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I canti di Salò
di Giacomo De Marzi
Le prime pagine del saggio
introduttivo
La Repubblica
Sociale Italiana, formazione statale fascista, fu costituita da Mussolini il 1°
dicembre 1943 nell’Italia settentrionale, occupata dai tedeschi dopo
l’armistizio dell’8 settembre; Hitler ne scorporò i territori di Trento e
Bolzano, della Venezia Giulia, del Friuli e del Bellunese per annetterli al
Reich: Bolzano, Trento e Belluno nel Governatorato dell’Alpenvorland
dipendente dal Gauleiter del Tirolo, Franz Hofer; la zona adriatica, con le
province di Udine, Gorizia e Trieste assieme a Fiume, Pola e Lubiana, in quello
dell’Adriatisches Küstenland, sotto il Gauleiter della Carinzia,
Friedrich Reiner. Quando Mussolini si insediò a capo del nuovo governo, chiese
al Führer la restituzione di quei territori, ma non ebbe risposta. La
sede del governo fu fissata a Salò, sul lago di Garda. Il duce, che aveva
annunciato da Radio Monaco il 23 settembre il ritorno del fascismo alle sue
origini rivoluzionarie e repubblicane, era capo dello Stato, ma in realtà privo
di reale potere.
Furono ricostituiti un esercito, affidato al generale Rodolfo Graziani e un
Partito Fascista Repubblicano, con segretario Alessandro Pavolini, il cui
compito precipuo fu la lotta antipartigiana, condotta anche da formazioni
autonome, come la X MAS, i Battaglioni Mussolini, le Brigare Nere e da bande
irregolari come la “banda Koch” e la “banda Carità”. Nonostante la proclamata
volontà di attuare una politica “antiplutocratica” attraverso provvedimenti come
la socializzazione della produzione (Manifesto di Verona del 14-16 novembre
1943), la R.S.I. non riuscì ad ottenere il consenso della popolazione: la classe
operaia rimase ostile e scioperò compatta nel marzo del 1944 ed il clero si
mostrò sempre diffidente. Nella primavera del 1945 la R.S.I. fu definitivamente
travolta dalla pressione congiunta delle truppe anglo-americane e della
Resistenza.
In questi ultimi tempi mi sembra che si stia guardando ai combattenti di Salò
come a dei giovani puri, leali, romantici, indifesi, idealisti, che pur di
salvare l’onore d’Italia, infangato dal vecchio fascismo del 25 luglio, da
Badoglio, da casa Savoia e dalle loro “fughe”, avrebbero scelto di stare dalla
parte dei vinti, consapevoli di operare per una causa nobile, ancorché persa, ed
altresì orgogliosi di “vincere o morir” e della futura “bella morte redentrice”
là, nell’assolato ridotto della Valtellina, dove, intorno a Mussolini,
accompagnati dalle famiglie e con le armi in pugno per chiudere onorevolmente la
partita, avrebbero fatto quadrato e sarebbero morti in gloria… Il famoso e
fantomatico R.A.R. (Ridotto Alpino Repubblicano), frutto della fantasia di
Pavolini ed ultimo baluardo per l’olocausto finale dei “veri” fascisti, laddove,
sotto la guida di un fedele della prima ora, il generale Onorio Onori, sarebbero
state trasportate anche le ceneri di Dante, con l’installazione di una potente
stazione radiofonica: «in Valtellina – affermava Pavolini – si consumeranno le
Termopili del fascismo… ne faremo un Alcazar fascista… diventerà la nostra
Stalingrado…»; i piedi in terra del vecchio Graziani e la freddezza dei tedeschi
riuscirono a gettare acqua fredda sugli entusiasmi di Pavolini ed anche su
quelli di Mussolini, ipnotizzato dalla prospettiva di una morte classica ed
eroica.
Ho presente recenti celebrazioni commemorative, tentativi di riabilitazione e
messe solenni; si assiste anche a dimostrazioni esaltanti gesta ed imprese
eroiche e sfortunate, dove non vengono mai tralasciati gli inevitabili
riferimenti ai tradimenti (parola d’obbligo, in questi casi, quando si tratti di
dare spiegazioni sulla rotta del fascismo e sulla evanescenza della R.S.I.):
malgrado le adunate, i raduni, la presenza dei labari, dei gagliardetti e dei
ricordi abbelliti dal trascorrere del tempo, i combattenti di quei tormentati
giorni della giovinezza si rivelano ogni giorno più desiderosi di apparire
“ragazzi” burberi e duri, idealisti, onorati… Non piace questo ritrovato
linguaggio retorico, cosparso di maiuscole ed eccessivo, laddove è assente una
dialettica rigorosa e chiarificatrice, ad un tempo, che permetta di definire, in
un campo ben altrimenti circostanziato, un plausibile modo d’essere nella storia
italiana di quei “repubblicani”. Credo sia necessario riconsiderare il tentativo
(non sempre ingenuo) di creare un crepuscolare alone di romanticismo guerriero,
puro ed eroico, intorno alla R.S.I.; certo, gli idealisti, i puri, i convinti,
gli eroi, al di fuori delle sigle retoriche, ci furono, ma proprio tra questi
ultimi, che si presentarono ai bandi con spontaneità e con vero entusiasmo, le
diserzioni crebbero sempre più numerose, di fronte all’impresa che si
manifestava d’una difficoltà insormontabile; in molti aderirono con lo spontaneo
ed esaltato zelo dei giovani, ma lungi dal porsi, analizzandolo a fondo, un vero
e proprio problema etico-politico che potesse indirizzare e sorreggere la non
facile scelta.
