|
I canti del
fascismo
di Giacomo De Marzi
Le prime pagine del saggio introduttivo
Il fascismo fu un movimento politico fondato da Benito
Mussolini il 23 marzo 1919 a Milano, in piazza San Sepolcro; si trasformò in
partito nel 1921; conquistò il potere nel 1922 e lo mantenne fino al 25 luglio
del 1943. Il fascismo non si dette subito una sistemazione ideologica, mirò anzi
a porsi come “antipartitico” ed “antidogmatico”; solo più tardi, a potere
consolidato, si darà una dottrina. Agli inizi preferì agire accortamente sul
terreno dell’azione politica e farsi interprete dei numerosi motivi di
malcontento presenti drammaticamente nel dopoguerra. Il paese era deluso e
sfiduciato: il trattato di Versailles, si diceva, aveva «mutilato la Vittoria»,
non riconoscendo le aspirazioni italiane. Di fronte all’aperta crisi dello stato
liberale, l’alta borghesia, gli industriali del nord e gli agrari emiliani
preferirono far tutelare i propri interessi dalle squadre d’azione fasciste che
attuarono, in tal modo, una controrivoluzione preventiva. Sotto la tacita
protezione dello Stato, il fascismo, alla fine del 1920, entrò in piena ascesa e
le elezioni del maggio 1921 gli diedero la prima consacrazione ufficiale: trenta
deputati fascisti, guidati da Mussolini, entrarono in Parlamento.
Ma dal Patto di pacificazione con i socialisti, del 1921, il fascismo passò
rapidamente allo squadrismo più acceso, specialmente dopo il congresso di Roma
dello stesso anno, in occasione del quale fu fondato il partito in cui
prevalsero gli estremisti. Dopo la caduta di Bonomi si giunse ad una lunga ed
estenuante vacanza governativa, che sfociò nella nomina dell’irresoluto Facta a
Presidente del Consiglio. Nel luglio del 1922 il governo entrò subito nella
crisi aperta dai massimalisti socialisti che proclamarono lo sciopero generale
per «difendere le libertà politiche e sindacali minacciate dalle fazioni
reazionarie». I fascisti, allora, si sostituirono allo Stato e lanciarono il
loro ultimatum contro il proletariato e contro l’apparato statale,
concentrando le loro squadre d’azione attorno alla capitale e dando poi inizio,
il 28 ottobre del 1922, alla cosiddetta marcia su Roma. Respingendo la richiesta
di stato d’assedio avanzata da Facta, il re Vittorio Emanuele III diede una
soluzione extracostituzionale alla crisi e incaricò Mussolini di formare un
nuovo governo, anche al fine di assorbire le residue resistenze antimonarchiche
del fascismo.
Definito, allora, il potere di Mussolini, l’attenzione e l’impegno di ricerca
possono rivolgersi ai rapporti tra il duce ed il popolo ed il tema si può
affrontare anche sulla base dell’analisi degli inni del “ventennio”, nei quali
vennero enucleate e messe in luce alcune idee etico-politiche, particolarmente
importanti, che costituirono le tessere del mosaico ideologico e la formula
della nascita del futuro “impero”. In molte di quelle canzoni si riscontrarono
le testimonianze ed i segni della graduale “chiarificazione” del regime, che si
concluse nel riconoscimento del dato di fatto “inoppugnabile” che gli “italici”
erano per eccellenza i discendenti di Roma ed erano anche l’essenza del nuovo
impero che rappresentava, dunque, il naturale coronamento della monarchia
sabauda.
