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Camera 311
Hotel Fontane Marose
di Alex Stefani
UNO
Il taxi scese lungo via Interiano ed
attraversò piazza Fontane Marose.
La donna seduta sul sedile posteriore guardò nervosamente il cellulare
domandandosi come mai lui non l’avesse ancora chiamata. Era trascorso abbastanza
tempo da quando l’aveva sentito, prima di uscire di casa per andare alla
stazione Centrale di Milano e prendere l’Intercity per Genova.
Il taxi si accostò al marciapiede. “Questo è l’albergo, signora”, la informò il
conducente.
L’albergo si trovava in fondo alla piazza, in una posizione un po’ appartata,
dove questa si stringeva ed iniziava via XXV Aprile, che tagliava dritta due
file di palazzi d’epoca.
Il palazzo che lo ospitava aveva le facciate lisce, di un colore giallo ocra,
con persiane verde lucido.
Sulla targa d’ottone, sistemata a fianco dell’ingresso, c’era scritto “Hotel
Fontane Marose”.
Erano le nove di sera e i pochi passanti ancora in giro a quell’ora camminavano
frettolosamente, imbacuccati nei loro cappotti.
La signora scese e una folata di tramontana gelida la fece rabbrividire. Alzò il
bavero del cappotto fino a coprirsi completamente il volto e si avviò verso
l’ingresso, mentre il tassista estraeva due valigie di pelle scura dal
bagagliaio.
La donna appoggiò la mano sulla maniglia dorata della porta di cristallo ed
entrò, seguita dall’uomo.
L’atrio era un locale non molto grande, illuminato da una luce morbida
proveniente da lampade a muro appese a pareti di colore chiaro. Sulla destra si
trovava il bancone in legno scuro della réception e di fronte un divano
rivestito in stoffa dello stesso colore delle pareti con un tavolino di marmo
bianco. L’atrio comunicava con un corto corridoio in fondo al quale si trovava
un ampio salone.
Dietro al bancone non c’era nessuno.
Sopraggiunse il tassista che posò le valigie davanti alla réception. La donna
gli pagò la corsa, poi si guardò intorno alla ricerca di qualcuno.
Dal salone spuntò un uomo, abbastanza alto e di corporatura robusta, ma non
grasso. Indossava una camicia azzurra su un paio di pantaloni scuri. Le si
avvicinò sorridente.
“Buonasera signora. Cosa posso fare per lei?” domandò con aria cortese, mentre
prendeva posto dietro al bancone.
“Buonasera. Ci dev’essere una prenotazione a nome di Francesca Contini”.
L’uomo aprì il registro e sfogliò le pagine.
“Sì, tutto a posto. Posso avere un suo documento per favore?”.
Francesca frugò nella borsa e tirò fuori il passaporto.
L’uomo lo prese e lo infilò in uno scomparto del casellario alle sue spalle, poi
prese una chiave e la appoggiò sul bancone.
“La camera è la 311. Si trova al terzo piano ed è piuttosto tranquilla. Solo un
attimo e la faccio accompagnare”.
Uscì da dietro il bancone e si diresse verso il salone. Rispuntò subito dopo
accompagnato da un’altra persona, sulla cinquantina passata, di peso medio, che
camminava con passi corti e decisi. Aveva capelli neri e lucidi pettinati
all’indietro che mettevano in evidenza una fronte spaziosa. Il colore della
pelle e i lineamenti marcati del volto lo facevano assomigliare ad un levantino.
Gli occhi erano nascosti da un paio di lenti affumicate con una montatura
dorata. Vestiva con una certa eleganza, tanto che a Francesca sembrò strano si
trattasse di un facchino.
“Carlo, accompagna per favore la signora alla 311”, gli disse l’altro
porgendogli la chiave.
Questi prese le valigie e, precedendo Francesca, si diresse verso la porta
dell’ascensore che si trovava a metà del corridoio.
Salirono in silenzio fino al terzo piano.
Carlo aprì la porta della stanza ed accese le luci.
Francesca entrò in una stanza non molto spaziosa. Avvertì una fragranza di
pulito.
Era arredata con pochi mobili in stile moderno. Al lato del letto a due piazze
si trovava un armadio a doppia anta e, addossata alla parete opposta, una
scrivania con una lampada da tavolo ed un televisore. A fianco della scrivania
erano sistemate due poltrone con in mezzo un tavolino rotondo. Il pavimento era
rivestito da una soffice moquette di una tonalità che si accompagnava con il
colore chiaro delle pareti.
