|
Il cartomante di
via Venti
di Maria Masella
Capitolo I
Sabato
Lo squillo di un cellulare, ma di rispondere non ho voglia.
– È il tuo.
Faccio finta di niente, sto bene così, in questa specie di limbo che attutisce
emozioni e pensieri: conseguenza del sesso ben fatto.
– È il tuo, Antonio.
E così rispondo ed ascolto cercando di riacchiappare la realtà.
Sì, devo alzarmi, vestirmi ed uscire.
– Cosa c’è?
Mi giro verso il letto, lei è ancora avvolta fra le lenzuola sfatte:
– Lavoro. Devo andare.
Annuisce.
Mentre mi rivesto le dico che la richiamerò.
– D’accordo, prima di due o tre settimane non dovrei ripartire – mi risponde.
È così, fra di noi. Quando i nostri scombinati lavori si combinano in una pausa
e ci va di farlo, andiamo a letto insieme, senza impegno.
Quando esco da casa sua sono già lontano da lei.
Niente di strano che uno, per vivere, legga carte, faccia oroscopi e maneggi
tarocchi: ho visto fare cose più balorde e più illegali.
Lo strano è che riesca a viverci e anche abbastanza bene!
L’appartamento è soltanto al secondo piano e non ha una buona esposizione, ma è
grande e nella zona del Quadrilatero. Ormai ben pochi privati abitano in una
zona colonizzata da studi di avvocati, commercialisti, notai, medici…
Fra i tanti servizi anche un cartomante.
Mago Zagor.
Ora io con i maghi non ho gran dimestichezza ma quel nome mi ricorda qualcosa.
Sarà una scemata ma è un tarlo. Mi giro verso Iachino e gli chiedo se il nome
Zagor gli dice qualcosa.
Una risata gli guizza all’angolo delle labbra, perché lui, la voglia di ridere,
non l’ha ancora persa:
– Uno dei fumetti, commissario. Ma non era un mago, mi pare una specie di
pistolero, un vendicatore. Lo leggeva mio fratello più grande.
Quindi un mio coetaneo.
Un pistolero, mestiere in carattere con l’abbondante sangue accanto al corpo. Ma
non è morto per ferita d’arma da fuoco, no! Gli hanno tagliato la gola, parte
del petto è inzuppata dal sangue sparso.
– Cosa ne pensi?
Iachino mette le mani in tasca e si dondola un po’ per concentrarsi meglio.
– Gli ha tagliato la gola standogli alle spalle. Era uno che conosceva o che
riteneva innocuo, altrimenti sarebbe stato attento. Nessun segno di effrazione,
nessun segno di colluttazione.
– Controlla se c’è qualcosa a suo carico.
Iachino annuisce, poi fa un gesto verso la porta:
– C’è la ragazza in cucina. Sta abbastanza bene.
La ragazza è quella che ha trovato il morto.
– Generalità? – gli chiedo.
– Signorelli Valeria.
Vado in cucina e Iachino entra dietro di me. La finestra dà su un vuoto, con
panorama su un muro. La ragazza è seduta al tavolo, non sta piangendo ma deve
aver smesso da poco. Per un attimo il suo viso mi ricorda qualcosa, ma subito la
sensazione passa.
Mi qualifico e presento anche Iachino prima di chiederle se può riassumermi i
fatti.
Prima di rispondere tira su col naso, armeggia in tasca alla ricerca di un
fazzoletto, poi rinuncia e si frega le narici con il dorso della mano:
– Non era mai successo. Era sempre puntuale e alle dirette non era mai mancato,
neppure una volta in tre anni.
Ora, mio padre era un gran appassionato di film d’autore e un Antonioni non se
lo perdeva e gradiva che andassi con lui, per aprirmi la mente. Di solito dopo
una mezz’ora dormivo, ma forse non se ne è mai accorto. Ecco, certe oscure
risposte sembrano uscite dai suoi film.