Dopo la Grande Guerra si verificò un progressivo allontanamento della
collettività dalla politica attiva e dalla gestione della cosa pubblica e così
anche i canti, gli inni e le canzoni furono utili a far rinascere nel popolo
italiano l’attenzione e l’interesse per il fascismo: i contenuti politici del
nuovo regime – ossia i presunti impegni sociali – furono diffusi anche
attraverso la musica, elemento propagandistico tra i più efficaci e,
sicuramente, «strumentalizzazione non secondaria» (Mercuri-Tuzzi, p. 19). A quel
tipo di attività volta alla persuasione, alla diffusione ed al sostegno di
determinate posizioni ideologiche, hanno sempre fatto ricorso e hanno dato
grande importanza i governi di cosiddetta “democrazia diretta”, le dittature, i
partiti più in vista, le religioni, ma soprattutto le dittature, in perpetua
ricerca di più larghi e più vasti consensi e proselitismi. Francesco Sapori,
nella sua raccolta di Canti della patria, enunciava un programma ben
preciso: «Muovere guerra al linguaggio cadaverico, astratto, surrealista. Contro
di esso non leveremmo la voce; seppure, la frusta. Crediamo al calore
dell’ispirazione, per spiritualizzare e trasfigurare la realtà» (Sapori, p. 16).
C’è ben poco da interpretare: sui fatti dell’arte e sui mezzi dell’espressione,
anche con modi impropri, doveva agire l’utilitaristica «trasfigurazione della
realtà». La fantasia, la leggenda, il mito, vitalisticamente assai ricchi,
dovevano essere, più che suggeriti, imposti agli immaturamente ambiziosi uomini
della nuova Italia. Ma quelle composizioni, se andiamo a guardare bene, furono
soltanto un continuo muoversi al di sopra delle righe ed un lungo straripare:
alla maggior parte di esse, a distanza di tempo, si può tranquillamente negare
il serio impegno politico; al massimo, si possono riconoscere, in alcuni casi,
soltanto una applicazione diligente ed appassionata, un impiego volenteroso (e
talora ostinato) delle energie e delle facoltà di alcuni autori ed a volte,
fervore, premura, zelo e passione.
Per raggiungere gli obiettivi di far odiare il nemico “bolscevico” e di esaltare
gli istinti per la guerra, il fascismo fece continuo ricorso ad un canzoniere
ricchissimo, che rivelava un aspetto non nuovo dell’impegno politico, sotto
certi riguardi molto simile a quello presente in altri paesi, in Italia e fuori,
in Occidente e nell’Europa Orientale. I risultati non si fecero attendere, anche
se i versi non furono così innovatori da destare sorpresa o, diciamo pure,
qualche turbamento… furono considerati, molto ingenuamente, più che canti, «rime
di devoti, che sono preghiere alla divinità sconosciuta, preghiere di uomini
vivi nel sole e saldi nel destino», canti che «rimangono come il testamento
popolare e politico di un’epoca... Che vibrano di gioventù, di gioia, di volontà
e di eroismo più che di malinconia... Il fascismo ha vinto perché aveva le
canzoni più belle degli “altri”!» (Gravelli, pp. 8-13).
La fortuna della canzone in terra d’Italia ha subìto spesso notevoli
oscillazioni, dovute anche ai mutamenti della situazione politica; pure è
possibile seguire con una certa sicurezza una linea di svolgimento pressoché
costante che, partendo dall’Ottocento, si fece decisa e marcata agli inizi del
Novecento; e mentre la melodia italiana si diffondeva sempre più, il fascismo,
ormai saldamente al potere, cominciò ad esercitare un rigorosissimo controllo
anche in quel campo: nel 1924 «una circolare del Partito nazionale fascista
recava l’ordine di presentare tutte le canzoni straniere con parole “comunque
tradotte”. Sarà la sagra delle parole in libertà. Un esempio? L’inno
universitario Collegiate diventò: “Picche nicche / E chi se ne fricche /
Picche nicche / Parroco e sindicche...”. E mentre il cognac diventava
“arzente” e il pullover “farsetto”, il nome di Louis Armstrong veniva
tradotto in quello di Luigi Braccioforte e quello di Benny Goodman in quello di
Beniamino Buonomo…» (Borgna, p. 106).
