hanno cantato la poesia dei severi castelli, nidi d'aquile e di falchi, chiusi fra aride balze, sfidanti le tempeste del cielo e quelle degli uomini, ma nessuno ha pensato mai alla poesia che, inconscia, doveva salir nell'animo di un giovinetto, intelligente, entusiasta, al cospetto del mare, mentre una galea sotto lo sforzo dei suoi cento remi, fendeva veloce i flutti, lasciando, rapida, dietro a sé le coste del Tirreno, della Sicilia, della Grecia, cantate da Omero e da Virgilio, le spiagge dell'Asia minore, memori delle antiche glorie dei Fenici, ancora risuonanti delle eroiche gesta dei crociati di Goffredo.
Le prime imprese sono altrettanti trionfi. Accolti come salvatori dal Re di Gerusalemme, vincono ad Assur, vincono a Cesarea, vincono ad Itaca, vincono ancora a Gibello, ad Acri, a Tripoli, a Beyrouth, a Gibelletto, a Malmistra, e ritornano nella piccola ed oscura città, chiusa fra gli Apennini ed il mare, colla mente piena di nomi gloriosi, di battaglie epiche, colle galere pavesate, cariche di trofei e di tesori.
Questa la giovinezza, trascorsa tutta in un sogno di gloria.

Gli anni, e più di questi, le guerre e le navigazioni hanno reso Caffaro maturo al governo.
I suoi predecessori e i suoi compagni nel Consolato erano stati tutti, come lui, ad una buona scuola, quella che ispira le meditate audacie e le gloriose prudenze, quella del mare.
La politica del piccolo Comune che la fortuna aveva sorpreso quasi all'impensata, fu degna di quegli uomini che non avevano temuto di affrontare i pericoli delle prime navigazioni e delle prime battaglie; non ebbe, in fondo, che uno scopo semplice e grande: quello di giungere alla supremazia sull'elemento che aveva dato a Genova la vita e la potenza.
Essere abbastanza sicuri alle spalle per non temer nemici mentre le galere erano lontane; possedere tante spiagge da poter rifornire le flotte di navi e di uomini: questa una delle prime cure dei Consoli.
I piccoli feudatari molesti, Conti di Lavagna e di Ventimiglia, Marchesi di Savona, di Malaspina, di Parodi, di Gavi, sono vinti, o ridotti in soggezione - o fatti amici - secondo i casi, col ferro, colle trattative diplomatiche o coll'oro.
Sul mare, la gran nemica, pel momento, era Pisa. Più antica, più potente - privilegiata dai Pontefici - gelosa per le nuove vittorie, gelosa per gli antichi possessi di Sardegna e di Corsica, conquistati in comune, insidiava alla rivale dappertutto, in Italia, sulla costa di Provenza, in Siria, in Palestina, in tutto il Levante. Combatter Pisa diventa la guerra santa dei Genovesi. Il maggior sforzo di Genova - fatto quasi a millantar le sue forze - non è per la Terrasanta ma contro Pisa. Ventiduemila uomini, ottanta galee e sessantasette navi minori salpano da Genova più a sfoggio di potenza che a vera battaglia.
Pisa, sorpresa, cede, poi, riprende la guerra. Il pretesto di questa è un conflitto di giurisdizione ecclesiastica. I pontefici hanno attribuito la consacrazione dei vescovi di Corsica all'Arcivescovo pisano, riconoscendone così in certo modo, la supremazia sopra tutta l'isola.
Sconfigger Pisa sul mare non basta: convien vincerla a Roma; ottenere dal Papa la revoca di quelle concessioni che sembrano un'offesa ai diritti di Genova. La difficile missione, affidata a Caffaro - nuovo ancora a tutti gli uffizi politici - entrato allora nella vita pubblica, gli offre il destro di far conoscere tutta la sua accortezza, tutta la sua abilità diplomatica.
Queste, ed insieme a queste, convien dirlo, l'oro seminato a piene mani, vincono ogni riluttanza - superano ogni difficoltà - ed il papa Calisto II, nel 1121, prima, e in seguito nel 1123, solennemente, in pieno Concilio Ecumenico, revoca il privilegio all'Arcivescovo pisano, provocandone la rabbia impotente, repressa subito con una minaccia di scomunica.