– Mi scusi, signora, ma temo di non aver capito.
– Lavoriamo alla stessa emittente privata, io come telefonista e lui con la sua
rubrica. Io sono una dipendente, lui un collaboratore occasionale, anche se sono
tre anni… – il pianto esplode di nuovo.
Iachino le porge un pacchetto di Scottex.
Lei lo apre, allarga il fazzoletto e si soffia il naso.
– Quale emittente?
– CittàTV. La sede è in via Venti. Trasmettiamo ventiquattro ore su
ventiquattro. Lui – si interrompe, sospira e poi riprende – lui aveva una
rubrica fissa alle sette e cinquanta con gli oroscopi, registrata dal giorno
prima. La stessa si replicava alle nove e dieci, sempre prima dei notiziari. Al
pomeriggio, dalle sedici alle diciassette, rispondeva alle telefonate degli
spettatori: faceva le carte.
– Che genere di telefonate?
– Gli chiedevano consigli.
Deve notare la perplessità sulla mia faccia perché aggiunge:
– Era bravo, sa. Davvero bravo. La sua rubrica aveva molto successo, gli spazi
pubblicitari contigui ed interni si vendevano bene.
– E c’era gente che gli telefonava? – mi sembra così incredibile che ci sia
gente che crede a cose simili. Ma forse ne hanno bisogno. Deve anche essere
confortante: credere. Non posso dire di aver smesso crescendo, perché non ho
creduto mai.
– Gliel’ho detto! Tanti.
– Uomini? Donne?
– Alternava: un uomo e una donna.
Scuoto il capo:
– Non le ho chiesto a chi rispondeva, ma chi chiamava.
Non ha alcuna importanza, ma mi aspetto che confermi la mia sensazione che siano
soprattutto donne…
Come leggendomi nel pensiero, la Signorelli abbozza un sorrisetto e chiarisce:
– Uomini. E spesso per problemi di cuore. Da non crederci, ma tanti uomini non
sanno come conquistare o tenere una donna.
So che Iachino è in piedi dietro di me. Non posso vedere la sua faccia, ma è
come se avessi gli occhi anche sulla nuca, ha assunto l’espressione compunta che
cerca di non lasciar trapelare il divertimento. Sento la suola di gomma delle
sue scarpe scricchiolare… Si dondola, come sempre quando è a disagio. Eppure
sono io quello che dovrebbe essere a disagio, sono io quello che ha una
situazione matrimoniale da brivido. Mia moglie ha avviato le pratiche per la
separazione. Tutti lo sanno.
Non sono a disagio, soffro: è diverso. Se potessi illudermi di credere, altro
che Mago Zagor!
Trasudando indifferenza chiedo:
– Come li selezionate?
– Diciamo che dipende dall’ordine delle chiamate, ma non possiamo fare tutta una
puntata sulle pene d’amore di un quarantenne – dicendolo mi lancia un’occhiata,
come se sapesse – e un’altra su questioni di soldi. Si chiede e si seleziona.
Non commento. La Signorelli ritorna al suo pianto sommesso, io mi guardo
attorno. Questa è una banale cucina, anzi piuttosto vecchia. Il lavello è di
marmo bianco venato di grigio, uno di quelli grandi, alla genovese, con, sotto,
tendine a quadretti. I mobili sembrano di seconda mano.
Ben diverso dal clima della stanza dove è stato trovato il morto: tende di
pesante tessuto blu, pareti dipinte di blu, soffitto nascosto da strisce di un
tessuto velato, blu anche quelle. Tutto quel blu avrà anche un significato, ma
deve essere opprimente. Come essere in una grotta sottomarina, infatti ne sono
uscito ben volentieri per rifugiarmi in questa cucina, così simile a quella
della mia infanzia.
È la voce del tecnico della Scientifica ad interrompere il mio filosofare
gridandomi dalla stanza accanto, quella blu:
– L’altro sangue, ci giurerei che è tutto di pollo. Mio suocero ha una polleria
e ha sempre quell’odore addosso.