In quanto alle rime, pur nel variare dei significati, comparvero spessissimo
abbinamenti come valore-onore, battaglia-mitraglia, valore-tricolore,
bellezza-ebbrezza, ardire-avvenire, cimento-ardimento, libertà-fedeltà, e quant’altro,
mentre il “vincere o morir…” rappresentò l’epilogo della maggior parte dei
canti, senza contare l’altra terminologia, relativa, in modo diretto o allusivo,
a fattori politici. Anche l’uso delle frasi-titolo fu di per sé eloquente: il
linguaggio cruento ed eroico doveva balzare con veemenza dalla schematica
incisività del titolo per essere poi esasperato nelle sue implicazioni
significative anche con studiati accorgimenti; spesso si passava, con grande
naturalezza, dalla commedia alla tragedia, dall’umorismo all’orrore, con una
contaminazione di toni che tanto piaceva. Ci fu, nel contenuto dei canti, un
forte distacco dalla realtà, ma i tanti morti e le numerose vittime
rappresentarono un risvolto che non era stato del tutto previsto! Molto presto
la morte venne accettata come una regola del gioco; a mano a mano che i canti
crescevano di numero, la violenza in essi divenne quasi palpabile, lacerante: in
quello consistette la loro essenza, che li distinse, nettamente, da quelli della
Grande Guerra. Compito primo dei corifei, quindi, fu quello di coinvolgere i
cittadini nell’aspetto tragico e pseudo-eroico dell’avventura violenta, ma nello
stesso tempo anche di mostrare loro quali fossero gli effetti delle azioni
“eroiche”, con tanto compiacimento e con tanta ipocrisia.
Ma il fascismo, è noto, si ritenne il grande creatore di tempi nuovi, il fausto
liberatore delle forze fresche e sane della nazione e la rinnovata Italia in
camicia nera, di conseguenza, dovette rappresentare anche la vera musa del
nostro rinnovato canto. E così, a poco a poco, le redini della censura si
restrinsero e ci si avviò verso atteggiamenti meno tolleranti anche in musica:
nel 1929 «i carabinieri emanarono una serie di circolari aventi per oggetto i
dischi contrari all’ordine nazionale o comunque lesivi dell’autorità.
Nell’elenco figuravano, tra gli altri, inni nazionali come La Marsigliese,
canti socialisti e anarchici e persino ballate sulla ricostruzione della
sfortunata impresa del generale Nobile al Polo Nord. Essendo entrati in vigore
quell’anno i patti lateranensi, non venivano ammessi riferimenti men che
rispettosi alla “Religione di Stato” e, colmo dei colmi, nei fulmini della
censura incappò addirittura La leggenda del Piave, divenuta nel frattempo
popolarissima, perché conteneva espressioni sconvenienti come tradimento
o onta consumata a Caporetto, che verranno opportunamente emendate» (Borgna,
pp. 106-107).
Si deve quindi osservare che, per motivi di scelta dettati da considerazioni
estranee alla musica, per la faziosità di certi atteggiamenti pseudocritici e
nazionalistici e per effetto della censura fascista, il pubblico italiano ebbe
una visione falsata (spesso edulcorata ed eroicizzata) della situazione
politica, che spesso venne conosciuta e quindi apprezzata anche per merito degli
indirizzi dominanti nell’innodia del tempo, sulla quale esercitarono pesanti
influssi i canoni della cosiddetta “arte di regime”.
Ma a descriverli così, quei canti, a freddo, lontani nel tempo, quasi remoti –
si dirà – si demolisce facilmente qualsiasi composizione: è vero! Certo, bisogna
andare cauti nel formulare giudizi, anche perché il pubblico dei nostri giorni è
fin troppo arrendevole, mentre si mostrano fieramente combattivi e sdegnosi gli
“anziani”, i “reduci”, i “sopravvissuti”, i “nostalgici” vecchi e nuovi, che non
vogliono veder bistrattate le note che accompagnarono e segnarono la loro
gioventù. Si potrà facilmente convenire, credo, sul fatto che il “plateale” e il
“fumettistico” presenti in molti canti, oggi lo scopriamo molto più facilmente
di allora e si potrà anche affermare che in quelle canzoni mancò totalmente
l’impegno, concetto dubbio ed astratto del quale ancora oggi non s’intende
appieno il significato, ma è pur certo che una rilettura a distanza di tempo può
condurre a delle sorprese e a suggerire una valutazione più esatta del “clima”
socio-politico di una stagione, quella fascista, che comincia solo ora ad avere
una valutazione più equa, anche alla luce della nuova documentazione esistente.
