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Cappon magro per il
Commissario
Rebaudengo indaga nei carruggi di Albenga
di Cristina Rava
Capitolo uno: nel quale si scopre che in una casa ligure vivono non una Svetlana,
bensì due
Negli
appartamenti del centro storico di Albenga c’è silenzio, perché le pareti sono
di pietra spessa ed il traffico corre fuori le mura. Non si sentono le
conversazioni dei vicini, suoni di radio e televisori altrui, come nei condomini
moderni.
In quella cucina, per esempio, c’era una gran quiete, la quale però non
inclinava a sentimenti sereni e pacifici, inquietava piuttosto, proprio perché
non si sentiva un suono, non si avvertiva un movimento. Il sole non era ancora
sorto, d’inverno fa fatica ad emergere dal mare freddo, e senza la lampadina
appesa al soffitto a volta, ci sarebbe stato ancora buio. Due creature stavano
in quella cucina, una donna e una gatta, la prima seduta su una seggiola
impagliata, la seconda accoccolata accanto alla stufa a legna che si stava
riscaldando lentamente. Per uno strano caso del destino esse si chiamavano tutte
e due Svetlana, evento banale nel grande impero di Russia, straordinario ad
Albenga. La donna, di tanto in tanto, tentava di precisare che il suo nome era
Svitlana, con la i al posto della e, all’uso ucraino, ma se ne dimenticavano
sempre tutti. La signora arrivava dall’Ucraina, appunto, e la gatta dalla
Siberia, che è territorio russo, ma non avevano compiuto insieme il viaggio
dall’oriente algido fino al mar ligure, diciamo che erano arrivate ognuna per
conto proprio, attraverso tortuosi itinerari, e lì s’erano incontrate e amate.
Svitlana chiacchierava con Svetlana un po’ in ucraino e un po’ in russo e la
micia, dolcissima e aristocratica, non si perdeva una parola. Svitlana sapeva
benissimo che l’animale non capiva un accidente di quello che lei diceva,
d’altronde non avrebbe capito nemmeno se lei le avesse parlato in dialetto
ligure o in portoghese, che è quasi la stessa cosa. La gatta però sapeva
interpretare il tono della voce, la lentezza, le note morbide e quelle severe,
bassi e acuti, e su quelli regolava la sua attenzione verso la signora, quando e
se ne aveva voglia. Svitlana non era la padrona della gatta, l’aveva già trovata
nella casa ed era stato amore a prima vista, ancora prima di sapere che
l’animale vantava origini non tanto diverse dalle sue.
Una capricciosa signora torinese l’aveva fatta arrivare da quelle foreste remote
con l’aeroplano, l’aveva chiamata Svetlana perché faceva tanto ‘Russia’, e
l’aveva regalata nella condizione di batuffolo indifeso alla sua ancor più
capricciosa figliola. Costei, dopo un iniziale idillio, probabilmente non
condiviso dalla creatura boreale, orgogliosa e schiva, s’era presto stufata,
specialmente dopo che l’animale, in seguito ad una dieta errata, aveva rischiato
di tirare le cuoia. Una volta rimessosi dalla malattia, il giocattolo aveva
dimostrato di non essere duttile a tutti i ghiribizzi della bambina ed in più
d’una occasione le aveva affettato le rapaci manine. Insomma, una vera e propria
bestiaccia, anche se era costata una fortuna. Così, durante le vacanze estive
che i signori torinesi trascorrevano, come molti loro concittadini, ad Albenga,
l’esotico felino aveva cambiato proprietaria: era stata rifilato all’anziana
signora che affittava loro l’appartamento. La vita della micia era migliorata
considerevolmente non soltanto per il vitto, ma soprattutto per la gestione del
riposo e del tempo libero, che sono due importantissime occupazioni del vero
gatto, oltre alla caccia che, si sa, in un appartamento è difficile da
praticare, bisogna sapersi accontentare di ragni e prede immaginarie. Svetlana
era ornata di pelliccia da lince, proprio come la sua parente più grande aveva
graziosi ciuffi dorati sulle orecchie, vibrisse lunghe e mobilissime, un manto
che l’avrebbe resa invisibile nella taiga, zampotte e ventre candidi. Gli occhi
erano obliqui, d’un verde venato di grigio, e sembravano guardare sempre
qualcosa d’irraggiungibile, qualcosa d’invisibile agli umani.