Vero, quell’odore l’ho sentito anch’io, entrando. Mia nonna teneva un pollo per
Natale, sotto il lavello di cucina. Lo si ammazzava per le feste.
Quando giocavo con i miei cuginetti lo spazio sotto il lavello era un luogo
d’avventura, ma non prima delle feste, perché lo spazio era occupato. È il
bambino non del tutto cresciuto a spostare la tendina sotto il lavello.
Trattengo a stento un rigurgito di schifo, eppure con il mio mestiere vedo di
tutto.
È solo un pollo decapitato. Senza girarmi dico a Iachino:
– Che vengano ad analizzare anche questo.
Mentre siamo soli, per un attimo, la Signorelli commenta, con un tono vagamente
divertito:
– Un altro pollo!
– Cosa c’entra?
– Uno dei suoi numeri più riusciti era il rito magico che prevedeva la
decapitazione del pollo.
Mi sembra disgustoso, ma forse stava proprio in quello il suo successo.
– La protezione animali?
– Mica lo faceva in TV! Qui, soltanto nelle consultazioni private. Poi mangiava
pollo. Non è mica facile trovare galletti ruspanti, o almeno che lo sembrino.
Cucinava il pollo in tanti di quei modi. Però di solito la testa la buttava, un
po’ di schifo lo faceva.
Sarà che per il pollo non stravedo anche se mangio di tutto, ma quella sua
insistenza è un po’ nauseante. È per sviarla che chiedo, mentre sta entrando uno
della Scientifica ad analizzare l’altro cadavere sotto il lavello:
– Vi frequentavate anche non per lavoro?
– Sì, non ne abbiamo mai fatto mistero, chiunque può confermarlo. Da quasi un
anno. Libero lui, libera io. Si comincia con quattro chiacchiere, poi si beve
qualcosa insieme e poi perché no?
Sembra la mia storia.
– Così lo conosce abbastanza bene…
– Sì, anche se era un tipo riservato.
– Mi può dire qualcosa? – mi siedo al tavolo voltando le spalle al lavello dove
un tecnico sta esaminando il pollo decapitato.
– Non è che sappia tanto di lui. È arrivato a Genova subito prima di cominciare
con la nostra rubrica.
– È riuscito a trovare subito lavoro da voi? – dannazione, per un altro lavoro
si cerca per anni… Ci deve essere una gran fame di magia.
– No, è arrivato già assunto. Prima lavorava a Roma, anche lì in una TV privata.
Da Roma a Genova… Di solito si preferisce il percorso inverso. Immagino che
nell’ambiente dello spettacolo la preferenza sia ancora più accentuata.
– Strano…
– Quando gliel’ho detto, mi ha risposto che a Roma c’erano così tanti maghi che
era difficile mettersi in luce.
Ha risposto in modo così meccanico che le chiedo:
– Gli ha creduto?
– Che motivo avevo per non credergli? – pausa – No, non gli ho creduto. Ho
saputo per caso che là lo pagavano meglio di qua. Però non si può mai dire,
forse a Roma guadagnava meno con le consultazioni private.
Deve aver notato la mia faccia perplessa perché chiarisce:
– La rubrica televisiva è poco più di un modo per procurarsi clienti e avere un
minimo fisso garantito: l’affitto di questa casa, acqua, luce e gas. Erano
quelli che riceveva qui a dargli da vivere. Ancora di più quelli che andava a
trovare: consultazioni a domicilio.
In pratica un vero professionista, diciamo come un medico: ospedale, studio,
visite (in nero?). Chissà se anche nelle visite a domicilio portava il pollo,
promosso a galletto. Forse glielo procuravano i pazienti. O forse no, perché i
suoi erano magici.
– I clienti come lo contattavano? Sui giornali ci sono annunci…
M’interrompe:
– A Dino non piaceva.