Debbo aggiungere, per amore di verità, che se mancarono al fascismo, nonostante
i “Littoriali”, veri poeti, non mancarono, tuttavia, alcuni buoni compositori di
musica.
D’altronde, nel mio giudizio, mi viene in aiuto il segretario del partito
fascista Turati, che così ebbe a scrivere ed a lamentarsi dell’innodia del
tempo: «Ho notato con disappunto il fiorire di inni, canzoni e marce fascisti
destinati ai Balilla, alle Avanguardie, ai Fascisti, a tutte le organizzazioni
del Regime. Valore artistico: NULLO! Assolutamente!... Non sempre l’inno
dedicato al Duce o una musica per Balilla erano dei semplici e puri atti di
omaggio al regime, anche se compiuti con soverchia ingenuità artistica: spesso,
in nome del Fascismo, purtroppo se ne tentava la diffusione in soldi contanti...
Così è stato messo un punto fermo. Il Fascismo ne guadagna in dignità. Non
parliamo poi di quanto ci guadagna l’arte» (Augusto Turati, L’On. Turati
contro l’abuso di inni pseudo-fascisti, in “Il Bargello”, 4 agosto 1929). E
se lo affermava il segretario del partito fascista...!
Iniziamo, dunque, con l’Inno Trionfale del Partito Nazionale Fascista,
Giovinezza!: «Per ordine di Sua Eccellenza il Segretario del P.N.F. l’inno
Giovinezza! dev’essere ascoltato nella posizione di attenti. Alle prime
battute si saluta romanamente...»; le strofe erano guidate dal desiderio
imperioso di grandezza, di chiarezza, di ordine, di gloria, d’onore. Ne
esistevano diverse versioni e nella definitiva, quella voluta dal duce,
di Salvator Gotta e di Giuseppe Blanc, l’esordio marziale era quello noto:
«Salve, o popolo di eroi, / Salve, o Patria immortale / Son rinati i figli tuoi
/ Con la fé degli ideali...». Dell’eroismo si faceva un esercizio di potenza
energetica; il fascismo era «redentor», gli dava una mano anche Dante Alighieri,
mentre Mussolini veniva presentato come padre dei nuovi italiani e dei nuovi
confini d’Italia, «rifatti per la guerra di domani». Quella versione enumerava
temi sufficientemente idilliaci e nazionalistici: ovviamente erano presenti i
guerrieri, ma c’erano anche i pionieri, i poeti, gli artigiani, i signori, i
contadini… forse perché questi ultimi facevano rima con Mussolini… e poi le
bandiere e le schiere, insomma era meno “esagitata” delle altre; il ritornello,
simile in tutte, si riferiva alla «Giovinezza giovinezza / Primavera di
bellezza» come esaltazione spirituale, in una grande confusione di valori morali
e fisici.
La versione degli arditi, quella che esordiva «Col pugnale e con la
bomba/ Nella vita del terrore…», appariva meno poetica e più militarizzata ed
esaltava, naturalmente, la tradizione guerresca con i dovuti riferimenti
all’eroismo italico: «Guerra guerra all’austriaco invasor»; erano presenti tante
armi: il pugnale lo si trovava in quattro delle cinque strofe, la bomba in tre,
poi spuntavano anche la trincera, l’obice, la fiamma, la mitraglia: «Allorché
dalla trincera/ Suona l’ora di battaglia/ È la prima “Fiamma Nera”/ Che
terribile si scaglia…»; il ritornello era sempre lo stesso.