L’anziana padrona di casa e la gatta s’ignoravano con molta signorilità,
dedicandosi a vicenda pochi momenti, mai troppo intimi, talvolta alla sera
davanti alla tv, soprattutto se c’erano documentari sugli animali, specie
volatili, verso i quali la piccola felina dimostrava vivo interesse.
Poi era arrivata Svitlana Myhailivna Lysenko, e la vecchia signora che non
conosceva confini e tradizioni delle lingue slave, dal principio l’aveva
chiamata Svetlana, alla russa, senza farsi tanti problemi e così le cose erano
rimaste. Quando l’aveva assunta, nel sentire quel nome, le era scappato un
sorriso quasi riso.
“Non è la prima Svetlana che entra in questa casa, sa mia cara?”.
“Lei già avuto compagnia di persona che si chiama come me?”, chiese con il suo
accento dolcissimo la neo assunta, abituata alla storpiatura del suo nome.
“No, è la prima volta che mi ritrovo in questa necessità…”, sospirò l’anziana
che rispondeva al nome altisonante di Ildebranda Matilde Peluffo, d’antico e
nobile lignaggio ingauno. “D’altronde venendo vecchi, qualche acciacco arriva…
Se si muore giovani non succede, quindi meglio non lamentarsi… E con la mia
schiena da sola non ce la faccio più”.
Svitlana aspettava ancora la spiegazione di quella risata al principio del loro
incontro, le mani intrecciate sul manico della borsetta consunta. Ildebranda
ricordò all’improvviso e riprese:
“Ah sì, il mio riso di prima, la prego di non offendersi, non volevo essere
oltraggiosa. Aspetti che le chiamo la sua omonima, sì, insomma, quella che si
chiama come lei”, e voltandosi verso il lungo corridoio tenebroso cominciò a far
pss pss e versi di baci con la bocca. Lei arrivò, dimenando la coda
piumosa e socchiudendo gli occhi. Si sedette, appoggiò la coda sulle zampe
anteriori, che sembravano due pon pon bianchi, e rimase in attesa.
“Lei si chiama Svetlana?”, domandò Svitlana con un tono stupito.
“Sì, me l’hanno affidata che già si chiamava così. Padroni cattivi che non la
volevano più. E io l’ho accolta volentieri. Non ti accorgi nemmeno della sua
presenza. Viene dalla Siberia”.
Questa volta gli occhi di Svitlana si fecero grandi come due pozze blu.
“Siberia?”.
“Già mia cara, Siberia!”.
“E non c’erano gatti più vicini?”.
“Oh per quello ce ne saranno anche stati, ma questa è speciale, non fa
starnutire e la sua padroncina di prima era allergica ai gatti”.
“E perché l’ha data a lei?”.
“Semplice, s’era stufata”.
“Ah”.
“Eh sì: ah! Così è quasi un anno che viviamo insieme. A lei piacciono i gatti?”.
“Oh davvero tanto, soprattutto quelli che vengono di Siberia, così mi sento
ancora un po’ a casa!”. risero insieme, il loro primo riso, di tanti che
sarebbero seguiti, perché il rapporto di lavoro tra Svitlana e Ildebranda, che
durò tre anni, si trasformò presto in una garbata amicizia, fondata sul rispetto
e la stima. L’anziana signora non fu mai gelosa del fatto che Svetlana gatta
avesse scelto la sua badante come centro di gravità universale e la seguisse
come un’ombra, ‘si vede che tra loro si capiscono meglio’, aveva concluso.
In principio non fu facile, in genere niente all’inizio risulta facile, anzi, è
saggio diffidare di quelle situazioni che si rivelano subito piane e lisce, in
genere i guai arrivano dopo.
Il primo periodo di convivenza tra le tre signore, le due Svetlane e Ildebranda
potremmo definirlo un raffinato lavoro d’intelligence: tutti, o meglio tutte
spiavano tutte. Svitlana Myhailivna studiava la sua datrice di lavoro per
decifrarne il carattere e gli umori, i bisogni ed i capricci, le sue solitudini
di vecchia, le sue paure, in modo di farla contenta e tenersi caro il lavoro.