– Dino?
– Orlando, ma tutti lo chiamavamo Dino.
Sulla porta non c’è targhetta, arrivando mi hanno detto il nome del morto, ma
non lo ricordo.
Iachino deve essere rientrato in silenzio e aver colto la mia esitazione perché
ripete:
– Zagheri Orlando. Ha fatto presto a fare Zagor.
Zagheri Orlando, Dino e Zagor: tre identità da gestire, ognuna per un territorio
della vita?
– Gli scrivevano alla TV oppure gli telefonavano, sempre alla TV.
– Quindi dovrebbe essere possibile conoscere i nomi dei suoi clienti.
La Signorelli esita e poi aggiunge:
– Sì, forse. Ma poi c’era il passaparola. Chi si era trovato bene lo consigliava
ad altri.
Cosa vorrà dire trovarsi bene con un mago? Uno che non riesce a prevedere che
sta aprendo al suo assassino? Perché la porta non è stata forzata e neppure le
finestre. E l’assassino non è passato attraverso i muri.
– Lei lo conosceva bene?
Annuisce:
– Me l’ha già chiesto, ci si vedeva e a volte io restavo da lui o lui passava la
notte da me. Non una relazione stabile, ma un po’ più di un’amicizia.
– Sapeva di altre donne?
– Niente di certo.
– Ma lei aveva la sua chiave.
– Mi conosco e conosco gli uomini, non si dà facilmente la chiave della propria
tana.
– Una volta al mese andava per tre o quattro giorni a Roma, mi aveva lasciato la
chiave per venire a dare da bere alle piante.
Per tre o quattro giorni le piante si lasciano…
– Erano la sua passione, ci passava tutto il tempo libero.
– E dove sono?
– Nel terrazzino laterale. Dalla portafinestra della camera.
Vedrò.
– Dovrebbe venire in Questura, quando può, per la deposizione.
– Posso andare?
– Sì, direi di sì – abbozzo un gesto verso Iachino – prendi i dati della
signora.
Esco dalla cucina ed invece di dirigermi verso il luogo del delitto, quella
stanza che fa pensare ad un secchio di pittura blu, più che ad una notte
profonda e misteriosa, devio per la camera.
Che, come la cucina, è arredata senza stravaganze. Armadio, comò. Due comodini,
una poltroncina ed un letto matrimoniale. Più normale di così è impossibile. Poi
si effettuerà una perquisizione accurata, ma ora sto cercando di cogliere
l’atmosfera della casa della vittima.
La vittima è l’unica cosa certa in un caso di omicidio.
Sento dietro di me i passi di Iachino e senza girarmi dico ad alta voce quello
che sto pensando:
– La vittima è sempre certa.
È un’altra voce, sconosciuta, di donna, a fare sfoggio di cultura classica
traducendo in latino:
– Victima semper certa est – e dopo una pausa: – variando il detto:
mater semper certa est.
Ed è un attimo di gelo. Come quando, in piena estate, entri in un locale con
l’aria condizionata al massimo. Un minuto eterno e poi il corpo si abitua, così
anche la mente si abitua.
Mi giro. Questa è una della Scientifica, una che non conosco. Ora, vorrei sapere
quanto i miei colleghi sanno dei miei problemi famigliari e quanto si raccontano
e raccontano ai nuovi arrivati. Ha parlato tanto per parlare oppure a ragion
veduta?
Mi viene davanti con un sorriso, ma invece di porgermi la mano la alza indicando
i guanti:
– Vallardi. Vallardi Anna. Se non sbaglio, lei è il commissario Mariani.
– Sì – recupero la calma – come procede con il pollo?
Una risata bella, di gola:
– Morto ammazzato. Suo o di un suo compare il sangue sul tavolo nella sala del
mago – ha un viso spigoloso, che neppure la bella risata addolcisce – come ha
fatto ad individuare il pollo a colpo sicuro, commissario?