È da sottolineare, invece, che la R.S.I. annoverò fra le sue schiere le Brigate
Nere, truppe personali di Alessandro Pavolini; la X MAS, che in pratica dipese
direttamente dai nazisti, con Junio Valerio Borghese (il quale mai volle
professarsi fascista) che pensò di difendere Trieste da Tito e di combattere a
Milano l’ultima battaglia (strano destino, quello dei legionari di Salò: tutti
sognarono un’ultima, gloriosa battaglia, che non ci fu mai…); la “Muti”,
formazione poliziesca; vari religiosi spretati; le Ausiliarie, il nuovo corpo
femminile militarizzato (Servizio Ausiliario Femminile: S.A.F.) immediatamente
ribattezzato dal popolo con nomignoli vari; le SS italiane, truppe bene armate e
bene equipaggiate che emularono e spesso superarono in crudeltà le SS naziste; i
volontari della Guardia Nazionale Repubblicana, emanazione della vecchia
Milizia, al comando di Renato Ricci, prima, e di Niccolò Nicchiarelli, poi; i
paracadutisti della Divisione Nembo, al comando di Mario Rizzati; i RAP, reparti
antipartigiani; il COGU, Centro Contro-Guerriglia; il CARS, Centro Addestramento
Reparti Speciali; il RAU, Squadre di Arditi, composte da ufficiali e dotate di
biciclette; il Centro Volontari della Morte; la guardia personale di Mussolini;
gli specialisti in torture (le terribili bande “Koch”, “Carità”, “Bernasconi”,
“Bardi e Pollastrini”); gli ideologi dell’antisemitismo fascista, come
l’ex-prete Giovanni Preziosi che non stette ad aspettare la sua ora. Si uccise
il 25 aprile lanciandosi dalla finestra della casa di Milano, dove viveva. Fino
all’ultimo momento approvò ed invocò le stragi hitleriane degli ebrei. Si
possono ancora leggere, per meglio comprendere l’antisemitismo dell’ex-prete, le
286 pagine del suo ben noto libro Come il giudaismo ha preparato la guerra,
Roma-Milano, Tumminelli, 1939, la rassegna mensile di politica «La Vita
Italiana» della quale era direttore e il saggio di Renzo De Felice, Giovanni
Preziosi e le origini del fascismo (1917-1931), in «Riv. storica del
socialismo», n. 17, settembre-dicembre 1962, pp. 493-556. Inoltre militi della
R.S.I. furono guide dei nazisti nella strage di Marzabotto (1.836 assassinati),
taluni camuffati sotto le divise delle SS tedesche e riconosciuti da molti
sopravvissuti. Le SS italiane, Waffengrenadier Brigade der SS (italienische
Nr. 1) Milizia armata, divenute in seguito 29 Waffengrenadier Division
der SS (italienische Nr. 1), combatterono contro «i partigiani in Piemonte.
Dovunque furono impegnate per rastrellamenti e rappresaglie, si lasciarono
dietro una scia di terrore e di sangue, non dissimile da quella delle Waffen SS
di Reder a Marzabotto» (S. Bertoldi, Soldati a Salò, p. 182).
