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Le campane di
Oregina
di Maria Agostini
le prime pagine del libro
Il bar dei combattenti
Mattina presto di un giorno feriale.
La giornata promette bene, limpida, solare.
Un vento teso e pulito spazza le cose con delicatezza.
Sono scesa dal treno e sto salendo una crêuza ripida, che mi toglie il fiato.
Mi sto recando a lavorare.
La scuola è lì, in cima alla stradina, fatta di ciottoli di fiume e mattoncini
rossi.
Dentro, fuori, inspiro, espiro…
Alzo gli occhi e la vedo, di una bellezza sconvolgente e assoluta, composta
nella sua posizione innaturale, puro ebano sullo sfondo chiaro del tetto
dell’edifico di fronte alla scuola: sorride, gli occhi fissi di una fissità
immobile e senza tempo di chi è morto per sbaglio, colto di sorpresa dalla vita
che finisce all’improvviso.
Espiro a fondo, tutta l’aria dei polmoni esce d’un fiato, lascio cadere libri e
compiti corretti, spalanco la bocca in un urlo muto di orrore, sorpresa,
inquietudine e le sento: le campane argentee e squillanti della chiesa di
Oregina.
“Un caffè corretto” ordino sicura al vecchietto-barista del circolo
dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia – universalmente noto nel
quartiere come il “bar dei combattenti”.
Anselmo, il pensionato che sta al banco, mi guarda con apprensione.
Mi conosce da un po’ di anni e intuisce che qualcosa non funziona.
“Forte” replico prima che la voce mi tremi.
Così mi esce una sorta di boato raccapricciante, un’ottava sopra il suono solito
della mia voce.
L’effetto è stridulo e inquietante.
“Tutto bene prof?” chiede con il fare interrogativo ed insieme rassicurante di
chi ha visto proprio tutto nella vita.
Non dev’essere stato facile d’altronde fare il partigiano a vent’anni, diciotto
forse, con tutta una vita e nessun futuro certo nelle mani.
Coraggio dell’incoscienza e paura da non poterne più provare per un’esistenza
intera.
Mi avvicina la tazzina e mi sfiora una mano.
Con un sussurro dice: “Vuole un fazzoletto?”.
Ha fissato i miei occhi umidi di pianto esterrefatto.
Poi: “Su, su si faccia coraggio”.
Gli indico la porta senza una parola, usciamo insieme sulla soglia.
Dalla porta del bar non è in primissimo piano, ma è inequivocabile la presenza
di quella morta ammazzata sul tetto.
“Maria Vergine!”. La mano sulla bocca, in quell’istante so che non l’ha vista
prima, il buio, l’abitudine, il bar da aprire... gli occhi spalancati per
l’orrore.
Nonostante tutto non ci si abitua mai alla morte. Rientra di corsa, ho già il
telefonino in mano, chiamo la polizia.
Auto e facce nuove stamattina in Oregina.
Bevo il caffè tremando, poi un sorso d’acqua.
Ho raccolto compiti e libri dal selciato, meccanicamente.
La campana dell’entrata della scuola mi coglie di sorpresa.
Mi rigiro i fogli tra le mani e non so che fare.
Poi, come ipnotizzata dal suono trapassa-timpani che si sente anche da lì, a
distanza, muovo il primo passo verso la gogna quotidiana.
“Pago dopo Anselmo”.
“Offre la casa signora, ci mancherebbe”.
E lo lascio lì, sulla soglia del baretto, a guardare sconsolato quella morta
ammazzata senza nome.
L’arrivo della polizia
Sono in classe. Il sangue freddo ha preso
il sopravvento.
Mi ostino caparbia a far finta di niente e a far lezione.
Dalla finestra della classe li vedo arrivare.
Fanno foto e rilievi con il gesso. Poi prendono le misure con il metro, come se
dovessero tracciare un nuovo percorso su quel tetto desolato e solitario.
Disegnano la sagoma nel punto esatto in cui era fino a un secondo fa.
Poi un sacco, lo schiocco metallico di una cerniera, una barella, e finalmente
la portano via.
C’è un ragazzo non male tra gli altri. Anche se la parola “ragazzo” forse poco
gli si addice. Si aggira sul posto con fare di faina, tra i trenta e i quaranta,
forse verso i trentacinque come me.
Si guarda intorno, noto lo sguardo attento e indagatore. Occhi blu da morirci
dentro, mi accorgo mio malgrado. Si avvicina al bordo del piazzale acciottolato,
si guarda in giro.
Poi nota il circolo, Anselmo sulla porta esce e gesticola, si blocca e piange.
Lui, il ragazzo che ho notato sul piazzale, gli porta un bicchiere d’acqua.
Poi gli si siede accanto paziente sulla panchina di pietra fuori del bar.
Lo ascolta osservandolo bene, in attesa come un cane da punta.
Anselmo indica la scuola, so che gli sta dicendo di me. Non mi importa e non mi
dà fastidio.
“Ognuno deve fare il proprio dovere” diceva mio padre a me da bambina.
Se ne è andato così, facendo il suo dovere, come sempre, solo, perché siamo
sempre e comunque soli di fronte alla morte, in un letto di ospedale, a
ricolmare le sue giornate di sofferenza inutile e vuota di cui non si è mai
lamentato, ma ancora lucido, fino alla fine, con dignità.
“Prof è suonata” mi avverte sollecito uno dei ragazzi.
“Movimento insolito questa mattina”.