Almeno una cosa di me devono avergliela detta. Che un mio collaboratore può
rivolgermi domande:
– I miei nonni tenevano un pollo sotto l’acquaio, per Natale.
Mi guarda come fossi alieno, gli anni che ha meno di me fanno la differenza.
– Lo si ingrassava e poi lo si ammazzava.
Finalmente ha capito. Accenna un mezzo gesto divertito:
– E così lei, commissario…
– L’acquaio era del medesimo tipo. Ma lei, Vallardi, non penso che sia qui per
chiacchierare – ho tagliato corto, perché non sono scemo e quando una si diverte
a farmi la ruota lo capisco. Ho pochi divieti, ma quello di non farlo con una
collega è categorico.
La Vallardi arrossisce di colpo e non bene, ma a chiazze; si rimette a lavorare.
Forse mi sono fatto una nemica, ma se le davo corda era peggio. Apro la
portafinestra ed esco sul terrazzo laterale, quello di cui mi ha parlato la
Signorelli.
Lo spazio non è tanto ma, anche ad un profano come me, sembra ben sfruttato e
ben curato. Qualche pianta verde, mi sembrano felci, e dei vasi con dei fiori a
palla.
Non sono camelie, questo posso garantirlo, per le camelie sono diventato un
esperto. Spero che in questo caso non ci siano di nuovo in mezzo dei fiori.
– Commissario…
Mi giro verso Iachino.
– In cucina, ben coperto dall’olio, abbiamo trovato una tavoletta – pausa –
sembra sodio metallico.
Non commento. A cosa può servire del sodio metallico?
– E abbiamo trovato una specie di registro, in un cassetto del mobile della
cucina.
Ritorniamo in cucina, con cautela sfogliamo le poche pagine scritte. È uno di
quei quaderni che non credevo esistessero ancora, con la quadrettatura
commerciale. Nella prima colonna ci sono le date, relative a queste ultime
settimane, nella seconda delle iniziali, penso che indichino dei clienti, nella
terza dei numeri, nella quarta delle sigle, probabilmente dei memo per ricordare
il caso, nell’ultima una cifra con la sigla € in cima alla colonna. Minimo
cinquanta euro, la cifra più frequente; massimo, e compare una volta sola,
cinque volte tanto. Nell’ultima settimana completa, da un calcolo veloce, a
sentimento, ha fatto cinquecento euro.
Non male.
– Dobbiamo chiedere quanto gli davano a CittàTV – ricordo a Iachino – e di
prendere la lista delle telefonate, non solo quelle che gli hanno passato in
diretta, ma tutte – poso il quaderno – e controlliamo se ci sono altri quaderni
come questo in giro.
– Nella prima pagina c’è il numero tre.
Io non l’avevo notato, sono ogni giorno più appannato, non è soltanto colpa
della stagione. L’autunno mi ha sempre rallentato, ma mai come quest’anno.
– Dovrebbero essercene altri due – conclude Iachino.
– Nel cassetto c’era soltanto quello?
Da come mi guarda capisco l’insensatezza della domanda: lui è uno che sa fare il
suo mestiere. Risponde senza guardarmi:
– Nessun altro, ma c’è un tabulato con l’intestazione di CittàTv: date e
nominativi.
Riguardo il quaderno del morto:
– In qualcuno c’è un asterisco, ma altre volte due.
– Ma nella maggior parte non ce ne sono; nel tabulato nemmeno – conclude Iachino
– io un senso non ce lo trovo.
– Quel quaderno... quando la Scientifica ha finito, mi fai fare fotocopie delle
pagine. Può essere che si ricavi qualcosa di utile – cerco di assumere un’aria
decisa – e ora andiamo alla TV.
Sabato
pomeriggio
Portici di via Venti, la solita fauna: ragazzini vocianti, coppie immusonite,
extracomunitari che espongono mercanzia sui marciapiedi appena ristrutturati e
già opachi.