Le “bande” sopracitate ebbero, tra gli altri, il compito di dare la caccia agli
ebrei, agli antifascisti, ai militari nascosti, ai renitenti alla leva. Nelle
sedi delle polizie fasciste «veniva praticata la tortura con vari strumenti e
sistemi, come risulta dalle testimonianze riportate negli atti processuali
riguardanti Carità e Koch, che erano stati a capo delle due organizzazioni
poliziesche più importanti: dalle scosse elettriche ai genitali all’introduzione
forzata in gola di grandi quantitativi di acqua e sale, alle bruciature alle
parti più sensibili del corpo»; lo stesso Carità si prodigò nelle torture,
tramite l’uso di guantoni da pugilato muniti di liste metalliche. Sotto le
sevizie di Carità e di Koch passarono centinaia di italiani, la maggior parte
torturati prima di essere assassinati (Rendina, p. 142). La “banda” Carità,
comandata dal seniore Mario Carità, ebbe sede a Firenze; fu composta da 178
persone. La “banda” Koch operò a Roma, e a Milano dopo la liberazione della
capitale nel giugno del 1944 e fu comandata dal tenente dei granatieri Pietro
Koch; il vicecomandante fu Armando Tela, mentre tra i dirigenti figurarono due
avvocati: Augusto Trinca Armati e Sergio Spadaro; ci furono inoltre 21 agenti ed
un sacerdote, Pasqualino Perfetti, che si servì del suo ministero per ingannare
gli arrestati e per estorcere confessioni. Durante il processo, tenutosi a Roma,
venne letto «un lungo rapporto di Koch al comandante tedesco della capitale,
Kurt Maeltzer, nel quale, per rivendicare benemerenze, elencava tutte le
operazioni compiute dalla banda»: inoltre Koch sottolineò i suoi meriti di
collaborazione col questore Pietro Caruso, per aver fornito a Kappler i nomi da
includere nell’elenco di persone da fucilare alle Fosse Ardeatine (Rendina, p.
143 ed anche Alcuni documenti sull’attività della banda Koch, in “Il
movimento di liberazione in Italia”, n. 8, 1950, pp. 17-49. A. Lualdi, La
banda Koch. Un aguzzino al servizio del regime, Milano, Bompiani, 1972).
Alcuni sacerdoti, sempre con la disapprovazione ufficiale della gerarchia
ecclesiastica, collaborarono con i “repubblicani” come cappellani di unità di
repressione antipartigiana, ma i più noti operarono nei centri dove si praticò
la tortura. Rendina elenca alcuni casi: collaboratore di Koch fu il frate
Epaminonda Troja, mentre tra i fascisti milanesi si ricorda padre Eusebio
Zappaterreni, che alloggiò all’hotel “Plaza”. A Torino operò il frate Edmondo De
Amicis, che parlò alla radio fascista e collaborò con i militi della caserma
“Asti”, sede della milizia; ed ancora don Tullio Calcagno, più volte ammonito
dal suo vescovo per i suoi scritti che definivano Mussolini vero ed unico
difensore della fede: sospeso dal sacerdozio, con l’avvento del fascismo di Salò
organizzò un movimento, sostenuto anche da Farinacci, con l’intento di formare
una nuova “chiesa nazionale”: ebbe, come seguaci, una quindicina di preti (Rendina,
p. 43). Per comprendere questi “religiosi” bisogna astrarli dallo stato
sacerdotale ed immaginarseli soltanto come collaboratori del regime fascista
(sull’argomento si vedano: A. Dordoni, «Crociata Italica». Fascismo e
religione nella Repubblica di Salò: gennaio 1944-aprile 1945, Milano,
SugarCo, 1976. A. Fappani-F. Molinari, Chiesa e Repubblica di Salò,
Torino, Marietti, 1981; capitolo XVI, Tonache a Salò, del testo di S.
Bertoldi, Salò, cit., p. 291 ed il recente lavoro di U. Munzi, Gesù in
camicia nera. Gesù partigiano. Preti di guerra. 1943-45, Milano, Sperling&Kupfer,
2005).
Come si può vedere, ci troviamo di fronte a dei personaggi ben individuabili:
camicie nere della prima ora e mussolinisti dell’ultima – dice Giorgio Bocca –
burocrazia opportunista e combattentismo funebre, gerarchi del regime e fantasmi
dello squadrismo, «quelli picchiati, maltrattati, cacciati dall’impiego dai
comunisti ma anche dai superiori camerati», triumviri, quadrumviri, uomini delle
spedizioni punitive, rivoluzionari “puri” della vecchia guardia. A rafforzare
tutto ciò, la nota inettitudine del numero due di Salò, il ministro della guerra
Rodolfo Graziani, che già in altre occasioni, sia come capo di Stato Maggiore e
sia come comandante in Africa, riuscì a dare completa prova della più alta
inaffidabilità.