Pisa - si capisce - non si acquieta e ritorna alle armi.
Caffaro, da ambasciatore, si cambia in ammiraglio; arma sette galee, insegue i Pisani in Provenza, in Sardegna, all'Elba; assalta Piombino, brucia il castello, brucia una nave carica di merci, conduce prigioni, uomini, donne, fanciulli.
Era guerra atroce - come si faceva allora - guerra di sterminio come tutte quelle che nascono da rivalità di commercio. È retorica il deplorarle, come il menarne vanto. I concetti politici variano col variar dei tempi, ed è per lo meno prova d'ingenuità informare i propri giudizi, in fatto di storia, a quelli che dominano nel tempo in cui si scrive.
Tra Genova e Pisa era una lotta per la vita come fra Cartagine e Roma. Il concetto di nazionalità era allora sconosciuto e nessuna affinità di razza esisteva fra i Liguri e i Pisani, antica colonia di Greci. Nessun vincolo li univa, salvo il ricordo dell'antica soggezione a Roma, molesto ad entrambi, come a tutti i popoli d'Italia. Le prime guerre, compiute in comune, erano state le prime cagioni di invidia e di contese, e le tradizioni, i ricordi di queste erano piuttosto motivo a crescere le inimicizie e gli odi che a stringere alleanze. Perché lodar Genova di aver vinto i feudatari che la insidiavano e farle una colpa di aver combattuto contro Pisa, che minacciava la sua esistenza?
Le esortazioni di un santo - Bernardo di Chiaravalle - le abili concessioni di un pontefice, Innocenzo II, che contentano Pisa e Genova ad un tempo, conchiudono la pace. Sebbene questa fosse vantaggiosa a Genova, perché sottraendo la sua diocesi alla dipendenza di quella di Milano, l'innalzava alla dignità arcivescovile, assegnandole, fra gli altri suffraganei, parte dei Vescovati di Corsica, Caffaro si contenta di accennarla senza commenti.
Quasi fosse cessata per lui, colla fine della guerra, ogni ragione per rimanere al potere, egli si eclissa completamente dalla scena della vita pubblica. Forse la fazione a cui apparteneva era stata soccombente nelle elezioni del Consolato; forse il desiderio di rivedere i luoghi dove aveva fatto le prime armi, e dove gli Embriaci erano signori di alcune città, e dovevano esserlo, fra breve, di tutte le colonie genovesi, lo ricondussero in Oriente. Questo è certo, ché per dieci anni, di lui non si parla più in nessun modo.
Nel 1141, lo ritroviamo al Governo; tre anni dopo, tra i Magistrati che col nuovo nome di Consoli dei Placiti amministravano la giustizia, e nel 1146, di nuovo Console dello Stato, già più che sessantenne, ma pieno d'energia giovanile e fautore di una guerra contro i Saraceni di Spagna.
L'Europa, in quell'anno, commossa dall'eloquenza di San Bernardo, si preparava ad una seconda Crociata; due sovrani, Luigi VII di Francia e Corrado di Germania, con esempio nuovo fino a quel giorno, presa la croce, partivano per la Terrasanta.
Genova, secondando il fervore del momento, che spingeva i Cristiani ad una guerra contro gli infedeli, non dimenticava che il dominio del mare era ormai divenuto lo scopo della sua politica, anche perché era una necessità della sua esistenza. Invece di seguire i crociati in Oriente, dove il suo aiuto sarebbe stato poco apprezzato e dove non era, in quel momento, altra ragione di guerra che la speranza di rialzare le sorti già vacillanti del Regno di Gerusalemme, volse le sue armi contro i Saraceni che annidati nelle Baleari e lungo le coste di Spagna, correvano il Mediterraneo, predando le navi, minacciando i porti della Provenza e della Catalogna.
Caffaro, colla presa di Minorca e coll'assedio d'Almeria, comincia la guerra, che, dopo varie vicende, finisce nel 1148 con un completo trionfo delle armi cristiane.
Ma l'impresa è stata più gloriosa che proficua, ed il Comune di Genova, che aveva sostenuto quasi per intero il peso della guerra, ne usciva stremato di forze.