Il portone è di classe: guardiola e custode in divisa, scale ellittiche,
ascensore con porte acciaio satinato. Quinto piano. Nello specchio colgo il viso
di Iachino, forse c’è una traccia di emozione per la visita alla TV.
– È un posto come un altro – commento a bassa voce.
Non risponde.
Appena entriamo veniamo subito individuati per quello che siamo: polizia. Loro
hanno da fare e noi siamo d’intralcio. Non ce lo dicono, ma è chiaro da come ci
guardano, anzi da come non ci guardano.
Ci riceve una donna sui cinquanta. Ci fa accomodare in un ufficio. Si presenta:
– Clara Fanti, direttore di CittàTV. Appena sono stata avvisata sono subito
venuta qui.
– Chi l’ha avvisata?
– La mia segretaria – ci indica le poltroncine davanti ad una lunga scrivania
corredata di computer e telefoni vari. In un angolo c’è anche un televisore
portatile, acceso, ma con l’audio spento.
Ci sediamo.
– Quando l’ho saputo ero a casa, abito a Castelletto.
– Conosceva Zagheri Orlando, il mago Zagor?
– Certo che conoscevo Dino, qui ci conosciamo tutti, come una grande famiglia.
Una gran brava persona, seria, puntuale, senza grilli per la testa. Il nostro è
un lavoro di squadra, non c’è posto per le primedonne. Forniamo un servizio alla
città, con notiziari locali, precisi. Qualche rubrica di intrattenimento o di
utilità.
La lascio parlare.
– La sua rubrica, “Il mago Zagor, il cartomante di via Venti”, aveva il suo
seguito di appassionati.
– Lo pagavate bene.
– Per l’impegno che aveva… Però era un buon modo per attirare clientela privata.
Da noi non era stato assunto come dipendente, ma per consulenze professionali.
In teoria era pagato un tanto a trasmissione, ma in pratica erano settecento
euro.
Al mese, alla settimana, al giorno? Penso di riuscire a prevedere, con buona
approssimazione, i guadagni in molte professioni, ma un mago…
Ma Clara Fanti continua:
– Tremila euro al mese non sono poco per, al massimo, ottanta, novanta ore di
lavoro. Senza contare che le rubriche televisive gli procuravano clienti.
Me l’ha già detto.
– È tutta una questione di pubblicità, capisce. Se una rubrica ha successo, gli
spazi pubblicitari interni e contigui si vendono bene.
– Con lui si vendevano bene?
– Benissimo. Aveva un suo pubblico fedele. Proprio per questo gli avevamo
proposto di tenere un’altra rubrica. Ma non aveva ancora risposto.
Aspetto che concluda.
– So, per certo, che un’altra emittente privata gli aveva offerto un contratto
vantaggioso. Prevedevo che da un momento all’altro mi dicesse che passava alla
concorrenza. Non avrei potuto far nulla, visto il suo contratto.
– Com’era impegnato da voi, in che ore?
Prima di rispondere digita due o tre tasti, clicca col mouse… Mi sembra strano
che non lo ricordi o, prevedendo il nostro arrivo, non abbia controllato:
– Dalle sedici alle diciassette era in diretta, con due interruzioni
pubblicitarie; ma per contratto doveva essere presente in studio già dalle
quindici per selezionare le telefonate.
– Ma non sono in diretta?
– La telefonata è in diretta, ma prima devono indicare nome e recapito,
garantiamo la riservatezza. In breve dicono se è una questione di salute, lavoro
o affetti; se uomo o donna. Diciamo che saranno richiamati.
Annuisco, conferma quanto ha detto la Signorelli.
– È, anzi era, Zagheri a effettuare la scelta. La telefonista richiamava dicendo
quando ci saremmo messi in contatto con loro.
– Mi sembra abbastanza tortuoso.
– Un po’ di attesa aumenta l’interesse e non dà l’idea che nessuno chiami. Sì, a
nessuno piace aspettare tanto, ma se qualcosa non è richiesto sembra valere
meno.