Insomma tutte bande difficilmente controllabili, ben poco idealiste e ben poco
romantiche che, come si legge anche nel libro di Claudio Pavone (1) «incitavano
le SS perché infierissero sui torturati... godevano per le sofferenze
inflitte... simulavano fucilazioni per terrorizzare i prigionieri»; ci fu, in
quei fascisti, una grande paura «di non essere presi sul serio» e per questo
motivo furono spinti «a imitare e a superare i tedeschi nella pratica delle
rappresaglie»; stranieri in patria alla disperata ricerca di una identità,
giovani con il pensiero rivolto più a Mussolini che a ciò che li aveva delusi
amaramente: fascismo, fascisti e monarchia; per un elenco quasi completo delle
atrocità della R.S.I. sarà sufficiente rifarsi alla documentazione della Suprema
Corte di Cassazione. È stato anche detto che a Salò nessuno ci andò per lucrare,
ma neanche questo è vero: dice Giorgio Bocca che «decine di migliaia di
ufficiali del disciolto esercito regio aderirono alla repubblica che gli
assicurava la continuità degli stipendi e delle pensioni, quelli di Cinecittà si
trasferirono in blocco a Venezia per continuare a produrre film a spese dello
stato, la metà dei burocrati ministeriali lasciò Roma per raggiungere i
ministeri di Bergamo, Milano, Verona. Riscuotevano anche l’indennità di
trasferimento e di luogo “disagiato”. Dei veri romantici!» (G. Bocca, Ripasso
sui “romantici” di Salò, in “Il Venerdì di Repubblica”, 1° dicembre 2000, p.
48).
Anche i fascisti della R.S.I. cantarono i loro inni; se i disegni di Grosz ci
fanno intendere Hitler e il nazismo meglio di qualsiasi saggio politico, i canti
di Salò ci illustrano altrettanto bene l’essenza della “repubblica”, che narra
se stessa. Ormai scomparsa la fiducia nella diarchia “re-duce” e nel tipo di
governo in cui Vittorio Emanuele III e Mussolini furono contemporaneamente ed
individualmente investiti del potere sovrano, l’invocazione, alla fine dei
canti, non è più “per il re e per il duce” perché i Savoia, con la loro fuga,
cessarono di difendere il patrimonio dei valori dello spirito nazionale. L’8
settembre fu un giorno d’ignominia e di smarrimento che rese più aspra e
sanguinosa la lotta tra le due fazioni e fu d’allora che “Savoia” incominciò a
fare la rima solo con “troia” e fu d’allora che Badoglio smise di fare la rima
con “orgoglio”.
A proposito dell’innodia di Salò, con più o meno giuste motivazioni, molto si è
detto sul problema della presenza (o dell’assenza) di un “Inno Nazionale della
R.S.I.” ufficiale o ufficioso; i reduci non ricordano d’averlo sentito anche
perché, in molte cerimonie, vennero cantati o l’Inno di Mameli oppure
Giovinezza (in questo secondo caso i legionari preferirono il testo dell’Inno
degli Arditi piuttosto che quello dell’Inno Trionfale del Partito
Nazionale Fascista); inoltre furono considerate vere e proprie “colonne
sonore” della R.S.I. i due canti Le donne non ci vogliono più bene e l’Inno
alla X Flottiglia Mas. Certo il problema fu ritenuto assai importante, se si
sentì il bisogno di bandire alcuni concorsi per la composizione di un “Inno” che
rappresentasse ufficialmente la “repubblica”. La ricerca è stata alquanto
affannosa, ma Pier Giorgio Angioni mi ha offerto ancora una volta materiale di
lavoro, mostrandomi molte notizie su Ennio Porrino, sulla sua opera di musicista
e sulla sua “reale” creazione di un “Inno Nazionale” della R.S.I., in una
corrispondenza che oggi si può leggere, in documentazione ufficiale, su
“Excalibur Speciale”, allegato al n. 22 di “Excalibur” dell’ottobre-novembre
2000 alle pagine 1-4.
Ennio Porrino, dunque, nacque a Cagliari il 20 gennaio 1910; compositore,
direttore d’orchestra, insegnante, membro delle principali accademie musicali
italiane, molto apprezzato e stimato dallo stesso Mussolini, dopo l’8 settembre
aderì alla R.S.I., collaborando anche alla stampa repubblicana: «Indubbiamente
l’atto politicamente più rilevante di Porrino nella R.S.I. è la composizione di
un inno nazionale, che sarebbe dovuto diventare l’Inno Ufficiale della
Repubblica…» (p. 2). Pier Giorgio Angioni, nelle sue ricerche nell’Archivio di
Stato – Fondo Barracu (Fascicolo Porrino) è riuscito a “scovare” copia originale
dello spartito dell’“Inno”, donatogli poi dalla consorte di Porrino. E così
andarono le cose: Stanis Ruinas (alias Giovanni Antonio De Rosas), intellettuale
sardo (di Ruinas si veda Pioggia sulla Repubblica, Roma, Corso, 1946 e
sulla personalità di Ruinas cfr. P. Buchignani, Fascisti rossi, Milano,
Mondadori, 1998 ) aveva intuito la buona vena del musicista ed il 23 marzo 1944
scrisse una lettera, da Venezia, a Barracu per segnalare la composizione
dell’“Inno”. La risposta di Barracu fu positiva; Porrino «si reca a Milano e
suona la sua composizione al pianoforte al suo conterraneo. Barracu ne è
entusiasta: promette che il suo “Inno” sarebbe stato pubblicizzato e
ufficializzato. Non se ne fa niente, senz’altro perché cose e fatti più
importanti, più tragici e incombenti fanno scordare al povero Barracu quella
musica» (p. 2) che venne però pubblicata presso la Carisch S.A. di Milano
(Associazione Nazionale Volontari di Guerra), con il titolo Marcia del
Volontario: «Volontari torniamo alla guerra/ S’è levato dai morti l’appello/
Esso invoca dal cielo alla terra/ Per l’Italia il supremo lottar… ». Anche
Fernando Mezzasoma, capo del Ministero della Cultura Popolare, fu informato da
Barracu della composizione dell’“Inno”, ma a tutt’oggi non si hanno notizie
certe sulla sua esecuzione né sulla sua ufficialità. Per gentile concessione di
Angioni ho avuto modo di ascoltare, naturalmente ripreso dallo spartito
originale, il canto in oggetto, attraverso voce singola e musica di pianoforte:
bisogna dire che l’opera di Porrino scorre con preciso equilibrio; una mano
sicura cancella agevolmente i sospetti di composizione a tavolino e di calcolato
e scaltro intellettualismo; insomma, una buona cosa.