Ildebranda Peluffo studiava la nuova venuta con mutevoli stati d’animo. C’era un
po’ di diffidenza verso la dipendente, dovuta alla sua condizione di straniera e
a tutto quello che sentiva dire ai telegiornali sulla gente che arrivava
dall’est, ma anche molta curiosità, perché la badante si dimostrava solerte e
gentile, ma molto schiva, quasi sfuggente. C’era anche una gran voglia di fare
amicizia, d’imparare cose nuove, di raccontare e di ascoltare. Ildebranda,
solitaria rampolla nubile di una famiglia di possidenti albenganesi semi-nobili,
era stata una pessima signorina aristocratica e, malgrado i severi insegnamenti
ricevuti nei collegi, non aveva mai saputo mantenere le distanze con la servitù,
nemmeno quando, nel grande palazzo signorile, di domestici ne giravano parecchi.
Scherzava con le serve come se fossero state compagne di giochi e quelle se ne
approfittavano subito, lavorando di meno, diceva sua madre, donna Armanda dal
baffo vigoroso. Anche adesso, che aveva quasi ottantadue anni, non aveva voglia
di fare la vecchia madama che comanda a bacchetta, e guarda sfaccendata qualcuno
che ubbidisce senza fiatare, non ci riusciva proprio. Condiva i suoi ordini con
una sfilza di ‘se non disturbo’, oppure ‘quando le è possibile’, o ‘sarebbe così
gentile da…’, che Svitlana non capiva, ma non commentava nemmeno tra sé, avendo
imparato da molto tempo a non stupirsi di nulla. Quanto a studiarla però,
Ildebranda dietro la sua cortesia un po’ impacciata, la studiava eccome, più con
la curiosità dei poeti che non con l’occhio mercantile del vero ligure.
Infine Svetlana la gatta studiava tutte e due. Sebbene la figura della vecchia
le fosse familiare, non l’aveva mai vista compiere strani gesti, tipo percorrere
il corridoio con passo felpato per spiare la nuova venuta in cucina, oppure far
finta di essersi appisolata davanti alla televisione ed intanto seguirne ogni
gesto, attraverso la fessura invisibile di un solo occhio socchiuso. La giovane
spiava l’anziana con la delicatezza di chi ha sulle spalle una lunga esperienza,
un’arte da poliziotto vecchio stampo, e la vecchia, convinta di essere l’unica a
cimentarsi in attività spionistiche, non se ne accorgeva, ma la gatta
naturalmente sì, perché i gatti sanno le cose. A Svetlana pelosa piacevano
quelle novità, c’era più vita nello sconfinato appartamento dai soffitti a vela
troppo alti, affrescati da qualche rustico pittore del seicento che aveva
cercato, a modo suo, d’imitare Caravaggio. Con la vecchia avevano convissuto per
un anno trattandosi da compassate signore, Ildebranda di tanto in tanto le
faceva una carezza e lei la ricambiava con un grazioso prrrruit,
soprattutto quando c’erano le scatolette con i bocconcini di granchio, ma non
avevano mai avuto veri e propri slanci amorosi. Certo, le era grata di averla
sottratta a quella piccola cannibale oligofrenica con la quale la vita stava
diventando impossibile, ma a parte la gratitudine, loro due non eran femmine da
grandi smancerie. Con quella nuova invece era diverso, sentiva una specie di
corrente elettrica che le passava dai baffi e le arrivava in fondo alla coda
piumosa, una strana sensazione. Quindi era prudente continuare l’attività
spionistica per comprendere meglio.
E per un bel pezzo andarono avanti così. Le cose non cambiarono di colpo, semmai
si trasformarono pian piano in qualcos’altro, senza mutamenti avvertibili.
Ildebranda cominciò a pensare che la straniera non le avrebbe tagliato la gola
per portarle via i gioielli e poi, anche se fosse successo, di qualcosa bisogna
pur morire e lei aveva già ottantadue anni e le era sempre piaciuto vivere
pericolosamente. Svitlana poteva dire di conoscere la vecchia molto meglio di
quanto la vecchia non sarebbe stata disposta ad ammettere e non aveva ottenuto
questo risultato per biechi fini, ma semplicemente allo scopo di far bene il suo
lavoro e di non essere cacciata. Il suo punto debole era la cucina, ma sembrava
che la vecchia deglutisse qualsiasi cosa appena commestibile senza lamentele.