Nella versione di inno fascista non figuravano i riferimenti sociali e
“culturali”, ma si accentuavano le armi, le fiamme, le battaglie, la fede, la
gloria e l’onor. Era quella che esordiva: «Su compagni in forti schiere/ Marciam
verso l’avvenire/ Siam falangi audaci e fiere/ Pronte a osare e pronte a
ardire…»: nel ritornello si aggiungeva il riferimento al duce: «Per Benito
Mussolini, Eja, Eja, Alalà». Il noto grido di guerra Eja, Eja, Alalà fu
suggerito da D’Annunzio il 9 agosto del 1917, nel campo della Comina, in Friuli,
in sostituzione del “barbarico” Hip, hip, urrà, con il quale i compagni
salutavano il poeta. Non piacque al vate, quell’Hip, che gli
ricordava «l’urlo degli ukase e che è la benedizione del pontefice
moscovita» e volle mutarlo – dopo che tutti i presenti si «mondarono la bocca
dell’urrà col rovescio della mano» – con i riferimenti classici alla
esclamazione latina eja e all’alalà, col quale Achille aizzava i
cavalli: il guerriero greco, infatti, prima di lanciarsi contro Ettore, emise
quel grido, come ricorda anche Pascoli nel verso «emise allora un alalà
di guerra»; divenne presto d’uso comune tra i soldati e dopo la guerra fu
ripreso dai fascisti.
Per gli uomini della marcia su Roma e per i cosiddetti “antemarcia” la posta in
gioco era “l’assestamento” politico della penisola dopo lo sconvolgimento creato
dalla Grande Guerra e con l’armistizio riprese vita, per loro, l’inno della
“Giovinezza”, sicuramente il più cantato: «A ritmi d’assalto, quasi, ché i
giovani avevano ancora il passo dei reparti d’assalto, passo corto, lesto, e che
“Giovinezza” bene marcava. Fu quasi una sfida della poesia, alla piazza. Gli
“altri” invocavano la gioia terrena, noi, non chiedevamo che una primavera di
bellezza il cui segreto era nella gioventù. Così cantammo il 15 aprile del 1919
a Milano, il 25 aprile a Brescia, quando Wilson negò l’italianità della
Dalmazia, ed ovunque il canto fu gettato, affinché valesse a scalpellare le
anime per rimettere al sole un orgoglio…» (Gravelli, p. 70).
Giovinezza! nacque come canto goliardico, dal titolo Commiato, nel
1909: «Son finiti i giorni lieti / Degli studi e degli amori…». Divenne in
seguito patrimonio canoro degli alpini: nel 1910, a Bardonecchia, durante un
corso di addestramento-sciatori per ufficiali degli alpini, Giuseppe Blanc, che
partecipava a quel corso, volle cantare al pianoforte la sua creazione,
Commiato, che piacque molto ai presenti tanto da venir promossa, seduta
stante, Inno degli sciatori: fu avviata prontamente ai reggimenti degli
ufficiali presenti al corso (fu eseguita anche in Libia nel 1911). Nel 1917 fu
proclamata Inno degli Arditi, dai quali passò ai primi fasci di
combattimento; venne cantata durante la marcia su Roma e da allora fu
considerata l’inno ufficiale del regime, sotto la guida del «Capo impareggiabile
contro l’orda bolscevica... accompagnò le tappe sanguinose e vittoriose della
rivolta che ruggiva nelle città, invadeva le campagne, penetrava nei villaggi,
saliva le montagne, tricolorava l’Italia! Fu l’inno della riscossa
indomabile...» (Gravelli, pp. 56-57). Fu senza dubbio «il primo canto
fascista... Cambiarono le parole, rimase immutato lo spirito che lo aveva per la
prima volta animato… al suono del quale si combatterono le più belle battaglie…»
(Carrara, p. V).
Il ritornello «Giovinezza, giovinezza» rappresentò l’adattamento – operato dal
sottotenente degli arditi Marcello Manni – di un coro tratto dall’operetta
Festa dei fiori, di Giuseppe Blanc, con parole del giovane poeta Nino Oxilia,
morto in guerra nel novembre del 1917. Ma erano presenti, in qualche modo, altri
autori: il poeta Vittorio Emanuele Bravetta (che incontreremo in tante altre
occasioni), per la versione di Torino, mentre, per la versione diffusa a
Firenze, c’era una riduzione di Ernesto Vitale. I versi di quella ufficiale e
definitiva erano del poeta di Ivrea, Salvator Gotta, scritti per espressa
volontà e per incitamento dello stesso Mussolini. Pur nella sua veste di inno
fascista – come affermò Marcello Manni – rimase sempre e in prevalenza
l’inno dell’arditismo. La realtà fascista, inevitabilmente eroica, doveva
trascinare alla lotta e alla gloria e doveva restituire all’uomo italico la sua
“vera” dimensione: quella del combattente! Erano note le parole di Marcello
Manni: «Compagni torinesi, io vi porto una canzone che è vostra, una canzone che
forse il vostro bel cielo ispirò, una canzone che porta ancora viva la
freschezza di un canto goliardico. Pur nella sua veste fascista, essa rimane la
canzone dell’arditismo…» (M. Manni, Il successo del giorno, in “Domenica
del Corriere”, 18 novembre 1922).