Un'ultima prova è riservata a Caffaro, eletto Console nel 1149, la più difficile, quella che nessun uomo politico ha affrontato mai, se non a costo della popolarità e mettendo a grave repentaglio la propria fama. L'erario è esausto ed i Consoli devono trovare il modo di pagare gli enormi debiti contratti per sopperire alle spese della guerra. Caffaro e i suoi colleghi non si dimostrano inferiori al difficile còmpito, ma la crisi è troppo acuta perché i rimedi eroici da loro adoperati possano superarla completamente.
Gli Annali, fedeli interpreti delle condizioni tristissime di quegli anni, raccontano che la città parve caduta in letargo. Venne un giorno in cui fra tutti quei savi amministratori, fra quegli audaci guerrieri, il popolo non avrebbe trovato un solo che ardisse di sobbarcarsi al peso del Governo, se l'Arcivescovo non fosse riuscito a persuadere i Consoli eletti ad accettare l'incarico "per la remissione dei propri peccati".
Il periodo della virilità, delle lotte attive e feconde, finisce così tristemente per Caffaro. Ormai vecchio, sentendosi forse impopolare, non prende più parte diretta al Governo. Ma non per questo la sua opera è meno utile alla patria. Gli ozi più o meno volontari gli concedono di dedicarsi con maggior lena a quegli Annali, intrapresi nella prima giovinezza e continuati per tanti anni, in mezzo alle guerre, alle pericolose navigazioni, alle molteplici cure dei Consolati, delle ambascierie, delle magistrature di ogni genere. E l'opera cominciata forse per diletto proprio o di pochi amici, offre al vecchio eroe un nuovo ed efficacissimo mezzo per giovare ai propri concittadini.
Gli Annali, per decreto dei Consoli, accolti nel pubblico Archivio, si leggono in pieno Consiglio, e la voce di quel vecchio glorioso che ricorda le eroiche imprese compiute dalla sua generazione, i rischi superati con magnanimo ardire, giunge ai Genovesi come un rimprovero per l'inerzia e la sfiducia in cui sembrano immersi, come un incitamento a ritemprarsi nelle memorie del passato per non disperar del presente.
Una burrasca improvvisa e terribile viene a scuotere gli animi intiepiditi. Un Imperatore, giovane, orgoglioso, feroce, scende in Italia per riprendere la corona che gli antecessori si sono lasciata sfuggire.
La libertà, l'esistenza stessa dei Comuni sono minacciate.
Il vecchio Caffaro va a Roncaglia nel 1154, affrontando pei primo la collera del temuto Imperatore. Non nega l'omaggio di fedeltà, ma nega i tributi, promette alleanze, ma a patto di compensi e di privilegi. Ritorna al Bosco nel 1158, quando Federico, vittorioso, minaccia Genova delle sue armi, e, con una tregua onorevole, salva la patria dagli orrori di una guerra.
In quel periodo di lotta continua, infaticabile, fra il potente Imperatore e il piccolo Comune che difendeva la sua integrità e la sua indipendenza, Caffaro fu senza dubbio il consigliere di tutte le magnanime risoluzioni, l'ispiratore di quella politica dignitosa ed accorta che non provocava mai, ma non piegava dinanzi alle minacce e si ribellava ai soprusi, il capo venerato intorno al quale, nelle ansie di quei giorni, si stringeva tutto il popolo genovese.
E fu certamente merito suo, in grandissima parte, se finalmente, nel 1162, nello stesso anno in cui Milano veniva distrutta, Genova otteneva dall'implacabile nemico dei Comuni il riconoscimento legale della sua esistenza, la conferma solenne di quello stato di cose che esisteva ormai, di fatto, da circa un secolo.
Fu questa l'ultima sua fatica, l'ultimo suo trionfo, amareggiato dallo spettacolo delle continue discordie che cominciavano a straziare la città, forse anche dagli appunti che, passato il momento del pericolo, alla sua opera si andavano facendo da chi, più giovane e più impronto, non ricordava quanto fosse costata quella libertà che quel vecchio aveva visto nascere, e che si studiava di conservare.
