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I canti di Salò
di Giacomo De Marzi
Premessa
La presente
raccolta prosegue quella da me iniziata con
I canti del fascismo
(Genova, Fratelli Frilli editori, 2004). In quel mio lavoro facevo terminare la
ricerca all’8 settembre 1943: mentre i “repubblicani” cantavano Le donne non ci
vogliono più bene, nel tentativo di ridare linfa ad un albero irrimediabilmente
essiccato, nel resto d’Italia cominciava a fischiare il vento e ad urlare la
bufera…
Questi canti, come già quelli del periodo fascista, ci offrono un breve quadro
di tempi tragici, assurgono a mezzo espressivo legittimo e ci sembrano
adattissimi come esempio d’esposizione sintetica dei caratteri di un periodo
terribile: in poche rime e in poche note è presente quasi tutto ciò che
necessita per ricostruire un anno e mezzo di tormentatissima vita italiana. Non
è stato facile ripensare storicamente le vicende di una “repubblica” che è
passata ma che non è ancora morta nel ricordo di molti. I canti ed i brani,
riprodotti dalle fonti più varie, sono raggruppati senza un ordine specifico ed
inquadrati da brevi commenti che tutt’insieme vogliono rappresentare i caratteri
e le vicende di lunghi mesi di guerra e di un esercito di 600.000 uomini che,
come dice Silvio Bertoldi, sperava di combattere contro gli Alleati e che invece
piombò nell’incubo dei rastrellamenti, delle rappresaglie, dell’odio, della
guerra civile.
Quegli uomini, quei ragazzi e quelle donne forse non compresero appieno che
qualcosa stava crollando alle loro spalle: il fascismo moriva davvero sulle rive
del lago di Garda… In Italia, in Europa, nel mondo, in quegli anni Quaranta
nasceva una sensibilità nuova e con essa crescevano le capacità e le possibilità
di penetrare in realtà, in istituzioni politiche e in forme di governo ancora
poco note e si accendevano speranze più grandi di quanto oggi sia possibile
immaginare. Per quei giovani di Salò non furono consolazione e sostegno la fede
religiosa o l’attaccamento tenace al dovere, o l’umorismo, o la satira, o
l’ironia come antibiotici morali contro la paura e l’ansia di tanti
combattimenti; la loro rivolta si espresse esclusivamente nel pensiero della
“vendetta”, del “tradimento”, del “sangue”, della “rappresaglia”, della
“tortura”, della “fucilazione”, della “soluzione finale”, della “razza
inferiore”, della “razza superiore”, di un concetto molto stravagante
dell’“onore”, dell’ “antisemitismo”, della “purificazione della razza”, della
“morte”... La forza delle accensioni umane, che permise a tanti combattenti di
altre guerre altrettanto feroci, di guardare al pericolo anche con il sorriso
amaro dell’umorismo, lasciò il posto, in quegli uomini, soltanto ai vecchi
ammaestramenti mussoliniani.
Certo, per molti combattenti si trattò di una scelta obbligata: o con Mussolini
o essere considerati dei vili; è evidente che per dei ventenni, o giù di lì, la
dissoluzione dell’esercito, lo sfacelo morale, anzi, la scoperta dello sfacelo
morale già esistente nella società fascistizzata, i valori traditi e i traditori
procurarono grandissime prostrazioni e crisi d’identità in giovani che non
avevano conosciuto altro sistema che quello del regime mussoliniano: il
conseguente smarrimento rappresentò il frutto della mancanza di libertà, della
dittatura e della lunga rassegnazione alla volontà oligarchica. L’esercito
anglo-americano era “il barbaro ed ignobile invasor”, era l’esercito dei “negri
col nasone”, era il popolo dei “cinque pasti”, i suoi soldati erano i
“Giarabùb”… Ancora oggi, per molti, gli inglesi e gli americani non si
mostrarono migliori dei nazisti, anzi, gli americani, in particolar modo, furono
considerati coloro che portarono in Italia la corruzione…
Anche i canti di Salò sono intrisi, a ogni passo, della umana presenza della
morte e di un fatale annientamento, ove non si scopre il gusto della serena
rassegnazione, ma si ravvisa una sorta di voluttà derivante dal quasi totale
isolamento: ci si rifugia nei frequenti ricordi, nei brevi indugi della memoria
e in un senso accorato di nostalgia per il tempo perduto. Nei canti si ritrova
anche l’eco delle vicende storiche che scossero il mondo e dei duri trapassi che
lo dilaniarono: la guerra, la disonorevole sconfitta ed il contrasto tra il
vecchio fascismo, duro a morire e la nuova realtà, invadente, aggressiva e non
accettata; ed il disagio cresceva segreto e, spesso, inconfessato, anche se
trapelava qua e là nei continui moti di inquietudine (le diserzioni) o di
dolente rassegnazione che turbarono molte coscienze.