Il padre storico del canzoniere fascista fu certamente Giuseppe Blanc (nato a
Bardonecchia l’11 aprile del 1886 e morto a Santa Margherita Ligure il 7
dicembre del 1969), «sbadigliatore infaticabile sui banchi dell’Università, ma
allievo intelligente ed assiduo del Liceo Musicale, ove studiò armonia e
contrappunto; giovane montanaro, piemontese, biondo, e “ben piantato”... sapeva
suonare tutti gli strumenti, dalla fisarmonica al violino, forsennato capo-banda
durante le scorrerie notturne per la città addormentata…» (Gravelli, p. 53).
Studiò a Torino con G. Bolzoni e fu poi allievo di W. Braunfels a Monaco. Dopo
la laurea in giurisprudenza, conseguita a Torino, fu combattente nella Grande
Guerra come ufficiale sciatore; divenne notissimo alle genti come compositore
della musica dell’operetta Festa dei fiori, presentata per la prima volta
al pubblico nel gennaio del 1913 dalla compagnia Vecla-Vannutelli, al teatro
Eliseo di Roma: la musica ebbe ottime accoglienze. Compose ancora Fiançailles,
Le statuette di Chelsea (pantomima), Il convegno dei morti (visione
tragica, libretto di Salvator Gotta, 1923), La valle degli eroi (libretto
di S. Gotta, 1931), alcuni ballabili, tra cui il noto Malombra e numerosi
inni e canzoni che incontreremo nel prosieguo del presente lavoro.
Ma il genere dell’operetta non godette i favori di Mussolini al potere, il
quale, pur consacrando il Blanc iniziatore del canzoniere di regime, tuttavia si
scagliò contro quel genere poco marziale, facendo mostra di un’istintiva
prevenzione, non disgiunta da una forma quasi morbosa di avversione contro gli
stereotipi italiani: chitarre, mandolini, serenate, tabarins (vietati nel
1927), canzoni dialettali e, appunto, l’operetta. E Blanc non perseverò su
quella strada e riuscì, almeno nel caso di Giovinezza!, ad attenuare
l’ombra della vecchia farsa goliardica. In seguito ebbe spesso mano felice e
copiosa produzione, anche se non sempre riuscì a restare completamente fuori da
trame banali, da vieti luoghi comuni e da motivetti scontati. In ogni caso,
l’inno ufficiale di un regime autodefinitosi “virile”, come quello fascista, non
poteva affondare le sue radici nel genere leggero dell’operetta e nella
cantilena che sapeva troppo di canzone popolaresca ed è forse per quel motivo
che Gravelli, nel suo testo (pp. 57-59), tentò di scoprire altre e più nobili
origini: le andò a cercare lontane nel tempo, nelle affermazioni del vecchio
“critico popolare” di Marina di Pisa, Dore Ceccherini, negli studi del “noto
libraio” Alfredo Becherelli di Arezzo, negli “spartiti” del signor Gino Longhi
di Bologna, nell’affannoso tentativo di colorarle di vetustà e di tradizione che
l’inno non possedeva.
Ci furono anche molte risposte, in chiave antifascista, alle canzoni del
ventennio, molti controinni e uno dei principali autori fu senza dubbio il poeta
popolare Spartacus Picenus, alias Mario Offidani; quel tipo di
controcanto servì «a deridere l’avversario e a ritorcergli contro le parole
d’ordine, metodo che usavano spesso anche i fascisti» (Settimelli-Falavolti, p.