Carlo depositò i bagagli vicino al letto. Francesca si guardò attorno
soddisfatta, poi estrasse una banconota dalla borsa e la consegnò all’uomo che
ringraziò ed uscì.
Si sedette sul bordo del letto e tirò fuori il cellulare dalla borsa. Ancora
nessuna chiamata o messaggio. Cominciò a preoccuparsi. Forse era successo
qualcosa. Rifiutò quell’ipotesi, accettando l’idea che Marco avrebbe aspettato
ancora un po’ a telefonarle.
Avvertì un crampo allo stomaco che le ricordò che non toccava cibo da diverse
ore. Si tolse il lungo cappotto nero che la copriva fino quasi ai piedi e uscì
dalla stanza per scendere nella hall.
La persona che l’aveva accolta era seduta dietro alla réception intenta a
scrivere su un registro.
“Mi scusi”, gli disse appoggiando i gomiti sul bancone. “So che è molto tardi,
però ho una fame da morire. Fa ancora servizio il ristorante?”.
L’uomo alzò la testa dal registro. “Purtroppo non abbiamo un ristorante in
questo albergo. Solo prima colazione”, le disse, con espressione dispiaciuta. “E
oggi che è domenica i ristoranti qui intorno sono tutti chiusi. Posso farle
preparare un paio di sandwich, se si accontenta”.
“Sì, andranno benissimo. Grazie davvero”, annuì lei.
“Vado subito a farglieli preparare. Ci vorranno un paio di minuti”, rispose
l’uomo alzandosi dalla sedia e dirigendosi verso il salone. Ritornò dopo un po’
reggendo un vassoio con sopra i panini ed un bicchiere di vino.
“Mi sono permesso di aggiungere del vino, pensando che l’avrebbe gradito. Tra
l’altro, sembra abbastanza infreddolita”.
“Già, ho sempre sentito dire che in Liguria c’è un clima mite. Ma oggi non si
direbbe”.
“È stata fortunata che non piove. In quest’ultima settimana lo ha fatto quasi
tutti i giorni”.
Prese il passaporto dal casellario e glielo riconsegnò.
“Mi scusi signora, ma non ricordo per quanti giorni intende soggiornare”.
“Un paio, forse tre. Pensa che sia un problema?”.
“No, assolutamente. Non c’è molto movimento di questi tempi. C’è crisi in giro,
e noi siamo tra i primi ad accorgercene. Piuttosto, se non sono indiscreto,
posso chiederle se è qui per turismo o affari?”.
“Né uno né l’altro”, rispose Francesca scuotendo la testa. “Aspetto una persona
e poi partiremo per un lungo viaggio in un posto caldo. Me ne starò al sole
tutto il giorno per dimenticare il freddo, la nebbia, la pioggia e tutto il
resto”.
“Mi sembra un’ottima prospettiva. Anche a me piacerebbe staccare e fare una
bella vacanza”.
“Perché non lo fa?”.
“Questo è un piccolo albergo e il personale è ridotto al minimo indispensabile,
se vogliamo sopravvivere. Siamo io e Carlo ad occuparci di tutto. E poi, non ho
passato tutta la vita qui dentro. Sono stato imbarcato per quasi dieci anni e ho
visto quasi tutto il mondo. Cinque anni fa, quando i miei si sono ritirati, ho
deciso di smettere e di dedicarmi all’albergo. Non mi andava che finisse nelle
mani di qualche catena che l’avrebbe reso un posto anonimo e un po’ triste, come
sono tanti alberghi moderni del centro”.
A Francesca parve di cogliere un po’ di nostalgia in quelle parole. “La sua dev’essere
stata una scelta che le è costata”.
“Ogni scelta ha un suo prezzo e bisogna pagarlo. Comunque, il mare ce l’ho
sempre vicino, anche se nascosto da una fila di palazzi”.
Lei sorrise. “Capisco. Adesso credo che tornerò nella mia stanza. Il viaggio mi
ha stancato e vorrei farmi una bella dormita. Se non ha niente in contrario,
porterei il vassoio in camera”.
“No, assolutamente. Piuttosto, vuole essere chiamata domattina?”.