Infine anche Svetlana pelosa si accorse che il famoso brivido, il tremore
elettrico che dai baffi arrivava alla coda percorrendo tutte le sue piccole
candide vertebre, si stava trasformando in una sensazione confortevole, per
quanto inedita: si può essere amici di un essere umano, anzi, possono esistere
esseri umani assolutamente straordinari che capiscono i gatti. Le cose si
stavano mettendo bene e andarono bene per tre anni.
Dopo questo tornare con la memoria ai tre anni appena trascorsi, Svitlana si
alzò dalla sua seggiola, s’inginocchiò davanti alla stufa, aprì lo sportello e
mise un pezzo di legna più grosso. La micia sbadigliò, si inarcò con grande
voluttà e la fissò con i suoi occhi color delle selve. Fece un miao muto
che, però, bastò alla donna per ricordare che non le aveva ancora dato
colazione. Andò in dispensa, aprì una bustina di ‘succulenti bocconcini di
anatra, riso e carote’, ne rovesciò metà nella ciotola e ripose l’avanzo in
frigo. Il suono delle fusa sembrava prodotto da un motorino nascosto
nell’animale ed il corpo amplificava il rumore della sua felicità. Doveva aver
avuto proprio tanta fame, perché in un attimo s’era spazzolata tutto ed ora si
leccava baffi e zampe con grande soddisfazione. Con un balzo silenzioso volò sul
davanzale, s’insinuò tra tenda e vetro e si mise a sbirciare i voli degli
uccelli sopra i tetti antichi e le torri comunali.
Svitlana Myhailivna si sedette al tavolo, non aveva voglia di fare colazione.
Appoggiò i pugni sovrapposti, ci mise sopra la fronte e stette così, per una
parentesi senza tempo. Era la cosa più simile al pianto che le riuscisse di
fare. Da tanti anni aveva disimparato il sapore delle lacrime. Da tanti anni non
ricordava che singhiozzare allevia il peso del dolore, non risolve, ma un poco
scioglie, e dopo sembra di avere un po’ più di coraggio. Stava lì, con la testa
appoggiata sui pugni, uno sull’altro, sul ripiano del tavolo, senza sentire il
freddo del marmo, conscia che quel momento si sarebbe chiuso per sempre, che
fuori dalla porta si sarebbero sentiti dei passi, sarebbe suonato il campanello,
tutto sarebbe finito e tutto sarebbe cominciato.
Oltre il lungo corridoio scuro, tra arazzi e drappeggi, tra mensole e
specchiere, il silenzio. In fondo c’era una porta aperta, era da lì che usciva
il silenzio, un silenzio denso e freddo come certe matasse di nebbia che
rotolano nell’alba. Oltre c’era una stanza e nella stanza un letto ed in quel
letto giaceva composta Ildebranda Peluffo, con le mani di vecchia ornate dai
pizzetti della camicia da notte, posate sul risvolto del lenzuolo, aveva gli
occhi aperti ed era morta.
Chissà perché a Svitlana Myhailivna vennero in mente le tante volte che erano
andate in piazza delle Erbe a comprare le verdure e tra un banchetto e l’altro
la vecchia raccontava. Che arte aveva! Eran soprattutto ricordi di un’Albenga
che non esiste più o, forse, esiste ancora ma non si vede più, erano storie di
contadini, di rivalità e miserie, di vendette o di successi, in cui Ildebranda
mesceva comicità e tragedia con una ricetta così fina da farle sembrare pagine
di un grande scrittore. Aveva un forte accento ligure ed intercalava spesso il
dialetto di Albenga, poi quando si accorgeva che gli occhi della sua
accompagnatrice diventavano sempre più smarriti, rispiegava tutto in perfetto
italiano. Le parlava della sua città di un tempo, e cosa c’era qui e cosa c’era
là, e qui è tutto cambiato, ma forse è meglio adesso, qui invece no, qui era
molto meglio una volta, e le raccontava saghe famigliari legate a palazzi e
carruggi e ascoltandola sembrava che il tempo si fosse fermato. Facevano
passeggiate, fino al mare, pian pianino, fermandosi di tanto in tanto a guardare
una vetrina o uno scorcio di giardino in viale Martiri, ‘viale del Re si
chiamava quand’ero giovane e adesso belle ville non ce n’è quasi più, son tutti
palazzi’, diceva la vecchia, ma senza grandi malinconie. Un pomeriggio, mentre
guardavano la mareggiata dal Caffé Noir, bevendo un tè, Ildebranda aveva voluto
sapere se il Mar Nero si chiamava così perché era davvero nero. Dopo quella
volta aveva cominciato a far domande, dimostrando di non essere soltanto una
buona narratrice, ma anche un’ottima ascoltatrice. A quel tempo si poteva già
dire che la loro fosse un’amicizia, il rapporto di lavoro era importante, ma lo
era anche l’amicizia.