Quella di un canto ufficiale della R.S.I. fu esigenza molto sentita; lo stesso
Stanis Ruinas sentì che alla “repubblica” «mancava soltanto l’inno, un inno da
fare epoca, anzi, da dare il suono all’epoca. Ma l’inno non saltava fuori. Ci si
provavano vari musicisti repubblicani: le note però venivano su stentate. Era
una vera vergogna. Tutta la guerra era stata senza canti né inni: una guerra
senza voce né anima popolare» (Ruinas, p. 53). Nella ricerca emerge anche
un’altra composizione, con il testo di G. Prati e con la musica di A. Bellini,
dal titolo Inno Nazionale della Repubblica Sociale Italiana, pubblicato
sulla prima pagina del volumetto Canta il soldato, stampato a cura del
41° Comando Militare Provinciale (Reggio Emilia, 31 agosto 1944-XXII, pp. 48).
Così le rime: «Radioso il volto, coronata d’allor/ Possente e saggia, Donna
fatal/ Tu imperi, o Italia, sulle terre e sul mar/ Regni nei nostri cuor …». A
dire il vero, nessuno ricorda questo canto; non lo ricordano i reduci della
“repubblica”, non è presente in altre pubblicazioni e non eccelle per le sue
cadenze descrittive, o per l’annotazione che punti all’effetto, o per le sue
presunte preziosità lessicali; gli autori, coscienti dei propri mezzi e dei
propri limiti, s’inserirono in una tradizione in cui credettero fermamente e non
dimenticarono i necessari agganci con il drammatico momento politico. Prosegue
il canto: «Tu, madre benigna ai popoli/ Tu, spirto vitale al mondo/ Tu, figlia
di Roma augusta/ Prescelta a trionfar…»: simili rime, così tenacemente ribadite,
testimoniano negli autori un grande amor di patria, che non scavò abissi con la
tradizione canora del “ventennio”, né con quella “lacustre”. In ogni caso, con
tutte le buone intenzioni, il canto resta e restò pressoché sconosciuto.
A parte i casi degli “Inni” di Porrino e di Bellini, molti canti del passato
“ventennio”, conosciutissimi e molto amati, vennero ad arricchire la gracile
innodia di Salò: Giovinezza, nella versione degli “Arditi”, Fiamme
Nere, le Cantate dei Legionari, la Marcia delle Legioni, Me
ne frego!, le Stornellate fasciste, Vincere! Vincere! Vincere!,
Balilla, l’Inno degli Avanguardisti, l’Inno dei Giovani Fascisti,
l’Inno degli Universitari Fascisti, Ciao biondina…, Il camerata
Richard, Quando passano le Legion…, La sagra di Giarabùb,
Ritorna il Legionario, Battaglion di Legionari, La canzone dei
sommergibili, alcuni canti dei paracadutisti, Lilì Marlen, Sul
ponte di Perati ed altri ancora, noti e meno noti, anche se, indubbiamente,
l’inno più amato rimase l’Inno di Mameli, come riferito anche da
Castellacci nel suo libro La memoria bruciata (cit.). Quei “riferimenti”,
quei “richiami”, quelle “reminiscenze”, quelle “richieste d’aiuto”, quel calarsi
nella vecchia mitografia fascista dimostrarono, in un certo qual modo, che l’innodia
di Salò fu opera mancata, arida, pensata con fatica e costruita senza slancio.