“No, non occorre. Ancora grazie di tutto, signor...?”.
“Risso, Gianluca Risso. Proprietario e factotum dell’albergo. Buonanotte e
riposi bene”.
Lei contraccambiò il saluto, prese il vassoio e scomparve poco dopo dentro
l’ascensore.
Gianluca l’osservò mentre si allontanava lasciando nell’aria un vago aroma di
gelsomino. Si muoveva con un passo che hanno solo certe donne e tutti i felini.
Non poté fare a meno di notarne la forma ben proporzionata del corpo,
evidenziata dall’abito nero leggermente attillato. Malgrado non fosse
particolarmente alta, aveva un paio di gambe lunghe ed affusolate. Più di tutto
l’aveva attratto lo sguardo dei suoi occhi, su un viso ovale e delicato
incorniciato da capelli neri tagliati corti e con riflessi ramati.
Erano occhi scuri, dal taglio vagamente esotico, con piccole pagliuzze dorate
che scintillavano nell’iride.
Si meravigliò che una sconosciuta lo avesse colpito così da subito. Erano anni
che aveva smesso di interessarsi delle donne.
DUE
Francesca entrò nella stanza e posò il
vassoio sulla scrivania. Si accorse di averci lasciato il cellulare quando era
scesa e subito controllò se c’erano chiamate o messaggi. Ancora niente. Prese il
bicchiere e bevve un sorso. Il vino le provocò subito un senso di stordimento
per via del fatto che era ancora a stomaco vuoto. Si sedette ed iniziò a
mangiare uno dei sandwich. Si sentì subito meglio. Finì ed attaccò con il
secondo. Quando ebbe terminato di mangiarlo sorseggiò il vino rimasto. Si sentì
meglio, anche se l’ansia perché lui non l’aveva ancora chiamata non diminuiva.
Cominciò ad avvertire una certa stanchezza. Si alzò ed aprì una delle valigie.
Tirò fuori un pigiama, poi si spogliò e se lo mise indosso. Si infilò sotto le
lenzuola ed ebbe un fremito al contatto con le lenzuola. Spense la luce e cercò
di addormentarsi.
Nel frattempo, Gianluca si era acceso una sigaretta e stava iniziando a
prepararsi per la notte. Prese il registro e lo chiuse in un cassetto sotto il
bancone, poi iniziò a spegnere le luci, iniziando con quelle dell’atrio.
Carlo arrivò dal salone.
“Finalmente un’ospite durante il week end. Non ricordo più da quando succedeva”,
osservò. “E per di più anche una bella donna. Quasi da non crederci”.
“Può darsi. Per me sono solo clienti”.
“Da come la guardava poco fa non si direbbe”.
“Stai viaggiando troppo con la fantasia”, tagliò corto Gianluca.
Carlo non aggiunse altro. Certi argomenti erano tabù con Gianluca. “Andrei a
dormire, se non ha più bisogno di me”.
“No, finirò io di mettere a posto. Buonanotte”.
Carlo si diresse verso le scale che si trovavano a fianco dell’ascensore e salì
nella sua camera che si trovava al primo piano.
Gianluca spense anche le luci della réception, chiuse a chiave il portone e si
spostò nel salone. La televisione era rimasta accesa. Un’annunciatrice leggeva
le ultime notizie del giorno senza dimostrare alcuna partecipazione. Si accomodò
su una poltrona ad ascoltare e scivolò nel sonno senza accorgersene.
Uno squillo ossessivo lo svegliò di soprassalto, interrompendo la quiete del suo
riposo. Impiegò qualche secondo prima di riordinare le idee. Il telefono!
realizzò, e si alzò di scatto.
Stropicciandosi gli occhi, raggiunse il bancone della réception e, dopo aver
tastato per un po’, riuscì ad afferrare la cornetta e la sollevò. Pronunciò un
“Pronto!” impastato.
“Finalmente!” pronunciò la voce sgarbata di un uomo. “È l’Hotel Fontane Marose?
Mi passi subito la signora Contini”.
“Un attimo, per cortesia”, rispose Gianluca, trattenendo la sua irritazione per
quel tono.
Appoggiò la cornetta sul tavolo e premette un interruttore. La luce improvvisa
lo abbagliò. Impiegò alcuni secondi prima di mettere a fuoco la tastiera del
telefono.