80). Molto note le parodie da cantare sull’aria di Giovinezza!; tra le
altre, Bolscevismo, bolscevismo: «Bolscevismo! Bolscevismo! / Tu sei il
vero Socialismo! / Bolscevismo! Bolscevismo! / Tu ci dai la libertà!...»;
Delinquenza, delinquenza: «Sono avanzi di galera / Son banditi, son ladroni
/ Son la nuova mano nera / Al servizio dei padroni... Delinquenza, delinquenza /
Del fascismo sei l’essenza / Col delitto e la violenza / Tu oltraggi la
civiltà…». Un’ulteriore versione della stessa parodia, sempre dal titolo
Delinquenza, delinquenza, così suonava: «E si chiamano fascisti / Va con
forza e va con cuore / In realtà sono teppisti / Sotto il manto tricolore / E
taluni discendenti / disonorano l’Italia / Son protetti dalla sbirraglia / Hanno
sicura impunità... Delinquenza, delinquenza...». C’era poi Guardia regia,
guardia regia: «Per un pugno di monete / Per un pane che ti han dato /
Rinnegasti la tua meta / Quella del proletariato / Hai tradito e abbandonato / I
compagni di lavoro / Con i quali nel passato / Tu lottasti per l’avvenir…
Guardia regia, guardia regia / Contro te la guardia rossa / Alla prossima
riscossa / La tua infamia punirà...». Ed ancora la ben nota parodia
Matteotti, Matteotti (G. Salviucci Marini): «Matteotti, Matteotti / Grande
martire d’Italia / Mussolini coi gambe in aria / Lo faremo fucilar / Mussolini,
traditore / Che d’Italia fa il terrore / Matteotti, uomo d’onore / Lo faremo
incoronar…»: l’immagine di Mussolini appeso per le gambe come a piazzale Loreto,
«fa pensare ad un inserimento posteriore di questi versi nel corpo di una
canzone che la Facchetti data al periodo successivo alla morte di Matteotti» (Avanti
popolo!, fasc. 7, p. 123). Sempre sull’assassinio di Matteotti si potevano
ascoltare altre canzoni: Sulla sponda argentina (G. Salviucci Marini) e
Corso Regina Coeli c’è una salita (E. Esposito-E. Cuppone), in Avanti
popolo! (fasc. 7, pp. 122-123). Canta di Matteotti (anonimo),
registrazione raccolta da Ernesto de Martino ad Alfonsine (Ravenna) il 20
ottobre 1951, da un informatore ignoto, canta Michele L. Straniero. Povero
Matteotti (I) e Povero Matteotti (II), in Settimelli-Falavolti, cit.,
pp. 85-88.
Ma una delle più note ed efficaci parodie di Giovinezza! fu sicuramente
quella dal titolo Giovinezza pé ‘n tal cü (Giovinezza, scarpate nel
culo - Anonimo): «Giovinezza, pé ‘n tal cü, giovinezza, pé ‘n tal cü /
Primavera di gaiezza, pé ‘n tal cü / Il fascismo è la schifezza, pé ‘n tal cü /
Della nostra libertà, pé ‘n tal cü…»; le mondine nelle risaie, e le operaie in
fabbrica, mettendola in burla con diffusa ironia, la cantarono fino al 1935:
registrazione di Cesare Bermani, Lumellogno (Novara), ottobre 1963, canta
Fenisia Baldini (cfr. Avanti Popolo!, fasc. 7, p. 123).
Altro tipo di varianti, naturalmente, furono apportate al testo di
Giovinezza!. Già nel 1919 i legionari della marcia su Ronchi cantarono
Fiume o morte. Nel 1921 i fascisti milanesi intonarono Mussolini,
salvatore, quando il duce cadde nel campo di Arcore con l’aeroplano. Ed
ancora Oggi son tutti fascisti, canzone della “vecchia guardia”. Inoltre
C’è chi vuole andare in Russia: «C’è chi vuole andare in Russia / Da
Lenin ci si sta bene / Mangia senza lavorare e non soffre tante pene…» e
Siamo pronti: «Siamo pronti ed inquadrati / Non temiamo l’imboscata / De’
bolscevichi dannati / Perché siam la “Disperata”…». Anche le italiche fanciulle
cantarono sull’aria di Giovinezza!: «Disprezziam gli svenimenti / Le
pettegole volgari / Le megere delinquenti / Che han per sangue avidità…».