Molti dei “nuovi autori”, laddove non si rifecero all’antico, non legarono
brillantemente i loro nomi alla maggior parte dei canti: questi ultimi non
raggiunsero nemmeno lontanamente l’intensità emotiva di Giarabùb, l’eroicità del
camerata Richard, la forza del Legionario, la dolce malinconia di Lilì Marlen,
l’entusiasmo del Balilla, l’originalità della “faccetta nera”, la serietà
dell’universitario fascista, la tragicità di Giovanni Berta, insomma non
“emularono” le astute elaborazioni dei vecchi e collaudati autori quali Blanc e
Ruccione. Nel “nuovo” si evidenziarono situazioni infinitamente ripetute e
inutilmente dilatate, se si eccettuano qualificate eccezioni, quali l’Inno
alla X Flottiglia MAS, Le donne non ci vogliono più bene e pochi
altri, che risultano la parte musicalmente più accettabile di tutto il
canzoniere. Insomma non nacquero nuove pagine, pulite e persuasive, ma venne
notevolmente accentuato l’artificio declamatorio, che non riuscì a smuovere più
di tanto la risonanza emotiva; inoltre c’è da tenere ben presente che durante il
“ventennio” in Italia e nelle colonie cantarono un po’ tutti, popolo e soldati e
la consuetudine oleografica fu generale: a Salò, invece, cantarono soltanto i
pochi militari, senza alcuna partecipazione popolare e forse fu per questo
motivo che si fece ricorso ad una sorta di “dilatazione della memoria”, nel
tentativo di sollevare il “tempo perduto” al ruolo di mito e di ritrovare, in
una realtà del tutto mutata, luoghi e figure che il tempo aveva idealizzato.
Inoltre, quasi senza avvedersene, si entrò a poco a poco anche nel mondo delle
“versioni repubblicane” di celebri canti tedeschi come l’Horst Wessel Lied,
l’Ich hatt’einen Kameraden, il Wenn alle untreu wersen, la marcia
Denn wir fahren gegen Engeland; inoltre Infanterie du bist die Krone
aller Waffen, ancora Westerwaldlied e Achsenlied ed anche
l’inno della Falange spagnola, Cara al sol; non sempre, però, i
“repubblicani” riuscirono ad inserire nelle versioni italiane quella tensione
emotiva presente nei canti germanici, se si escludono alcuni casi come quelli di
Leonessa o di In alto i cuori o di Avevo un Camerata, che
si svilupparono in buona armonia con l’edizione originale. D’altronde,
considerato l’addestramento militare di alcune divisioni “repubblicane” in
Germania, la commistione e lo scambio di note e di rime apparvero del tutto
normali e giustificate; le “versioni” italianizzate, quindi, crearono in alcune
occasioni una nuova, accettabile ed utile dialettica narrativa, onde sorreggere
l’esilità della produzione nostrana. È da segnalare che il “cameratismo canoro”
fu reciprocamente sincero; conferma Angioni che Giovinezza fu presente
fin dai primi Liederbuch (canzonieri) delle SA del Partito
Nazionalsocialista con una versione composta da tale Edgar Poelchau, nota con il
titolo Hitlerleute, oppure dal suo incipit «In dem Kampf um die Heimat»,
correttamente indicata sull’aria della Faschistenmarsch Giovinezza. In
seguito apparve un’altra edizione del testo di «Salve o popolo d’eroi»,
praticamente una traduzione. Vennero inoltre composte anche canzoni sull’aria di
Adua, di Faccetta nera e di Vincere!.
I “repubblicani” di Salò si ispirarono anche al nostro Risorgimento e così il
famosissimo Inno Militare di Goffredo Mameli, composto nell’agosto del
1848 e musicato da Giuseppe Verdi nell’ottobre dello stesso anno – divenuto in
seguito l’inno irredentista per eccellenza – si trasformò nel canto lacustre
Ondeggiano le schiere, ove al posto delle «Insegne gialle e nere»
dell’originale, si sostituirono le «Americane schiere» ed in luogo delle
«Vendute schiere» si piazzarono le «Novelle fiere». Si tratta di minime varianti
la cui complessità può essere esaurita in un brevissimo accenno; il fatto è che
con i tentativi di rinnovare una tradizione gloriosa – quella risorgimentale –
non sempre si fece storia, ma ci si aggirò più spesso nel vuoto; insomma, in
alcune di queste rivisitazioni, si scopre della gente che non s’era ancora
liberata dalle “luminarie” del “ventennio”. Altri canti “repubblicani” si
ispirarono al nostro Risorgimento (tra gli altri La ronda, di Teobaldo
Ciconi, di cui parlerò in seguito), con testi rinnovati e spesso sveltiti, in un
periodo in cui l’innodia sembrò aperta a tutte le sollecitazioni più o meno
esterne, nella ricerca frenetica del particolare più incisivo e della rima
determinante.