Compose il numero della stanza ed aspettò che rispondesse.
“Pronto!” borbottò lei con voce assonnata.
“Mi scusi, signora. C’è una chiamata per lei”, annunciò a bassa voce.
“Oh, sì. Me la passi pure, grazie”, rispose con un tono che rivelava una certa
ansia.
Gianluca premette un pulsante e commutò la linea. Una luce brillante si accese
sul pannello.
Dette una rapida occhiata all’orologio. Mancavano pochi minuti alla mezzanotte.
“Strano orario per una telefonata”, osservò tra sé mentre spegneva la luce.
Lasciò il bancone e salì con l’ascensore fino all’ultimo piano dove si trovava
la sua stanza. Ci viveva da quando il suo matrimonio era finito.
Si spogliò in fretta e s’infilò nel letto, addormentandosi quasi subito.
Il mattino successivo si svegliò alle sette in punto, come gli accadeva da anni
e senza bisogno della sveglia. Si vestì dopo una doccia e scese nel salone dove
regnava una calma pigra e monotona.
Trovò Carlo intento a consumare la colazione.
“Buongiorno Carlo”, lo salutò accomodandosi allo stesso tavolo.
Versò del caffè in una tazza e lo sorseggiò.
“Buongiorno. Ho sentito squillare il telefono questa notte. Chi era?” domandò
Carlo.
“Qualcuno che cercava la nostra ospite. Non mi ha detto chi fosse. Forse si
trattava della persona con cui ha appuntamento”.
“Un orario insolito per chiamare”.
“Non so che dirti. Può darsi che si trattasse di una cosa urgente”, spiegò
Gianluca, cercando di dar l’impressione che fosse stato un evento senza
particolare importanza.
“Esco a comprare i giornali”, aggiunse mentre finiva di bere il caffè.
Si recò nell’atrio, prese il giubbotto che teneva appeso all’attaccapanni ed
uscì.
Fuori il cielo era coperto da una coltre di nuvole grigie che minacciavano di
rovesciare di lì a poco il loro contenuto.
L’aria del mattino era pungente. Acquistò un paio di quotidiani all’edicola
nella piazza e rientrò subito, appena in tempo per evitare le prime gocce di
pioggia.
Si sedette dietro il bancone ed iniziò a sfogliare distrattamente uno dei
giornali.
Gli ritornò in mente la telefonata nel cuore della notte e quello che non aveva
detto a Carlo, che la voce di chi aveva chiamato sembrava nascondere una
minaccia.
Cercò di convincersi che forse era solo dovuto al fatto di essere stato
svegliato all’improvviso.
Era tentato di chiederle chi fosse quando l’avesse rivista, ma decise di lasciar
perdere. Non gli era mai piaciuto intromettersi nelle faccende altrui.
La mattinata trascorse con i ritmi monotoni e un po’ noiosi dei giorni di festa.
Verso mezzogiorno decise di uscire.
Aveva smesso di piovere e si era alzata una tramontana fredda che lo fece
intirizzire. Camminò fino a piazza Matteotti e da lì si diresse in salita
Pollaiuoli, fermandosi al “Caffè degli Specchi”.
Il locale non era molto affollato. Ordinò un piatto freddo ed un bicchiere di
vino, poi andò ad accomodarsi ad uno dei tavolini sistemati accanto alle pareti
rivestite di specchi alti che confinavano con le volte del soffitto rivestito da
piastrelle lucide color crema.
Mangiò senza particolare fretta, più per far passare il tempo che per
l’appetito. Quando terminò, erano le due ed il locale si era completamente
svuotato. Pagò ed uscì per far ritorno all’albergo. Il vento era calato facendo
alzare di poco la temperatura.
Rientrò in hotel e si diresse verso il salone. Carlo se ne stava seduto ad un
tavolo intento a seguire una partita di calcio.
“È già scesa la nostra ospite?” gli chiese.
“No, non si è ancora vista. Forse ha deciso di passare la domenica a dormire.
Non è poi un’idea tanto sbagliata, visto il freddo che fa”.
Gianluca non rispose. Prese posto vicino a Carlo e finse di interessarsi alla
partita, mentre una certa preoccupazione cominciava a farsi largo nella sua
mente.
Quando la partita finì, decise di rompere gli indugi e di chiamarla. Compose il
numero della stanza e rimase in attesa.