Sì, io a questo non avevo pensato.
– Zagheri era abile, sapeva vendersi.
Io mi sono già fatto due conti: tremila dalla TV, saranno lordi, verranno
duemilasei, più, in nero, quelli delle consultazioni private, altri duemila e
rotti… Quattromilasei al mese, non poco. Concordo con Clara Fanti, anche senza
navigare nell’oro, Zagheri sapeva vendersi.
– Io avevo degli impegni famigliari, ieri pomeriggio – sta continuando la Fanti
– e poi il venerdì pomeriggio è al solito tranquillo, gli spettatori hanno già
la testa al sabato. Così non ero qui, in sede. Quando si sono accorti che
Zagheri era in ritardo a chi telefonava hanno sempre fatto trovare occupato e
poi hanno passato un numero già registrato in precedenza. Non possiamo rischiare
un buco di un’ora.
Capisco. – Nessuno ha provato a telefonargli a casa?
– Certo. Ma senza risultato: libero e non rispondeva. Il cellulare era spento.
Concorda con quanto abbiamo trovato sulla segreteria telefonica di casa e con i
messaggi sul cellulare.
E finalmente mi rivolge la domanda che le brucia. – Si sa quando è successo?
– Dobbiamo ancora fare le analisi, ma probabilmente ieri, tarda mattinata, primo
pomeriggio.
– Io sono rimasta qui dalle dieci fino alle tre, poi è passato a prendermi mio
fratello e siamo andati insieme a casa sua. Sapete chi è stato?
Alzo le spalle, le sorrido a mezzo:
– Spero di scoprirlo.
– E ci riesce, di solito?
– A volte sì, a volte no.
– Speriamo di sì. Zagheri era uno di noi.
– Dovrei fare qualche domanda anche ai suoi collaboratori.
– Ma certo. Se vuole posso lasciarle questo ufficio, starete più comodi.
Questo ufficio è un po’ defilato rispetto alle altre stanze ed io preferisco non
essere messo da parte.
– La ringrazio, signora Fanti, ma ho visto una saletta con distributore di caffè
e acqua minerale. Mi sembra perfetta per un primo colloquio, poi se sarà
necessario, se emergerà qualche dato utile convocherò in Questura per una
deposizione.
Non le va, lo sento, ma non può dire di no.
Uno dopo l’altro ho sentito i dipendenti dell’emittente. Nessuno ha detto niente
di interessante. Zagheri Orlando, che tutti chiamano Dino, era ben visto, anche
senza essere il classico compagnone. Con lui si lavorava bene, preciso,
puntuale, non rompipalle.
Nessuno ha trovato strano il suo modo di guadagnarsi da vivere. Tutti sanno
delle consultazioni private, non ne faceva mistero.
Nessuno sa qualcosa della sua vita privata, ma tutti sanno che lui e la
Signorelli ogni tanto passavano la notte insieme. Liberi, adulti e vaccinati,
come ha commentato l’anziana segretaria. È lo stesso modo di dire di mia madre,
per indicare che lei non critica… Ma…
Ritorno in Questura, palpabile accanto a me è la delusione di Iachino per la
normalità di uno studio televisivo. Abbiamo però le registrazioni degli ultimi
sei mesi, vengono tenute anche le precedenti, ma per ora guarderemo queste.
L’anziana segretaria ci ha fornito anche un tabulato con nomi e telefono di chi
ha telefonato a CittàTV. Ha fatto prestissimo e quando Iachino si è
complimentato per la sua efficienza ha commentato che aveva fatto la stessa
ricerca poche settimane prima proprio per il povero Dino, così aveva salvato i
dati in un file e li aveva conservati.
Appena arrivo nel mio ufficio Paciani mi fornisce i dati sul morto.
Zagheri Orlando, nato a Napoli…
Strano, ero convinto che fosse di Roma. Anche la data di nascita: ha
trentacinque anni, pensavo di più. Celibe.