È il commento che circola a bassa voce, dandosi di gomito appoggiano le facce ai
vetri, spintonandosi nel caos inevitabile del cambio dell’ora.
Ancora non sanno nulla del cadavere e poi, incoscienza dell’età, una persona
morta ammazzata non è davvero un movimento.
Caronte e il caffè
Sono davanti alla sala professori. È
entrato con discrezione, è in borghese.
La bidella, il nostro femmineo Caronte che protegge l’ingresso della scuola a
costo della sua incolumità personale, sta facendo lo sbarramento classico con
l’occhio spietato: “Tanto non m’incanti. Se vuoi entrare, di qua devi passare”.
E intanto prende tempo.
Valuta con poche occhiate semplici ed esperte se la persona che ha di fronte è
un potenziale ospite indesiderato per la scuola.
Ma è perplessa: i modi gentili e il bell’aspetto stanno avendo il sopravvento.
Anche se diffido per istinto degli uomini di bell’aspetto.
“Posso offrirle un caffè?”.
E tolgo il malcapitato dalle grinfie del guardiano di Acheronte in gonnella.
Non so perché l’ho fatto. Istinto, speriamo che non sia fatale.
So che mi posso fidare, anche se non so dove tutto questo mi potrà portare.
Il taccuino mentale di Luca:
appunti e commenti in ordine sparso per le indagini e non solo.
Lo faccio sempre, annoto, registro, commento...
Metterò in ordine più tardi.
Ora catalogo le prime impressioni, così come vengono.
Spesso si rivelano le intuizioni migliori, o quello che, in maniera cosciente,
mi rifiuto di pensare.
È questa, il vecchietto-barista l’ha descritta così, solo non ha detto che era
così... speciale.
Con gli occhi mi ringrazia, nessuno desidera stare in compagnia del guardiano
con lo sguardo fosco. Eppure è una persona dolcissima e affabile. Ha solo preso
troppo sul serio il suo compito di custode della scuola.
Scavalca con un passo lo Stige ed è di qua, nei gironi danteschi dell’Inferno.
Mi sorride, sorrido di rimando. Porgo il caffè della macchinetta dei docenti,
angolo agognato da tutti gli studenti cui il trastullo del caffè è precluso.
“Zucchero?”.
Chiedo meccanicamente.
Dovrò approfondire la sua conoscenza per forza, e non solo per l’indagine.
“Uno grazie” risponde come una vecchia zia invitata per un tè in società.
Gli porgo la bustina e la palettina di plastica.
“Grazie per avermi evitato un mucchio di spiegazioni”: vorrebbe dire per avermi
tolto dalle grinfie di Caronte, ma è troppo educato per dirlo oppure troppo poco
in confidenza.
“La tenevo d’occhio dalla finestra della classe, mentre facevo lezione” dico a
mo’ di spiegazione per aver intercettato la sua visita; sapevo che era destinata
a me.
“Non deve essere stata particolarmente incisiva, la sua lezione intendo”.
Una battuta lieve per recuperare il buon umore, rompere il ghiaccio e
sdrammatizzare una situazione tesa e ancora sospesa.
O forse, più semplicemente, mi prende per il fondo?
Proviamo a fare il brillante, è una tattica vecchia ma funziona sempre.
“Gliel’ha detto Anselmo, lo so, l’ho visto...”.
“...dalla finestra” conclude lui per me.
Un sorriso di compiacimento o di inconscia condivisione, devo ancora valutarlo
appieno.
C’è una certa sintonia. È curioso.
Sto soppesando se mi piace o lo disprezzo.
È irresistibile però, noto con una certa apprensione.
I miei approcci con gli uomini sono fallimentari negli ultimi mesi, mi appunto
mentalmente.
Da quando, dopo otto anni di matrimonio complessi e faticosi, mi sono separata
dal mio ex marito Alfredo.
Tutti siamo inevitabilmente un ex qualcosa, ma quando il tuo è una parte
consistente della tua vita, un progetto di futuro insieme è più pesante.
È che sono diventata insicura, ho paura di sbagliare e poi ho scoperto che la
libertà e la solitudine un po’ mi piacciono.
Non c’erano figli da far soffrire per fortuna.
Alfredo non ne ha mai voluti e, in fondo, a me stava bene così.
Ci si lecca le ferite per un po’ e si ricomincia a vivere altro giro, altro
regalo.
“Luca Palmas” e mi tende la mano.
La stretta è forte, decisa ma non esagerata, ispira sicurezza e fiducia.
“Giorgia Allegra”.
Se ha colto l’ironia dell’accostamento tra il mio nome e il mio cognome non lo
dà a vedere. Il suo sorriso è calmo e rassicurante mentre lasciamo le mani.
Il nome è proprio ridicolo. Come si fa ad avere un nome così?
Il suono dell’ora è come una mannaia, perfora i timpani e il cervello.
A chi non c’è abituato può far sobbalzare leggermente, come una scossa
elettrica.
“Devo andare. Mi scusi”.
Poi da sulla porta, tra una pila di libri e di registri: “Smonto alle undici. Se
può ripassare possiamo parlare con più calma”.
Ripasso, ripasso, una così non me la lascio scappare di certo.
Fa un impercettibile segno d’assenso, tra il criptico e l’enigmatico.
“Grazie per il caffè” che so perfettamente fare schifo, mi scivola dietro la
schiena mentre sgattaiolo via, rumore di tacchetti in corridoio, e sono di nuovo
in classe.
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