Il telefono squillò a vuoto senza che nessuno rispondesse.
Decise allora di andare a controllare di persona che non fosse successo
qualcosa. Prese l’ascensore e salì fino al terzo piano. Giunto davanti alla
porta bussò un paio di volte con discrezione.
Non ottenne risposta. Riprovò con maggiore insistenza poi prese la maniglia e la
ruotò completamente. La porta si aprì.
Insolito lasciare aperto, pensò tra sé Gianluca, dischiudendola quel tanto che
bastava per guardare dentro.
“Sono Gianluca Risso, signora. Posso entrare?” pronunciò a voce alta perché lo
sentisse.
Rimase un attimo incerto sulla soglia, poi entrò.
Nella stanza c’erano solo buio e silenzio. Accese la luce. Il letto sfatto era
l’unica cosa fuori posto. Nell’aria si avvertiva il suo profumo.
Rimase immobile a pensare un po’ sconcertato.
Tutto lasciava credere che se ne fosse andata in gran fretta, probabilmente per
una ragione importante. Su questo non aveva dubbi. Le borse erano appoggiate ai
piedi del letto e solo una era stata aperta.
Uscì dalla stanza e tornò alla réception.
Carlo lo stava aspettando: “Tutto a posto?”.
“Sembra che la nostra ospite sia sparita”.
“Che vuol dire sparita?”.
“Che se n’è andata. Svanita, scomparsa, dissolta, quello che preferisci. Oppure
è uscita dalla finestra per andare a farsi una passeggiata sui tetti. In ogni
caso non c’è più”.
Carlo aggrottò la fronte perplesso. “Molto strano andarsene via così, senza dire
niente. Sembrerebbe che sia scappata”.
“Penso che c’entri quella telefonata. Probabilmente è dovuta uscire di fretta
senza aver tempo di avvertirci”, disse Gianluca, cercando di dare anche a se
stesso una spiegazione convincente.
TRE
Il cielo che osservava Gianluca da dietro
il cristallo della porta aveva lo stesso colore plumbeo della domenica appena
trascorsa. La pioggia durante la notte aveva lasciato una patina lucente
sull’asfalto su cui si riflettevano le decorazioni natalizie appese sulla
strada.
Arrivò una coppia di clienti. Gianluca tornò dietro al bancone e li registrò.
Mentre prendeva le chiavi delle camere, il suo sguardo cadde sulla casella della
camera 311 facendogli ripensare a quella misteriosa sparizione.
Carlo si avvicinò al bancone di ritorno dall’aver accompagnato i clienti nelle
loro stanze. “Ancora nessuna notizia sulla donna, vero? Dopo due notti che non
si ripresenta, comincio a preoccuparmi. Forse sarebbe il caso di fare qualcosa”.
“Qualcosa di che genere?”.
“Magari andare alla polizia e denunciarne la scomparsa”, suggerì Carlo.
Gianluca scosse la testa. “No, aspettiamo ancora fino a questa notte. I suoi
bagagli sono sempre in camera e questo significa che deve ritornare. Non voglio
mettere di mezzo la polizia prima d’essere sicuro che sia sparita davvero”.
“D’accordo, facciamo come dice lei. Magari da un momento all’altro la vediamo
rispuntare”.
Il resto della giornata scivolò via piatto, senza che quel mistero si
risolvesse.
Il buio della sera scese all’improvviso, come accade nelle giornate d’inverno.
Gianluca controllò di nuovo l’ora. Erano le cinque e mezza.
In quell’istante la porta d’ingresso si aprì ed entrarono due persone.
Era una coppia male assortita. Uno era alto e segaligno, con il volto scavato su
cui spiccava un naso lungo ed affilato come la lama di un coltello. Indossava
una giacca di pelle nera, sopra una camicia scura con la cravatta dello stesso
colore. Il suo compare, invece, era un tipo bassotto con la faccia rotonda e
qualche chilo di troppo addosso. Vestiva un impermeabile bianco lungo quasi fino
ai piedi, con la cintura ben stretta in vita. Così conciato ricordava l’omino
della pubblicità dei pneumatici.
Gianluca li osservò con attenzione. Non ricordava di averli mai visti prima, ma
ebbe la netta sensazione che portassero guai con loro.