Sulla stessa aria si snodava l’inno dei “sempre pronti”, Fiamma Azzurra,
del 1922; la fissità dei tipi e dei temi diveniva, in quel caso, limitatezza
artistica; il canto era abbandonato alle esigenze pratiche, con lo scopo di
strappare il consenso a sempre più vasti strati della popolazione; il modo di
porgere le rime era superficiale, c’erano soltanto una grande abilità teatrale,
il solito gioco di mezzi attinti alla psicologia più spicciola e la conoscenza
dei meccanismi della scena: «Sopra il nostro fermo petto / Spazia l’aquila
imperiale / Sull’azzurro gagliardetto / Raggia un simbolo ideale…»; si
combatteva il “tradimento”, si disperdeva la “suburra”, si contrastavano gli
uomini “nefasti che spregiano i nostri morti”; erano presenti gagliardetti,
manipoli ed il destino del domani d’Italia, che era, doveva essere, «Oltre
l’Alpe ed oltre il mare…», per i Savoia e per il re.
Cominciarono ad apparire, all’inizio degli anni Venti, anche i vagheggiamenti di
una presunta superiorità morale e di una presunta integrità spirituale e
politica degli italiani e dei fascisti, che sarebbero scaturite in modo del
tutto naturale dalla diuturna lotta che i “marciatori” in camicia nera venivano
portando contro i «vigliacchi comunisti», appartenenti ad una società
considerata inferiore: ed infatti il popolo italiano non aveva forse dimostrato
di essere – tolte «esigue selezioni di pervertiti urbani e suburbani e tolte
poche centinaia di demagoghi» – fra tutti i popoli d’Europa, quello che
presentava una maggiore resistenza al concretarsi delle «idee russe»? Esso era
per eccellenza “antirusso”, «per la sua sanità morale, per la sua sanità fisica,
e soprattutto per una cospicua dose di solido buon senso, fatto di un
provvidenziale equilibrio... Il popolo italiano è incapace di seriamente e
profondamente ammalarsi di ideologie…» (E. Corradini, Disordini, scioperi,
bolscevismo, ma popolo sano, in “Il Carroccio”, 16 luglio 1919).
Sempre sull’aria di Giovinezza! si librava il Canto delle donne
fasciste, del 1923, intriso di fanatismo, come se ne vedranno moltissimi in
seguito; tono, flusso e musica identici alla matrice; cambiavano solo le parole,
prova che il regime prendeva il suo tornaconto dovunque lo si trovasse e si
serviva dell’aria musicale di un inno – che aveva riscosso grandi consensi
popolari – come materia grezza con la quale creare qualcosa di nuovo. Faceva la
sua prima, timida apparizione una sorta di “femminismo” ante-litteram,
ben presto rinnegato dal regime: «Cosa importa se siam donne? / Non alberga in
noi paura / Né c’intralciano le gonne / Nella lotta santa e pura…». Il livello
era complessivamente mediocre; evidentemente non bastavano i riferimenti agli
odiati «comunisti» a dar vigore al canto: «Su venite comunisti / A sfogar le
vostre ire / Come i martiri fascisti / Anche noi sappiam morire…»; erano ancora
presenti – sarebbero ben presto scomparsi – toni anticlericali: «Le beghine
disprezziamo / Che non han niente di pio…»; il tutto si concludeva con il
ritornello «Giovinezza, giovinezza…». Si cominciava già a sentire il bisogno di
una profonda revisione della struttura organizzativa musicale e degli strumenti
per la ricerca di nuovi motivi, di nuove canzoni, revisione che, verosimilmente,
prenderà l’avvio alla fine degli anni Venti.
Torna indietro
|
|