Questi canti, a differenza di alcuni del precedente periodo fascista, non sono
freschi né vividi; si percepisce l’incredulità dei legionari di ritrovarsi
estranei e sempre più soli in un’Italia che fu loro e che ora li respinge, li
combatte e li rinnega. La documentazione ufficiale non è ricca e vasta come per
i canti del “ventennio”; nel caso di Salò ci si è dovuti affidare a scarsi
riferimenti, a foglietti volanti, a canzonieri incompleti, a tanta “storia
orale”, ad archivi privati, ai ricordi di alcuni vecchi combattenti che hanno
volentieri cantato e rinverdito un’età lontana, considerata oggi – in mezzo agli
agi “pacifici e democratici” di una villa al mare – dorata ed irrepetibile. Il
contrasto violento tra due opposte culture è il filo conduttore dei canti; sullo
sfondo di un’Italia affondata nella tragedia e resa emblematicamente dalla muta
presenza della sua gente, si innesta un aggressivo canzoniere “repubblicano” che
inneggia ad una diversa “civiltà”.
Una linea dei canti di Salò è già stata rinvenuta ed esposta dall’Associazione
Culturale “Riscossa Europea” di Cagliari, con il titolo Le donne non ci
vogliono più bene… Il canzoniere della R.S.I.; si tratta di una raccolta con
specifici caratteri suoi, di contenuto e di forma, con un linguaggio di concreta
sobrietà, ove è presente un gran numero di canti: «Ma a fianco della produzione
“ufficiale” fu altresì un fiorire di inni, canti, strofette, spesso improvvisati
e cantati una volta sola e mai trascritti, oppure scritti e mai cantati, pieni
di varianti e parodie…»: si tratta di un lavoro filologicamente molto preciso,
utilissimo per questa mia ricerca. Approfitto quindi dell’occasione per
rivolgere un ringraziamento particolare a Pier Giorgio Angioni, di Cagliari,
scrutatore ed indagatore d’ogni segreta piega dell’innodia del “ventennio”;
nelle sue ricerche ha trattato con competenza la sistemazione di moltissimi
canti, che sfuggivano ad una classificazione ordinaria. Con sollecitudine e
cortesia ha messo a mia disposizione molto materiale, altrimenti irreperibile.
Ritengo necessario, inoltre, anche un riferimento (seppur minimo e limitato a
brevi parodie) ad alcuni canti partigiani che accompagnarono quegli anni, perché
rappresentano un vero e proprio “controcanto”, quasi una prosecuzione dei canti
del “ventennio” e di Salò, che nascono a causa del “ventennio” e di Salò e che
attingono il loro contenuto agli stessi tempi ed agli stessi eventi tragici.
Pochi avvenimenti, dunque, come la Resistenza, i lager, la prigionia, lo
sterminio degli ebrei, i rastrellamenti, le impiccagioni, le torture, la guerra
stessa, sono e sono stati tanto variamente figurati ed intorno ad essi, specie
in questi ultimi tempi, fra l’incertezza e l’incompiutezza di alcune fonti,
l’indagine storica sembra smarrirsi: a tutto ciò si aggiungano nuova animosità
politica e nuove tendenze apologetiche, anzi agiografiche. E i contributi
parziali, i nuovi documenti che saltuariamente e frammentariamente vengono alla
luce, alcuni “nuovi” libri e strane idee “revisioniste, negazioniste e
giustificazioniste”, invece di chiarire il problema, sembrano sempre più
complicarlo e confonderlo. Occorre perciò rivedere la questione da un punto di
vista più alto, continuando da un lato l’indagine, ma allontanandoci da ciò che
oggi, ancor più di ieri, riesce a confondere e a intorbidare le acque.
Le recriminazioni e le accuse dei tempi recenti, le “revisioni”, le denigrazioni
che tentano di far cadere in diuturna disgrazia uomini e avvenimenti della
Resistenza, ci spingono sempre più spiritualmente lontani da certi astratti,
astorici, incompleti e spesso poco limpidi “revisionismi”. Certo non sempre la
storia sentenzia con le bilance di Temi alla mano, ma a volte rende qualche
giustizia!
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