Svitlana faceva proprio tanta fatica a rispondere, non per mancanza di fiducia
verso la signora, ma per un’eredità di ricordi che non si sarebbero mai estinti.
Un po’ era il suo carattere, lei non aveva mai amato confidarsi, e un po’ era un
timore indistinto, atavico, come se avesse potuto ascoltarla, per caso, la
persona sbagliata, qualcuno che in qualche modo non avrebbe capito, e che forse,
chissà, avrebbe potuto farle del male, magari in seguito, usando i suoi stessi
ricordi, i suoi stessi racconti. E non le bastava guardarsi intorno e parlare
sottovoce, cosa peraltro impossibile perché Ildebranda era sorda e quindi
pretendeva un bel tono di voce chiaro e forte, perché comunque, anche se fosse
riuscita ad esprimersi attraverso bisbigli e sussurri, quella ‘persona
sbagliata’ che passava per caso, avrebbe sentito lo stesso.
Le capitava di sospettare di essere matta con questa fissazione che qualcuno
potesse o volesse farle del male, ed in quei momenti il pessimismo impregnava le
sue giornate e si sentiva triste. Poi, per lunghi periodi il senso di allarme
così com’era arrivato se ne andava, e lei si dimenticava di aver pensato di
essere matta, però parlare di sé continuava a costarle fatica. Restava comunque
impossibile dissuadere Ildebranda dal fermo proposito di conoscere la vita della
straniera. Così aveva fatto una cernita delle cose che poteva o voleva
raccontare e quelle che preferiva tacere: silenzio sul ricordo doloroso di suo
padre, quello ancora più cupo di Dido, nonno Konstantin, niente della storia di
Andrej, troppo male. Venivano meglio le cose belle, come il suo grande amore per
Evgenij e per Irina, la sua ‘bambina’, lei la chiamava ancora così, anche se
aveva vent’anni e studiava economia a Kiev. Ormai si poteva dire che con suo
marito Evgenij fossero semplicemente due amici, o forse sarebbe stato più
corretto definirli due compagni di navigazione: insieme, anche se lontani,
avevano remato e faticato per tenere a galla la barchetta che portava il carico
delle loro esistenze. Ci erano riusciti? In un momento come quello era davvero
difficile affermarlo.
Un pregio della vecchia Ildebranda era che, anche quando poneva delle domande,
riusciva a farlo con il tocco indolore di uno psicoterapeuta, sempre con un
sorriso senza giudizi, quasi come a dire: ‘Figliola, non è la curiosità che mi
spinge, alla fin fine i tuoi segreti non saranno poi tanto diversi dai miei o da
quelli di mille altre donne a questo mondo: è solo il mio bisogno di sentirti un
po’ più vicina, anche se io sono vecchia e tu giovane, e magari, almeno tra noi
un po’ meno straniere’. Non lo aveva mai detto in modo diretto, però lo si
capiva e così Svieta aveva cominciato a raccontare, sempre con la sua naturale
timidezza, ma fidandosi un po’ di più, e l’isola dei segreti s’era ristretta,
come con l’alta marea. S’era anche accorta che la paura dell’ascoltatore
misterioso lentamente era sfumata e le rare volte che tornava, era roba che
passava presto.
La prima risposta era stata: “No, il mar Nero non è nero, certo è diverso di
questo e forse un po’ più nero lo è veramente…”.
Le venne voglia di alzarsi, non sapeva nemmeno lei perché. Percorse tutto il
corridoio con passi stentati, come se mani invisibili le avessero stretto gli
avambracci per tirarla dove non voleva e lei non voleva, ma anche voleva,
guardare ancora una volta quel viso buono, quella vecchia che non rompeva mai le
scatole, che le andava sempre tutto bene, che da giovane doveva essere stata una
gran bagascia, come dicono i liguri e da vecchia la grande intelligenza
le aveva impedito di diventare una gran beghina, come sempre accade. Ma
proprio quando arrivò accanto al letto e le fece una carezza lieve sulla mano
che aveva la pelle fredda e molle come quella del pollo, suonarono al citofono.
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