Questa, in brevi parole, l'opera di Caffaro e della sua generazione, narrata nei tre libri che di lui ci sono rimasti e che hanno per titolo: Annales - De Liberatione Civitatum Orientis; Ystoria captionis Almarie et Turtuose.
I due ultimi non sono che corollari del primo; l'uno è, come si rileva dal titolo, una narrazione dell'impresa contro Almeria e Tortosa; l'altro, un racconto delle prime spedizioni genovesi in Oriente fino alla presa di Tripoli. Ma l'opera che ha tramandato fino a noi il nome e il ricordo di Caffaro è quella intitolata: Annales Januenses.
Come la sua vita, può dividersi in tre epoche distinte.
In quella che risponde alla giovinezza di Caffaro, il racconto è succinto, rapido, spesso arido. Pochi gli episodi sui quali si fermi, salvo quello dell'impresa di Cesarea; brevi gli accenni ai fatti che narra ed alla storia dei vari Consolati che si succedono. Tutto rivela il giovane intento più ad agire che a meditare, che racconta gli avvenimenti ai quali assiste, senza curarsi di indagarne le cause e le conseguenze.
Poi, Caffaro comincia a prender parte al Governo e la narrazione, sempre spedita, comincia ad esser più ricca di particolari; manifesta, in chi scrive, il desiderio di spiegare, per quanto è possibile il farlo, la propria condotta e quella del Governo.
Finalmente, quando già settantenne, ottiene dai Consoli che l'opera sua venga resa pubblica, non si contenta più di registrare i fatti, ma li commenta o li fa precedere da qualche considerazione, da qualche sentenza.
È il vecchio che sa di avere ormai il diritto di essere ascoltato e che si giova della facoltà concessagli di leggere in pubblico i fasti di Genova, per ricordar l'opera sua e della propria generazione ad ammonimento di quella che sente o indovina impaziente di succedere nel governo della cosa pubblica.
Quoniam recordari preterita, meditari presentia, previdere futura bonum et utile esse videtur, questa la sentenza che si ripete spesso quasi a giustificazione dell'opera intrapresa a comune vantaggio.
Alle volte, invece, sono considerazioni politiche o religiose che contengono un consiglio, e talvolta anche un mite rimprovero, benigno nella forma, come si addice ad un vecchio che parla ai suoi figli: Deus tangendo fideles suos, corrigit quoniam vult ut ab illicitis se abstineant.
Oppure: Omnes hominem qui communium rerum civitatum atque locorum potestatem et dominium habent, et de dubiis rebus eorum consultant, ab odio et amore vacuos esse decet ne cupido odii et amoris illos faciat claudicare.
Massime auree, che ai nostri tempi sembrerebbero fors'anche un po' ingenue, e che certamente produrrebbero un effetto assai mediocre pronunciate in un pubblico Parlamento.
Ma nel secolo XII lo scetticismo non era ancora di moda, e le parole di un vecchio venerando che aveva speso tutta la vita in pro' della patria, dovevano commuovere profondamente gli animi degli ascoltatori.
Non sempre un uditorio raffinato è quello più atto a comprendere ed a gustare ciò che è veramente buono e grande. Quei marinai reduci dalle lunghe navigazioni in Oriente, quei rudi guerrieri che, deposte le armi, indossavano con egual disinvoltura e fortuna la toga del magistrato, dell'ambasciatore o del console, sapevano meglio di noi quale valore avessero i semplici racconti che sentivano leggere, quanta accortezza diplomatica si celasse nel fuggevole accenno all'esito felice di un'ambasciata, quante fatiche e quanto sangue fossero costate quelle spedizioni, che lo scrittore ricordava in brevi parole, talvolta dicendone soltanto, con laconismo spartano, la data, lo scopo e l'esito.
Negli Annali essi trovavano il rimprovero pel fallo commesso - o il conforto per la sventura che li aveva colpiti - il consiglio per l'impresa che meditavano - il ricordo di quella giustizia divina in cui tutti allora, anche sfidandola, credevano.
Scrivere, per Caffaro, non fu una semplice esercitazione della mente per diletto proprio ed altrui, ma opera altamente civile, che completava quelle che in altri campi i. reggitori del Comune compievano per la patria.


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