– Parenti?
– La madre, Zagheri Paola, di anni cinquantasei, residente a Roma, nel
pensionato “Giorni Sereni”; hanno già provveduto quelli di Roma ad avvisarla.
– È ammalata, invalida? – che a cinquantasei anni una donna abiti in un
pensionato mi sembra strano, se sta bene. Mia madre ne ha di più e se le
proponessi un pensionato mi toglierebbe il saluto.
– Non so, se ne sono occupati quelli di Roma.
Sì, da qualche mese, anzi dalla nostra torrida estate, Paciani è terrorizzato
dall’idea di fare un passo falso, traendo conclusioni azzardate da semplici
coincidenze. Però ora siamo a metà novembre e sta davvero esagerando.
Mi faccio dare il telefono del collega di Roma e chiamo.
– Sì, Mariani. Abbiamo avvisato noi la Zagheri, la madre. Ma difficilmente
riuscirà a venire a Genova. Ha avuto un malore… Nel pensionato hanno detto che
non è la prima volta e poi non sempre è lucida.
Mi faccio dare per tranquillità i dati del pensionato “Giorni Sereni”.
È ormai sabato sera, con Iachino e Paciani ci siamo fatti una cultura scorrendo
le registrazioni della rubrica televisiva del Mago Zagor. Sarà anche un mago ma
ha l’anima del ragioniere. Ogni telefonata dieci minuti, anzi nove, ben
alternate fra uomini e donne e sul tipo di richiesta.
Gentilissimo e rassicurante. Sempre in completo blu scurissimo indossato su una
maglia blu a giro collo. Il colore fa risaltare l’abbronzatura, i capelli
castani tendenti al biondo e gli occhi chiari.
Immagino che parte del suo successo dipenda dall’aspetto così gradevole.
Eppure non riesco ad impedirmi di pensare che un’apparenza così impeccabile
nasconda lati oscuri. Ma forse è quel “Mago Zagor” scritto in lettere d’oro sul
fondo blu dietro le sue spalle a portarmi fuori strada.
No, no, le registrazioni, sia delle telefonate sia delle trasmissioni, non
rivelano altro che un’umanità incerta e tanto spaventata da ricorrere alla
magia.
Spengo il registratore, anche l’ultima cassetta è andata.
– Niente, niente di niente – mi giro verso Paciani – la sua vita privata?
– Niente. Forse sua madre saprà dirci qualcosa.
Ne dubito, lui ha trentacinque anni, vivono in città diverse… Ma sperare non
costa niente.
– I risultati della Scientifica?
– Nessun segno di effrazione. Impronte del morto e della donna, più altre,
sconosciute, forse clienti.
– Hai interrogato i vicini?
– Sono quasi tutti uffici; gli unici che abitano lì, oltre a Zagheri, stanno
all’ultimo. Lo conoscono solo di vista, sanno che fa il mago, ma non ha mai dato
noie.
Continua a sfuggirmi l’immagine del morto. Vivo, non riesco a visualizzarlo.
Forse è quel pensiero martellante di uomini e donne che chiedono a lui una
risposta. Non ho mai creduto alla magia, persino la religione ufficiale mi
lascia indifferente, dipenderà da come sono stato allevato, eppure li invidio.
– Il medico legale? – Torrazzi è in ferie, mi hanno mandato uno nuovo, giovane.
– Il dottor Folgheri ha detto che le farà avere una relazione dettagliata, per
ora stima che sia stato ucciso tra le tredici e le quindici, con un colpo d’arma
da taglio, alla gola.
Un lampo ed è l’immagine di una esecuzione.
– Io stacco, mi porto tutto a casa e me lo riguardo ancora una volta.
Nella notte fra sabato e domenica rileggo tutto: una tranquilla vita da
impiegato, anche se il suo era un ufficio da mago.
Torna indietro
|
|