Anche il canto Al vento le bandiere è una versione “repubblicana” dell’Inno
dell’indipendenza dei Boeri: la guerra dichiarata dai Boeri l’11 ottobre
1899 impartì, forse, agli inglesi, secondo la famosa frase di Kipling, «una
lezione a non finire». Difatti, mentre il pubblico britannico si aspettava che
terminasse entro Natale, essa si rivelò la guerra più lunga, più costosa, più
sanguinosa e anche più umiliante mai combattuta dalla Gran Bretagna fra il 1815
e il 1914; si disse allora che i Boeri «persero la guerra, ma vinsero la pace…».
Dice l’Inno dell’indipendenza: «Non permettete il varco allo straniero/
Sarebbe eterna schiavitù!»; rispondono i legionari: «Guerra! Per la libertà/
Della nostra terra…». La scelta di questo Inno volle indicare con chiarezza il
mondo dal quale la “repubblica” trasse parte della sua ispirazione; rime, queste
“repubblicane”, che ripercorsero le strade da altri battute, ma che tesero a
fissare situazioni “eroiche” ben caratterizzate e ben definite; il concetto è
semplice: il patriota, il “vero” patriota quando lo è sul serio, canta in ogni
tempo i medesimi canti eroici, veste in ogni tempo i panni del ribelle onorato!
La stessa tendenza, corretta naturalmente dalle diverse situazioni, si ritrovò
negli “scambi” dei canti tra partigiani e legionari, quasi a sottolineare un
modo di agire divenuto ormai comune, in operazioni, da entrambi i lati, che
“furono giocate” spesso in maniera convincente, se non intelligente. Questo
capitò più di una volta, con accostamenti indovinati che giustificarono la
presenza dello “scambio”; approdarono ad alcuni validi risultati, canti quali
A noi la morte non ci fa paura, i famosi Stornelli legionari, il noto
Cara mamma, parto volontario, Ragazze della via, tutte le
“derivazioni” dell’inno irredentista Dalmazia, La Ronda, Sul
ponte di Perati, La Badoglieide, la celeberrima Bella ciao ed
altri ancora, per non parlare delle varie parodie costruite dagli antifascisti
su vecchi canti del “ventennio”, specialmente quelli rivisitati da Spartacus
Picenus. L’“artificio” canoro e poetico tese necessariamente ad un contenuto più
eroico di quello degli “altri”, con una eroicità che potesse giustificare
l’operazione: insomma, dove l’ispirazione venne meno, si fece ricorso al
“mestiere” poiché tutti, o quasi, imbroccata quella via, la percorsero con
costanza fino in fondo. Fu la soluzione più facile e più scaltra, ma ci fu anche
chi sfuggì a tale condizionamento e coltivò piccoli campi con grande sobrietà,
con disinteresse e con buoni risultati.
Un caso a parte è rappresentato da La Badoglieide, da cantare sull’aria
di E non vedi che sono toscano?: «Questa canzone satirica ci viene dal
Cuneense. Le varie strofe furono composte da un gruppo di partigiani della
Quarta banda, alle Grange di Narbona (aprile 1944). Fra questi Livio Bianco e
Nuto Revelli, ai quali dobbiamo anche altre canzoni fra le più belle e
persistenti del repertorio partigiano» (Note al disco Canti della Resistenza
italiana N. 2, a cura di R. Leydi, cantano F. Amodei e Michele L. Straniero.
I Dischi del Sole, DS 8). Il contenuto del canto è fortemente
antimonarchico e una satira feroce aggredisce l’operato di Pietro Badoglio in
alcune sequenze suggestive ed eloquenti nella loro asciuttezza: «Ti ricordi la
fuga ingloriosa/ Con il re verso terre sicure?/ Siete proprio due losche figure/
Meritate la fucilazion…». Queste rime, il cui livello di cultura e di gusto è
molto alto, fecero convergere verso il canto anche l’attenzione dei fascisti
“repubblicani” che lo adottarono con grande entusiasmo, dopo pochi e necessari
lavacri: per esempio i versi «Ti ricordi la guerra di Francia/ Che l’Italia
copriva d’infamia» vennero cambiati in «Che l’Italia portava in battaglia»;
scomparve anche il nome di Enrico Adami Rossi, il generale che l’8 settembre
consegnò con grande solerzia la città di Torino ai tedeschi; inoltre il
riferimento «All’amor di Petacci» venne sostituito da quello «All’amor dei
gerarchi»; infine, quando il canto partigiano parlò di «Fascisti e vecchi
cialtroni», il canto “repubblicano” optò per «Monarchici e vecchi cialtroni»,
con la cancellazione anche di altri riferimenti men che rispettosi alla «Camicia
che non è più nera». Queste piccole operazioni di lavanderia non tolsero al
canto la sua efficacia di raccontare e di descrivere il curriculum vitae del
“Maresciallo d’Italia” Pietro Badoglio; i fascisti “repubblicani”, quindi,
s’impossessarono con grande velocità del sarcasmo nato dalla penna dei
partigiani Nuto Revelli e Livio Bianco, delle comuni analogie, delle allusioni e
della medesima dimensione etico-politica. Insomma siamo di fronte ad un canto –
più “colto” che “popolare” – che con una certa naturalezza entrò a far parte
dell’innodia della “repubblica” di Salò.
