Call center
Gli schiavi elettronici della new economy
 
di Claudio Cugusi
 

dal libro
Un’ora di Michela vale due euro lordi

Voglio rivelare le speranze disattese di tanti ragazzi attraverso la mia esperienza. Inizio questo racconto in maniera semplice ma senza mai abbassare la guardia. Mi chiamo Michela e fino a pochi mesi fa lavoravo come operatrice telefonica. Ero una di quelle signorine che vi disturbano a ogni ora del giorno per proporvi qualche nuova tariffa telefonica. Mi sono laureata nel novembre 2003 dopo anni di rinunce e sacrifici. Le difficoltà economiche e l’orgoglio di voler ribadire che anche l’operaio vuole il figlio dottore mi hanno fatto crescere determinata e presuntuosa. Ero sicura che i miei sforzi sarebbero stati premiati con un lavoro serio e gratificante. Ho spedito maree di curriculum vitae senza mai ricevere una risposta. Qualcosa non andava bene. Quello che mancava alla mia formazione era l’esperienza del tirocinio non retribuito. Così ho lavorato per cinque mesi in una biblioteca senza essere pagata.
Non dimenticherò mai il giorno in cui cercai l’elenco dei call center cagliaritani. Iniziai a chiamare da una cabina telefonica: “Buonasera. Volevo sapere se state assumendo personale”. Primo call center contattato, primo colloquio di lavoro fissato. Qualche domanda sulle mie conoscenze informatiche, un buffetto sulla spalla e via. Lavoravo con turni massacranti di sei ore al giorno compreso il sabato. La mia dignitosa retribuzione era di due euro lorde l’ora. Più chiamavo e più avevo possibilità di vendere. Se riuscivo a strappare qualche contratto prendevo la provvigione. In caso contrario ritornavo a casa con dieci euro lordi in tasca. Le condizioni di lavoro erano precarie: avevamo a disposizione un vecchio computer e un telefono. La cornetta è stata il principale mezzo di diffusione di un focolaio di mononucleosi ma l’azienda ha preferito fare finta di niente.
Dopo sette mesi, attirata dal miraggio della paga sindacale di sei euro l’ora, mi sono trasferita in un altro call center. La mia mansione era sempre la vendita. Il nuovo posto di lavoro era uno scantinato dove erano ammassate una trentina di postazioni. Il magnanimo titolare ci aveva dotato di ogni comodità: computer con lo schermo piatto e soprattutto cuffiette personali. Le quattro ore di lavoro giornaliere erano dolcemente accompagnate dalle urla degli assistenti di sala, dalle continue minacce di licenziamento e dai pianti di operatori estenuati. Ho rischiato una brutta depressione. Ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi stavo perdendo me stessa. Stavo abbandonando i miei sogni e il mio futuro in cambio di 500 euro al mese. Ho avuto il coraggio di dire basta e di riprendere in mano la mia vita. Raccontare questa esperienza è stato molto faticoso. La voglio dedicare a tutti coloro che, come me, hanno barattato per necessità la loro dignità di uomini e di lavoratori.

Michela Pia, 28 anni
Mogoro (Oristano)


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