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I canti del
fascismo
di Giacomo De Marzi
Premessa
Gli italiani, si sa, sono maestri nel bel canto e nell’arte di esporre in musica
ed in forma avvincente la narrazione degli avvenimenti. Con questo lavoro ho
inteso offrire una prospettiva della storia d’Italia sotto il particolare angolo
visuale dei canti che ebbero peso notevole nella formazione del sentimento
nazionale durante gli anni della dittatura. Non è stato certo agevole affrontare
l’argomento, dopo le manipolazioni, le rivisitazioni, le “revisioni” e le
esaltazioni che da qualche tempo il fascismo è venuto subendo; ho cercato di
individuare le “figure dominanti” (retoriche e reali), sulle quali confluirono
le sollecitazioni del regime. Neanche è stato agevole tentare una conciliazione
tra l’aspirazione ad una concreta fedeltà storica e gli “allettamenti” della
critica letteraria e musicale; ho cercato, in ogni modo, di evidenziare
contraddizioni, luoghi comuni, condizionamenti, sovrapposizioni degli archetipi,
ambizioni evocative, ma anche cadenze liriche, momenti realistici e, laddove
presenti, artistici: la difficoltà reale è stata l’ascolto dei canti e dei
racconti di alcuni anziani reduci, in cui le vicende ed i personaggi hanno
spesso corso il rischio di diventare sfuggenti ed approssimativi.
Ho seguito un duplice filone: descrittivo l’uno, che ha teso a rappresentare
l’aspetto etico-politico fascista, scevro, però – per quanto possibile – da ogni
intento facilmente denigratorio; analitico l’altro, che ha percorso invece le
evoluzioni canore, poetiche e letterarie del regime, per scovare una realtà
sociale, così lontana da quella odierna. Laddove mi sono annoiato, stupito o
interessato, mi sono permesso il lusso del giudizio, anche se con voluta
sommarietà. Nell’analisi, senza un ordine particolare, sono andato dietro ad
interessi del momento e personali. Si tenga, poi, sempre presente l’avvertimento
di Ferruccio Parri: «Vale, per tutti i canti di guerra effettivamente cantati,
la considerazione, ovvia, ma essenziale, che il ritmo, il tono, la cantilena
sono l’elemento primo di giudizio. Che cosa resta di un canto alpino non udito
da un coro vigoroso?» e quanto scrisse Gramsci: «Ciò che contraddistingue il
canto popolare, nel quadro di una nazione e della sua cultura, non è il fatto
artistico, né l’origine storica, ma il suo modo di concepire il mondo e la vita
in contrasto con la società ufficiale».
Nella stesura di questo saggio ho fatto spesso riferimento a SERGIO LIBEROVICI,
a A. VIRGILIO SAVONA e a MICHELE L. STRANIERO: le loro ricerche – e non solo
quelle riguardanti il periodo del “ventennio” – sono riuscite e riescono, con
una mano felice che non finirà presto di stupirci, a ritrovare, a capire e ad
illustrare un lungo iter musicale in tutta la sua complessità e in tutta la sua
bellezza... Quella di molti canti popolari italiani è una bellezza, sotto tanti
aspetti, ardua e misteriosa quanto più appare semplice e quasi casalinga ed i
ricercatori ne hanno riscoperto e ne hanno fatto sentire l’intima essenza:
soltanto chi ha sentito, compreso e cantato la Resistenza ed ogni forma
di protesta sociale e politica anzitutto come un fatto di coscienza, come scelta
di quella che vedeva quale unica via della giustizia, poteva cogliere il
sentimento che è alla radice di certa musica popolare. È un atteggiamento
critico nuovo, tutto volto ad indagare con umiltà le gesta degli umili, mettendo
da parte pregiudizi estetici e puntigli metodologici: le notissime e numerose
raccolte di canti pubblicate da questi autori sono il frutto prezioso di tale
indagine e valgono, per mole e per significato, interi libri, perché la lunga
dimestichezza con la poesia del popolo e la profonda conoscenza dell’ambiente
sociale, storico e politico, in cui il popolo stesso crebbe e si formò, hanno
dato al lavoro dei critici una grande forza di penetrazione.
Un riferimento particolare anche a Fonografo italiano, raccolta di
vecchie incisioni scelte e presentate da PAQUITO DEL BOSCO, collezione che
rappresenta «il frutto di lunghe e meticolose ricerche che hanno consentito di
recuperare la maggior parte del materiale sonoro inciso in Italia dall’inizio
del secolo al 1940», diretta da UGO GREGORETTI e pubblicata tra il 1978 e il
1983. La sottile e simpatica penetrazione del pensiero altrui, il disegno chiaro
e sicuro d’esposizione, che sono doti caratteristiche dei curatori, erano ben
necessarie ad un’impresa che mirava a fornire, nelle sue linee fondamentali e
nelle sue sintesi più caratteristiche, uno strumento utilissimo per la
«conoscenza del costume italiano dagli anni della Belle Epoque a quelli
del fascismo guerresco», senza irrigidirne la struttura. Si trattava insomma di
superare nel tempo stesso una doppia difficoltà: dare evidenza, in una scelta
forzatamente breve (considerata l’impossibilità di riprodurre le diverse
migliaia di dischi, sono state selezionate circa seicento incisioni),
all’integrità ed all’originalità dei vari momenti della canzone italiana e
connetterla, d’altra parte, nel processo generale della storia d’Italia della
prima metà del ventesimo secolo. L’uno e l’altro fine sono stati perfettamente
raggiunti. Si veda anche la pregevole ed utilissima nuova edizione (N. 50 CD con
fascicoli acclusi) del 1997.
Debbo poi alla competenza ed alla disponibilità del personale della Discoteca
di Stato ricchezza d’informazioni, chiarezza di consigli e concretezza
d’aiuti.
Non ho analizzato – mi riprometto di farlo in un secondo lavoro – i canti e gli
inni della REPUBBLICA DI SALÒ, come Marcia della R.S.I., Inno della X
MAS, Inno della “Muti”, Brigate Nere, Le donne non ci
vogliono più bene, Ausiliarie, Hanno ammazzato Ettore Muti ed
altri ancora, noti e meno noti, specie quelli che rientravano nei vecchi schemi
del canzoniere fascista. A partire dall’8 settembre 1943 non era più il caso di
parlare di veri canti fascisti; esistevano quasi esclusivamente parodie e
rifacimenti. Mentre nel nord i “repubblichini” cantavano Le donne non ci
vogliono più bene, nel tentativo di ridare linfa ad un albero
irrimediabilmente essiccato, nel resto d’Italia cominciava a fischiare il
vento e ad urlare la bufera…
Giacomo De Marzi
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