Stesso discorso valga per Bella ciao: esiste anche una parodia
“repubblicana” della notissima canzone partigiana, dal titolo Inno al
partigiano: «Una mattina mi son svegliato/ Patria mia, Patria mia, Patria
mia/ Una mattina mi son svegliato/ Ed ho trovato il partigian…»; qui dobbiamo
necessariamente limitarci ad indicare qualcuno dei tanti punti critici che
contribuiscono a caratterizzare il vasto quadro dell’innodia e gioverà qualche
confronto: laddove il canto partigiano recita: «E seppellire lassù in montagna,
o bella ciao, bella ciao/ Bella ciao, ciao, ciao…», la nuova parodia così
risponde: «E come Giuda, il turpe ebreo/ Partigian, partigian, partigian/ E come
Giuda, il turpe ebreo/ Uccidesti il tuo Signor…»: l’antisemitismo è presente in
ogni piega del canzoniere e riesce ad eliminare dal canto il respiro poetico che
spesso nasce dal sentimento popolare. Ciò che non si recepisce nella
composizione “repubblicana”, ma è presente nella versione originale di Bella
ciao, è l’andamento che governa la narrazione, l’irrompere dei temi e il
loro intrecciarsi, il denso tessuto musicale che deriva direttamente
dall’esperienza drammatica della guerra. In questo caso la parodia si presenta
come un “caso infecondo” anche perché riesce ad operare esclusivamente entro i
limiti di un gioco letterario che finisce col proporre vecchi argomenti, senza
interiori sollecitazioni. S’intuisce, al contrario, «la formidabile funzione di
propaganda, e direi di “educazione dei sentimenti” che la circolazione di
canzoni come Bella ciao – clandestina ma irrefrenabile, in tempi di
vessatorio dominio nazi-fascista dell’Italia occupata del dopo-’43 – deve aver
avuto tra le popolazioni italiane del centro-nord. E specialmente durante i
lunghi inverni alpini, che resero terribile anche la sola sopravvivenza dei
partigiani. È questo, che riguarda la funzione e la circolazione dei canti
popolari nel ’43-’45, un capitolo della storia della Resistenza, e insieme della
cultura popolare in Italia, in gran parte ancora da scrivere» (S. Boldini, Il
canto popolare strumento di comunicazione e di lotta, cit., pp. 133-134).
Certo, la singolarità di tutte queste canzoni è la loro eterogeneità, dice Diego
Carpitella, tanto da trovare diversi livelli musicali: «Folklore di base,
contadino, artigiano-urbano, artigiano-paesano, popolaresco, canzonette
popolaresche e urbane elaborate, ecc. Ognuno di questi livelli espressivi
comporta espressioni musicali diverse», sia come tipo di canto che come tipo di
repertorio, di esecuzione, di strumentazione e di armonia. Da qui il fatto che
linguaggi musicali simili possono esprimere spesso contenuti ideologici diversi,
come nel caso precedente di Bella ciao che, come ricorda Cesare Bermani,
«all’epoca poco nota e raramente cantata, nel dopoguerra è assurta a simbolo
dell’epopea resistenziale, vera e propria “tradizione inventata”» (cfr.
Fischia il vento. La Resistenza, in Avanti popolo!, n. 6, a cura
dell’Ist. Ernesto de Martino, Hobby&Work-Italiana Editrice, 1998, pp. 127-129).
Ma la storia di Bella ciao è molto più lunga ed articolata; l’ha
raccontata, sulla base di moltissime testimonianze, Cesare Bermani, il cui
merito è di aver affrontato l’analisi di un canto così singolare su piani
distinti di lettura critica ed attraverso opportune procedure di scomposizione e
di raccordo del testo. In appendice al suo saggio, inoltre, vengono pubblicate
le molte versioni del noto canto, dal testo di Vasco Scansani a Fior di tomba
II, da La risaia a Mamma ciao, ivi compreso Alla mattina
quando mi alzo. Canto osceno sull’aria di Bella ciao, versione cantata da
Guerrino Capetta già nel 1956, reg. Novara nel 1964. Ma si veda tutto il
capitolo La “vera” storia di “Bella ciao”, in «Guerra, guerra…»,
cit., da p. 223 a p. 263.
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