Si approssimarono con passi decisi fino al bancone. I loro movimenti sembravano
sincronizzati.
Si fermarono di fronte alla réception e cominciarono a guardarsi intorno come se
cercassero qualcuno.
Quasi all’unisono concentrarono la loro attenzione su Gianluca.
“Chiamaci il proprietario di quest’albergo”, esordì sbrigativamente il tizio più
basso.
Gianluca lo guardò dritto in faccia. Notò che la pelle del viso era devastata da
piccole cicatrici, come se avesse avuto il vaiolo.
“È qui di fronte a voi”, rispose brusco. Quei due gli piacevano sempre di meno.
Il tappetto fece una smorfia che doveva essere un sorriso.
“Stiamo cercando una persona”.
“Spiacente. Nessuna informazione sui clienti dell’albergo ad estranei”, tagliò
netto Gianluca, senza esitazioni.
“Ma davvero? Che bravo. Adesso proviamo a convincerti con le buone”, intervenne
il lungagnone, con un tono basso di voce.
S’infilò una mano dentro l’impermeabile.
Gianluca non perse neppure un movimento. Il tizio accentuò un’espressione
ironica sul volto.
Estrasse un grosso portafoglio di pelle nera, piuttosto rigonfio.
Sfilò tre banconote da cento euro, le piegò e le appoggiò a ventaglio sul
bancone.
“Con questi metti in pace la tua coscienza, amico. Dicci in quale camera
alloggia una certa signora Contini. Sappiamo che è arrivata in quest’albergo
sabato sera”.
Gianluca ignorò le banconote.
Pensò ad una risposta plausibile cercando, allo stesso tempo, di controllare
l’emozione: “Cercate la signora Contini? Beh, allora la cosa è molto semplice. È
partita domenica mattina. E quest’informazione è gratis”.
In fondo, quanto aveva detto si avvicinava abbastanza alla verità.
I due si scambiarono un’occhiata, poi quello più alto scattò all’improvviso.
Afferrò Gianluca per il bavero della giacca, lo avvicinò a sé e gli alitò sulla
faccia: “Non ti aspetterai che ci crediamo, vero?”.
Gianluca capì di non essere stato abbastanza convincente.
Sforzandosi di mantenere un certo controllo, gli strinse i polsi e cercò di
liberarsi. La stretta era forte e sicura.
“Mi tolga le mani di dosso. Subito!” esclamò.
Il piccoletto gli appoggiò una mano sulla spalla.
“Vedi, il mio amico è un tipo suscettibile ed odia i bugiardi”, flautò.
“Non sono un bugiardo e dica al suo amico di levarmi quelle manacce da dosso”,
intimò nuovamente Gianluca, sentendo la rabbia crescergli.
Il tracagnotto fece un segno all’altro, che mollò la presa.
Gianluca si ricompose la giacca e lanciò un’occhiataccia ai due. Non aveva
l’indole del duro, però non era il tipo da lasciarsi mettere i piedi addosso da
chicchessia. E quei due lo avevano indisposto abbastanza per i suoi gusti.
“Ascoltatemi bene. Non so chi siete e per quale motivo siete venuti. Però voglio
chiarirvi subito una cosa. Non mi piace per niente la gente che va in giro a
minacciare il prossimo. Adesso fatemi il favore di tornare da dove siete venuti.
Alla svelta, prima che chiami la polizia”.
Afferrò la cornetta del telefono e la mostrò ai due.
Questi non sembrarono preoccuparsi più di tanto. In quello stesso istante,
richiamato dal trambusto, comparve Carlo.
Si avvicinò a passi svelti e decisi fino a portarsi alle spalle dei due.
“C’è qualche problema, signor Gianluca?”.
“No, nessun problema. Accompagna questi due signori all’uscita”.
Carlo fece un gesto ai due come per precederlo. In certe occasioni sapeva come
comportarsi.
Il piccoletto gli rivolse un ghigno beffardo e si avviò verso l’uscita, seguito
come un’ombra dal suo compare.
Prima di uscire si voltò, rivolgendo l’indice verso Gianluca. “Ci rivedremo
presto, amico”, gli disse, con il tono di una velata minaccia.
Gianluca lo fissò dritto negli occhi, senza rispondere.
I due varcarono la soglia e si mescolarono in mezzo alla folla nella strada,
sparendo quasi subito.
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